mercoledì, 28 febbraio 2007

Carlo disimpara a vivere

[L’anno della Grande Fuga]

Quando avvenne, esattamente, non si sa. Quello che si sa, quello che è stato ricostruito, è che dopo avere tanto meditato, dopo essersi scontrato più volte con la realtà, sentendosi impotente di fronte al peso terribile della sua vergogna (solo le persone serie si vergognano delle proprie colpe), Carlo decise che questo pianeta non era il posto adatto a lui, né lui era adatto a questo pianeta.

Che sia stata l’illuminazione di un momento o una consapevolezza fiorita lentamente nel corso di giorni vuoti e lunghe notti, Carlo, a 29 anni, decise di disimparare a vivere. E di programmare la Grande Fuga.

Essendo un tipo romantico, oltre che molto insicuro, l’addio fu lungo e meditato, la fuga accuratamente progettata.

Per prima cosa, si licenziò dallo zuccherificio in cui era stato costretto a lavorare.
Disdisse gli appuntamenti già fissati, tramite agenzia matrimoniale, con alcune signorine.
Di esami all’università era già da tempo che non ne dava più (fingeva soltanto).
Si congedò dolcemente dagli amici (ne aveva molti) senza che loro si accorgessero che era un congedo.
Suonò la chitarra l’ultima volta (con enorme fatica scorreva il plettro sulle corde), per il matrimonio del suo migliore amico (le promesse si adempiono, anche quando un buco nero ridisegna i confini del cuore).
Stabilì una data per la partenza: a fine mese, il giorno in cui avrebbe personalmente ritirato la pensione della madre e della zia (se ne sarebbe andato come un ladro, è il caso di dire).

Poi, sistemate queste faccende, quando mancava poco più di una settimana al grande viaggio, sollevò la cornetta del telefono e chiamò la sorella a Bologna. Le chiese di mandargli a Piacenza la nipotina prediletta, della quale appena due mesi prima aveva festeggiato l’undicesimo compleanno. I genitori della ragazzina dissero di no: la figlia non poteva perdere una settimana di scuola. Carlo implorò. La nipote, allertata dallo zio, inscenò un’esasperante sequela di pianti, digiuni e urla lancinanti. I genitori dopo due giorni di tale tortura cedettero e di lì a poco zio e nipote si abbracciarono alla stazione di Piacenza.

«Questa settimana staremo sempre insieme», fu la promessa.

E così fu. Uscivano insieme la mattina presto, tornavano a volte a pranzo per poi uscire di nuovo fino al tramonto. Spesso restavano fuori tutto il giorno, nonostante i rimproveri della madre di lui (e nonna di lei).
Cosa facevano? Camminavano instancabilmente tenendosi per mano. Parlavano e si confidavano timori, gioie e tremori come fossero due adulti. Percorrevano in lungo e in largo la città nella quale lui era cresciuto e che si apprestava a lasciare. Visitavano tutti i luoghi della sua infanzia in una dolorosa via crucis.
«Questa era la mia scuola elementare. C’era una maestra terribile, certe volte mi picchiava»;
«Questo il liceo classico. Se tornassi indietro non lo rifarei. Era stata la famiglia a insistere che dovevo andarci».

Ogni luogo un brutto ricordo, un rimpianto.

Poi, i posti belli, i loro posti.

Il Po. Ore e ore le passavano sugli argini del grande fiume, a tirare sassi e bastoni, a giocare ai contrabbandieri, a rotolarsi tra foglie e rametti scricchiolanti.
Il Facsal, un lungo viale pedonale alberato con annessi giardini pubblici e giostre.
Cinema, almeno un film al giorno, se non di più; film da grandi. In una settimana la ragazzina si fece una  cultura in tema di sesso e robe da adulti che, tornata a Bologna, elargì poi generosamente alle amiche conquistando una notevole popolarità a scuola (cosa di cui resta eternamente grata all’amato zio).
La sera si rintanavano nella cameretta di lui, dove ascoltavano i suoi dischi, leggevano fumetti e chiacchieravano per ore. Ogni tanto lui accennava al suo dolore, al bisogno di andarsene, e scrutava le reazioni di lei. Lei aveva capito tutto ma reggeva il gioco. Solo la notte ogni tanto piangeva. Di giorno, invece, risate sfrenate, tra una confidenza e l’altra. E regali su regali, lui le comprava qualsiasi cosa.

