mercoledì, 31 gennaio 2007

Ieri mattina ho assistito a questo episodio e ve lo racconto perché oltre ad avermi fatto sorridere è parecchio significativo: ero sull’autobus, in piedi accanto all’obliteratrice. I posti a sedere erano tutti occupati e accanto a me, anche loro in piedi, c’erano tre ragazzi – avranno avuto 15,16 anni – compagni di scuola. Erano una ragazza e due ragazzi (che chiameremo Tizio e Sempronio).

I tre chiacchierano allegramente, soprattutto Sempronio, il quale spara battute a raffica con il tono di voce di chi ci tiene a farsi sentire anche dalla vecchietta sorda in fondo all’autobus. La ragazza è molto carina e fa clamorosamente la civettuola; non mi stupirei – mi sono detta – se entrambi fossero cotti di lei.

A un tratto si libera un posto proprio accanto a loro tre. Tizio, con fare da cavaliere e con tono premuroso, invita la ragazza a sedersi, ma lei esita, suggerisce addirittura un: “Sedetevi voi” ai ragazzi. Tizio insiste, quasi la implora, si capisce che ci tiene a mostrarsi gentile. E mentre la ragazza, fintamente titubante, guarda con occhi da cerbiatta ora l’uno ora l’altro, sempre schermendosi e aspettando che uno dei due si sieda, Sempronio repentinamente le scivola a fianco e si siede lui sul sedile. Tizio comincia a protestare accusando Sempronio di mancanza di cavalleria ma ecco che la ragazza, con fare compiaciuto e sguardo birichino, si fionda a sedere sulle gambe di Sempronio che non perde tempo ad abbrancarla con le braccia, neanche fossimo sulle montagne russe e lei rischiasse di cadere. Così siamo seduti in due!, si giustifica lei ammiccando, mentre non mi sfugge lo sguardo trionfante che Sempronio lancia a Tizio, il quale invece ha assunto un’espressione così stupita, sconvolta e mortificata come non ne ho viste spesso in vita mia.

Noto che anche un signore lì vicino, che ha assistito come me alla scena, sorride comprensivo: si è sicuramente identificato con Tizio che, appena all’inizio (data la giovane età) del lungo apprendistato delle schermaglie amorose, credo si meriti tutta la nostra solidarietà (la mia sicuramente).

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categoria:amore, camminando, occasioni mancate
martedì, 30 gennaio 2007

Il luogo degli Orrori

[Meno male esiste Gombrowicz]

E così è iniziato l’ultimo semestre del mio lungo incubo personale che, se tutto va bene – e di questo, non essendo un’ottimista, non posso certo essere sicura – terminerà a luglio (o ottobre, se non mi decido a scrivere quello schifo di tesi). Più si avvicina la meta, meno me ne importa (non che me ne sia mai importato molto, in verità), più dubito delle apparenze.

Per me l’università è come il matrimonio per Kafka.

Io l’università fino all’anno scorso non la chiamavo università ma il Problema dell’università; davvero, non sto scherzando, se do un’occhiata ai miei diari vedo che io l’università l’ho sempre chiamata in quel modo lì, che tra l’altro non rende minimamente l’idea di cosa veramente io provo quando penso a quell’orrore. Provo delle cose che non sono neanche capace di verbalizzare, non sono neanche dei sentimenti quelli che provo, sono delle ferite delle piaghe degli scorticamenti interiori tremendi.

Io è da dieci anni che vado in giro con un masso sulla testa, ma di quelli enormi, così pesante che neanche Hulk riuscirebbe a portarlo. Ognuno ha quello che si merita, Atlante reggeva la terra io reggo il pianeta del mio Fallimento. E non mi ribello neanche perché io tutto questo e molto altro che m’è capitato e che non racconterò lo vivo e l’ho sempre vissuto come la mia punizione. Punizione per che cosa? Ah, non lo so, c’è sempre un motivo per essere puniti, lo diceva anche Mark Twain (un uomo per cui nutro una certa venerazione).

