sabato, 20 giugno 2009

Mettere le ali


Questa mattina, mentre sotto un temporale aspettavo l’elettricista e intanto cercavo di svitare i campanelli condominiali per inserire la targhetta col mio nome, ho conosciuto per la prima volta una dei miei prossimi vicini di casa! Che emozione! Io ero lì che trafficavo armata di cacciavite quando ho sentito la porta del suo appartamento al piano rialzato aprirsi: ho visto una signora anziana che, barcamenandosi tra carrellino per la spesa, due sacchi della spazzatura (plastica e alluminio più carta) e ombrello, cercava di aggrapparsi alla ringhiera della rampa di scale che la separava dall’ingresso, in cui mi trovavo io, per scendere. Impresa alquanto azzardata. Così, piena di entusiasmo (finora non avevo mai incontrato nessuno per le scale, nonostante i miei numerosi viavai), ho mollato cacciavite e campanelli e sono corsa su per la rampa a prenderle carrellino e sacchi. Lei si è aggrappata alla ringhiera e piano piano è riuscita a scendere. Mi ha subito chiesto se fossi la nuova inquilina, così le ho risposto di sì e mi sono presentata. Abbiamo chiacchierato un po’ e sapete cosa mi ha detto a un certo punto? Mi ha detto:


“Vedrai che qui ti troverai bene, questo è un condominio in cui ognuno si fa i fatti suoi”.


Intendeva dire che non ci sono pettegolezzi, persone invadenti o ostilità, ma non mi è sembrata comunque un’affermazione così rassicurante e positiva. Per fortuna, il suo stesso atteggiamento affabile l’ha in qualche modo smentita. Le ho comunque buttato io i suoi sacchi nei bidoni, accompagnandola fino al cancello: l’ho fatto spontaneamente, ma a giudicare dagli elogi e dai ringraziamenti ricevuti, mi sono conquistata un’alleata!


Poi è venuto l’elettricista e mi ha montato le prese che servivano, e mi ha insegnato come si attaccano le lampadine ai fili penzolanti dal soffitto. Ora ogni filo penzolante ha la sua lampadina attaccata, e ce l’ho messa io! Sto cercando infatti di sfruttare questa occasione della casa nuova per imparare molte cose che finora non sono stata capace di fare. Per me tutta questa impresa, che a un altro potrà sembrare del tutto normale, è una grande prova, perché non mi sono mai occupata in prima persona di cose di casa, in vita mia. Quando andai a vivere da sola in passato, ero in affitto, e poi non ero proprio da sola, non dovevo decidere tutto io. Finché ho vissuto coi miei, invece,  pensavano a tutto loro. Ora mi trovo a dover prendere decisioni in modo autonomo, su cose anche tecniche di cui non ho poi questa grande cognizione. All’inizio, come mi accade sempre, ero paralizzata e piena di ansia. Poi piano piano ho cominciato a pensarla come la mia occasione per imparare cose nuove, cose che d’ora in poi sarò in grado di fare senza più problemi, una volta che le avrò apprese. A poco a poco ci sto riuscendo! Ascolto con grande attenzione i vari tecnici con cui parlo, mi faccio spiegare le cose e cerco di imparare quei piccoli lavoretti che posso fare da sola; ascolto e chiedo consigli a chiunque conosco che si intenda un po’ di queste cose (il fatto di frequentare una parrocchia aiuta, perché c’è un sacco di gente esperta che mi consiglia e del resto sia l’idraulico che l’elettricista sono proprio dei parrocchiani); sono sempre più disinvolta e sto vincendo la mia timidezza e quella brutta sensazione di inadeguatezza, quella che ti blocca quando temi di risultare una sprovveduta e non perfettamente in grado di padroneggiare le situazioni.

Nei giorni scorsi ho perfino deciso che sarò io a imbiancare la mia casa (con l’aiuto di un mio amico che mi insegnerà e aiuterà)! Non potete capire cosa significa per me non delegare a un imbianchino questa operazione ma farla da me. In futuro, quando mi guarderò attorno nella mia casetta, proverò orgoglio al pensiero che ho imbiancato io quelle pareti. So che per la maggior parte della gente tutto questo è normale, ma per me no. Primo, perché vivo in una famiglia di intellettuali del tutto imbranati nei lavori manuali, e che di questa imbranataggine vanno quasi fieri (o comunque non hanno mai fatto niente per correggerla); secondo, perché da sempre, ogni volta che ho un’iniziativa o mi accingo a fare qualcosa, sento i miei dire: “Attenta, è troppo difficile, non sei capace, chiama qualcuno, farai un pasticcio” eccetera. Non lo fanno per cattiveria, ripetono queste cose anche a loro stessi, ogni volta che devono intraprendere qualcosa, sono sempre insicuri. Ma io non sono così.