L’ultima sera, la sera del 27 febbraio, nella stanzetta di lui.
«Se domani ti dicono che me ne sono andato, non ti spaventare».
«Va bene».
«Non dire che lo sapevi. Fai finta di niente».
«Non sono mica scema».
«Può darsi che non ci vedremo più…».
«…».
«Mi prometti che non piangi?»
«Yessss!».
Sfregatina complice di nasi e ultimo round di lotta libera sul pavimento, con morsi a profusione.
Durante la notte lei si infilò nel suo letto e dormirono insieme, appiccicati.

La mattina dopo prepararono entrambi le loro valigie: lei sotto lo sguardo premuroso della nonna, lui in gran segreto.
La nonna la accompagnò in stazione, la mise sul treno e lei tornò a Bologna.
Lui andò a ritirare le pensioni, le intascò, salì su un treno e partì verso l’ignoto.
Sul tavolo della sua camera aveva lasciato una lettera in cui chiedeva scusa a tutti, per ogni minima cosa; chiedeva scusa perfino al nipotino nato un mese prima.
Quando verso sera la lettera fu scoperta e i parenti allertati, scoppiò un gran trambusto in famiglia. La ragazzina vide sua madre scoppiare in lacrime. Lei invece sorrideva tra sé e sé (Ce l’ha fatta!, pensava).

Un mese dopo il corpo dello zio fu trovato senza vita in una cittadina del centro Italia. Aveva vissuto, in quel mese, come un barbone.

La ragazzina non pianse mai per lui e per questo è stata spesso rimproverata («Sei senza cuore! E pensare che lui ti amava tanto!»).

Adesso quando va a Piacenza dorme nella stanzetta dello zio, dove tutto è rimasto come allora, anche il calendario è fermo alla stessa pagina: 28 febbraio 1988.

Se la ragazzina, che adesso è una donna, apre l’armadio e affonda il naso tra i vestiti dello zio, ne risente l’odore intatto.

 


[P.S.: il titolo di questo post l’ho “rubato” a Gadda. Il post nonostante il contenuto non vuole assolutamente rattristare nessuno, né sono triste io. Quando un uomo che si prepara a morire è capace contemporaneamente di trasmettere una cosa così grande come l’amore per la vita a una nipotina che ama, anche se muore non muore. È solo andato, come diceva lui, su un altro pianeta. Ma io, adesso che ho la sua età, ci tenevo a ricordarlo su questo pianeta (ecco perché ho scritto un post così personale sfidando il mio pudore, e se a qualcuno può avere dato fastidio, ha ragione e me ne scuso)].

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categoria:persone, morte
martedì, 27 febbraio 2007

Sulla panchina

Io, quando resto fuori per l’ora di pranzo, di solito vado in un parco a mangiare un panino che mi porto da casa, sedendo da sola su una panchina. Che poi in realtà non sono quasi mai sola perché è scontato che qualche buontempone di passaggio vorrà sedersi accanto a me per farmi compagnia.

[Potrà mai una giovane donna mangiare un panino da sola in un parco pubblico?]

Ecco perché io di tipi strani ne conosco parecchi. Siccome ormai non faccio una piega quando qualcuno mi si siede accanto e attacca discorso - lui parla io ascolto, anche quando mi fa proposte sconce – accade che degli sconosciuti si confidino con me. Sono una specie di confessore ambulante, più rassicurante in virtù del mio innocuo aspetto femminile.

Certo, preferirei essere lasciata in pace nella mia solitudine mangereccia. Sono i momenti in cui desidero essere un uomo, anzi trasformarmi in un maschio mentre il tipastro di turno è lì impegnato nella sua manfrina (più o meno volgare, più o meno lirica – ci sono anche quelli che ci provano con la poesia). Ecco, sogno che d’un tratto quello mi guardi e veda al mio posto un omaccione terribile. Una volta ci ho pensato così intensamente che mi sono messa a ridere da sola, incoraggiando senza volerlo lo scocciatore che avevo a fianco.

Vorrei stare da sola con i miei pensieri, invece i pensieri degli altri vogliono stare con me.

Perché, a parte i volgari monocordi e i molestatori veri (che mi costringono ad abbandonare il campo sbuffando peggio di Efesto) c’è tutta una varia umanità che più che altro ha voglia di parlare.

