venerdì, 30 marzo 2007

Tra spettacoli veri e spettacoli sinceri

Ogni tanto mi capitano delle cose curiose. Ieri mattina ero alla solita mostra deserta quando ho visto entrare un signore che, fischiettando, ha cominciato ad accendere dei faretti nella zona libera della stanza. Quando si è girato e l’ho visto in faccia ho scoperto che era Giorgio Comaschi, l’attore comico.
Lui mi ha spiegato che doveva fare le prove di uno spettacolo con alcune attrici e che se non mi disturbavano avrebbero voluto farle lì, io naturalmente ho detto che per me andava bene e così, invece di stare sola per quattro ore, ho potuto godermi uno spettacolo tenuto proprio davanti ai miei occhi! Uno spettacolo teatrale ad personam, per così dire. Non sono forse fortunata? È stato interessante vedere come si svolgono le prove. Prima gli attori hanno semplicemente pronunciato le loro battute, per memorizzarle e affiatarsi, poi, su quelle battute, hanno studiato e sperimentato posizioni, movimenti e respirazione. Quando uno si impappinava o dimenticava una frase, si ricominciava dall’inizio! Una ragazza non riusciva proprio a memorizzare la sua battuta; il risultato è che, a forza di ripetizioni, io ho imparato a memoria quasi tutte le battute.

Oggi pomeriggio, invece, al lavoro, ho assistito inerme alla demolizione di una persona da parte di una sua collega che, con la scusa della sincerità, ha infierito sulla sua interlocutrice in un modo così crudele (dal taglio dei capelli ai chili di troppo a considerazioni impietose sul suo carattere) che, anche se io non c’entravo niente e assistevo soltanto in disparte, mi è venuto un groppo in gola. Tutte cose dette da amica, ovviamente, e col sorriso sulle labbra, per il tuo bene, cara. Finite le sincere constatazioni, il mostro ha girato i tacchi e nell’andarsene mi è passata accanto: impettita, la gonna svolazzante, il passo baldanzoso nonostante i tacchi alti; in una parola: soddisfatta. L’altra, con un’espressione che non descriverò, accartocciata ha raccolto qualche pezzo di sé per poi tornarsene dietro al bancone. Gli altri pezzi era impossibile recuperarli. Io ero impietrita. Per me questa è violenza allo stato puro. Mi fa orrore, mi indigna e mi spaventa. Io ormai mi preoccupo sempre tantissimo quando una persona (una donna, dovrei dire) comincia un discorso con la frase: “Sai, io sono sincera…”. C’è questa moda per cui occorre essere sinceri, intendendo, con questo, che occorre dire le cose più crudeli (fossero anche vere) che vengano in mente. E dato che di episodi come questo ne ho visti tanti, la mia modesta proposta è che di tutta questa sincerità non c’è poi questo gran bisogno. Meglio piuttosto un po’ di sana ipocrisia, e meglio ancora tacere.
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categoria:curiosità, crudeltà
giovedì, 29 marzo 2007

Letteratura di genere

Questo post trae spunto da un commento di Diego (che anche quando ha poco tempo riesce a lasciare sempre interventi interessanti sul mio blog; grazie!) al mio post di ieri in cui lui dice di non amare/non leggere la letteratura di genere. Io ci ho pensato su e ho capito che sull’argomento sono confusa. Spesso è difficile ascrivere un autore o un romanzo a un certo ambito. Bradbury o Orwell sono scrittori di fantascienza? Sì, ma secondo alcuni sono autori troppo “elevati” per essere costretti in un genere (come se ci fosse in questo qualcosa di sminuente). La letteratura di genere è considerata un tipo di letteratura popolare e meno colta, giusto? Ma in realtà, si tratta sempre di scrivere un romanzo, di dire qualcosa. Che questo qualcosa sia collocabile più in un genere rispetto a un altro o anche in nessun genere, a me interessa solo che sia degno di essere letto. Se un romanzo è ben scritto (e per ben scritto intendo che in qualunque modo sia scritto lo è per precise, consapevoli e chiare scelte dell’autore), ha una trama coerente e sa interessarmi o anche solo intrattenermi, per me è un buon romanzo. Poi ovviamente facendo delle graduatorie, Proust resterà lì dov’è nell’empireo letterario e Stephen King (per dirne uno che mi piace molto) occuperà un posto diverso.

