Qualche sera fa, uscita con amiche. Pizzeria. Chiacchieriamo del più e del meno o, meglio, dell’uguale. Perché dopo le lamentele sui rispettivi lavori (chi ce l’ha ma non le piace, chi non ce l’ha e vorrebbe averlo eccetera) si passa alle lamentele, alle lagne, alle lamentazioni sugli uomini. Geremia rispetto a noi era un ottimista; nessuno sa lamentarsi meglio di certe trentenni di mia conoscenza, che tra l’altro sono convinte di non stare lamentandosi ma di stare facendo dell’arguta e irresistibile ironia. Che sia ironia, sarcasmo o lagna, che sia intelligente, colta e moderna, è roba detta e ridetta, fritta e strafritta, sentita e risentita, è una roba che mi fa venire un principio di trombosi isterica, cioè mi sento la fatica che mi sale dalle caviglie e va a contorcermi cuore e viscere in un unico letale abbraccio.
Anche qui, come col lavoro, nessuna è mai contenta: una è fidanzata con un ragazzo obiettivamente fantastico (buono, dolce, affettuoso, fedele eccetera) ma lo vuole lasciare perché si annoia (ma non ha il coraggio perché lui le farebbe pena – sì, purtroppo); quell’altra è maltrattata e invidia la prima; un’altra odia svisceratamete tutti (e strepita: “tutti!”) gli uomini perché è rimasta traumatizzata; non parliamo poi delle numerose zitelle: chi, sottolinea, per scelta (“sto benissimo così, gran figata”; testuale, purtroppo), chi invece è disperatamente alla ricerca di un uomo qualunque (“a questo punto mi accontenterei di chiunque, basta sia decente”), chi al contrario è alla ricerca dell’uomo ideale (“non chiedo troppo: intelligente, forte ma dolce, protettivo ma non opprimente, fedele, non pantofolaio, con un buon lavoro ma che non mi trascuri, affascinante…”, sì, vabbè). In ogni caso, su una cosa tutte queste zitelle trovano un accordo: “deve farmi ridere” (e io che credevo fosse una frase da dire giusto se sei una velina intervistata in tv da qualche paparazzo...). C’è poi sempre quella che adocchia un qualche tipo di passaggio e fa apertamente la stupida: il cretino ovviamente ci casca (mai uno con un po’ di dignità che volti la faccia dall’altra parte, no, tutti servi della gleba), chiama gli amici ed è la fine.
Dopo che con enorme fatica ci siamo scrollate di dosso tali importuni, sedotti e abbandonati davanti a croste di pizza avanzate, usciamo dalla pizzeria, facciamo un po’ di giri e ci salutiamo. Ci rivedremo mettiamo tra una settimana e, con qualche minima variante, la scena si ripeterà.
Ogni sera si recita a soggetto e il soggetto è sempre lo stesso.
Io vengo tacciata di riservatezza e presa anche (bonariamente) un po’ in giro perché in qusto genere di discussioni partecipo poco.
Io voglio molto bene alle mie amiche e mi piace ascoltarle anche quando mi annoiano a morte, se no non uscirei con loro. Quando si riesce a spostare il discorso su altri argomenti è interessantissimo e divertente parlare con loro e do volentieri il mio contributo. Non è che io sia muta o non ami la conversazione, e non sono neanche una Snob, come forse potrebbe sembrare.
Solo, mi annoia ascoltare e parlare di uomini in questo modo. Non ho il gusto della demolizione altrui e non m’interessa quel tipo di ironia. Inoltre non vedo perché andare a rigirare il coltello nella piaga: io mi voglio bene e non voglio rattristarmi rivangando sventure passate. In più sono un essere umano fiducioso; non so bene perché ma, nonostante alcune batoste le abbia ricevute anch’io, nutro una grande fiducia nel mio prossimo e anche nel mio avvenire. Cosa volete che me ne importi di sbeffeggiare qualcuno?
Non è che non abbia anch’io le mie lamentele da fare o i miei sogni. Non è che il discorso, in generale, non m’interessi. Se c’è una che ha il senso della famiglia e considera l’amore una cosa fondamentale, quella sono io (perfino all’epoca della mia contestazione totale non ho mai messo in discussione queste cose) e spero sinceramente di incontrare l’uomo della mia vita (a me basta una sola cosa, veramente difficile, però: che sia un uomo buono). Ma non punto solo su quello, insomma. Se capita, bene. Se no, me ne farò una ragione. Non mi sentirò una fallita. Non si può ridurre noi stessi a una sola dimensione (amore, lavoro, salute eccetera) e puntare solo su quella, perché la vita è molto più complessa e poi se fallisci lì dove ti sei giocata tutto, dopo non ti resta niente, solo un Ego ferito e ingombrante.
Anche questo dire sempre “Io, io”. Parliamo pochissimo di politica, di attualità, di problemi sociali. Certe volte mi sembra che sia così ristretto l’orizzonte di chi parla solo delle sue disavventure e dei suoi desideri, cose importantissime ma che riguardano solo lui/lei. Alla fine si parla si parla e si torna a casa sole e scoraggiate.
Che senso ha?