Io da sempre quando entro all’università mi cade la faccia, mi si irrigidiscono le membra e mi cambia la voce, diventa inspiegabilmente metallica e incolore. Poi io che di solito quando cammino per strada sorrido molto, quando entro lì dentro mi viene una paresi facciale e se provo a ridere mi viene una smorfia che fa scappare chi mi vede. Così, per non creare traumi a nessuno e per non vergognarmi, io taccio e mi rimpicciolisco. Mi prenderei e mi chiuderei nel mio astuccio se potessi. Io lo chiamo il complesso spazzatura; è bruttissimo sentirsi un mucchietto di spazzatura, sinceramente non lo auguro a nessuno.

Per difendermi di solito porto dei libri con me, di solito porto qualcosa a caso di Walser, perché mi piace e poi perché è molto appropriato: quello, che un tempo ingenuamente credevo fosse il regno della cultura, è il tempio del vuoto e Walser sa descrivere il vuoto rendendolo innocuo e perfino divertente talvolta. Ieri però avevo Ferdydurke che è un libro bellissimo che metterei in programma al posto dei manuali di pedagogia e anche di sociologia. Un educatore secondo me non può non leggerlo e poi in certi casi può proteggerti dal male. Come ieri, che quando la prof. blaterava di dimorfismo sessuale e di filosofi maschilisti io mi rileggevo la lezione del prof. Pallore e per poco non mi mettevo a ridere ad alta voce. Sognavo solo la fine dell’ora, quando sarei andata al lavoro al doposcuola impegnandomi a non emulare io stessa il prof. Pallore. Il doposcuola mi dà delle soddisfazioni. Lì ritorno normale, con il mio sorriso, la mia voce allegra e tutto il resto a posto. Mi vien quasi da piangere da quanto ci sto bene.

Dio, ti ringrazio che quest’incubo sta per finire.

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categoria:riflessioni, libri, crudeltà, io
lunedì, 29 gennaio 2007

La notte scorsa, verso le due, ero ancora qui, inchiodata al mio pc a scrivere della roba che devo consegnare entro pochi giorni al lavoro (mi riduco sempre all’ultimo con le scadenze e in questo periodo non mi sento neanche motivata). Nel letto che sarebbe di mia sorella dormiva mia nonna, arrivata nel pomeriggio da Piacenza. La mattina dopo (cioè stamattina) sarebbe stata ricoverata in ospedale.

Mia nonna è lì che dorme, dunque, e io non so come faccia a dormire beatamente con la luce accesa che proviene da qui, dalla mia scrivania, ma ci riesce. Così a un certo punto, stanca e con i neuroni ormai già dormienti, mi alzo e, piano, mi avvicino al suo letto. Dorme su un fianco, tutta coperta, di lei emerge solo la testa, i suoi capelli biondo cenere. Non so perché – mia nonna non è bassa di statura – ma a vederla così sembra piccola e fragile. Sembra serena, il suo sonno pare quello di mia cugina piccola quando dorme, proprio abbandonata, fiduciosa. Chissà come sono io quando dormo, penso. Probabilmente tesa e per niente abbandonata (certe volte al mattino mi sveglio che mi fan male i denti; secondo me perché li ho tenuti serrati tutto il tempo). Insomma la guardo e penso a quante volte lei avrà fatto lo stesso con me quando da piccola dormivo a casa sua. Avrà provato almeno la stessa tenerezza che improvvisamente provo io adesso guardando lei. Mi sopraffà, questa tenerezza, tutt’a un tratto. Non mi si forma nemmeno il nodo alla gola perché stavolta, a differenza del solito, non faccio niente per trattenere le lacrime. Scorrono e basta, ma tranquille, senza singhiozzi o sussulti disperati. Infatti non sono disperata. Mia nonna sta morendo, lei lo sa e lo sappiamo tutti. Sì, una parte di me non lo accetta. Ma cosa devo fare? Arrabbiarmi? Chiedere a Dio che salvi mia nonna? Farmi venire una crisi isterica ogni cinque minuti? Più che andare dai medici e farle seguire tutte le cure possibili (che però ormai non possono essere risolutive), non posso fare proprio niente, tranne amarla.

E di fronte a questo tutte le scadenze, le beghe quotidiane, la tesi, tutto mi è sembrato incredibilmente piccolo, facile, affrontabile.