Voglio provare a fare le cose, e se sbaglio pazienza, imparerò e farò meglio la prossima volta. Non sapete che lungo percorso ho dovuto fare nella mia vita per arrivare a dire “Se sbaglio, pazienza, imparerò”. La mia casa è la prova definitiva che ci sto riuscendo. Mi sto liberando da tutti quei condizionamenti che per tanto tempo mi hanno frenata e ostacolata, sento dei pesi enormi scivolare dalla mia testa. Sento che sono capace di vivere seguendo le mie inclinazioni. Ecco cos’è questa casa per me.
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categoria:la casa nuova
domenica, 14 giugno 2009

La legge del più forte


Stamattina ero al parco vicino a casa. Avevo trovato una panchina collocata in posizione strategica: le fronde degli alberi intorno, arrivando fino a terra, creavano una cupola verde che proteggeva la panchina dal caldo e dagli sguardi altrui. Potevo respirare l’aria fresca e profumata e dedicarmi in pace alla lettura del libro che avevo portato con me. Ma a un tratto, mentre i miei pensieri si intonavano con l’armonia della natura che mi circondava, involandosi eterei, sono stata richiamata alla dura realtà dal pianto di un bambino e dagli improperi di un padre. Non riuscendo a ignorarli ed essendo comunque ora di tornare a casa, mi sono alzata e uscendo da quell’oasi di pace mi sono trovata davanti una scena alquanto inconsueta, tanto che, non essendoci abituata, ci ho messo un po’ per capire che non si trattava di un gioco o di uno scherzo: un omaccione sculacciava il figlioletto (che avrà avuto a malapena tre anni), ma non una o due volte (come può anche capitare), no, più e più volte; anche quando il bambino ormai gli camminava arrendevole al fianco quello continuava con gli scapaccioni. Non forti da fare troppo male, no, ma violenti; erano un chiaro sfogo: qualunque capriccio il bambino avesse potuto fare (probabilmente non voleva tornare a casa per restare sull’altalena), la reazione del padre andava molto oltre quel capriccio, sembrava uno al quale fosse saltato il tappo della rabbia repressa e questa scorresse tutta fuori senza freno.

Ma il peggio doveva ancora venire: un altro padre non molto distante gli ha gridato:

“Ehi, adesso basta picchiarlo, calmati!”.

Il picchiatore si è girato come una belva e si è messo a urlare degli insulti irripetibili verso l’altro; altre voci lo hanno invitato con pacatezza a calmarsi e ragionare, facendogli notare che aveva perso lucidità, ma quello era ormai fuori di sé, addirittura si è messo a correre verso il primo che gli aveva rivolto la parola, per picchiarlo. La gente lo ha bloccato e fatto ragionare. Tutto questo davanti al bambino, rimasto solo in mezzo al prato mentre il padre dava brutta mostra di sé. Mentre tornava verso il figlio, sempre imprecando contro gli altri, ma a bassa voce, tutti gli sguardi delle persone presenti (me compresa) lo hanno squadrato con disapprovazione. Aveva gli occhi di tutti addosso e li ha avuti finché non è scomparso dalla vista.


Questo piccolo episodio mi ha lasciato un senso come di spavento, sul momento. Mi sono resa conto che da anni e anni non vedevo un bambino preso a sculacciate. Io stessa sono caduta vittima di scapaccioni solo due volte in vita mia, e perché avevo portato mio padre a un punto di esasperazione obiettivamente esagerato. Ma dopo mi ha chiesto scusa e si è messo a piangere, più disperato di me. E dopo ancora, abbiamo parlato e ci siamo spiegati. Lui mi ha spiegato che anche se ero una bambina piccola lui non aveva nessun diritto di alzare le mani su di me, neanche a fin di bene, neanche se mi ero comportata molto male. E questa lezione (che bisogna sempre spiegarsi a parole e mai con la violenza) mi si è incisa nella testa come poche altre. Ero fiera che mio padre avesse riconosciuto un suo errore, anche se aveva ragione a essere arrabbiato con me.

Vedendo quell’uomo picchiare quello scricciolino in quel modo mi sono resa conto che picchiare un bambino non serve a niente. Gli mostri solo che sei fuori controllo, che non sai gestire le tue emozioni, che non hai la situazione in pugno, che sei uno sconfitto. Non gli dai una lezione, gli instilli a tua volta rabbia repressa. Rabbia che prima o poi esploderà. Poi con tristezza ho pensato che quando queste cose avvengono in pubblico, come oggi, c’è un forte controllo sociale che interviene prontamente; ma nel chiuso delle quattro mura domestiche, purtroppo, questo controllo non c’è. In certe famiglie vige la legge del più forte (fisicamente) sul più debole. Che amarezza.

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categoria:crudeltĂ , guerra civile familiare
domenica, 07 giugno 2009