Mi sento tanto suor Germana a radio Maria, quando con voce vellutata consola in modo fantasioso radioascoltatori dalla voce afflitta (lo so perché la ascolta mia nonna, non io, precisiamo).

Ma non avrei mai pensato che tra questi importuni il peggiore dovesse rivelarsi un frate.

E pensare che ieri quando, sedendo io e mirando il mio gustoso panino, si è seduto accanto a me questo giovane in saio e sandali, ho provato un certo sollievo (Almeno questo non mi farà delle avances – ho pensato ingenuamente). Mi ha spiegato che sta girando il nord Italia per evangelizzare la gente. Dicendogli che io sono già evangelizzata pensavo di cavarmela, invece gli si è accesa una luce malefica negli occhi e ha cominciato a tormentarmi perché voleva essere “provocato” (teologicamente parlando, s’intende). Io non ho voglia di provocare qualcuno che vuole essere provocato, ma per lui sembrava questione di vita o di morte, voleva essere messo in crisi tramite miei dubbi sulla fede e sulla vita. Perché proprio io, poi? Perché ero stata così gentile da ascoltarlo. A un certo punto mi sono anche un po’ sforzata ma il mio problema è che ogni volta che rifletto seriamente su alcuni seri motivi di disperazione che la mia vita mi offre, automaticamente anziché deprimermi o dubitare di tutto come dovrei, mi sento invece salire dalla punta dei piedi fino a espandersi nella mente e nel cuore un’energia guizzante; secondo me si tratta di voglia di vivere, di amore per la vita. E così divento felice, ed è successo anche ieri, quando ho cominciato a elencargli motivi di grande felicità e speranza quando invece avrei dovuto cercare di deprimerlo. E questo lo faceva disperare, poveretto, fino a diventare perfino un po’ scortese; diceva che doveva essere lui a consolare me. Ma consolarmi di cosa? Io sto benissimo, gli ho detto, e gli ho spiegato anche che non rendeva certo un bel servizio alla sua causa andando a tormentare la gente in quel modo, anzi usando le persone per ottenere un suo piacere del tutto personale; gli ho perfino detto che se continuava così lo denunciavo ai superiori! E a quel punto – miracolo – si è sentito provocato! Pieno di gioia per averlo io messo in crisi dandogli dell’egoista, se n’è andato felice come la vispa Teresa.

Ora sinceramente la prossima volta che mi si siederà accanto il solito maniaco svitato, tirerò un respiro di sollievo…

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categoria:persone, devoti atei
lunedì, 26 febbraio 2007

Sum ergo cogito

Ricordate il giorno e il momento in cui avete scoperto di pensare?

Io sì. Avevo cinque anni, era pomeriggio, poco prima del tramonto, e mi trovavo in cortile con mio padre. Ero felice, perché circa un’ora prima lui mi aveva preso per mano e mi aveva detto che essendo diventata grande avevo bisogno di un orologio. Eravamo andati dal vicino orologiaio e dopo lunghe meditazioni ne ero uscita con al polso un orologio di plastica rosa, di Hello Kitty, piccolino, di quelli con l’ora, la data e i secondi che appaiono a ogni pressione di tasto. Ero così felice che non riuscivo neanche a parlare, contemplavo il simbolo della mia raggiunta età “matura” sopraffatta da un sentimento di orgoglio misto a riconoscenza. Poi invece di salire in casa siamo andati sul retro del cortile per chiacchierare un po’. A un tratto s’è fatto silenzio, ho guardato mio padre, eravamo in piedi uno di fronte all’altra; mi aveva appena detto che desiderare di volare non è un desiderio corretto perché non può essere esaudito e io c’ero rimasta male. Ho pensato che mio padre si sbagliava (non riguardo al fatto di volare ma riguardo al desiderio) e poi mi sono spaventata per averlo pensato, perciò ho guardato mio padre aspettandomi una reazione che ovviamente non c’è stata. È stato in quel momento che per la prima volta ho capito che mio padre non poteva conoscere i miei pensieri. Fino ad allora ero stata convinta che i miei genitori fossero onnipotenti e potessero vedere nella mia mente, che nulla potesse sfuggire loro! Allora ho proseguito nell’esperimento e ho cominciato a ripetere nella mia mente (sentendomi terribilmente in colpa, ma ritenevo fosse l'unico tentativo efficace) delle parolacce rivolte a mio padre perché pensavo che se lui avesse potuto percepirle si sarebbe certamente arrabbiato e non sarebbe riuscito a fare finta di niente. Lui ovviamente non ebbe alcuna reazione. Allora in quel momento ho provato una gioia così pungente, un sollievo, un entusiasmo così intensi che ancora adesso nel ripensarli li riprovo uguali. Avevo capito che c’era uno spazio libero tutto mio, nella mia mente, che poteva sfuggire perfino al controllo dei genitori (e di chiunque altro)!  
Da allora ho iniziato a fantasticare su tutto e a spingermi a fondo con i pensieri, senza paura. Ancora oggi ogni tanto mi fermo a pensare a questo spazio di libertà che nessuno mi può togliere e rivivo quella sensazione fisica di sollievo, distensione e leggerezza provata da bambina il giorno in cui ho scoperto di pensare.

