domenica, 31 dicembre 2006

Trovo terrificante che al giorno d’oggi ogni evento (insignificante o importante che sia) debba essere filmato e reso pubblico, anche quando si tratta dell’omicidio di un uomo.

Oggi mi collego al mio portale per il controllo della posta elettronica e tra le varie notizie spicca il video integrale dell’impiccagione di Saddam Hussein. Giro un po’ in rete e mi accorgo che un sacco di gente lo ha guardato. Proprio come in tanti, all’epoca, hanno guardato i video delle ancor più efferate uccisioni di ostaggi da parte dei tagliatori di teste di Al-Qaeda.

Se la parola Pietà ha ancora un valore, non guardate quel video. Credo che questo tipo di umana curiosità ci porti a diventare un po’ più disumani, orrore dopo orrore. A spingere sempre un po’ più in là il limite dell’insopportabile. Ad assuefarci allo schifo e a diventare schifosi pure noi.

Quel che mi dispiace è che la tentazione di guardare quel video per un attimo l’ho avuta anch’io. Per fortuna non ho ceduto.

Buon 2007, comunque.

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categoria:attualità
domenica, 31 dicembre 2006

Non sono una fanatica delle sorprese (anzi, diciamo pure che non mi piacciono: non so mai come reagire) né dei miei compleanni.

Ebbene, ieri mi sono –momentaneamente- ricreduta: i miei amici (pochi ma evidentemente molto buoni) hanno organizzato per me una festa a sorpresa, per festeggiare il mio compleanno. La cosa in realtà era stata paventata tempo fa dalla Chiara, ma io avevo assolutamente vietato (con severe minacce) qualunque festeggiamento rivolto a me. Ero certa che il discorso fosse chiuso, perciò davvero non mi aspettavo di ritrovarmici in mezzo… Sul momento, quando me li sono trovati davanti mentre intonavano (o meglio stonavano) il classico Tanti auguri sono rimasta lì impalata (dentro ero commossa, ma non riuscivo a spiccicare una parola o a fare un movimento), poi mi è venuta una risata isterica, poi finalmente mi sono sciolta e pian piano mi sono abbandonata a quel calore. Non sto a descrivere tutto quel che è successo ma dico semplicemente che non dimenticherò la felicità che ho provato –così intensa. Ho riso così tanto che mi sono stupita di me stessa, era da tanto che non accadeva (sorrisi sì, io ho sempre dei validi motivi per sorridere. Ma risate così pazze no). Che dire… GRAZIE.

Non lo sapevo, ma ne avevo bisogno. Me ne accorgo adesso.

Qualcuno potrebbe chiedersi perché non volessi (e non voglia) essere festeggiata. Credo che nessuno possa negare che sia una cosa bella. Non sono un Orco né sono esageratamente asociale (solo un pochino, lo ammetto), ma sono timida, no timida è poco, io sono timidissima. E quando ricevi una sorpresa, o quando vieni festeggiata, sei inevitabilmente Al Centro Dell’Attenzione.

Ma non è solo questo (questo si supera, ho imparato a farlo, se no non potrei vivere), c’è di peggio! Io credo, sono intimamente convinta (per quanto mi dica che in fondo non ho ragioni per pensarla così) di non meritarmelo. Sono la classica persona alla quale, nel ricevere una gentilezza, si inumidiscono gli occhi. Il perché non lo so. Non sono stata maltrattata da piccola! E ho sempre avuto amici e persone che mi vogliano bene. Ma mi sono spesso anche sentita molto sola… Non ci capisco niente neanch’io!

So solo che è sempre successo; per esempio ricordo che praticamente in tutti i miei compleanni, soprattutto quando ero molto piccola (già ai tempi della scuola materna), scoppiavo sempre in lacrime quando genitori/parenti/amici mi cantavano Tanti auguri. Ricordo in particolare uno di questi compleanni (avrò avuto sei o sette anni): io lì, con davanti la torta e le candeline da soffiare al termine della canzone, mentre genitori e parenti attorno a me cantavano con grande entusiasmo, tutti con un bel sorriso orgoglioso stampato in faccia. E io che sento formarsi, lentamente ma inesorabilmente, il classico nodo alla gola, e tento di lottare ma in breve, proprio al termine della canzone, scoppio a piangere a dirotto (con enorme sgomento dei miei, poveretti)! Mi sembrava tutto troppo per me.