Il voto utile


Sabato pomeriggio: indegnamente stravaccata sul divano guardo fuori dalla finestra il cielo azzurro e le fronde agitate da un vento tiepido e mi dico: Quasi quasi potrei andare a votare adesso, così me la sbrigo subito. Detto fatto, mi alzo, mi do un’occhiata allo specchio e penso: A quest’ora non ci sarà nessuno, la gente ci andrà domani, non sto a cambiarmi. E così esco da casa con indosso pantaloncini dei tempi delle medie più magliettazza da combattimento e scarpe da tennis.
Avrei già dovuto insospettirmi quando, passando davanti al circolo Arci, ho visto la pista di bocce insolitamente deserta (di solito è affollata di umarells infervorati nel gioco, tra giocatori e spettatori), come anche avrebbero dovuto mettermi sull’avviso gli orti stranamente spopolati (qui a Bologna il comune, se un/a vecchio/a lo vuole, gli dà un orto da coltivare... e mooolti vecchi lo vogliono). Invece imperterrita ho proseguito fino alla mia ex scuola elementare, dov’era la mia sezione di voto. Ecco. Bene. Sono entrata e ci ho trovato mezzo quartiere. Essendo stata adocchiata contemporaneamente da almeno tre persone che mi salutavano da lontano, non ho potuto battere in ritirata. Così ho salito le scale, scambiato cenni di saluto e raggiunto la mia sezione: e qui, una coda di gente, tra cui la Rosa, la Rosy (mia dada di quand’ero piccola), la Giulia (una compagna di scuola che ha sempre sognato di diventare stilista e che forse, mentre mi squadra dall’alto in basso, riconosce perfino i miei pantaloncini delle medie), tre Luca (tra cui un mio cugino), i genitori della mia migliore amica, la mia maestra delle elementari con suo marito… insomma tutti. Tutti venuti con la convinzione di non trovare nessuno e fare in fretta (e tutti comunque vestiti meglio di me).
L’attesa si preannuncia particolarmente lunga anche perché arrivano vecchi in carrozzina, vecchi pencolanti su bastoni o stampelle, un vecchio con una specie di sondino infilato nel naso… a tutti costoro, ovviamente, viene data la precedenza, come arrivano entrano. Intanto in coda si comincia a chiacchierare, e dopo un po’ scopriamo che voteremo tutti allo stesso modo; anche chi aveva fatto un pensierino sul votare una qualche minima variante rispetto all'ortodossia conclamata si riallinea al pensiero del voto utile. A questo punto, accertata una tale unità d’intenti ed esauriti i vari convenevoli, il leitmotiv della conversazione diventa: “Speriamo di vincere al primo turno”. Credo di avere sentito pronunciare, in quella mezzora di attesa, questa frase in tutte le possibili sfumature e declinazioni.


Finalmente arriva il mio turno, do tessera e carta d’identità e mi ritrovo in mano quattro schede di cui una – quella del comune – sembra un lenzuolo matrimoniale. Mi ritiro per votare, estraggo dalla tasca il mio foglietto su cui ho scritto i vari cognomi per le preferenze, e comincio a compilare: scheda per il presidente di quartiere, scheda per il comune, per la provincia e per il parlamento europeo.
Non so perché al momento del voto vengo sempre presa da un’ansia da competizione per cui devo essere velocissima, ho questa sindrome da Voto più veloce del nord-est, quindi segno, scrivo, controllo di aver comunque segnato il simbolo giusto, piego ogni lenzuolo con grande destrezza, esco e con immenso orgoglio (per l’avere votato, non per la velocità) infilo personalmente le quattro schede nelle rispettive urne.
La signora anziana che mi restituisce i documenti esclama compiaciuta: “Soccia*, che velocità!”, al che io rispondo: “Eh, mi ero preparata a casa!”. E un’altra vecchia, di rimando: “Eeeeehhh, quando c’è la giovinezza…”. Esco compiaciuta; intanto perché realizzo che finché circoleranno anziani di quell’età io anche tra dieci anni sarò ancora definita una giovincella; ma soprattutto mi si estende un gran sorriso sul viso perché anche stavolta, come sempre, ho dato il mio voto; è solo un piccolo voto tra altri milioni (o centinaia di migliaia, nel caso delle amministrative), ma è comunque la mia opinione. Votare è il mio antidepressivo preferito, è una delle cose che mi riempie il cuore di gioia. Di sicuro, almeno in questo senso, mi è utile, eccome.

Mi spiace solo che la mia circoscrizione sia il nord-est; al nord-ovest si è candidata, per il parlamento europeo, una delle mie scrittrici preferite: Bianca Pitzorno, nelle liste di Sinistra e libertà. Per lei avrei davvero trasgredito alla regola del voto utile, non avrei esitato a votarla. Spero che ce la faccia, perché fa parte di quelle persone serie e preziose che non si fanno eleggere per “entrare in politica”, ma perché hanno degli ideali da portare avanti. Buon voto a tutti, scoraggiati compresi, e speriamo in bene…

 

 

*Colorita espressione bolognese decisamente poco raffinata ma molto usata e da pronunciarsi con la S più grassa e pastosa che si possa immaginare.
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categoria:politica, attualitĂ , figuracce
martedì, 02 giugno 2009

Della nemesi di Super Mario e del pagare felici

supermario

Entro l’estate, se tutto va bene (ma si procede con lentezza), lascerò, stavolta definitivamente, casa dei miei e mi sistemerò in un appartamentino tutto mio, denominato per ora “la casaccia” in quanto al momento è fonte più di preoccupazioni e dispendio di risorse monetarie e mentali che non di soddisfazione. Ma confido che presto potrà tramutarsi nella mia “casetta”, nel mio nido. Come al solito sono nel vortice degli idraulici, dei preventivi e della mia ignoranza nelle questioni tecniche. Nel caso dovessi rinascere e decidere in quale persona reincarnarmi, come nel mito platonico, sceglierò di essere un idraulico, nella prossima vita. O forse questo accanimento idraulico è una sorta di contrappasso per avere giocato troppo a Mario Bros (il “mitico” super-idraulico della Nintendo, cui tante ore della mia vita ho dedicato, da sola e in compagnia. E ogni tanto ci gioco ancora…).