Sono andata a letto e al mattino mi sono svegliata senza mal di denti.
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categoria:persone, nonna, morte
domenica, 28 gennaio 2007

Questa è troppo incredibile per non essere detta:

oggi a pranzo mia madre candidamente (e seriamente) mi ha chiesto:

- Ma Anna Karenina era l’amante di Napoleone? –

Non riesco a togliermelo dalla testa…

[Mia madre è un’insegnante di lettere in un istituto tecnico]

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categoria:mia mamma, curiosità, figuracce
sabato, 27 gennaio 2007

Avevo intenzione di non scrivere niente sulla giornata della memoria, oggi, dato che almeno per quanto mi riguarda, la memoria di quel che è successo nel cuore della nostra Europa e anche in Italia ormai più di 60 anni fa, è sempre nel mio cuore.

Ma leggendo vari blog, ascoltando commenti in giro, mi sono accorta che da molte persone questa giornata è vissuta in modo polemico.

Qualcuno è stanco di ricordare che poco più di mezzo secolo fa più di sei milioni di ebrei innocenti e da secoli perseguitati, sono stati umiliati e poi uccisi e bruciati secondo un metodo perfettamente (purtroppo) scientifico e con un modello “industriale”. Tutta la ricchissima cultura degli ebrei orientali di lingua yiddish è stata spazzata via dall’Europa.

I sopravvissuti che ancora, nonostante la tarda età, continuano a raccontare (e per loro questo raccontare significa anche rendere omaggio ai loro morti, non dimenticarli in un nulla crudele, farli rivivere attraverso le parole) vengono sempre più visti come importuni.

- Che barba questi ebrei! Quanto ancora ci rinfacceranno quel che è successo? L’abbiamo capita, basta! – Queste parole non le ha pronunciate un adepto di qualche oscura combriccola filonazista attuale, bensì mia madre, donna normalmente equilibrata e civile. Le sto leggendo anche su tanti blog. E mi fanno male, un gran male.

Intanto vado al lavoro e sento i ragazzini a scuola offendersi l’un l’altro dandosi reciprocamente dell’”Ebreo” (detto col tono di chi vuole insultare). Vedo poi che quando si parla della questione palestinese c’è sempre chi, oltre a reclamare giustamente uno stato per i palestinesi, mette automaticamente in discussione lo stato israeliano.

Nei paesi arabi uno dei libri più venduti sono i Protocolli dei Savi di Sion (un falso storico clamoroso).

E l’antisemitismo non sarebbe più un problema, oggi?

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categoria:riflessioni, attualità
venerdì, 26 gennaio 2007

«Io c’ero»

[Sull’ammirare]

Due anni fa sono andata a Parigi e tra le tante cose da fare mi è sembrato logico recarmi al Louvre (c’ero già stata qualche anno prima in gita scolastica ma non ricordavo molto). Entro, quindi, e comincio a visitare i vari settori. Noto che davanti a capolavori famosi, tipo la Gioconda, ci sono file lunghissime e scoraggianti,  mentre altre opere, non meno interessanti ma meno note, sono accessibili, quindi ne approfitto. Prima di andarmene, però, penso che un’occhiatina alla Gioconda dal vivo voglio dargliela anch’io, così mi metto pazientemente in fila. Davanti a me una fitta coltre di teste mi impedisce di vedere qualsiasi cosa fino a che, dopo un certo tempo, mi trovo, assieme ad altri, davanti al capolavoro.

E lo guardo.

Non lo sto guardando da neanche un secondo che sento la gente attorno a me brontolare. Sul momento non ne capisco il motivo (è impossibile che ce l’abbiano con me – mi dico – sono appena arrivata) poi, da alcuni borbottii in varie lingue mi rendo conto che causa dello scontento è il fatto che io stia guardando e non stia fotografando. Cioè, mi spiega un tipo, sto facendo una cosa inutile, sto quindi perdendo tempo e sto impedendo a chi mi circonda di fare quel che bisogna fare davanti a un quadro: scattare una fotografia. In effetti noto varie persone che si spintonano tra loro per riuscire a posizionarsi in modo da scattare una foto (io credevo che neanche si potesse, in un museo!).