Vabbè, sarò un caso patologico, ma almeno non mi tocca faticare per essere al centro dell’attenzione, nelle varie circostanze in cui molti lo fanno. Sto benissimo dove sto.

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categoria:io
sabato, 30 dicembre 2006

-Cosa fai per Capodanno?-

Domanda odiata da quando ho l’età adatta per poterla ricevere.

I miei capodanni migliori li ho passati da sola in casa a guardarmi una videocassetta/un dvd, facendo un accenno di brindisi solitario a mezzanotte e poi a nanna.

I capodanni più ansiosi sono stati quelli trascorsi col fidanzato (quando avevo un fidanzato): mi sembrava ogni volta di dover passare un esame generale in cui regolarmente venivo bocciata.

I capodanni per cui provo nostalgia sono quelli passati con la mia amica Irene, perché lei mi manca.

I capodanni pazzi sono quelli dell’adolescenza (tempi del liceo), passati a vagare con le amiche del cuore da una festa all’altra trovandoci nelle situazioni più assurde, per poi all’alba rincasare più o meno ubriache nell’appartamento vuoto di una di noi, stravaccarci sul primo letto/divano/poltrona/tappeto (!!!) che capitava sotto tiro e crollare nell’incoscienza più pura per tutto il giorno successivo (non riesco a ricordare un solo primo dell’anno, risalendo a quel periodo: l’anno cominciava sempre il 2 di gennaio).

Il capodanno più assurdo è stato quello che ho passato, io atea (all’epoca), in compagnia di cinque suore, solo perché ero in un periodo di totale confusione esistenziale e di incasinamento assoluto e l’unica persona al mondo che mi ascoltava era una suora (suor Maria).

Il capodanno più devastante è stato quello che ho passato in casa con i miei genitori (perché mia mamma aveva l’influenza e non erano potuti andare a Piacenza come al solito) a litigare ferocemente con mio padre che mi urlava che ero una dannunziana (il peggiore insulto che mio padre riesca a concepire. In effetti anche per me è il peggiore che possa ricevere. E lui lo sa).

Il capodanno più infausto sarà quello che passerò quest’anno, in compagnia delle mie adorate nonna e prozia, entrambe malate terminali di tumore. Purtroppo sarà credo l’ULTIMO che vivremo insieme.

L’unica cosa che tutti questi capodanni hanno in comune è la nausea al risveglio, il giorno dopo.

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venerdì, 29 dicembre 2006

Il 27 mattina, dopo tre giorni di mangiate natalizie e di atmosfera festiva, sono salita in bicicletta e mi sono diretta verso il centro. Arrivata in piazza Maggiore ho legato la bici a un palo e mi sono incamminata per via U. Bassi, in direzione “Ricordi”, con l’intenzione di spendere in cd un po’ dei soldi ricevuti tra compleanno e natale.

Passeggiando ho respirato l’aria a pieni polmoni (nonostante lo smog) guardandomi intorno con una certa soddisfazione. Nelle ultime settimane infatti spostarsi per il centro è stato davvero complicato. Una bolgia di gente intenta a fare compere ostacolava il benché minimo movimento: o camminavi al ritmo della folla e nella sua stessa direzione o venivi impietosamente calpestato. Ogni esitazione o minima deviazione dalla rotta comune era un’eresia da non potersi permettere. Ora invece potevo finalmente camminare spostandomi liberamente a destra e a sinistra sotto i portici. Potevo fermarmi di colpo senza venire spintonata e insultata, perché dietro di me non c’era nessuno, se non qualche passante tranquillo come me.

Poca gente, poche macchine in giro. Sembrava che la città improvvisamente respirasse dopo un lungo periodo di tensione, affaticamento e frenesia. Ho sorriso pensando a questa maratona annuale così stancante a cui ci sentiamo (chi più chi meno) obbligati a sottoporci ogni dicembre. Poi, superato il momento clou, ecco la quiete dopo la tempesta. Visto dall’esterno è un comportamento abbastanza ridicolo e insensato, come peraltro molte delle cose che facciamo.

