lunedì, 05 maggio 2008

L’indirizzo ce l’ho…

[rintracciarti è un gran problema…]

Sono reduce da un tremendo stress, adesso mi sfogo, così vi spiego anche come sia possibile peggiorare una situazione mentre si sta cercando di migliorarla… eh eh, io, modestamente, sono una specialista in questo genere di cose!

Dovete sapere che i membri della mia famiglia non sono accomunati da niente se non dall’affetto reciproco e da una profonda avversione verso l’automobile. Mia madre ha la patente ma non l’ha mai usata, mia sorella ce l’ha ma non guida quasi mai, io non ho la patente. L’unico motorizzato è mio padre, il quale però odia guidare e usa la macchina solo quando è assolutamente costretto. In pratica, l’automobile viene utilizzata per piccoli percorsi ben conosciuti (tipo per accompagnare mia madre alle visite mediche o al centro commerciale) e, una volta l’anno, per andare a Riccione.
Per tutti gli altri spostamenti vengono usate le gambe, la bicicletta e i mezzi pubblici. E viviamo benissimo.

MA… l’imprevisto può sempre capitare! E, quando capita, mio padre rischia il collasso, l’infarto e la morte sul colpo. Ecco perché di solito l’unica a infliggergli tali colpi è mia madre – con le sue pretese di essere accompagnata dappertutto – mentre io e mia sorella abbiamo pietà e ci organizziamo in altro modo, anche a costo di percorrere itinerari scomodissimi e arzigogolati con i mezzi pubblici nonostante in automobile impiegheremmo un terzo del tempo. Pur di non vedere mio padre strangolato dall’angoscia sono pronta a sacrificarmi (o a prendere la patente, incubo che prevedo di dover affrontare a breve).

Anche stavolta ho cercato in ogni modo di evitare il ricorso al mio povero genitore ma purtroppo non ci sono riuscita. Non sto tanto bene e ho dovuto prenotare con urgenza delle analisi del sangue. Pensate che in tutta Bologna e provincia non c’è posto fino al 12 maggio! Siamo tutti molto controllati a livello di salute, devo pensare… L’unico posto libero era mercoledì (dopodomani) a Bentivoglio, un paese della provincia. Messa alle strette, ho prenotato l’appuntamento, pensando: male che vada prenderò una corriera. Ma poi ho scoperto che le corriere passano a orari assurdi, e io mercoledì devo anche andare a Rimini, quindi era impossibile ricorrere alla corriera e perfino un amico che si era reso disponibile ad accompagnarmi ha scoperto di avere un impegno proprio mercoledì, quindi… mi son sentita morire.

Ho perso mezza mattina a trovare su internet tutti gli itinerari più facili e lineari per arrivare a Bentivoglio, dopodiché, armata di cartine, mappe stradali, satellitari e astrali, ho bussato allo studio del mio ignaro padre e, esordendo con un
– Papi, non preoccuparti, è tutto programmato e facilissimo! –, gli ho poi comunicato la ferale notizia.

Sbiancamento improvviso del volto, contrazione dei lineamenti in una maschera d’angoscia, espressione spersa all’idea che proprio io – la figlia che non lo mette mai in questi guai – lo gettassi in un simile incubo…

Superato lo shock, gli ho indicato, col dito sulla mappa e con mille spiegazioni dettagliate, il percorso nel modo più preciso e rassicurante; gli ho garantito che sarò un Secondo impeccabile, aguzzando la vista per individuare i cartelli direzionali a grande distanza (farò finta di non essere miope!) in modo da comunicargli con largo anticipo quando deve svoltare (perché fondamentalmente è questo il suo problema, quello di trovarsi sperduto in un dedalo di strade sconosciute a riflettere su dove svoltare mentre una fila di automobilisti impazienti strombazzano e lo mandano a quel paese per la sua indecisione); gli ho ricordato che io, al contrario di mia madre, non gli metto ansia, comprendo il suo blocco psicologico (è normalissimo avere un blocco psicologico!, ho garantito) e che se anche sbagliassimo strada o ci ritrovassimo ad affrontare trenta volte la stessa rotonda o a dover rientrare in tangenziale per dieci volte per non avere imbroccato l’uscita giusta non mi scomporrei minimamente, non ci sarebbe nessun problema, arriviamo quando arriviamo, non ci corre dietro nessuno… be’, alla fine mi sembra che si sia calmato. Sono io che ora sono ansiosa, agitata e angosciata! Tutto ciò mi ha messo in una situazione di stress incontrollabile e, stando già poco bene, lo stress è la prima cosa da evitare, nel mio caso. Quindi, col senno di poi, traggo la conclusione che sarebbe stato molto meglio pazientare e prenotare gli esami il 12 ma stando col cuore tranquillo, piuttosto che riuscire a fissarli presto ma creando tutto questo scombussolamento psicologico a mio padre, scombussolamento che, come un boomerang atomico, si è completamente ripercosso su di me perché mi è dispiaciuto averlo messo in ansia e perché lui mi ha trasmesso tutta quella tensione.