Fatto sta che – colmo dei colmi – venerdì mattina cos’ho trovato nella posta? Una bolletta dell’acqua. Precisamente la Prima Bolletta, quella con le spese per l’avvio dell’utenza e la prima lettura. Da un lato ho riso acida: comincerò a godermi quella casa tra mesi ma devo già pagare le bollette prima ancora di insediarmici. Poi però, nel leggere il mio nome e cognome accanto a quello che sarà il mio nuovo indirizzo, ho anche provato una certa emozione. Mercoledì l’impiegato dell’ufficio postale da cui mi recherò avrà la piccola sorpresa di vedere un’utente felice di pagare una bolletta. Sento già il sorrisone pronto a esplodere nel momento in cui stringerò al cuore la ricevuta a esborso effettuato. Dopodiché ricomincerò a preoccuparmi per i soldi che non ho (secondo voi la Crisi avrà mai potuto risparmiare i fumetti coreani? Direi proprio di no!).

 

P.S.: scusate la presenza discontinua (o meglio, diciamo pure l’assenza) ma sto attraversando un periodo di ridefinizione di tutta la mia vita e in più mi è venuta la demotivazione verso la scrittura bloggheresca e forse anche verso la scrittura in quanto tale e verso la maggior parte delle cose esistenti su questa terra. Ma forse è solo il disgusto per il fatto che le uniche offerte di lavoro provengano da call-center, inferni terreni a cui ho già dato due anni di schiavitù in tenera età e in cui non voglio ritornare neanche per un mese. Vedo tutto nero, e alla fine del tunnel, un call-center. L’altro giorno ho letto la seguente affermazione: “Chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia”.  Confido nella mietitura.

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categoria:felicitĂ , uomini al lavoro
sabato, 25 aprile 2009

I nostri litigiosi 25 aprile

 

staffetta






Nella foto: una giovane staffetta partigiana fotografata con la sua fedele bicicletta: sarei stata capace di essere al suo posto, se fossi vissuta allora?

 

 

 

 

 

 

 

Fin da quando ero piccola, le storie relative alle due guerre mondiali, alla vita sotto la dittatura fascista e alla resistenza contro l’orrore nazifascista, mi hanno sempre appassionata. Soprattutto quelle raccontatemi a voce dai parenti anziani e dai vecchi del quartiere, uomini e donne che avevano vissuto in prima persona, giovani adulti o ancora ragazzini/e, quegli anni tremendi. Mi è sempre piaciuto anche studiare le stesse vicende sui libri, e Le lettere dei condannati a morte della Resistenza europea è uno dei libri che mi hanno molto segnata, nel corso della mia formazione come cittadina, oltre che come persona. Ci aggiungo sicuramente anche le testimonianze raccolte da Nuto Revelli, altre pietre miliari per me.

Tutte queste vicende non sembrano poi così lontane, in realtà sono inscritte nella memoria visiva, oltre che in quella orale, del territorio in cui vivo, per certi versi ci sono cresciuta dentro. Vicino a casa mia c’è da un lato il cimitero dei polacchi e degli inglesi (cioè i soldati alleati che entrarono a Bologna per liberarla, morirono per noi e sono sepolti qui; questa cosa fin da piccola mi ha sempre fatto molta impressione, perché sono soldati morti per noi e restano sepolti in una terra straniera), dall’altro ogni due passi c’è un cippo con su scritti i nomi dei partigiani caduti per la libertà in quel punto esatto. Quando andavo a scuola ne incontravo due, oggi per andare in casa editrice ne incontro un altro. E quante sono le lapidi che nelle strade del centro rimandano ad analoghi elenchi o ricordano che in quel punto avvenne la tal battaglia o il tale eccidio!


Mi sono sempre chiesta se, se fossi vissuta allora, sarei stata capace di fare la scelta giusta. Non un dissenso silenzioso, ma una resistenza attiva, a rischio della mia vita. Conoscendomi per come sono ora direi di sì perché per me la vita ha senso solo se hai dei valori grandi per cui potresti anche sacrificarla, però è anche facile dirlo stando davanti a un pc. Tra i miei parenti da parte di padre, diversi ne furono capaci e divennero partigiani. Invece i miei parenti da parte di madre erano in parte fascisti, in parte disinteressati, che era come dire fascisti ma “passivi” (sto parlando ormai di nonni/e e bisnonni, prozii/e, molti dei quali ormai morti).