Ma in fondo cosa me ne importa (detta come va detta)?

Per di più, autori che noi oggi consideriamo giustamente dei grandi classici e dei modelli imprescindibili (come Balzac, Dickens, lo stesso Dostoevskij), nella loro epoca erano scrittori popolari, che venivano pagati per quante parole scrivevano, sempre in affanno con le scadenze, scrivevano anche più romanzi contemporaneamente… peggio degli autori di best-sellers odierni!
Io sto scoprendo in questo periodo, causa lavoro, la fantascienza, un genere che ho praticato pochissimo: sto scoprendo romanzi e autori interessanti anche se spesso bistrattati proprio solo perché di genere. Questo non lo capisco: uno può usare il genere per dire cose/fare riflessioni/illuminare questioni che vanno ben al di là del genere e che però, attraverso quel certo linguaggio o contenitore, trovano la prospettiva migliore per esprimersi…

A me piace tantissimo Sherlock Holmes perché a 14 anni, al ginnasio, mi andava tutto male e mi era quasi crollato il mondo in testa e io mi rifugiavo nelle avventure di Sherlock (ho tutte le avventure complete, romanzi e racconti, prima e post “resurrezione” del personaggio); ancora adesso ogni tanto mi rileggo uno dei suoi casi e provo un grandissimo piacere. Non ci trovo nulla di sconveniente.

Mi danno fastidio soltanto i libri scritti in fretta e male, quelli scritti solo e appositamente per compiacere un certo tipo di pubblico (ad esempio il pubblico adolescente, che oggi va tanto di moda) o i libri scritti in serie, tutti uno uguale all’altro. I libri disonesti, insomma. O quelli noiosi perché i loro autori, sentendosi dei Grandi della Letteratura, li appesantiscono in un modo orribile.

Per il resto, non riesco a fare grandi differenze, cioè a mettere grandi steccati. Sarà che proprio in generale con le categorie non me la cavo bene.

Il post è confuso perché io sono confusa… Lo chiedo a voi: come la pensate? Ha senso per voi distinguere tra letteratura colta e di genere? Leggete letteratura di genere? Perché sì? Perché no? Cosa vi piace?

Troppe domande? Chi più ne ha più ne metta…

 

[P.S.: dato che due giorni fa qui si è dibattuto di giornalismo e giornalisti, vi segnalo questo interessante e approfondito post di Laura Costantini che, essendo una giornalista seria e appassionata, affronta l’argomento da par suo, cioè molto bene!]

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categoria:libri
mercoledì, 28 marzo 2007

Tra antiche memorie bolognesi, contagiata da un Mistero etrusco

[Sempre per la serie Vi porto sui miei luoghi (e nei miei libri)]

Nell’atmosfera liquida del mattino di questo marzo novembrino, mentre il profumo di fiori agonizzanti si confonde con l’eterno smog, ho pedalato verso la sede mattutina del mio inutile lavoro di custode di mostre ignorate da tutti. In queste mattine dunque il dovere mi porta qui:



Si tratta della bellissima villa settecentesca Aldrovandi Mazzacorati, residenza estiva delle nobili famiglie da cui ha ricevuto il nome che porta anche ora che, appartenendo al comune, è aperta al pubblico. La sala della mostra è al piano terra, nella parte laterale dell’edificio, in una zona appartata.
Mi accomodo su una sedia e la prima cosa che faccio è restare immobile e godermi il silenzio. Un silenzio assoluto e meravigliosamente riposante. Poi estraggo un libro dalla borsa e leggo beatamente (di visitatori neanche l’ombra). Non leggo tutto il tempo, però, perché l’ambiente che mi ospita non merita indifferenza.
Oggi guardandomi intorno ho cominciato a pensare a quando un tempo l’intera villa e il terreno intorno appartenevano a questi nobili, per i quali era la loro casa. Mi sono vista, con gli immaginari occhi del passato, passeggiare per quelle grandi stanze o recitare e ballare nel grande teatro privato nel quale i padroni di casa inscenavano divertenti commedie, recitate in un misto di francese e bolognese.
Ho sostato a lungo vicino alla porta finestra che immette nel grande parco, ordinato e ricco di varia vegetazione, che si estende tutt’intorno alla villa allungandosi poi fino a congiungersi con i colli sovrastanti. Sul davanti, invece, c’è (e c’era, ai tempi) un bel giardino all’italiana, con alberi e siepi tra cui anche delle bellissime rose. Di fronte a me – sono uscita nel verde perché non potevo proprio resistere – una vecchia quercia mostrava due grossi rami distesi come in un abbraccio. Mi dispiace saper riconoscere per nome solo pochi alberi, dato che gli alberi mi piacciono molto (e da tempi non sospetti, pre pre pre new-age, per intenderci). L’aria umida, satura di pioggia, e il cielo grigio, opprimente, regalavano al tutto quella patina di morbida malinconia che ottunde e allontana ogni impellente preoccupazione.

Ma cos’è questo raptus descrittivo che oggi si è impossessato di me? Esistono miei post nei quali descrivo così puntigliosamente e liricamente ciò che mi circonda? No, perché non è nel mio stile. E però oggi, mentre indugiavo tra una quercia e un leccio, queste descrizioni mi si formavano da sole nella mente.

E io so perché! Descrizioni accurate… una villa settecentesca (con inquilini molto interessanti)… un grande parco, stridii di uccelli… ragazze riflessive in procinto di preparare tesi di laurea… l’arte e la cultura che ci parlano dal passato… questo e molto altro è presente nel libro in cui sono stata immersa tutta la mattina… e cioè (rullo di tamburi) Mistero etrusco, di Paolo Ferrucci!

Finché non l’avrò finito di leggere non ne parlerò, però intanto vi dico che:

potreste forse identificarvi in una giovane donna alle prese con l’ingresso nella vita vera (tra amori sbagliati e scelte importanti);

oppure vi trovereste meglio negli elegantissimi panni dell’affascinante professore gallese Lester Howe, diviso tra la sofferenza per un amore finito e l’attrazione per una solare direttrice di museo?

Forse siete curiosi di conoscere un raffinato gioco da tavola dal nome esotico che personalmente proporrò a mia nonna e alle sue amiche snob al posto del solito bridge;

o potreste scoprire che invece di una banale bicicletta preferireste possedere un ecologico manipede;

magari vi chiedete che cosa gli etruschi abbiano (ancora) da dirci;

può darsi che vi interessino quei romanzi in cui viene rappresentato con maestria un piccolo microcosmo in cui ogni personaggio acquista vita e spessore tanto da risultarci presto familiare;

potreste rimanere sorpresi dalle possibili implicazioni del fotografare il cielo o da quanto un cassonetto dell’immondizia possa svelare su di voi più verità di quante non ne diciate apertamente;

o forse siete lettori che amano andare al sodo e vi interessa capire chi è l’assassino.

In tutti questi casi, questo romanzo potrebbe darvi interessanti risposte (o ulteriori domande?).
Ah! Non posso parlarne adesso che sono solo a metà!
Ma mi sta piacendo e penso che, di questi tempi, mostri abbastanza bene la differenza che c’è tra un blogger che pubblica un libro e uno scrittore che tiene un blog.