Bene, ora spero di calmarmi (e spero anche di arrivare mercoledì alle 8,15 all’ospedale di Bentivoglio… spero di non trascorrere quella mattina dispersa nella pianura padana con un padre fuori di testa rinchiusi nella nostra povera e innocente Punto).

Una cosa è certa: a mio padre occorrerebbe un navigatore satellitare, ma usando così poco l’automobile mi pare una spesa inutile, tuttavia, dopo questo episodio, ci faccio davvero un pensierino.

Voi avete qualche blocco psicologico? Vi auguro di no!

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categoria:paura
giovedì, 01 maggio 2008

Uomini e cani

L’amore per gli uomini che si attribuivano gli amanti dei cani gli appariva smentito dall’odio con cui lo negavano agli altri. E conosceva la loro insofferenza verso il visitatore impaurito dalla festosità dei latrati: quando sacrificavano l’essere più inerme, cioè il visitatore, imponendogli, se non di ricambiarla, almeno di subirla; e anziché frenare l’aggressività dell’animale, chiedevano all’ospite di vincere la paura. L’idea di legare il cane o di richiuderlo momentaneamente in una stanza non rientrava nell’orizzonte delle loro possibilità. E se l’ospite pallido la suggeriva, lo guardavano costernati, considerandola offensiva per la dignità dell’animale. A questo punto l’ospite ritornava a essere quello che il suo nome significava all’origine: il nemico. O si arrendeva ai latrati o si rivelava intollerante. Quanto all’esito di una scelta tra lui e l’animale non sussistevano dubbi: Almeno nell’intimo delle persone che si giudicavano sensibili.

G. Pontiggia, La grande sera

 
Due giorni fa, a Rimini, apprestandomi a entrare in ufficio, la mia collega mi avvisa che vi troverò un cane.
– Ma è buonissimo, non preoccuparti –, aggiunge.
Io invece mi preoccupo e infatti non faccio in tempo ad aprire la porta che il cane è già lì che scodinzolando mi si fa incontro, sicuramente con buonissime intenzioni, questo lo so ma non mi conforta. Non amo il contatto con gli animali (tranne chiocciole e cavalli), non ci sono abituata, sono schizzinosa e non credo nella bontà (né nella cattiveria) di codeste bestiole.

La mia teoria è: amici, ma a debita distanza.

Invece Filippo (così si chiamava questo cane grosso, dal pelo medio-lungo di color beige) non ne voleva sapere granché, della debita distanza. Abbiamo passato i primi minuti io a scappare e lui a inseguirmi intorno al tavolo finché la povera bestia non ha capito che proprio non ne volevo sapere di lui e – forse un po’ offeso?, penserebbe qualcuno – si è infine accoccolato a terra voltandomi le spalle con ostentazione e grande dignità.

– Senti, Filippo, devi scusarmi – mi sono ritrovata a dirgli (e non credevo alle mie orecchie) – non è niente di personale, credimi, tu sei sicuramente un cane fantastico perciò potrai compatire il mio cuore di pietra –.
Così dicendo mi sono messa al computer a lavorare. Il colmo è stato quando, essendo la mia collega uscita, sono rimasta completamente sola in compagnia di Filippo, il quale ogni tanto si risvegliava dal suo torpore abbaiando forte per qualche secondo e poi ritornando a tacere.

Immaginate il silenzio totale di una libreria deserta, interrotto a sorpresa dai poderosi latrati di un cane: il mio cuore è stato messo a dura prova, a ogni “risveglio” di Filippo facevo un balzo sulla sedia e emettevo un urletto di sorpresa, seguito da una risata (insomma, la cosa, vedendola dall’esterno, mi faceva anche ridere).

All’ora di pranzo le mie colleghe mi hanno telefonato per dirmi di raggiungerle al bar in piazza. Il cane doveva restare lì da solo, poverino. Al ritorno, dopo quasi due ore, Filippo era ancora lì, calmo e tranquillo. Davvero un bravo cane.

Sapete, io questa storia del “Non preoccuparti, è un cane buono” non la sopporto.
Prima di tutto noi non sappiamo cosa passa per la testa di un cane e non siamo in grado di prevedere i suoi comportamenti né possiamo presuntuosamente attribuirgli sentimenti umani.
Secondo, a una persona che nutre timore o diffidenza verso i cani, i cani sembrano tutti cattivi.
Terzo, buono o cattivo che sia, se voglio che il tuo cane mi stia alla larga, devi ascoltarmi (potendo) oppure persuadermi con gradualità, non impormi la belva perché è buono.

Una volta ho visto un tipo che spiegava con grande cura al suo cane che bisogna attraversare la strada sulle strisce pedonali guardando prima da una parte poi dall’altra. Povero cane.