Anche da “Ricordi” ho potuto girovagare tra gli scaffali indisturbata. E ho fatto un acquisto che ero tentata di fare da un anno e mezzo circa e che finora avevo sempre rimandato: l’ultimo album dei Baustelle (uscito nel 2005), La malavita, e mi sono decisa solo perché costava appena 10 euro. Arrivata a casa l’ho ascoltato inizialmente senza grandi aspettative e ne sono rimasta piacevolmente sorpresa (ha scalzato, temporaneamente, Mozart!). Che dire… non mi metterò qui a fare una recensione perché non ne sono capace, mi limito a scrivere qualche impressione sparsa.

Dei Baustelle conosco anche i due album precedenti, ascoltati grazie ad amici ma mai comprati perché non mi convincevano del tutto, forse perché io presto molta attenzione all’aspetto prettamente musicale e i primi due dischi non mi soddisfacevano molto da quel punto di vista; questo invece è suonato molto bene, forse, in un certo senso, anche troppo, nel senso che sembra tutto molto calcolato e preciso, ma d’altra parte tra i due estremi io preferisco questo, quando si tratta di musica pop; cioè, a mio parere in un disco di Blues o di puro Rock la sporcizia e anche una certa “rozzezza” del suono ci stanno benissimo, anzi sono necessarie, ma in un album pop io voglio il suono pulito: complesso, raffinato, sperimentale quanto si vuole ma pulito e curato. So che molti non la pensano come me e non pretendo di dire una verità assoluta, è semplicemente un mio gusto personale, dovuto forse anche al fatto che l’unico cantautore e musicista italiano che ammiro dall’inizio alla fine è Battiato, il quale sia nel suo lato più pop sia in quello più sperimentale (penso anche alle sue cose degli anni ’70, tipo Fetus) è sempre attento alla sonorità che usa. Ora in questo disco dei Baustelle il suono è corposo, ricco e fluido. Di solito non sono entusiasta dell’uso degli archi nelle canzoni di questo tipo (vedi l’orrido stile sanremese, tipo Vita spericolata con i violini sotto) ma in questo caso i violini a mio parere stanno benissimo (sono presenti in almeno sei brani), perché si mescolano con le chitarre e con una musicalità pop/rock ammorbidendola e dandole “aria” (sarà che non sono ancora uscita dal mio trip vivaldiano) e accentuandone i tratti melodici e “romantici” quando serve (in un riuscitissimo contrasto con l’asprezza dei testi). Comunque ci sono anche molte chitarre e qualche effetto elettronico, non aspettatevi melassa, anzi è decorosamente rock!

Piacevole musicalità, insomma, e melodie che sanno catturare ma non in modo facile e immediato (per apprezzare canzoni come Sergio, Perché una ragazza d’oggi può uccidersi? e Cuore di tenebra ho dovuto ascoltarle più di una volta, entrarci piano piano).

In alcuni punti ammetto di sentirmi proprio trascinata (devo alzarmi in piedi, allargare le braccia e ballare sospinta da quella che io chiamo gioia musicale: una sensazione di ebbrezza fisica che sento salirmi dalla punta dei piedi fino al cervello, con particolari e benefici effetti sul mio apparato cardiocircolatorio. Questo è un criterio molto poco razionale e scientifico, lo riconosco, ma è ciò che mi fa amare un disco (al di là del fatto che qualitativamente lo apprezzi o meno; di solito però le due cose vanno insieme).

Un’altra piacevole sorpresa è il modo in cui le parole si adattano alla musica (o viceversa). Parole e musica sono un tutt’uno, tutto scorre fluidamente e non c’è la “lotta” tra testi e melodie che spesso si sente nelle canzoni italiane a causa della struttura della nostra lingua. Uno dei motivi per cui, pur trovandola interessante, non riesco ad appassionarmi a Carmen Consoli è proprio il suo modo faticoso di inserire i testi nella musica, con tutti quegli avverbi lunghissimi e quei discorsi arzigogolati che a mio parere appesantiscono troppo le canzoni e fanno passare in secondo piano la melodia. Qui invece Bianconi (il cantante e autore dei testi) riesce davvero a fondere parole e musica in modo che si valorizzino a vicenda.