Per questo, il 25 aprile a casa mia è uno stress. Mia mamma quando era piccola sentì dire da suo nonno che i partigiani erano i responsabili indiretti delle rappresaglie contro i civili (nella nostra regione, come in buona parte del Nord Italia, ci furono eccidi atroci da parte dei tedeschi, che ancora oggi restano una ferita aperta, e stragi spropositate). Da allora questa cosa le è rimasta incisa nella testa. Sapete come accade da piccoli: si orecchiano discorsi e si prende per oro colato tutto quello che esce dalla bocca degli adulti. Certe cose, è vero, ti restano più impresse di altre e sono davvero difficili da abbandonare, anche di fronte all’evidenza. Ammettere che anche i propri genitori possono avere torto è un passo così grande che compierlo è davvero complicato. Ciò non toglie che ormai, alla sua età, mia madre dovrebbe essere in grado di distinguere tra quella che era pura propaganda ideologica (cioè una balla fascista) e quella che è la verità storica. Tanto più che ormai sono passati più di 60 anni. Lei, nata negli anni '50, era ben lungi dal venire al mondo quando succedevano quelle cose, non ha neanche la scusa di essere stata emotivamente coinvolta, come poteva averla suo nonno, che dopo la guerra ha perso tutto. E così, morale della favola, anche oggi ho dovuto sopportare l’annuale litigio tra mio padre e mia madre sul senso del 25 aprile (gli altri anni partecipavo attivamente anch’io, rovinandomi la digestione, ma quest’anno sono stata capace di tenermene fuori, mettendo su un po’ di buona musica rock e alzando il volume onde coprire le urla dei genitori in guerra, tanto ormai le posizioni sono chiare e nessuno cambierà idea). Il litigio non verte ovviamente sul fascismo – mia madre non è fascista e concorda sul fatto che sia giusto festeggiare la liberazione dell’Italia dall’oppressione nazifascista – ma sulla bontà o meno dei partigiani: per mia madre dobbiamo ringraziare solo gli americani (e i loro alleati) per la liberazione del nostro paese, invece per mio padre, oltre agli americani, anche quei cittadini e quei militari italiani che si sono opposti ai fascisti e hanno lottato per il loro paese, anche ricorrendo a mezzi offensivi logicamente. Io sono d’accordo con mio padre anche se questi litigi mi sembrano una cosa da pazzi. Io non le capisco queste polemiche, quindi lasciamo perdere i miei genitori (che all'epoca dei fatti in questione non erano neanche nati) e le loro famiglie e parlo per me.

Io sono forse una povera pivella che, quando in quinta elementare la maestra spiegò il Risorgimento e le lotte per l’unità d’Italia, ho provato un’emozione e sono diventata patriota, patriota infervorata di Garibaldi e Mazzini e Cavour e di tutte le problematiche connesse all’unità d’Italia. Io che avevo la fissa dei romanzi d’avventura e delle grandi epopee, mi sembrava un po’ il nostro West.  Ho avuto questo imprinting, l’idea che uno deve amare il suo paese (ero, sempre in quinta elementare, una fanatica del libro Cuore, c’è stato un periodo in cui parlavo come Bottini e De Rossi e mi sentivo molto Garrone). Allora poi la Resistenza per me è stata la continuazione del voler bene al proprio paese al punto da esporsi, lottare e morire, ma non solo per un patriottismo stracco, ma in nome di un’idea di giustizia e di valori che dovrebbero fare parte proprio del nostro DNA e della nostra storia comune. Quindi non solo sono grata ai resistenti ma sono anche fiera che il nostro paese, pur dopo venti anni di dittatura, ne abbia prodotti. Sono i padri della nostra democrazia, cosa possiamo dire di male? Il fatto che ci siano stati talvolta degli eccessi non inficia l'importanza di un fenomeno così importante.
Per me il significato del 25 aprile sta nel chiedersi sempre se anche oggi siamo disposti a esporci e se saremmo pronti a pagare in prima persona per difendere dei valori forti e comuni, nel caso ce ne fosse bisogno. È l’importanza del saper “prendere parte” anziché restare a guardare il corso degli eventi; la lucidità e l’onestà di riconoscere che di fronte a certi scenari, esistono scelte giuste e scelte sbagliate; l’una non vale l’altra, anche se è importante capire le motivazioni di entrambe le scelte. Perché anche se situazioni così tragiche come quelle di allora non ci capiteranno (speriamo) più, è sempre importante stare allerta e pronti a difendere quei valori che, grazie al sacrificio di uomini e donne giusti, hanno poi potuto essere scritti nero su bianco sulla nostra bella Costituzione. Mi sembrano banalità, ma siccome in giro c’è gente (soprattutto giovani) che non sa neanche cosa si festeggia oggi, meglio una banalità in più che una reticenza. Meglio anche i litigi in casa mia: se non altro fin da piccola ho avuto ben chiaro cosa si festeggiasse in questa data!

 

Buon 25 aprile!

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categoria:mia mamma, resistenza, guerra civile familiare
mercoledì, 22 aprile 2009

L’esaurimento nervoso dei professori

Don Milani e i suoi ragazzi, nella loro Lettera a una professoressa, proponevano il celibato/nubilato come condizione ideale per gli insegnanti, in modo che questi potessero dedicarsi totalmente ai propri alunni.
Senza arrivare a simili eccessi, voglio però portare all’attenzione dei miei lettori una piaga che nei nostri tempi va sempre più aggravandosi: l’esaurimento nervoso degli insegnanti ricade pesantemente sui figli e sui coniugi degli insegnanti stessi. A loro sono riservate le urla e gli epiteti che l’insegnante non può pronunciare in classe, a loro vengono inflitte le bocciature peggiori, loro sono costretti a sottomettersi a quella rigida disciplina che l’insegnante non riesce più a imporre in classe.