(Naturalmente il doloroso rovescio della medaglia è stato l’avere scoperto che non ero un tutto unico con mio padre ma una persona diversa e separata da lui. Il pensiero è una cosa che separa, e questo è importante e doloroso insieme, mi farà sempre un po' soffrire).
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categoria:felicità
domenica, 25 febbraio 2007

No future?

[Die ungebornen  Enkel - Post apocalittico]

Venerdì mattina, in biblioteca, durante due incontri diversi con una classe di terza media e con una di prima superiore (nell’ambito di un progetto di promozione alla lettura), abbiamo chiesto loro di immaginare che nelle due ore del nostro incontro, fuori, nel mondo, fossero passati 50 anni. Cos’avremmo visto uscendo dalla biblioteca? Come apparirà la nostra città tra cinquant’anni?

Le risposte sono state tutte piuttosto tragiche: persone sole, che si spostano ognuna dentro una minuscola macchina; persone grigie per lo smog; persone tutte uguali e “tirate” causa plastiche facciali; distruzione totale e nessuna forma di vita causa piogge acide che avrebbero disintegrato anche noi non appena usciti dalla biblioteca; il nostro bel centro storico medioevale completamente sparito: al suo posto enormi grattacieli (sparite pure le due torri); visione incredibilmente negativa della tecnologia; preoccupazione per il clima; sovrappopolamento dovuto non a immigrazione o aumento della natalità ma alla sempre più lunga durata della vita (quindi un mondo popolato da vecchi) e così via.

Non mi sono stupita, perché a quell’età il futuro sembra così lontano e ignoto che fa certamente paura. Però quella che emergeva dai vari interventi era un’immagine così negativa e deprimente, i toni dei ragazzi così rassegnati e scoraggiati, le visioni così uniformemente lugubri, che un po’ di preoccupazione l’ho provata. Mi ha colpito soprattutto l’immagine di un’umanità sempre più vecchia, decrepita e sola, nella quale non c’è spazio per i giovani (tanto che perfino riguardo al modo di vestire, in questo ipotetico futuro, le previsioni erano che «ci vestiremo tutti da nonni»).

Ho così ripensato alla conversazione avuta qualche giorno fa durante una merenda con le amiche: abbiamo scoperto che della nostra classe del liceo solo due persone (due maschi, tra l’altro) hanno avuto figli. È impressionante: ormai siamo arrivati ai trent’anni e nessuno (a parte quei due) ha figli né prevede di averne a breve. Io personalmente lo trovo un dato tragico, mi sento in colpa.

Mi è poi venuta in mente una storiella triste di Tim Burton, raccontata in Morte malinconica del bambino ostrica (Einaudi, 1998), che narra di una coppia cui nasce un figlio, un bambino strano, con la testa a forma di ostrica e il profumo di mare. Questo bambino con la sua diversità che richiederebbe tanto tempo e tanta cura per essere decifrata e amata, è per i genitori solo un peso, una vergogna, un ostacolo che si frappone fra loro fino a danneggiare la loro intimità (sacrilegio, al giorno d’oggi): è a questo punto che il padre, molto semplicemente, una notte, si china sul lettino del figlio, gli apre la testa con un coltello e lo mangia (si sa, le ostriche sono pure afrodisiache). Così lui e la moglie tornano a divertirsi felici.