Mi pare un ragionamento assurdo; quante volte nella vita mi capiterà di vedere la Gioconda dal vivo? Poche, se non addirittura una soltanto. E perché dunque anche quando ho la fortuna di vederla devo farlo attraverso un obiettivo anziché direttamente con i miei occhi? Provo a fare questa domanda ma capisco che è meglio di no, lascio perdere e mi allontano. Ho già guardato quel che devo guardare. E comincio a notare in effetti che praticamente tutti i visitatori che incrocio sono dotati di macchine fotografiche se non addirittura di telecamerine.

Mi consolo quando, raccontando questo episodio ad amici, scopro  che anche a loro è accaduta la medesima cosa.

Poi muore il papa. Otto reti televisive su otto ci mostrano ogni minuto secondo dell’agonia papale seguita dall’inquietante visione della salma distesa su un baldacchino, esposta a quello che dovrebbe essere l’omaggio dei fedeli. E cosa fanno questi fedeli? Scattano una fotografia. Non un segno della croce, un chinare il capo, un semplice sguardo, macché. Tutti passano con la mano alzata che brandisce il telefonino o la macchinina digitale e il dito sul  pulsante per far scattare il click. Cioè in quella frazione di secondo in cui, dopo ore di fila (so di gente che è stata in coda per 16 ore), passi davanti a quel corpo tu non lo guardi, lo fotografi (ho visto alla tv gente che neanche voltava il viso per guardarlo, scattava e basta).

Questa cosa mi ha molto impressionata. Facendo attenzione ho notato che comportamenti di questo genere non sono rari.

Che significato avranno? Cosa se ne fa la gente di una fotografia della Gioconda scattata sgomitando, quando di riproduzioni di quel quadro se ne trovano in abbondanza?  E la foto del papa (un quadratino di foto in un cellulare con sopra un cadavere)?

Ho pensato a cosa significa per me ammirare: provare per un oggetto/una persona/una situazione un tale sentimento di piacere e meraviglia che ci si sente completamente proiettati verso quell’oggetto, in quel momento non esistiamo più, se non come appendice estasiata dell’oggetto in questione. 

Chi fotografa la Gioconda (in quel modo frettoloso, nevrastenico) non sta ammirando un bel niente, al contrario, secondo me, sta pensando solo a sé stesso, vuol dire “Io c’ero, di fronte a questo che tutti considerano un capolavoro”. Stessa cosa per il papa: non rendo omaggio a lui rivolgendo al suo corpo esposto un ultimo sguardo di devozione/ammirazione, rendo omaggio a me stesso e al mio egotismo scattando una bella foto che mi permetterà di dire, con un certo compiaciuto orgoglio, “Io c’ero”.

Schiavi dell’attuale, schiavi di se stessi. E, quindi, molto poveri.

[Ovviamente non ce l’ho con le fotografie o il fotografare in sé: io stessa faccio le mie belle fotografie quando viaggio o quando mi va. Sto criticando un certo tipo di atteggiamento di alcune persone riguardo al modo di stare nel mondo, di cui un sintomo è la frenesia fotografica]

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categoria:curiosità
giovedì, 25 gennaio 2007

UGO CORNIA

[Sì, lo scrivo grande e sottolineato, perché Ugo Cornia è uno scrittore che merita di essere letto; e lo dico per voi, non per lui (ché magari non gliene importa neanche più di tanto, di essere più conosciuto)]

Dunque, negli ultimi tempi ho notato con piacere che Paolo Nori è diventato piuttosto noto e apprezzato anche presso il cosiddetto Grande Pubblico. Perché lo stesso destino non dovrebbe toccare a Ugo Cornia, che tra l’altro è pure suo amico?

Ugo Cornia ha scritto finora tre opere narrative: Sulla felicità a oltranza, Quasi amore e Roma, tutte edite da Sellerio.

Ecco, secondo me questi tre piccoli libri sono ognuno una piccola porta verso una dimensione felice, fatta di leggerezza calviniana, di umorismo, di vitalismo e gioia di vivere (una gioia sensuale, naturale), anche quando il protagonista vive eventi tragici, come la morte delle persone che ama. Tutta la poetica di Cornia è una poetica dello stupore, dell’ammirazione; è difficile non essere toccati da questa voce narrante in cui risuona insieme la saggezza popolare, un atteggiamento schiettamente epicureo (nel senso storico-filosofico del termine, non in quello volgarizzato), e lo sguardo curioso e sempre nuovo di ogni essere umano che comincia a calpestare questa terra come fosse ogni volta il primo.