Chi vive con un’insegnante sa, senza bisogno di chiederlo, quando si avvicinano gli scrutini o i collegi docenti o quando è tempo di correggere verifiche. Se per pranzo ti ritrovi un toast o un surgelato riscaldato in fretta, se la cestina dei panni da lavare strabocca e se non trovi una camicia stirata neanche rovistando in tutto l’armadio, se quando ti rivolgi alla persona in questione o non ti sente neanche o ti risponde con un ringhio, è uno di quei momenti.

Che dire, poi, della correzione a conduzione familiare delle verifiche e dei compiti in classe? Tutti i figli di insegnanti di lettere che io conosco sono forzatamente reclutati come consulenti nell’attribuzione di voti e giudizi; inutile dire che, dopo essersi spremuti le meningi nel decifrare calligrafie impossibili e nell’individuare contenuti spesso abilmente nascosti sotto nugoli di scempiaggini, il loro suggerimento non verrà comunque accolto. Ma ciò non toglie che interi pranzi e cene vengano impiegati nel discutere se il tale alunno meriterebbe un 5 o se non fosse meglio piuttosto, tenuto conto anche del voto dato al suo compagno nello stesso compito, un 5+. Questione di poco conto? Ma no, per un quarto di voto in più o in meno l’insegnante rischia di sollevare polemiche che tenderanno, nei casi più gravi, a espandersi oltre le mura scolastiche, finché un genitore che, poniamo il caso, non sa neanche cosa sia un “testo descrittivo”, si sentirà comunque in diritto di presentarsi al ricevimento dando dell’ignorante (ma anche molto peggio) all’insegnante stesso.


Mia mamma quest’anno deve fare i conti con una classe particolarmente contestatrice e con una preside che, pur di non fare cattiva pubblicità alla scuola, le dà tutte vinte ai ragazzi (anche quando hanno palesemente torto). Mia madre ha dovuto piegarsi a fare lezione di storia leggendo riga per riga il libro in classe perché così vogliono gli alunni. Quando ha provato a ribellarsi le hanno messo in classe un cosiddetto counsellor che controllava il suo operato per riferirlo alla preside. Non le è mai capitato di avere problemi con gli allievi in più di ventanni di professione e questa situazione la sta stressando molto (si è messa perfino a piangere davanti agli alunni!). Ma nessuno può capire quanto, di riflesso, sia stressata l’intera famiglia! Meno male siamo forti, ma qui, tra progetti continui, verifiche formative e sommative, studenti riottosi e genitori minacciosi, le famiglie rischiano di entrare in crisi! Ci vorrebbe un counsellor anche per le famiglie dei docenti. Aiutooo!!!

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categoria:mia mamma
venerdì, 10 aprile 2009

Passioni

Avevo appena ricominciato a scrivere sul blog, ma il terremoto mi ha tolto le parole. Scrivere dei post come se non fosse successo niente, non ci riesco. Voglio almeno lasciare passare la Pasqua.

Intanto segnalo le parole forse più belle che ho letto in questi giorni, scritte
qui da un amico che la settimana prossima si recherà in Abruzzo come volontario (richiamato dalla Protezione civile) e che, mentre scalpita per partire, non lascia che l’attesa passi invano. Quello che mi piace delle sue parole è che vanno a toccare delle corde sensibili, credo, in ognuno di noi: tutti, di fronte a certe immagini, avremo provato il desiderio di potere andare lì ad aiutare. Ma non ci si improvvisa volontari, quindi se la prossima volta vorremo essere pronti, la cosa migliore che possiamo fare è iniziare adesso, iscrivendoci per esempio a un’associazione di soccorso, venendo formati e cominciando a dare una mano nella nostra città, come fa appunto Massimo che lavora come volontario sulle ambulanze.


Oggi è anche Venerdì santo, un giorno (l’unico, forse) in cui disperare è lecito; viene ricordata l’atroce sofferenza e la morte di Gesù. Pensate che stasera, in Chiesa, assisterò, come ogni anno, a questa scena: nel silenzio dei presenti, il prete (aiutato dai diaconi) prenderà tra le mani un crocefisso grandissimo (a grandezza umana) e innalzandolo, attraverserà tutta la chiesa cantando: “Ecco il legno della croce, da cui pende il salvatore del mondo”. Il contrasto tra questa frase e quello che vedo (un Gesù sanguinante e impotente inchiodato a una croce) mi manda sempre in tilt il cervello, ogni volta, è proprio una sensazione fisica quella che provo, difficile da sopportare! Come fa uno a salvare il mondo se è lì nudo su una croce? Vi assicuro che “vederla”, questa contraddizione, è diverso rispetto al pensarla. Mi sembra davvero una beffa crudele e cui è stupido credere, come mi sembra crudele un terremoto che uccide a caso (meno incomprensibile, purtroppo, e da punire, mi pare invece l’incuria di chi costruisce case di sabbia in una zona altamente sismica).