I testi poi sono un altro punto forte (ma questo vale anche per i primi due album): sono caratterizzati da una grande letterarietà, ma anche in questo caso non risulta pesante o troppo evidente (però è divertente riconoscere le varie citazioni): non c’è nessun esibizionismo intellettualeggiante, hanno una loro immediatezza e sono attraversati da una vena noir che caratterizza (già dal titolo) tutto il disco.

Mi sono un po’ dilungata, eh? E non ho parlato di difetti, perché di solito quelli emergono a poco a poco. Non so prevedere per es. se questo entusiasmo iniziale si protrarrà nel tempo o se dopo un po’ mi dimenticherò quasi di possedere questo disco. Solo il tempo lo dirà, come si suol dire. Per ora me lo ascolto, e, buona ultima (è uscito da un anno e mezzo!), lo consiglio.
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categoria:musica
giovedì, 28 dicembre 2006

È bellissimo il crepuscolo visto dalla mia finestra. I rami degli alberi incrociandosi formano delle ragnatele che risaltano così nettamente sullo sfondo del cielo che da azzurro si fa violetto per poi, tra un po’, oscurarsi del tutto. Nel fondo una strana luce tra il rosso e il viola emana riflessi che danno profondità a questo quadro che ho davanti. Visto dalla mia finestra sembra la cupola di una grande cattedrale. Da qualche giorno l’atmosfera è stranamente tersa, il cielo limpido, freddo. I contorni delle cose risaltano in tutta la loro nettezza.

Oggi ho fatto una passeggiata nel quartiere. C’è meno gente per strada e poche macchine. Seduta su una panchina nel parco vicino a casa ho guardato il silenzio (sì, il silenzio si può guardare). La natura viveva la sua vita invernale fatta di stasi e pochi movimenti quasi impercettibili dall’esterno. Il trionfo della potenza sull’atto.

Sono questi i momenti in cui percepisco la durata delle cose a dispetto della precarietà della vita. Ed è una sensazione che mi conforta, perché in questo periodo sono assediata dalla Malattia (altrui) e dalla Morte. Eppure non riesco a sentirmi particolarmente triste o disperata. Anzi, una grande fiducia cresce in me e io non faccio altro che accoglierla.

(Ieri notte però ho pianto un po’)

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categoria:morte, felicità, camminando
mercoledì, 27 dicembre 2006

Occasioni mancate

Natale, messa di mezzanotte. La chiesa è stracolma di gente, molte persone sono rimaste in piedi tra cui io che, pur essendo arrivata abbastanza in anticipo, ho trovato le panche già completamente occupate. Mi colloco in posizione centrale, da dove posso vedere bene e partecipare.

Il corteo di preti, diaconi, accoliti e chierichetti fa il “giro lungo”, cioè attraversa tutta la chiesa passando dal fondo per poi immettersi nella navata centrale per raggiungere l’altare. Quindi mi passa davanti e vedo Paolo, il mio “secondo papà” che passa reggendo solennemente il grosso libro della Bibbia. Devo dire che questa parata di soli uomini intabarrati nei loro paramenti sacri mi emoziona sempre.

Prima che la messa abbia effettivamente inizio viene dato l’annuncio ufficiale della data (secondo i diversi calendari) in cui Dio si è incarnato nascendo nel mondo con una natura umana. E intanto io noto che in piedi poco distante da me c’è Giorgio S., un mio coetaneo, un ragazzo che ai tempi aveva frequentato il catechismo e poi il gruppo giovani con me. Come me aveva tenuto duro fino ai 18 anni circa, dopodiché si era allontanato dalla parrocchia e dalla religione.

Avevamo perso la fede. Caduti nell’ateismo. Succede a tanti.

Lo osservo di sottecchi. Sono felice di vederlo, anche perché quando, dopo aver ritrovato la fede, sono tornata in parrocchia ho notato che non c’è più nessuno di quelli della nostra età. Mi accorgo però che non partecipa: non recita le preghiere né le accompagna con i gesti previsti; tiene le braccia incrociate, è rigido, durante le letture l’espressione del viso è volutamente scettica, si guarda intorno con l’aria di uno che vuole giustificarsi di essere lì (Sono qui per caso, non c’entro niente).

Provo subito un gran moto di simpatia. Lo capisco perfettamente. Rivedo me stessa in ogni suo gesto, in quell’atteggiamento complessivo da pesce fuor d’acqua.