Quando ero ragazzina c’è stato un periodo della mia vita in cui ero perennemente inseguita dal cane dei vicini di casa, il quale, appena adocchiava un bambino qualsiasi del caseggiato, si slanciava ringhiando alle sue calcagna con pessime intenzioni (non stupiamoci delle medaglie che vinsi in quel periodo nelle gare di corsa tra le scuole). Era tremendo voltarmi in corsa e scorgere, con la coda dell’occhio, le sue fauci a mezzo millimetro dal mio fondoschiena e – magari già al terzo o quarto giro dell’intero porticato – sentire il cuore sul punto di scoppiarmi in gola, le gambe cominciare a cedere e pensare: se mollo mi morde!, e allora percepire la cosiddetta forza della disperazione (esiste, altroché se esiste) sgorgare insospettata da qualche recondita profondità del mio corpo e restituire vigore alle gambe e lucidità alla mente, tanto da riuscire perfino ad accelerare o ad avere quel guizzo che mi permetteva di spiazzare momentaneamente la belva così da guadagnare quel terreno prezioso che mi avrebbe consentito forse di mettermi al riparo. La salvezza consisteva o nell’intervento dei padroni, accortisi finalmente di quanto stava accadendo, o nella fortuna che qualche inquilino uscisse dal portone nel momento in cui vi sfrecciavo davanti, in modo da potermici rapidamente infilare lasciando il cane fuori. Tutto ciò è durato anni.

Per fortuna, i padroni di quel cane non lo hanno mai definito buono

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categoria:crudeltà
venerdì, 25 aprile 2008

(R)onda  su (r)onda


tricolore

Che bello vivere in un Paese libero e democratico! Spesso, presi da vis polemica e scetticismo, ce lo dimentichiamo.
Grazie a chi ha combattuto per questo e auguri a tutti noi perché sappiamo sempre amare concretamente il nostro paese.

E ora, una nota curiosa. Probabilmente qualcuno troverà un lato drammatico in questa notizia ma a me sinceramente fa più ridere che altro. Vi copio le prime righe di un articolo di cronaca locale (tratto da “La Repubblica” di oggi) che si riferisce, appunto, a Bologna:

A maggio partono le ronde targate Alleanza Nazionale, a giugno arriveranno le Guardie Padane della Lega Nord.

A settembre, dopo il bando pubblico, comincerà il pattugliamento delle ronde arruolate dalla giunta Cofferati.

Intanto continuerà il consueto “controllo” degli Assistenti Civici già reclutati dalla giunta Guazzaloca [la giunta precedente a quella attuale, nota mia]. E si prepara la controffensiva dei centri sociali, già pronti a fare “le ronde alle ronde”.

 Ehm… come dire… si salvi chi può!

Intanto, BUON 25 APRILE A TUTTI!

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categoria:curiosità, la mia città
martedì, 22 aprile 2008

Tutto è relativo

Mia nonna di 85 anni rifiuta di mettere le pantofole quando sta in casa perché dice che sono cose “da vecchia”.
A parte che non è vero ma, in ogni caso… se non si è (con rispetto parlando) vecchi a 85 anni, quando lo si è???

***

Giorni fa, mentre aspettavo un treno in ritardo, l’altoparlante ha annunciato che il treno Tal dei Tali era, per l’appunto, in ritardo di 45 minuti a causa di intemperanze di un passeggero a bordo (letterale). Tutto ciò mi è parso talmente buffo che mi è passato il nervoso per il ritardo (cosa diavolo avrà mai fatto un solo passeggero per causare un tale ritardo? Non riuscivano a tenerlo fermo in tanti contro uno? E a cosa mai era dovuta cotanta intemperanza? Boh!).

***

A tavola con mia sorella (la tv è accesa e stanno trasmettendo un servizio sul papa):
LINDA (addentando una fetta di pane): – Non mi piace questo papa –
IO (non avendo capito la sillaba finale): – Hai detto “pane” o “papa”? –
L: – Ho detto “papa” –
IO (sollevata): – Ah! Perché a me questo pane piace molto! –*

 

*(per inciso: a me non dispiace neanche questo papa).

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categoria:treni, curiosità
sabato, 19 aprile 2008

Le brave ragazze restano minorenni sempre

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Lunedì, ore 15: terminato l’ultimo giorno di laboratori a San Marino. Tutto molto bello ma anche terribilmente stancante; l’unico desiderio che al momento la mia mente riusciva a visualizzare riguardava il treno che mi avrebbe riportata a Bologna; la mia camera, il mio letto, una cena vera – dopo giorni passati pendolando avanti-indietro – mi sembravano più che abbastanza.
Il problema era arrivare alla stazione di Rimini, senza macchina, perché l’unica disponibile, usata nei giorni precedenti, non l’avevamo. Confidando fiduciose nella corriera, io e la mia collega Simona abbiamo raggiunto l’apposita fermata solo per scoprire che la corriera sarebbe passata alle 17,30 (due ore dopo: troppe).
Primo pensiero, dopo avere appurato che nessuno poteva venire a prenderci da Rimini: autostop. Certo, non l’avevo mai fatto in vita mia e proprio due giorni prima ero rimasta colpita dalla notizia della sventurata ragazza uccisa da un automobilista in Turchia ma, insomma, osservando tutte quelle automobili che sfrecciavano luccicanti in pieno sole verso la meta a cui agognavo, non mi sembrava un’eventualità particolarmente pericolosa.