Il protagonista dei suoi libri, la voce che narra in prima persona si potrebbe dire “in presa diretta”, ricorda l’eterno Gianni delle fiabe (o il Giufà, il Neftali), cioè il tipico giovane di belle speranze che va nel mondo senza paura. E così il narratore di Cornia è uno che raccoglie a piene mani, e con lo stesso atteggiamento sorpreso e fiducioso, tutto quello che gli capita di bello e brutto nella vita e lo fa vivere con la sua parola. Ognuno di noi può identificarsi in questo narratore un po’ filosofo e un po’ scavezzacollo.

La scrittura di Cornia è fluida, morbida e luminosa; non è il linguaggio parlato e “sgrammaticato” di Nori, è il linguaggio libero del nostro pensare, con le sue divagazioni e il suo essere globale, onnicomprensivo. Lui con la sua scrittura dà vita ed eguale dignità a ogni cosa, che si tratti di una persona, un cane o un fiume. Sa essere umoristico e comico senza essere cinico o sarcastico. Ha poi quella particolare capacità di saper descrivere l’attimo (quel guizzo di gioia che nasce dal nulla, ti illumina un istante e già è sparita, per esempio).

Quando sono triste mi mette di buon umore, quando sono felice mi fa pensare.

Comunque, qui  potete trovare un’interessante intervista a Ugo Cornia, mentre qui trovate un breve video in cui lui legge un brano dal suo romanzo Quasi amore e si presenta.

Non sono brava a scrivere recensioni e forse non ho incuriosito nessuno, ma se vi capita, fatevi un favore: leggetelo!

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categoria:libri
mercoledì, 24 gennaio 2007

Nella via dove abito c’è un balcone dal quale sventolano due enormi bandiere una accanto all’altra: la bandiera italiana e quella americana. Ognuna ritta sul suo bel pennone (non sono attaccate alla bell’è meglio con cordini o incastrate tra le finestre).

Queste bandiere hanno fatto la loro comparsa nel lontano 2003, quando la mia via, come quelle di molte altre città italiane, fu infestata dalle cosiddette bandiere della pace. Mia sorella fu la prima a esporne una (nonostante la resistenza di mia madre, secondo la quale la bandiera arcobaleno sventolante dal balcone era antiestetica). Ben presto anche altri seguirono questa nuova tendenza e così la nostra via divenne un tripudio di queste bandiere colorate.

Fu in tutto ciò che un giorno apparvero le due bandiere succitate; sventolando orgogliose nella loro solitaria diversità erano per tutti gli idealisti della zona un severo monito che ricordava loro la dura realtà dei fatti, rimetteva le cose al loro posto.

Passarono i giorni, le settimane, i mesi.

La guerra infuriava, esplodevano bombe, cadevano teste; le bandiere arcobaleno penzolavano sempre più stanche, flosce, i bei colori brillanti rivestiti da una patina grigia e sporca, proprio come i sogni di cui erano intessute.

A poco a poco, a una a una, le bandiere vennero ritirate. I balconi tornarono spogli dei vessilli che tanto a lungo li avevano addobbati.

Solo le bandiere “alternative” continuarono a ergersi nella loro solitudine ed enormità. Tra l’altro, nonostante fossero sempre appese, non erano né sporche né sbiadite, e non lo sono tuttora. Che il loro proprietario ne possieda un intero stock e le sostituisca regolarmente con bandiere pulite mentre fa una bella lavatrice delle altre?  

Solo la scorsa estate, in occasione dei mondiali di calcio, la bandiera statunitense è stata ammainata, per lasciare l’intera scena a quella italiana. Ma ora è ricomparsa e non credo ne saremo privati a breve termine.

E così, ogni volta che, tornando a casa, svolto l’angolo e mi ritrovo nella mia via, mi trovo a passare sotto questi simboli così fieramente esibiti, di questi tempi più che mai (credo che questo signore sarebbe felice di avere una base americana nel suo stesso appartamento, se fosse possibile).