Quando poi ho ripetuto i versi di Grodek (l’ardente fiamma dello spirito nutre oggi un possente dolore/i nipoti non nati) ho pensato che no, il futuro non deve essere questo.

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categoria:libri
venerdì, 23 febbraio 2007

Esempio di pensiero ciclico

[Vorrei essere analfabeta]

Mi accorgo che vedo la realtà filtrata da secoli di letture, visioni di film, di quadri. Che pesantezza, certe volte. Che poi se penso che molto probabilmente tutta questa mia dedizione alla cultura non è altro che un’estenuante sublimazione dei miei conflitti edipici non risolti, sbatterei la testa contro il muro. Vado a sedermi su un muretto nel parco, il fedele muretto che mi accoglie da anni e che per questo deve avere assorbito così tanto pessimismo che se potesse parlare terrebbe lezioni di nichilismo che neanche Cioran. Comunque, seduta su questo muretto, faccio i miei esercizi spirituali, fisso l’erba, il cielo, contemplo le foglie che penzolano sulla mia testa, le conto, perdo il conto, riconto, faccio il vuoto, Epicuro aiutami tu. Mi esercito a ritrovare, o a crearmi, uno sguardo puro. Aspiro a essere uno (una) stilita. Sì, piazzarmi su una colonna nel deserto e tanti saluti a tutti. Ma sicuramente dopo neanche mezzora cadrei e mi spaccherei la testa. E io non voglio morire. Preferirei vivere per trecento anni triste che crepare felice a quaranta. E, pensando questo, sempre lì sul mio muretto, mi viene una grande felicità nel cuore. Allora mi alzo e me ne vado. Arrivederci alla prossima. E il muretto non lo saprà mai che sono (anche) felice.

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categoria:spleen, felicità, esercizi spirituali
giovedì, 22 febbraio 2007

Una carovana di penitenti gioiosi

[Un giorno con Qoelet]

Ieri pomeriggio ho scritto un post sprizzante felicità e sono stata punita. Mentre io qui vi narravo le mie gioie e i miei rossori, alcuni senatori irresponsabili siluravano il governo e contemporaneamente la mia amata prozia di Piacenza veniva colta da crisi respiratoria e portata in ospedale da un’ambulanza. Raggiunta da tali ferali notizie, non ho saputo fare altro che mandare un messaggino a mio padre, disperso a sua volta nelle campagne emiliane su un treno fermo causa locomotore rotto. Il messaggio recitava così:

“La zia Nena è in ospedale ed è caduto il governo! Aiuto!”

Questa è stata la risposta di mio padre:

“Notizie tremende ma non inattese. A stasera, se arrivo”.   

Poco rassicurata da queste ultime parole, mi sono anche ricordata che dovevo andare a farmi mettere della cenere in testa. Allora ho messo il cappotto e sono andata in chiesa, sotto una pioggerellina fine, meditando il mio amato Qoelet [Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana; gira e rigira e sopra i suoi giri il vento ritorna]. Arrivata in chiesa mi sono seduta su una panca ed è cominciata la cerimonia; nell’omelia il prete ha detto che nella quaresima noi siamo una carovana di penitenti sì, ma gioiosi [Sotto un triste aspetto il cuore è felice]. Questa immagine, visualizzandola, mi ha veramente divertita: immaginavo una processione infinita di gente triste e felice insieme, con dei gesti contraddittori, e mi veniva proprio da ridere, mi sembrava una bella immagine.

Poi la gente si è messa in fila per ricevere la cenere [Tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere] e io ho notato che quelli della fila più vicina a me se ne tornavano tutti con una ridicola montagnetta di cenere in testa (mentre di solito te ne mettono un accenno): era la fila del parroco, il quale ci andava giù pesante (Va bén che siamo polvere – pensavo – ma non esageriamo). Non mi andava di essere schiacciata dal simbolo (in realtà non volevo sporcarmi i capelli) ma mi sembrava brutto andare apposta in un’altra fila per un motivo frivolo e poi mi sentivo in colpa per pensare tutte queste stupidaggini; mi sentivo molto il povero Arturo Bandini diviso tra le sue “ragioni sentimentali” e i suoi tentativi di ateismo; alla fine sono tornata al mio posto con la mia montagnetta in testa.

Tornata a casa, mi sono attaccata alla tv (per il governo) e al telefono (per la zia). Il governo, si vedrà; la zia si è ripresa; il padre è tornato.