Solo che sono troppo timida. Insomma, come faccio a mettermi sul bordo della strada col pollice alzato quando gran parte della mia vita viene quotidianamente spesa nell’evitare di attirare l’attenzione altrui o – orrore – di creare disturbo?

Per Simona valeva lo stesso. Eppure, quando abbiamo visto un automobilista accostare a pochi metri da noi per telefonare col cellulare, ci è sembrato quasi un segno del destino. Un po’ tentennanti ci siamo avvicinate ma proprio quando eravamo a portata di voce lui svelto ha rimesso in moto ed è ripartito rapido.

Che umiliazione! Voglio sperare che lo abbia fatto solo perché aveva finito di telefonare e non perché si fosse accorto delle nostre intenzioni.
Comunque, questo smacco – vero o presunto che sia – ha messo fine, ancor prima che iniziasse, alla mia potenziale carriera di autostoppista.

In mancanza di ruote, ci restavano pur sempre le gambe, e così eccoci camminare sul margine della superstrada che collega San Marino all’Italia, una strada ovviamente priva di marciapiedi e trafficatissima. Mi era venuto in mente che la sera prima, a casa di Simona, guardando il televideo avevamo proprio commentato con sdegno le notizie ormai ricorrenti sui pedoni uccisi dai pirati della strada anche quando camminano sul marciapiede o attraversano sulle strisce. Figuriamoci su una strada come quella che stavamo percorrendo.
– Ce la siamo proprio tirata! –, ha esclamato Simona.
Io ero troppo concentrata a pregare che non ci piombasse addosso un automobilista ubriaco, un camionista cocainomane o un raver inacidito e in ritardo; bah, alla fine sono tutti luoghi comuni, sai come sono i giornalisti!, mi sono detta, e questa affermazione stranamente è bastata a rassicurarmi un po’. In più morire per dei laboratori, per quanto belli, mi sembrava un po’ eccessivo.

Ovviamente, non pretendevamo di raggiungere Rimini a piedi; sapevamo che, una volta superata la dogana e giunte in territorio italiano, avremmo trovato il capolinea dell’autobus italiano che – ci auguravamo – sarebbe passato più frequentemente rispetto alla corriera.

Lungo il cammino cominciavano ad arrivarmi sul cellulare vari messaggi che mi comunicavano con toni più o meno drammatici, a seconda del mittente, i primi exit-poll delle elezioni. Be’, vi assicuro che in quel momento, tra camion che mi sfrecciavano accanto e una lunga strada davanti a me, se anche mi avessero annunciato che era scoppiata la terza guerra mondiale non l’avrei considerato un argomento prioritario; figuriamoci Berlusconi o Veltroni.

Giunte finalmente al confine abbiamo chiesto ai doganieri dove fosse questo benedetto capolinea ma non abbiamo ricevuto un grande aiuto, se non un vago “più avanti”. Chi ci ha dato l‘informazione giusta è stato, non a caso, un ragazzo straniero poco oltre (tra “poveri” fruitori di mezzi pubblici ci s’intende).
Finalmente, dopo pochi minuti d’attesa, è apparso dietro l’angolo il caro, desiderato autobus arancione. Ma non era ancora finita: una volta salite, abbiamo scoperto che non si potevano acquistare i biglietti a bordo (e neanche fuori, dato che eravamo in una landa desolata priva di tabaccherie).

Come forse potete immaginare, non sono di quelli che salgono sugli autobus senza biglietto. Sono di quelli che lo timbrano sempre e che passano il viaggio desiderando ardentemente che salga un controllore e faccia la multa a chi lo merita (cioè alla maggioranza), cosa che non capita quasi mai (sono un po’ cattiva, lo so).

Be’, ragazzi, scendere era fuori discussione. Ho fatto un viaggio da abusiva e m’è andata bene (se fosse salito il controllore l’unica volta che non avevo il biglietto credo che sarei svenuta).

Ora, questo autobus sembrava uno scuola-bus ma in versione terza età. Quando, dopo aver discusso con l’autista a proposito dei biglietti, mi sono voltata per andare a sedere, mi sono trovata davanti a queste file di posti da due, in gran parte occupati da anziani uomini che chiacchieravano ad alta voce tra loro e prima ancora che potessi afferrare esattamente le loro parole (metà delle quali in dialetto), ancora da prima, quando stavo parlando con l’autista e sentivo solo un vago frastuono alle mie spalle, avevo già comunque capito che l’argomento non era esattamente casto.
Quando io e Simona ci siamo sedute di fronte a un vecchio esagitato e l’amico alle sue spalle gli ha detto ridendo:
– Ehi, Armando, zitto che hai davanti a te due minorenni! – ho capito che avevo intuito giusto.
Armando naturalmente non aveva nessuna intenzione di zittirsi, anzi, affermando che, su quelle cose, le minorenni di oggi ne sanno più di lui e di tutti i suoi amici messi insieme, ha proseguito nella narrazione delle sue avventure giovanili nei bordelli. Simona ha pensato bene di introdursi nel discorso per spiegare le nostre vicissitudini in modo che, se fosse salito il controllore, avremmo avuto tutti i passeggeri dalla nostra parte. Si sono dichiarati in effetti tutti pronti a difenderci, nel caso. Dopodiché, venuti a sapere che io dovevo raggiungere la stazione per tornare a Bologna, Attilio (quello che prima si era preoccupato di non turbare due “minorenni”) mi ha chiesto se sapevo cosa c’era un tempo in via delle oche a Bologna. Sì, lo sapevo (c’era – indovinate cosa? – una serie di postriboli).