(Qui potete trovare le prime pagine con gli incipit dei vari capitoli e sottocapitoli)

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categoria:libri, la mia città
martedì, 27 marzo 2007

Perplessità

[Un pomeriggio tra giornalisti]

Ieri pomeriggio c’è stata una seduta del consiglio comunale e io mi trovavo proprio nell’anticamera della sala del consiglio nella quale ci sono altoparlanti che trasmettono l’intera riunione a favore dei giornalisti e di eventuali cittadini interessati. I giornalisti erano parecchi, ne ho anche riconosciuto qualcuno.
Sul momento, un po’ intimidita, ho cercato di rimpicciolirmi il più possibile nell’angolino di divano che occupavo, aggrappata al mio libro (sempre Il male oscuro, che mi sta piacendo tantissimo). Ma poi, guardandomi attorno, mi sono resa conto che tutti quei giornalisti che sul momento mi avevano intimorita con la loro sola presenza, invece di ascoltare gli interventi dei consiglieri chiacchieravano e scherzavano tra loro. Facevano addirittura un tale chiasso che perfino io, pur tendendo le orecchie, faticavo ad ascoltare la riunione. Erano tutti giovani, più o meno miei coetanei; ognuno con taccuino e penna in mano; vestiti in modo sportivo, tranne due dall’aria rampante e con una faccia molto supponente e quindi sgradevole per i miei gusti; quasi tutti uomini.

Avranno sicuramente sviluppato un modo particolare di ascoltare e prendere appunti pur contemporaneamente scherzando rumorosamente tra loro. – ho pensato – Una sorta di deformazione professionale.

Ogni tanto qualcuno di loro mi è venuto vicino per fare conoscenza: credevano che fossi una nuova giornalista. Questo perché, oltre a stare compostamente seduta in ascolto, tenevo anch’io sulle ginocchia un quaderno e in mano una penna: ma era il mio diario, non un taccuino di lavoro! (Figuratevi come sono ridotta se mi ritrovo a scrivere il mio diario nell’anticamera di un consiglio comunale anziché nell’intimità serale della mia camera…).
Uno di questi si è seduto accanto a me e ha attaccato a parlare. E così, dopo un po’ di chiacchiere e sorrisi e avendomi lui anche gentilmente offerto un caffè, ho trovato il coraggio per chiedergli con delicatezza come facevano a fare il loro lavoro se chiacchieravano tra loro o con me (nel suo caso) e lui si è messo a ridere divertito e ha risposto che sarebbe mortalmente noioso (be’, non ha usato proprio queste parole) ascoltare tutto per bene e che poi in ogni modo qualcosa da scrivere saltava fuori.

E infatti ne ho avuto presto la dimostrazione: il “qualcosa” che saltava fuori erano in realtà assessori e consiglieri che, dopo una certa discussione da loro animata o dopo il voto di una tale mozione, uscivano dall’aula sbuffando e, nella maggior parte dei casi, con una sigaretta in mano. Allora, d’improvviso, i giornalisti dispersi fino allora in piccoli crocchi ridanciani si compattavano in sciame e circondavano l’assessore di turno il quale raccontava loro quel che era successo. Ovviamente lo raccontava dal suo punto di vista, cosa di cui ho potuto rendermi conto più volte confrontando gli interventi che avevo ascoltato con le mie orecchie e i relativi resoconti degli assessori.
Lì sì che i giornalisti scribacchiavano impetuosamente ogni parola pronunciata. Poi afferravano il cellulare con mani tremanti e chiamavano subito le rispettive redazioni per ragguagliarle su quanto finora raccolto.
Un assessore ne ha sparata una grossissima: ha dato una lettura assolutamente ideologica e a mio parere falsa di una discussione avvenuta prima, traendone conclusioni del tutto personali e opinabili, per quanto legittime. Se i giornalisti non hanno ascoltato direttamente la discussione, mi chiedo come faranno a distinguere i fatti dalle interpretazioni personali, trattandosi anche di una questione abbastanza importante.

Un’altra cosa che ho notato è la grande familiarità che molti di loro avevano con gli intervistati. Saluti, scherzi, battute e sorrisi compiacenti si sono sprecati. Non mi è parso molto corretto neppure questo. Ho pensato che se fossi giornalista mi guarderei bene dal diventare amica delle persone (e personalità) di cui devo parlare.