Poi mi sono addormentata, pensando tutto è bene quel che finisce bene, l’affanno è vanità.

[Il sole sorge e il sole tramonta, si affretta verso il luogo da dove risorgerà].

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categoria:persone, esercizi spirituali
mercoledì, 21 febbraio 2007

Nella grazia del mondo

Oggi ho passato quasi tutta la mattina dal dentista. È stato meraviglioso starmene lì sulla poltrona mentre attorno a me si avvicendavano prima l’igienista per la pulizia dentale e poi il dentista per il controllo, che non hanno fatto altro che parlarmi con simpatia e con affetto. Da fuori sentivo gli applausi delle scolaresche al Presidente Napolitano (lo studio del mio dentista si affaccia sulla piazza) e io intanto sedevo lì, pensando a quanto sono fortunata. Ho calcolato che durante ogni giornata ricevo tante piccole manifestazioni d’affetto: sorrisi, sguardi, abbracci, qualche carezza… E le ricevo dovunque (tranne che in famiglia): al lavoro, all’università, dal medico, perfino certi estranei qualche volta, magari vedendomi triste, si sono fermati per darmi un buffetto sulla guancia e dirmi una parola gentile. A me queste cose allargano il cuore e mi fanno affezionare subito alle persone. Mio padre e mia sorella mi prendono in giro; dicono che è un comportamento superficiale quello di gioire per delle piccole tenerezze come faccio io, che mi entusiasmo subito. Io non sono d’accordo, invece: certo, i rapporti profondi con le persone si basano su ben altro, e infatti di amici io ne ho pochissimi. Non è certo un atteggiamento superficialmente affettuoso che fa di una persona un vero amico. Ma, detto ciò, non vedo che male c’è a donare e ricevere un po’ di gentilezza e tenerezza in modo sincero (cioè non in quel modo ipocrita o meccanico che hanno alcuni, ma quando c’è un minimo di autentico trasporto): può fare solo bene; secondo me tutti noi, a meno che non siamo emuli di Scrooge, proviamo piacere nell’andare in giro e trovare persone che ci sorridono e ci salutano con affetto.

Nella mia famiglia sono tutti dei ghiaccioli, sono tutti persone un po’ austere e il contatto fisico non esiste, è dichiaratamente svalutato. Io per questo ho sempre molto sofferto e il contatto me lo sono sempre cercato fuori, trovandolo. Anch’io ero un pezzo di ghiaccio, inibita in tutto, poi piano piano e sforzandomi, mi è fiorito dentro un carattere affettuoso e felice (i miei genitori sono depressi e nevrastenici!). Ho ancora tante barriere, intendiamoci, vorrei essere molto meno timida e riservata (be’, senza eccedere dal lato opposto, s’intende: io apprezzo la riservatezza e la timidezza, ma non quando sono eccessive), però, considerando il punto di partenza, sono abbastanza soddisfatta.

È bello andare nel mondo con dentro questa grande fiducia negli altri, chiudersi alle spalle la porta di casa al mattino con la gioia degli incontri che farò.

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categoria:amore, felicità, io
martedì, 20 febbraio 2007

Gary Cooper ha l’accento bolognese

Oggi vi metterò al corrente di una curiosa situazione. Intanto dovete sapere che ho un debole per Gary Cooper. Ok, è nato 106 anni fa ed è morto nel 1961, ma l’amore certi particolari non li nota neanche. E poi qui il problema non è l’assenza, ma la presenza. Lo incrocio quasi tutti i giorni all’università. Ho perfino scoperto che il mio bisnonno è stato maestro di sua madre a Modena alcuni decenni orsono (lo so perché all’esame quando lui ha sentito il mio cognome è impallidito mentre il viso gli si raggrinziva in una smorfia di terrore. E così mi ha detto che sua madre lo ha sempre terrorizzato con i racconti su questo terribile preside severissimo e aguzzino. Ma che razza di avi ho? Meglio non indagare oltre).