– Ma come? Una ragazzina così giovane? –, mi ha chiesto lui, stupito ma anche soddisfatto.

– Be’, non sono minorenne da poco più di dieci anni (ma grazie per averlo pensato!); conosco bene la mia città e la sua storia; Lucarelli ci ha pure scritto un romanzo, intitolato appunto Via delle oche –.

A questo punto, Attilio, incalzato dagli amici, stava per lanciarsi anche lui nella descrizione delle sue avventure in via delle oche (ci andava quando era militare), ma a un tratto ha guardato verso me e Simona e gli è venuta un’espressione un po’ contegnosa e ha detto:

– Be’, non sarete minorenni ma le ragazze serie è come se fossero sempre minorenni per tutta la vita –.

E così ha lasciato perdere le nostalgie di gioventù e si è messo a parlare di Berlusconi che stava vincendo, trascinando ben presto nella discussione l’intero autobus.

Questa frase me la segno!, ho pensato tra me e me. Non so, mi fa ridere, suona strana, tipica di una  mentalità vecchia, ipocrita e sorpassata… Comunque, quella delicatezza mi ha fatto piacere.

Per il resto, mentre attorno a me si alzavano discussioni e soprattutto invettive contro chi stava vincendo le elezioni (e Simona, che è di Verona, rideva, dicendo che se fossimo state su un autobus del suo paese probabilmente avremmo ascoltato discorsi egualmente accesi ma in salsa leghista), io mi sono accorta che fuori dal finestrino scorreva un paesaggio bellissimo. L’autobus si era inoltrato su per le colline e sotto ai miei occhi si stendeva la vivace, ondulata e colorata campagna romagnola, esaltata, quel giorno, dalla limpidezza dell’aria, del cielo e del sole. Uno spettacolo così – pensavo – valeva anche i 40 euro della eventuale multa.

Tra il paesaggio fuori, il periglioso cammino di prima e l’animato caos nel quale stavo viaggiando e al quale ogni tanto mi univo, mi sono sentita come in un film. Non ho rimpianto le comodità dell’automobile, che mi avrebbe portata dritta alla meta ma impedendomi di vivere quei momenti. Però è stato bello, la sera, potermi finalmente riposare, con un ultimo pensiero ad Attilio e al modo caloroso con cui mi ha salutato arrivati in stazione a Rimini.

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categoria:politica, camminando
martedì, 15 aprile 2008

Profumo di felicità

Dato che due lavori in due città diverse (più studio e preparazione tesi) sono pochi, nella settimana appena trascorsa ho accettato di svolgere un terzo lavoro in una terza città (anzi, una repubblica) e così ho progettato e condotto una serie di laboratori di educazione ambientale (tema: il consumo critico) rivolti a classi di scuole elementari, in quel di San Marino. Ammetto che la molla principale che mi ha spinto ad accettare è stato il fatto che fossero ben pagati (con tutto il lavoro che ho non avevo davvero voglia di sobbarcarmi anche questo) ma ora che ho terminato (proprio ieri sera) devo dire che è stata un’esperienza molto bella e divertente. Trattandosi di laboratori (tra l’altro rivolti a persone così piccole e bisognose di concretezza), la parte più divertente era l’attività manuale finale. La prima parte era teorica: dopo avere introdotto il tema raccontando una storia, ricostruivo poi, tramite una presentazione in power point (preparata in una mia “sessione” di lavoro notturna due sabati fa…), le storie di vari prodotti che troviamo abitualmente sulle nostre tavole: cacao, caffè, zucchero e banane, cercando di coinvolgere i bambini con tante domande. Successivamente, recitavamo una specie di “gioco della spesa” nel quale, tra un frizzo e un lazzo, cercavo di calare me nei panni di consumatrice sprovveduta e i bambini in consumatori critici e avveduti (uno dei punti cardine del laboratorio era: ragazzi, gli adulti mostrano di saperne sempre una più di voi, e in molti casi è vero. Ma su questi temi ecologici, voi ne sapete più di tutti, perché anche solo ai miei tempi l’educazione ambientale non sapevamo neanche cosa fosse, figuriamoci ai tempi dei vostri genitori. Su queste cose siete voi che potete insegnare a loro. E allora dateci dentro e scatenate il puntiglioso rompiscatole che è in voi per una buona causa, una volta tanto! ). E già qui ci divertivamo, a giudicare almeno dalla partecipazione dei bambini. Ma il bello cominciava solo dopo, quando con aria fintamente compìta, dopo avere riunito i mocciosi attorno a una tavola piena di tazze e piattini colmi di cacao in polvere e non, zucchero, grani di caffè eccetera, distribuivo a ognuno una mappa del mondo su cui dovevano incollare i vari alimenti nel paese di provenienza. Naturalmente era il classico pretesto per impiastricciarsi mani, bocca, vestiti e qualunque suppellettile su cui ci appoggiassimo.