Non credi. Sei ateo/a (non ti nascondi dietro un tentennante agnosticismo) ma non sei anticlericale, non ce l’hai con nessuno. Non puoi. Perché gli anni più belli della tua vita li hai trascorsi giocando con gli amici di scuola e del quartiere in oratorio, dove ci sono: biliardini, ping pong, videogiochi elettronici, sala biliardo, bar, campi da calcio, basket, tennis e pallavolo; palestra coperta super attrezzata; organizzazione di gite in montagna e al mare; campi scuola avventurosi e divertenti; e soprattutto preti, suore e animatori giovani e sempre presenti (a volte un po’ pesanti, ma sostanzialmente indispensabili come punti di riferimento magari in quei momenti in cui perfino i tuoi genitori ti ripudierebbero volentieri). Fino a una decina d’anni fa non c’erano i centri commerciali e praticamente tutti i ragazzi del quartiere, credenti o no, frequentavano l’oratorio. Era il punto di riferimento per tutti, uno dei pochi posti in cui potevi sentirti accettato per come eri. Senza imposizioni e con tante persone pronte ad ascoltarti. Perciò, per chi ha avuto la fortuna di crescere in una parrocchia così viva e dedita ai giovani, è molto doloroso perdere la fede ed è praticamente impossibile diventare antireligiosi. Era bello credere in Dio e sentirsi parte di una comunità che esisteva grazie a lui. Ogni tanto ti assale la nostalgia. Qualche volta di soppiatto entri in chiesa, quando non c’è nessuno, ti siedi in un angolino e aspetti, sperando che magari succeda qualcosa. Ma normalmente non succede niente; non è così che funziona. Vai alla messa di natale e vedi, non visto, le persone che conosci: loro sono rimaste lì, fedeli. E tu ti senti fuori posto, vorresti tornare a sentirti a tuo agio come un tempo in mezzo a loro ma ti sembra impossibile. Ascolti le letture e ti sembrano favolette. Ti guardi intorno e pensi che non ce la farai mai a salutare quella gente che forse non si ricorda neanche di te. Non è più il tuo posto. Ti sanguina il cuore, eppure prendi e te ne vai, con un sentimento di sconfitta.

È quel che ha fatto Giorgio. A un certo punto, con aria sconsolata, si è voltato, si è diretto verso la porta, è uscito (solo, nel buio e nel freddo).

Avrei voluto fermarlo, fargli capire che lo comprendevo e lo riconoscevo, invece sono rimasta ferma. Forse perché in passato ci frequentavamo solo superficialmente, non eravamo amici. Ma ora (anzi quasi subito) mi sono pentita. Di sicuro gli avrebbe fatto piacere vedere che una persona tra tante lo aveva notato e si interessava a lui. Sicuramente era venuto in chiesa proprio sperando in qualcosa del genere. Non ho avuto coraggio.

Molte persone non lo sanno, ma la principale qualità che un cristiano deve possedere è il coraggio.

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categoria:persone, occasioni mancate
martedì, 26 dicembre 2006

Tra i regali che ho ricevuto c’è il Messiah di Handel. Per prepararmi all’ascolto ho riletto il brano dedicato proprio a Handel e alla composizione di quest’opera da Stefan Zweig in Momenti fatali. Belle le espressioni che usa, anche se forse l’intero testo è un po’ viziato dall’idea che la genialità di un artista ne permea tutta la vita quasi sottraendogli la scena. Il punto però è un altro: sembra che in questo brano Zweig ponga la questione del rapporto tra il genio dell’artista (il suo talento) e il fine cui questo viene indirizzato. Nel caso del Messiah, le capacità umane (per quanto speciali) del compositore sono messe al servizio della Gloria divina, e questo nobiliterebbe il tutto (anche perché nel caso di Handel questo intento era autenticamente sentito, non era una commissione esterna cui adempiere malvolentieri). Ora, per Handel questo fine superiore era la la celebrazione di Dio, per altri artisti poteva (può) essere ovviamente molto diverso (oltre agli ideali politici, per es., poteva essere anche il semplice desiderio di “comporre un’opera più duratura del bronzo”). In ogni caso il fine elevava (e riempiva di senso) l’intera opera, che a sua volta trascendeva se stessa e spostava il suo obiettivo sempre oltre.