E ogni volta mi chiedo perché qualcuno debba ostentare dei simboli in cui tutti potremmo/dovremmo  riconoscerci (almeno in uno) come se fossero solo i suoi.

Capisco bene che senso hanno quelle bandiere, ma l’esporle in quel modo polemico lo trovo comunque un fatto che sotto sotto manca di logica. E questo, non il simbolo, mi dà un certo fastidio (perfettamente sopportabile, comunque…).

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categoria:riflessioni, attualità, camminando
martedì, 23 gennaio 2007

Qualche sera fa, uscita con amiche. Pizzeria. Chiacchieriamo del più e del meno o, meglio, dell’uguale. Perché dopo le lamentele sui rispettivi lavori (chi ce l’ha ma non le piace, chi non ce l’ha e vorrebbe averlo eccetera) si passa alle lamentele, alle lagne, alle lamentazioni sugli uomini. Geremia rispetto a noi era un ottimista; nessuno sa lamentarsi meglio di certe trentenni di mia conoscenza, che tra l’altro sono convinte di non stare lamentandosi ma di stare facendo dell’arguta e irresistibile ironia. Che sia ironia, sarcasmo o lagna, che sia intelligente, colta e moderna, è roba detta e ridetta, fritta e strafritta, sentita e risentita, è una roba che mi fa venire un principio di trombosi isterica, cioè mi sento la fatica che mi sale dalle caviglie e va a contorcermi cuore e viscere in un unico letale abbraccio.

Anche qui, come col lavoro, nessuna è mai contenta: una è fidanzata con un ragazzo obiettivamente fantastico (buono, dolce, affettuoso, fedele eccetera) ma lo vuole lasciare perché si annoia (ma non ha il coraggio perché lui le farebbe pena – sì, purtroppo); quell’altra è maltrattata e invidia la prima; un’altra odia svisceratamete tutti (e strepita: “tutti!”) gli uomini perché è rimasta traumatizzata; non parliamo poi delle numerose zitelle: chi, sottolinea, per scelta (“sto benissimo così, gran figata”; testuale, purtroppo), chi invece è disperatamente alla ricerca di un uomo qualunque (“a questo punto mi accontenterei di chiunque, basta sia decente”), chi al contrario è alla ricerca dell’uomo ideale (“non chiedo troppo: intelligente, forte ma dolce, protettivo ma non opprimente, fedele, non pantofolaio, con un buon lavoro ma che non mi trascuri, affascinante…”, sì, vabbè). In ogni caso, su una cosa tutte queste zitelle trovano un accordo: “deve farmi ridere” (e io che credevo fosse una frase da dire giusto se sei una velina intervistata in tv da qualche paparazzo...). C’è poi sempre quella che adocchia un qualche tipo di passaggio e fa apertamente la stupida: il cretino ovviamente ci casca (mai uno con un po’ di dignità che volti la faccia dall’altra parte, no, tutti servi della gleba), chiama gli amici ed è la fine.

Dopo che con enorme fatica ci siamo scrollate di dosso tali importuni, sedotti e abbandonati davanti a croste di pizza avanzate, usciamo dalla pizzeria, facciamo un po’ di giri e ci salutiamo. Ci rivedremo mettiamo tra una settimana e, con qualche minima variante, la scena si ripeterà.

Ogni sera si recita a soggetto e il soggetto è sempre lo stesso.

Io vengo tacciata di riservatezza e presa anche (bonariamente) un po’ in giro perché in qusto genere di discussioni partecipo poco.

Io voglio molto bene alle mie amiche e mi piace ascoltarle anche quando mi annoiano a morte, se no non uscirei con loro. Quando si riesce a spostare il discorso su altri argomenti è interessantissimo e divertente parlare con loro e do volentieri il mio contributo. Non è che io sia muta o non ami la conversazione, e non sono neanche una Snob, come forse potrebbe sembrare.