Ci sono bambini così poco abituati a poter essere liberi di sporcarsi e sporcare creativamente che fanno quasi pena. Bambini che di fronte a una pagina su cui disegnare, appiccicare, creare, restano incerti e spaventati; altri, invece, si buttano a capofitto nell’avventura senza il timore di “fare bene” o “male”.
Io lo conosco il timore di sbagliare. Quel gelo sospeso che ti coglie quando pensi che ogni tuo piccolo gesto potrà deludere l’adulto di riferimento o potrà essere seccamente classificato come sbagliato.

Perciò, tutte le volte che devo organizzare laboratori o gestire situazioni educative per me è vitale che si respiri aria di libertà, divertimento e intraprendenza: non sai dov’è il Brasile? Azzarda! Se sbagli non succede niente! E vedi il piccolo timoroso fare forza su se stesso per esporsi e rischiare di sbagliare, e il più delle volte, tra l’altro, non sbaglia. O vedi il ragazzino che non riesce ad affondare la mano nella montagna di cacao che ha davanti perché non può sporcarsi e tu gli spieghi che è cacao, non è niente di grave, lo spingi ad assaggiarlo con la punta del dito, gli disegni i baffi o lo trasformi in un capo indiano con i suoi simboli tatuati in faccia e dopo un po’ ci si ritrova sorridenti e scatenati, tutti imbrattati di colla, zucchero e cioccolato, e alla fine però, dopo tutto questo, le mappe sono state realizzate, i bambini te le mostrano orgogliosi senza più chiedere se hanno fatto bene ma semplicemente per il gusto di mostrarti quant’è bella la loro cartina.

E così, dopo tutto, se ne andavano ognuno con la sua mappa (che in teoria dovrebbe ricordare loro da quali zone lontane del mondo provengono i prodotti che essi mangiano abitualmente e quale lungo viaggio devono compiere per arrivare sulle nostre tavole) e io restavo poi nell’aula allegramente devastata, a mettere in ordine. La sera, tornando a casa, in treno, mi portavo addosso profumo di cacao, zucchero, caffè, in pratica profumo di felicità.

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categoria:paura, felicità
lunedì, 31 marzo 2008

Salvare il mondo morendo d’imbarazzo

Amici, vorrei scrivere ma sono troppo stanca, mi si chiudono gli occhi. Eppure ho tante cose da raccontare, grrr! Be’, due cose le voglio dire. Oggi ho passato tutto il giorno alla Fiera del libro per ragazzi. Tra le altre cose, c’è stata una conferenza stampa per il Festival letterario rivolto ai giovani adulti alla cui organizzazione sto partecipando. Si svolgerà a Rimini dal 20 al 22 giugno (ecco perché, come anticipato in un commento, ogni settimana passo alcuni giorni a Rimini). Stasera ho visto che ne hanno dato notizia anche al tg2! Naturalmente vi terrò aggiornati sui vari progressi e sul programma, nel caso qualcuno fosse interessato, nonché su tutto ciò che di comico o simpatico potrà capitarmi. Chi mi segue da un po’ potrà forse immaginare la mia gioia e il mio entusiasmo quando mi è stato proposto di collaborare. Forse potete immaginare come sono felice di svegliarmi presto al mattino, correre in stazione e partire alla volta di una città che amo, a cui sono emotivamente legata e nella quale ora mi trovo a dover lavorare!

Nel pomeriggio, ho assistito a un incontro con Silvana De Mari e Helga Schneider. Di Silvana De Mari (che sarà presente al nostro festival, così come la Schneider, anche se in momenti diversi) ho già parlato qui e oggi non posso che ribadire quanto ami ascoltarla parlare: è una tipa tostissima, accidenti! Propone idee sempre molto personali (talvolta anche abbastanza sconcertanti, sul momento) con una tale forza, una potenza, ma riuscendo al tempo stesso a non essere presuntuosa. E poi trasmette una grande energia, cosa che avviene anche leggendo i suoi libri. Parlava del genere Fantasy e di come oggi vada molto di moda, forse perché il nostro immaginario collettivo ha bisogno di eroi per opporsi al clima culturale “genocidiario” e mortifero che rischia di soffocarci. Ha esposto le sue argomentazioni con tanta convinzione che io, arrivata all’incontro piuttosto abbacchiata per via di un problemino sentimentale in corso, ne sono uscita baldanzosa e sovreccitata. Mentre lei parlava, infatti, influenzata dalle sue parole ho pensato una cosa del tipo: Ma cosa sto qui a preoccuparmi per queste cosucce quando devo andare a salvare il mondo?! Be’, magari non salverò il mondo ma almeno non starò a piangermi addosso! Mentre pedalavo con forza verso casa mi sentivo davvero un piccolo Davide, pronto a sconfiggere il Golia di turno!