E oggi? Mi vengono in mente le parole di Valery (riportate da Benjamin nel suo saggio su Leskov): “L’uomo odierno non coltiva più ciò che non si può semplificare e abbreviare. […] È come se il venir meno negli spiriti dell’idea di eternità coincidesse con la crescente avversione per i lavori lunghi e pazienti”.

Chi si propone un fine ideale, esterno a sé, trascendente la realtà contingente, sembra dare alla sua opera un respiro d’eternità. A me pare invece che la maggior parte degli artisti oggi siano così concentrati su loro stessi, così attaccati alla loro piccola realtà effettuale da poter produrre ben poco di nobile e molto di effimero.

Forse è per questo che da anni torno delusa dalla Biennale di Venezia…

Penso che in generale nella vita se il nostro fine consiste solo nel realizzare noi stessi (come si suol dire) tutto ciò che faremo (anche a livello di rapporti umani, non solo di produzione artistica) rischia di avere un respiro molto corto e nessun significato.

Ora mi viene in mente di aver letto riflessioni simili nel saggio di Foster Wallace dedicato all’autore della biografia Dostoevskj, in cui Wallace spiega molto chiaramente come nella nostra cultura sia praticamente impossibile per es. per uno scrittore esprimere convinzioni profonde e ideali nella propria opera, dato il cinismo imperante (e la necessità quindi di mostrarsi cinici, capaci di non prendere niente sul serio e di sbeffeggiare tutto) e come sia quasi impossibile per un intellettuale sottrarsi a questo meccanismo.

Be’, ovviamente le sfumature esistono (non sono apocalittica) ma tutto ciò mi rattrista un bel po’.

Intanto mi ascolto il Messiah.

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categoria:riflessioni, libri
lunedì, 25 dicembre 2006

Anche il mio tranquillo quartiere è stato contagiato dalla mania dei babbi natale in arrampicata libera sui muri condominiali, intenti a scavalcare balconi o aggrappati ai cancelletti delle finestre.

Non esiste un Comitato per la Liberazione dei Babbi Natale da Parete (analogo a quello, esistente, per la liberazione dei Nani da Giardino)???

Oggi ne ho visto perfino uno impiccato a un balcone. Pendeva strozzato dalla sua stessa scaletta di corda, che evidentemente non ne aveva retto il peso (era parecchio ciccione).

Non è possibile che i nostri infanti siano costretti a vedere cose del genere, oltre agli orrori che già vedono solitamente. Insomma, è pur sempre Natale!!!

E poi perché raffigurare questi pacifici Santa Claus come temibili topi d’appartamento? Qui c’è qualcosa che non quadra…

Ma comunque… BUON NATALE!!!

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categoria:curiosità, la mia città
domenica, 24 dicembre 2006

Diventare grandi nel tempo di uno starnuto

Un po’ di letture (e riletture) incrociate: qualche tempo fa, mentre vagavo in libreria, un libriccino sottile sottile ha attirato la mia attenzione; si intitola Il nostro bisogno di consolazione, pubblicato in Norvegia nel 1952. L’ho acquistato, senza neanche averlo prima sfogliato, per una di quelle ispirazioni improvvise che ogni tanto mi prendono. L’autore, Stig Dagerman, norvegese, s’interroga sul (non) senso della vita e sull’imprescindibile bisogno che l’uomo ha di consolazione. Bisogno paragonabile a quello che un cacciatore ha della sua preda, ma che è destinato a restare insoddisfatto perché le consolazioni che incontriamo nella vita (l’amore di un’altra persona, il successo, il senso di sicurezza ecc.) si rivelano spesso effimere e illusorie. E fin qui può sembrare un discorso banale anche se lui ovviamente lo esprime molto meglio di me. Questa prospettiva però può secondo lui essere rovesciata se ci liberiamo dalla schiavitù del tempo, che opprime le nostre esistenze con il suo carico di richieste e aspettative sulla nostra vita (tipo: dobbiamo raggiungere determinati traguardi e realizzare certi obiettivi entro un certo lasso di tempo, se no saremo agli occhi di tutti –o quasi- dei falliti), col rischio di farci smarrire in una vita che perde senso e accumula insoddisfazione e senso di fallimento. Non si tratta però di un nichilistico racchiudersi in se stessi bensì di trovare ed esercitare la propria libertà all’interno delle forme che il mondo o la semplice necessità impongono alla nostra esistenza (in questo è molto spinoziano) utilizzando le capacità che abbiamo (come, nel suo caso, il talento di scrittore).