Insomma, i casi sono due: o esiste la reincarnazione e tra l’altro uno può reincarnarsi in un corpo identico al precedente (ma non credo nella reincarnazione) oppure trattasi puramente e semplicemente di sosia. Il sosia perfetto. Oppure clonato; del resto anziché clonare terrificanti dinosauri, perché non un uomo così affascinante? Ma cosa dico. È la passione che mi fa parlare così. Purtroppo è sposato e dunque posso solo limitarmi a contemplarlo evitando di dare troppo nell’occhio. Ma anche così è un piacere (Sono un’esteta e mi nutro di Bellezza e la bellezza è tanto più bella quanto meno afferrabile, disse la volpe nella versione censurata della favola a noi nota come La volpe e l’uva).

Insegna linguistica italiana e ha un forte accento bolognese (morbido e pastoso, decisamente più gradevole di quello yankee); che meraviglia ascoltarlo leggere ad alta voce una ricetta di cucina di Pellegrino Artusi, analizzandola poi dal punto di vista della sua disciplina, e vedergli sfoderare il suo sorriso assassino alla mano alzata di una studentessa. O osservarlo mentre cammina lungo il corridoio col suo andamento deciso neanche fosse l’impavido sceriffo Cane in “Mezzogiorno di fuoco”.

Ma quel che mi dà da pensare è che quando ho comunicato questa grande notizia in giro (anche per ricevere conferme sulla sua effettiva somiglianza col nostro), una percentuale irrisoria di studentesse (mie coetanee o di poco più giovani) avevano idea di chi stessi parlando. La maggioranza non sapeva chi fosse Gary Cooper e anche tra quelle che ne conoscevano il nome ben poche sapevano collegarlo alla faccia.

Che significa questo? Molto semplicemente, non avranno avuto una madre fissata con i film rigorosamente girati non oltre il 1965 (preferibilmente Western e commedie romantiche), come la mia (i film di Rete 4 sono trasmessi principalmente per lei).

Qui sopra il nostro eroe nella scena topica che più gli si addice: con un braccio protegge la sua bella, nell’altra mano brandisce l’immancabile pistola (notate anche l’espressione risoluta ma non truce: lui è un buono). Il bravo campione americano senza macchia e senza paura, usato in tanti film come bandiera dei cosiddetti valori americani. Adesso capite che fortuna ho io a vederlo girare senza pistola ma con dei libri in mano? Certe volte i sogni si avverano… ;-)

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categoria:cinema, curiosità, uomini al lavoro
lunedì, 19 febbraio 2007

Signora mia…

[L’eterno lamento]

Sapete cos’ha scritto il Magalotti (un letterato toscano) nel 1683? Questo:

«Egli è pur certo che l’ordine antico delle stagioni par che vada pervertendosi. Qui in Italia è voce e querela comune che i mezzi tempi non vi son più».
Cioè più di trecento anni fa già ci si lamentava del fatto che non esistevano più le mezze stagioni.

Questa cosa qui invece l’ha scritta Seneca, tra il 62 e il 65 dopo Cristo (venti secoli fa):

«La città è più che mai in fermento. È stata data ufficialmente via libera alla sfrenatezza; tutto risuona di grandi preparativi, come se ci fosse differenza tra i Saturnali e i giorni di lavoro; invece non ce n’è nessuna, tanto che non mi sembra abbia sbagliato chi ha detto che una volta dicembre durava un mese, ora, invece, dura tutto l’anno».
I Saturnali erano feste che si celebravano in dicembre e duravano una settimana, nella quale ci si poteva dare alla pazza gioia trasgredendo le normali convenzioni. Non vi ricorda quella lamentazione sul fatto che “ormai è carnevale tutti i giorni”?

Nel 1843 invece Kierkegaard, nell’introduzione a un suo saggio, si lamentava che «[L’autore di questo libro] non ha difficoltà a prevedere la sua sorte in un’epoca nella quale uno scrittore che vuole essere letto deve preoccuparsi di scrivere un libro che possa essere facilmente sfogliato durante la siesta e di presentarsi con la gentilezza dell’aiuto giardiniere in un annuncio pubblicitario, il quale […] si raccomanda al pregiatissimo pubblico».

Questi sono tre piccoli esempi di tre epoche lontane tra loro e di autori molto diversi; potrei riportarne tanti che mi basterebbero per un intero blog. Insomma, di certe cose ci siamo sempre lamentati, e sempre lo faremo. Pensate solo al compiacimento con cui molti di noi (tra cui sicuramente anch’io) leggono libri di autori del passato ritrovando in essi una condanna o una critica o una presa in giro di aspetti di quell’epoca che ritroviamo e stigmatizziamo anche nella nostra, senza soffermarci abbastanza sul fatto che se quelle cose erano già un problema a quel tempo, è fuori luogo il rimpianto che spesso si accompagna a quelle letture e a quelle epoche.