E infine, un’ultima cosa, di cui mi vergogno un po’, anzi molto, ma insomma, aprirla di nascosto da voi che leggete il mio blog mi farebbe sentire in colpa, anche se è un ragionamento poco logico e anche un po’ stupido (del resto non ho mai detto di non essere stupida). Be’, per farla breve, ho dovuto aprire un mio scaffale su anobii. Sono sempre stata contraria a questa cosa (anche se ho visto che molti di voi lo hanno) perché, chissà per quale motivo, mi viene uno strano senso del pudore a mettere in mostra la mia libreria, mi vergogno, insomma, perché penso che dovrebbe restare una cosa mia privata e non una realtà da esibire né tantomeno da usare per competizione tra lettori. Ma le mie colleghe pensano che sia utile aprirci un varco anche lì (dato che buona parte della pubblicità al festival la faremo tramite internet, dovendo raggiungere un pubblico adolescente) e così ho aperto la mia pagina. Però non ho la pazienza di metterci tutti i libri che ho (sono troppi e non ho tempo), così ne ho inseriti un po’ alla rinfusa. Inoltre, inserirò solo quello che ho letto e su cui posso esprimere un giudizio (quello che mi piace di più è scrivere i commenti ai libri, anche se finora non ne ho scritti molti ma rimedierò; tra di essi vi sono ben due dichiarazioni d'amore letterario per Paolo Ferrucci!), perché secondo me è questo il fine di anobii (se proprio vogliamo trovargliene uno): trovare suggerimenti su libri da leggere o confrontare il proprio giudizio con quello degli altri. Non trovo molto sensato riempire intere pagine di libri non iniziati. Nel mio scaffale, i libri che al momento appaiono come tali sono tre o quattro e sono lì perché in procinto di essere letti.

Voi non avete avuto questo imbarazzo nell’esibire le vostre librerie (lo chiedo a chi usa questo servizio)? 

Scusate se ho scritto male, noiosamente e di fretta ma sono molto stanca. Buonanotte (anche se leggerete di giorno)!
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categoria:libri
lunedì, 24 marzo 2008

Come si fa a non essere felici?

Questa è stata la prima pasqua trascorsa in compagnia di mia nonna ma senza mia zia. È stato stranissimo entrare in casa e non trovare la zia sulla sua poltrona; era sempre lei la prima che baciavo all’arrivo e l’ultima che salutavo quando dovevo ripartire.
Adesso c’è un suo ritratto incorniciato, appoggiato sul mobile del salotto in mezzo ad altre fotografie. Una delle poche foto che possediamo di lei, dato che non amava farsi fotografare; era troppo vanitosa e sosteneva di non essere per niente fotogenica: nessuna foto avrebbe potuto renderle veramente giustizia.
Ma questo vale per tutti ed è una cosa bellissima, secondo me: non puoi mai ingabbiare lo splendore delle persone, neppure con le migliori intenzioni.

In treno ho incontrato l’Uomo più Gentile del Mondo: essendo chiaramente deciso a porgere aiuto benché io non avessi bagaglio, si è offerto di aiutarmi a sollevare (per appoggiarlo sull’apposito ripiano)… il mio cappottino!
– Grazie, ce la faccio da sola –, è stata la mia ridicola risposta (appartengo anch’io alla categoria dei Gentili-a-ogni-costo).
Non contento, il gentleman, dopo che mi sono seduta di fronte a lui, mi ha offerto più volte di scambiarci di posto, nel caso l’essere seduta al contrario rispetto alla direzione del treno mi desse fastidio. Non riusciva a convincersi che invece non mi dava nessun fastidio, e siccome credeva che io mi impuntassi per gentilezza nei suoi confronti siamo stati impegnati in queste profferte e dinieghi per alcuni minuti (alla fine ognuno, esausto, è rimasto al suo posto).
Poi entrambi ci siamo messi a leggere; io un romanzo per ragazzi, lui un libro erudito di argomento filosofico.
A metà del viaggio si è accomodata al suo fianco una signora, dotata di voluminoso bagaglio che il nostro cavaliere è stato ben contento di poter sistemare (con mia grande gioia, dato che mi ero sentita quasi in colpa per non essermi potuta fare aiutare prima, considerando che tra l’altro adoro essere aiutata in queste circostanze); poi questa signora, chissà perché, ogni volta che oltrepassavamo un corso d’acqua – fiume o rigagnolo che fosse – ci chiedeva se ne conoscevamo il nome, mettendoci così di fronte alla nostra terribile ignoranza (il gentleman cadeva nello sconforto più puro, quando non sapeva la risposta, e io stavo sulle spine per lui): è da quando sono nata che percorro in treno, più volte l’anno, la tratta Bologna – Piacenza eppure ho saputo riconoscere solo il fiume Parma e il Po. Mi sto ancora chiedendo come si chiami il fiume che attraversiamo vicino a Reggio (che sia l’Enza?). Tra un fiume e l‘altro questa signora recitava il rosario e sembrava perdersi in deliquio ma era prontissima a risvegliarsi all’approssimarsi di ogni nuovo fiume.
Il viaggio è stato scandito dalla suoneria di un cellulare che riproduceva il verso del gallo (no comment).