Ieri, infine, ricorreva l’anniversario della morte di
Dietrich Bonhoeffer, che considero uno dei miei “padri ispiratori”, ucciso dai nazisti il 9 aprile 1945 nel lager di Flossenburg. Bonhoeffer era un uomo che amava tantissimo la vita, in tutte le sue dimensioni, amava il mondo anche nei suoi aspetti materiali, amava la cultura e la buona musica, amava la sua fidanzata, si immaginava marito e padre, conosceva la pienezza della vita e vi aspirava; era un uomo giusto che avrebbe potuto “starsene tranquillo” mentre il mondo cadeva a rotoli (apparteneva alla buona borghesia tedesca e nessuno gli avrebbe torto un capello se si fosse fatto i fatti suoi) e invece ha deciso di resistere, portando avanti le sue idee opposte a quelle del Terzo Reich nel quale gli è toccato di vivere, arruolandosi poi nel gruppo che il 20 luglio 1944 cercò, fallendo, di abbattere il tiranno. Chiuso in carcere per due anni e poi umiliato e ucciso, ha lasciato la sua testimonianza di uomo libero nelle lettere che scrisse a parenti e amici, raccolte nel libro intitolato Resistenza e resa, edito dalla casa editrice San Paolo, la cui lettura consiglio caldamente (lo troverete sicuramente anche in biblioteca), da cui copio questo stralcio significativo in un giorno triste come questo.


Essere pessimisti è più saggio: si dimenticano le delusioni e non si viene ridicolizzati davanti a tutti. Perciò presso le persone sagge l’ottimismo è bandito. L’essenza dell’ottimismo non è guardare al di là della situazione presente, ma è una forza vitale, la forza di sperare quando gli altri si rassegnano, la forza di tenere alta la testa quando sembra che tutto fallisca, la forza di sopportare gli insuccessi, una forza che non lascia mai il futuro agli avversari, ma lo rivendica per sé.

Con queste parole vi auguro di trascorrere una Pasqua felice! AUGURI a tutti, e a presto con i miei soliti post stupidini!

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categoria:morte, attualitĂ , bonhoeffer, uomini al lavoro
domenica, 29 marzo 2009

Orecchiando qua e là

Giovedì ero a Forlì dal mio super amico (già che c’eravamo, ne abbiamo anche approfittato per visitare la mostra dedicata ad Antonio Canova) e in pizzeria, mentre pranzavamo, un ragazzo si è seduto al tavolo vicino al nostro, ha chiamato un amico al cellulare e si è messo a parlare con grande entusiasmo. Be’, naturalmente non potevo non sentire… e così questo ragazzo, dai capelli corti e dal marcato accento romanesco, si è rivelato essere uno dei numerosi “pellegrini” che si recano con devozione nella vicina Predappio (paese natale di Mussolini) facendone la sua fortuna economica; costui per esempio era tutto su di giri per avere acquistato, oltre a numerosi braccialetti tricolori per sé e per gli amici rimasti a casa, un bel busto del Duce (brrr! Che paura pensare di voltarmi, per esempio, nel salotto di casa, e trovarmi a tu per tu con quel mascellone dallo sguardo cattivo! Cioè, se anche fossi una sua tardiva seguace, mi inquieterebbe lo stesso perché, diciamocelo, era proprio brutto e s’imbruttiva ulteriormente con quell’espressione ridicolmente feroce!). Bene, comunque avete capito il tipo. Dopo un po’, parlando col mio amico, stavo commentando il testo di questa canzone di Arisa, che nei commenti a questo post è stata criticata da alcune signore (e un paio di signori) snob come esempio di proposta retriva e stereotipata sul ruolo della donna eccetera (cioè, è una canzonetta che racconta una storia, non un manifesto, vorrei sottolineare). Be’, io dicevo al mio amico che non capisco perché, per essere donna emancipata, dovrei desiderare di vivere in una stamberga, sola, depressa e senza uno straccio d’uomo e di calore familiare anziché vivere serena col mio lavoro, la mia casetta con angolo cottura, una bella famigliola e magari un giardinetto fiorito. Questo m’impedirebbe forse di essere sensibile – chessò – ai problemi della donna nel mercato del lavoro o alla condizione degli immigrati nei cosiddetti CPT sparsi nel nostro Bel Paese? Ma no, direi anzi che se fossi una donna ferocemente in carriera sarei sensibile più che altro a me stessa e ben poco incline a considerare tutto il resto, proprio come chiunque sia ferocemente in carriera, per esempio. Mi dà un gran fastidio che, ancora nel 2009, se una donna dice che sogna di avere una famiglia e una casetta (il che non esclude che sogni anche qualcos’altro) c’è sempre la cinquantenne di turno (se non lo è anagraficamente lo è mentalmente) che col dito puntato accusa l’umile sognatrice di essere una frustrata repressa donnetta da poco. Fatto sta che al termine del mio discorso, il giovane fascista del tavolino accanto ha esclamato: “Parole sante!”. Ci son quasi rimasta un po’ male, anche se mi scappava da ridere…

Comunque, il discorso su Arisa era partito dalla canzone “Sincerità”, trasmessa dalla tv del ristorante, e da questa mia afflitta constatazione: allora, ascolto musica di qualità, cantautori stratosferici le cui canzoni canto a tutto spiano quando le ascolto allo stereo, ma basta che alle mie orecchie giungano casualmente le semplici, banali, filastroccose note di “Sincerità” (trasmessa ovunque) ed ecco che per tutta la giornata mi ritroverò a canticchiare senza neanche accorgermene e senza riuscire a fermarmi questa stregata canzonetta! Come può essere? Aiuto!!!