Morale: il lamento (e un certo tipo di acritico rimpianto), oltre che essere inutile e molesto, è anche oggettivamente sbagliato. Di conseguenza, ha un suo lato irresistibilmente comico. E probabilmente è semplicemente qualcosa di cui il mugugnante conservatore che è acquattato in ognuno di noi ha un impellente bisogno. Quel che pare così intellettuale, insomma, mi sembra abbia più a che fare con la pancia.

Riguardo a me, cerco di non lamentarmi molto, anche perché mio padre mi ha educata a reprimere ogni lamento o mugugno. Mia madre invece è il Lamento personificato, se fosse un quadro allegorico sarebbe quello. Mi divertono moltissimo invece i lamenti e le considerazioni “sociologiche” degli anziani tra loro: li ascolterei per ore.

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categoria:libri, curiosità
domenica, 18 febbraio 2007

Luglio, col bene che ti voglio…

Ieri mattina ero molto triste, ero anche arrabbiata perché non avevo tempo per essere triste. Ma non riuscivo comunque né a studiare né a lavorare. Neanche Mozart è stato in grado di tirarmi su, anzi mi faceva piangere ancora di più. Allora ho preso delle pinze, sono andata in bagno e ho smontato mezza doccia, ho sostituito il tubo e l’ho rimessa a nuovo, cosa che pensavo avrei fatto fare a mio padre. Non credevo di averne la forza e di essere capace. Invece si vede che ero così arrabbiata che mi è venuta una tale energia in corpo che sono riuscita a fare tutto da sola. E intanto mi sfogavo contro il tubo, che opponeva resistenza. E gli ho anche raccontato un sacco di cose, prima di buttarlo via.

Quindi gli unici che conoscono il mio dolore di questi giorni e non solo di questi giorni sono un tubo e un blog (e voi che leggete). Perché naturalmente, col *meraviglioso* carattere che mi ritrovo, non sono riuscita a dire niente a nessuno, neanche alla mia migliore amica. Ieri sera poi mi sono ritrovata in un pub e a un certo punto si è anche brindato alla mia salute per via della mia promozione sul lavoro; è da una settimana che volo a due metri da terra e rompo le scatole a tutti con il mio entusiasmo non solo per il lavoro ma in generale per come stanno andando le cose, ero molto felice in questi giorni; quindi non potevo dire Fermi tutti, sto male e così non ho detto praticamente niente, né di bello né di brutto, aspettando solo il momento in cui mi sarei finalmente trovata al buio in posizione orizzontale pronta a salutare il mondo per qualche beata ora.

E quando poi mi ci sono trovata, con tutti i muscoli doloranti per lo sforzo della mattina, mentre prendevo sonno mi sono concentrata e ho immaginato di essere a Riccione, dove vado d’estate da quando sono nata. La sera, poco dopo il tramonto, quando la maggior parte della gente è a cena, soprattutto a luglio, il molo è quasi vuoto. E io vado lì, mi siedo su uno scoglio, con le gambe strette contro al petto, e guardo il mare, o meglio lo sento, perché man mano che si fa buio quel che vedo davanti a me è una massa scura, dolcemente mormorante, a volte sospinta da un venticello debole, umido, profumato, buono da respirare. Sembra che dopo la lunga giornata di sole quei luoghi animati e percorsi di gente vociante si distendano all’improvviso e riprendano a respirare col giusto ritmo. E io con loro. È una sensazione bellissima anche da ricordare. E infatti rivivendola ieri sera mentre scivolavo nel sonno, piano piano il cuore e la fronte, che per tutto il giorno avevo avuto come dolorosamente contratti, si sono a poco a poco rilasciati e ho potuto fare dei respiri lunghi. Poi la notte ho sognato di volare sul mare e c’era anche un altro con me ma non so chi era e comunque sono stata molto felice. Ci mancava solo la musica di Amarcord in sottofondo.

Avete anche voi le vostre immagini (o pensieri, sogni) consolatorie?

postato da: flalia alle ore 08:20 | Permalink | commenti (15) | commenti (15)(pop up)
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