Mentre osservavo scorrere dal finestrino la nostra piatta, monotona, acquosa pianura avvolta in un clima particolarmente grigio – una terra ormai rovinata perché tutta quanta costruita e lavorata dall’uomo, senza più uno spazio in cui lo sguardo possa perdersi senza incontrare fabbricati, campi delimitati, cumuli di auto demolite, azienducole e centri commerciali – mi sentivo così piccola rispetto a tutto; in questi casi mi viene sempre in mente una delle mie frasi-mantra: il mondo può fare benissimo a meno di me, sono io che non posso fare a meno del mondo; una certezza, questa, che mi mette sempre di buon umore (della serie: Sono viva! Yuppiii!), mi fa sentire sempre al posto giusto, anche di prima mattina, in uno scompartimento occupato da un gentile compulsivo e da una fervente religiosa, mentre attraversiamo nella nebbia una pianura puzzolente di odori industriali e solcata da vari fiumi di cui non conosco il nome.

Spero che anche voi abbiate trascorso una buona Pasqua, cari amici.

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categoria:felicità
giovedì, 13 marzo 2008

Malati terminali di gioventù

Oggi ho aperto un libro e ho letto questa cosa, questa nota introduttiva:

Questa è l’espressione di un punto di vista sull’universo giovanile. E per “giovani” qui si intende l’arco di vita fin verso i trent’anni, infanzia e adolescenza comprese, in un’accezione quindi un po’ particolare.

Chi scrive ha trentaquattro anni, al congedo dall’età giovanile ma probabilmente non ancora adulto, cioè a una distanza critica, per certi aspetti ideale, nell’osservare i fenomeni.

(Neretto, sottolineature, corsivo, ingrandimento sono miei…)

Vi risparmio tutte le considerazioni horror-sociologiche che mi vengono in mente, dico solo che mi ha un po' turbata.
Ma voi (tranne chi anagraficamente lo è) vi definite ancora “ragazzi”? Io ho smesso di definirmi tale poco dopo i vent’anni e non mi è successo niente di terribile (non mi sono incartapecorita tutta d’un tratto né dentro né fuori, per intenderci).

 
P.S.: l’autore, tra parentesi, ha un curriculum, una professione e una scrittura di tutto rispetto, non è il bamboccione sfigatello da cui certe dichiarazioni te le aspetti.

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categoria:tempus fugit
sabato, 08 marzo 2008

Quei mazzolin di fiori

Stamattina sono uscita per fare un po’ di commissioni e in ogni negozio in cui sono andata (bar, edicola, fornaio ecc.) mi è stato regalato un mazzolino di mimose. Dovendo tenere l’ombrello in una mano e i sacchetti nell’altra, mi sono infilata le mimose in tutte le tasche che avevo, naturalmente avendo cura di non sciupare i fiori, inserendo in tasca solo la parte inferiore del mazzolino e lasciando fuori il resto. Alla fine giravo con: due mazzolini che spuntavano dai taschini anteriori del cappottino, altri due mazzolini (uno veramente era un mazzolone) che occhieggiavano dalle tasche esterne della borsa, più (e questo è il colmo) un mini-ramettino che, non sapendo più dove metterlo, ho ficcato nel risvolto del berretto. Mi sentivo un manifesto vivente della Festa della donna (nel suo aspetto più commerciale) e il bello è che quando sono uscita di casa non avevo la minima idea di che giorno fosse oggi.

Comunque, tornata a casa, ho riempito d’acqua due vasetti e vi ho riposto i mazzolini e mentre facevo questo li ho osservati bene e ho scoperto che in fondo le mimose non sono così brutte come sembrano. Quei “pallini” che si ritrovano come fiori sono tutti belli morbidini al tatto e composti di tutti quei sottilissimi stami, delicati e resistenti al tempo stesso, ti viene voglia di accarezzarli.
Mi sarebbe piaciuto esaminarli al microscopio ma purtroppo è andato perso nell’ultimo trasloco.

Infine ho poggiato i vasetti sul pianoforte, la cui funzione, ormai – dato che saranno mesi che nessuno di noi ci si siede per suonare – è proprio quella di ripiano su cui poggiare vasi e soprammobili vari, poverino.

Buon fine settimana a tutti!

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categoria:curiositÃ