Le parole che Dagerman usa per descrivere la percezione che spesso abbiamo dell’inutilità delle nostre vite mi hanno rinviato a un suo connazionale che di parole ne usa pochissime ma sa esprimersi in modo altrettanto preciso e molto suggestivo sugli stessi temi: il fumettista Jason.

Ho passato il pomeriggio a rileggere i suoi tre capolavori, ci ho ritrovato tanto delle riflessioni di Dagerman in chiave molto personale e moderna.

Un esempio: l’ultima sua opera pubblicata in Italia (Non puoi arrivarci da qui) si apre con questa scena: un uomo (in realtà i personaggi di Jason sono tutti animali antropomorfi, ma è così immediato identificarsi con loro che per comodità ne parlerò come di uomini e donne), di notte, in un cimitero, con una pala in mano, dissotterra una donna sepolta. Non lasciatevi ingannare: non è un racconto Horror. È un racconto sulla solitudine, che spinge a dissotterrare cadaveri pur di non restare soli. È anche un racconto su certi vivi che paiono morti, persi nella meccanicità di vite vuote e sempre uguali a se stesse, e che però continuano a sognare che qualcosa possa cambiare, che non saranno più soli.

In Ehi, aspetta… la morte separa due amici del cuore (di quelli che sono come fratelli, condividono tutto, leggono e amano gli stessi fumetti, sognano il loro futuro, si scambiano le prime confidenze sulle ragazze e così via). Uno muore, l’altro vive. La morte dell’amico, causata indirettamente dal protagonista bambino, segna un punto di non ritorno nella sua vita. Da quel momento è diventato adulto e la sua vita sarà esattamente come quella che, fantasticando con l’amichetto d’infanzia, aveva assolutamente disprezzato e negato di poter mai condurre. Che cos’è stato meglio? Una vita perduta quando ancora tutto poteva essere, o una vita vissuta all’insegna del fallimento tra altri falliti?

Anche in Sshhhh! la solitudine e la morte sono temi ricorrenti, ma qui c’è una maggiore resistenza (qualcosa di simile alla libertà proposta da Dagerman). Jason affronta in modo poetico e leggero i rapporti tra padre e figlio, tra uomo e donna, tra l’individuo e se stesso e tra l’uomo e la morte, il tutto senza parole, con l’uso di vignette chiare, semplici ed evocative. E senza mai dire cose banali.

Tra l’altro, nonostante i temi trattati, non c’è affatto disperazione né nichilismo in queste storie, ma un sottile, persistente senso di speranza, di possibilità altre, come se tutto dipendesse da dettagli, niente fosse prestabilito.

Io ci trovo molta Consolazione.

 

Ho parlato di:

Stig Dagerman, Il nostro bisogno di consolazione, 1991, Iperborea;

Jason, Ehi, aspetta…, 2003, Black Velvet Editrice;

           Sshhhh!, 2004, Black Velvet Editrice;

           Non puoi arrivarci da qui, 2006, Black Velvet Editore;

 

In sottofondo:

Charlie Parker, Ballads.

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categoria:libri
sabato, 23 dicembre 2006
Domani compio 30 squallidi anni.
Non è che si può passare direttamente al giorno di Natale?
Mi sa che mi barrico in casa stacco il telefono spengo il cellulare rompo il citofono il campanello di casa tiro giù la tapparella mi nascondo sotto il letto.
O forse dovrei stringere i denti e sopportare tutti gli auguri di quelli che me li faranno solo perché "È una data importante?" (Arrrgghh!!!)
Ma se è da quando sono nata che ripeto che le date sono solo una convenzione umana???
E neanche molto chiara dato che nel 2000 abbiamo tutti (io no) festeggiato l'inizio del nuovo millennio con un anno d'anticipo!
Insomma, ho deciso, domani è il 25.
Buon Natale a tutti.
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categoria:io