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categoria:musica
sabato, 07 marzo 2009

Incolume al traguardo

La prima a cadere è stata proprio la prof. relatrice della mia tesi, dieci giorni fa: un braccio rotto. Poi è stata la volta di mio cognato, ricoverato improvvisamente in ospedale a Londra (diagnosi ancora in corso di definizione). Nel frattempo mia mamma si è ritrovata con i legamenti del ginocchio fuori uso. E proprio due notti fa il mio amico del cuore è stato semi-annientato da un virus gastrointestinale così aggressivo da spedirlo in ambulanza al pronto soccorso. Perciò i giorni precedenti alla mia laurea sono stati scanditi da bollettini medici, telefonate angosciate via skype con mia sorella a Londra alle dieci di sera (quando tornava dall’ospedale), messaggi traboccanti d’angoscia con l’amico ricoverato, trepidazione per la mia stessa salute (In questa ecatombe, riuscirò io ad arrivare sana al traguardo? Poi possono anche venirmi dieci virus tutti insieme, mi ripetevo). E così io, che non ero minimamente ansiosa per la laurea, ho passato una settimana ad angosciarmi invece per la salute di tutti; perfino di notte sognavo tutte queste persone (compreso mio cognato che finora ho visto solo in fotografia).

L’unico valido rimedio per alleviare lo stress è quello ormai collaudato: mettere su della musica e cantare. Mi alzavo al mattino e cantavo, cantavo nel pomeriggio e gorgheggiavo la sera prima di addormentarmi (dopo la tragica telefonata serale con ennesimo bollettino medico; per fortuna sembra che il peggio sia scongiurato).

Cantare (muovendosi a ritmo o ballando, a seconda del pezzo) aiuta a regolarizzare il respiro e il ritmo cardiaco, a far circolare un po’ d’allegria in corpo e a distrarre neuroni ingarbugliati su se stessi a forza di concentrarsi sul peggio. Il risultato è stato che finalmente stamattina – 7 marzo 2009 – mi sono presentata in piena forma psicofisica di fronte a una commissione che dopo avermi ascoltata mi ha proclamata ufficialmente “dottoressa”. Ma a questo punto, a forza di cantare, potrei pure presentarmi a un provino per X-Factor!

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categoria:felicitĂ , malanni
giovedì, 05 marzo 2009

C’è grossa crisi

Vi ricordate Quelo, il personaggio di Corrado Guzzanti? Quello del “C’è grossa crisi” e “La seconda che hai detto?”. Bene, come sappiamo, anche oggi, a distanza di più di dieci anni, c’è grossa crisi e devo dire che c’è grossa crisi anche in me. Mi sento anche un po’ in colpa perché questo dovrebbe essere un periodo in cui dovrei sprizzare gioia da tutti i pori e invece non ci riesco, sono a terra, non ho entusiasmo, non riesco neanche a scrivere mail o venire sui blog perché mi sento triste e sconfortata, che ci posso fare? Credevo di avere trovato quell’amicizia che cercavo da tutta la vita e invece manca il coraggio (non in me) di vivere un sentimento in profondità. Chissà, forse questa idea dell’amicizia come sentimento assoluto, più puro anche dell’amore, è un’illusione che è sbagliato coltivare o un concetto buono per i libri dei filosofi (penso ad Aristotele e Seneca, per es., a tutte le belle pagine che hanno dedicato a questo sentimento e che mi sono bevuta con entusiasmo). O forse quel tipo di amicizia totale che si vive durante l’adolescenza è solo una caratteristica di quell’età ed è inutile e immaturo ricercarla anche durante l’età adulta (penso a com’è cambiato il rapporto – pur restando saldo – con le amiche con cui sono traghettata dall’adolescenza all’età adulta). So una cosa: non mi piacciono quelle persone che, crescendo o invecchiando, diventano nichiliste nel modo di concepire i sentimenti. Per esempio quelle donne che, attorno ai quarantanni, cominciano a parlare male degli uomini in generale o delle amiche. Quelle persone che la sanno lunga e in realtà mascherano – forse anche a se stesse – i loro personali fallimenti nei rapporti umani nascondendosi dietro affermazioni ciniche e disilluse. Piuttosto che diventare così preferisco soffrire cento e cento volte, crederci sempre e restare delusa e ricrederci ancora. Però è comunque molto triste, ecco. Mi sento in una bolla d’incertezza e mi chiedo come reagire. Come dite? La risposta è dentro di me? Sì, ma – come direbbe Quelo – «però è sbagliata»!

Aggiornamento: Be’, forse sono stata un po’ troppo catastrofica e frettolosa (diciamo che attraverso un periodo di particolare insicurezza)…  l’allarme è più o meno rientrato. Ma il post resta perché una riflessione sull’amicizia non è mai fuori luogo…

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categoria:spleen