Solo, mi annoia ascoltare e parlare di uomini in questo modo. Non ho il gusto della demolizione altrui e non m’interessa quel tipo di ironia. Inoltre non vedo perché andare a rigirare il coltello nella piaga: io mi voglio bene e non voglio rattristarmi rivangando sventure passate. In più sono un essere umano fiducioso; non so bene perché ma, nonostante alcune batoste le abbia ricevute anch’io, nutro una grande fiducia nel mio prossimo e anche nel mio avvenire. Cosa volete che me ne importi di sbeffeggiare qualcuno?

Non è che non abbia anch’io le mie lamentele da fare o i miei sogni. Non è che il discorso, in generale, non m’interessi. Se c’è una che ha il senso della famiglia e considera l’amore una cosa fondamentale, quella sono io (perfino all’epoca della mia contestazione totale non ho mai messo in discussione queste cose) e spero sinceramente di incontrare l’uomo della mia vita (a me basta una sola cosa, veramente difficile, però: che sia un uomo buono). Ma non punto solo su quello, insomma. Se capita, bene. Se no, me ne farò una ragione. Non mi sentirò una fallita. Non si può ridurre noi stessi a una sola dimensione (amore, lavoro, salute eccetera) e puntare solo su quella, perché la vita è molto più complessa e poi se fallisci lì dove ti sei giocata tutto, dopo non ti resta niente, solo un Ego ferito e ingombrante.

Anche questo dire sempre “Io, io”. Parliamo pochissimo di politica, di attualità, di problemi sociali. Certe volte mi sembra che sia così ristretto l’orizzonte di chi parla solo delle sue disavventure e dei suoi desideri, cose importantissime ma che riguardano solo lui/lei. Alla fine si parla si parla e si torna a casa sole e scoraggiate.

Che senso ha?
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categoria:persone, io
lunedì, 22 gennaio 2007

Futuro, no problem

Sto imparando da sola a usare Power Point, semplicemente perché non avendo voglia di diventare pazza per incastrare il laboratorio d’informatica tra i vari numerosi impegni di studio e lavoro ho deciso molto spavaldamente di presentarmi direttamente a sostenere l’esame senza aver frequentato. Solo che io tutto quel che so di informatica l’ho imparato da sola, arrangiandomi e andando a intuito. Word, internet, quel minimo di nozioni di HTML che servono per gestire un blog… e tra l’altro è stato proprio grazie a internet che ho trovato un lavoro che devo svolgere prevalentemente al computer (ogni tanto mi chiedo come faccio e rabbrividisco al solo pensiero della mia ignoranza).

Ora, in sé e per sé, non è che questo Power Point sia tanto difficile. Una volta che conosci Word ce la puoi anche fare. Pure con excel me la cavo abbastanza. Solo che ho bisogno di tempo e all’esame invece bisogna fare tutto in pochi minuti (cosa che sa fare solo chi è abituato e non ha imparato a casaccio all’ultimo secondo). Tra l’altro io nelle cose pratiche sono imbranata per natura, più di tanto non riesco a migliorare. E proprio per questo in genere non sono certo una fan dell’approssimazione.

Avendo reso edotti i miei familiari su questo mio problema, mio padre se n’è uscito con quella che lui, uomo sempre fiducioso, ritiene essere LA soluzione. Da non so quale anfratto del suo studio ha recuperato una serie (incompleta…) di fascicoletti distribuiti con “Repubblica” quando eravamo ancora nel secondo millennio. Ora questi fascicoletti giacciono sparpagliati sul mio letto e mi minacciano con un eloquente slogan (che funge da titolo), stampato a lettere cubitali in bianco su sfondo blu: Futuro, no problem. Il titolo è così assertivo (nemmeno un punto interrogativo dopo la parola futuro) da non lasciare spazio a dubbio alcuno, e questo m’intimidisce.

Non so bene perché ma questo titolo aumenta la mia consueta ansia e la estende oltre misura: io di problems ne vedo molti, nel passato nel presente e nel futuro, e così anziché mettermi a ripassare come si costruisce un grafico con excel eccomi qui catapultata in confuse meditazioni sul significato dell’esistenza e sull’avvenire dell’umanità.

[Morale: dopo la laurea mi iscriverò a un corso d’informatica, nel frattempo me la caverò come riesco, con tutti i problemi del caso]

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