Forse parlo così perché non sono del mestiere e non capisco cose che altrimenti capirei. E poi sono anche ingenua o soffro di quell’idealismo tipico di chi non vive certe situazioni nella loro concretezza e quotidianità.

Ma mi è tornato in mente un racconto fattomi da una cara amica, anche lei giornalista: la sera in cui uccisero Marco Biagi lei fu mandata sul posto. C’era ovviamente una folla di giornalisti. Lottavano per conquistare il posto in prima fila sulla scena dell’omicidio; si spintonavano e litigavano tanto che la polizia ha dovuto rimproverarli. Se uno doveva disgraziatamente andare in bagno, dopo ore di freddo nel cuore della notte, era un dramma perché “perdeva il posto”. Anche lei, pur vergognandosi, ha partecipato alla “competizione”.

I due episodi non c’entrano niente ma un po’ sì.

Dato che leggo due quotidiani al giorno e gli unici programmi che seguo alla tv sono programmi d’informazione o inchieste giornalistiche, ci tengo a questo mestiere e a capire come funziona.
Ho pensato anche a certi post appassionati di Laura, che ama e rispetta molto la sua professione.
Forse come in tutti i lavori ci sono molti che si impegnano e altri che tirano a campare, o non è necessario impegnarsi sempre allo spasimo (io però lo farei - anche per un consiglio comunale - come lo faccio nel mio lavoro).

Insomma ci sono rimasta un po’ male e volevo raccontarvelo; forse mi sapete spiegare qualcosa.

(Non voglio certo fare di tutta un’erba un fascio; ho solo descritto un episodio, per quanto secondo me abbastanza significativo, considerando anche racconti ed esperienze altrui).

[Domani scrivo un post brevissimo, prometto!]

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categoria:riflessioni
lunedì, 26 marzo 2007

La cultura quando mi è apparsa aveva forme generose e un cuore grande

[E dovrebbe sempre essere così]

Io sono nata a dicembre, perciò è come se avessi un anno in meno rispetto a quello che appare sulla carta e che però è ciò che vale; per questo motivo mi son sempre trovata mio malgrado a dover fare delle cose in anticipo, tra cui ovviamente l’ingresso a scuola.
Quella mattina di settembre mio padre e io ci incamminammo verso l'edificio che a partire da quel giorno sarebbe stata la mia scuola elementare. Io ero arrabbiatissima perché, oltre a dover indossare un orrido grembiulino pizzoso che mi tirava da tutte le parti, avevo anche una repellente cartella rosa (colore all’epoca da me odiato e aborrito) che piaceva tanto a mia madre. Perciò marciavo in silenzio e con passo cadenzato.
A un tratto mio padre mi poggiò la mano sulla spalla (suo gesto solenne che anticipa di solito qualche conturbante rivelazione o almeno un noioso predicozzo) e con tono formalmente commosso annunciò:
-Ilaria, da oggi tu entri nel mondo della Cultura. Vedi di farti onore e ricordati che sei una Micheletti!-
(Che è il mio cognome, cioè uno dei cognomi più banali d’Italia, saremo in migliaia a chiamarci così…).
L’idea di farmi onore mi piaceva (era anche il periodo in cui mio padre mi leggeva i grandi romanzi d’avventura); la Cultura, invece, con quella c maiuscola che mio padre aveva scandito con tanto orgoglio, mi suscitava diffidenza e un senso di freddo.

La sera prima mio padre aveva aperto il mio quaderno, ancora perfettamente intonso, e aveva vergato di suo pugno, sulla prima pagina, un geroglifico (o a me così pareva) che qui trascrivo, sottolineature comprese:
«Il mio italiano dev’essere il più possibile concreto e il più possibile preciso»; I. Calvino.
Ora, io ero completamente analfabeta. Non ero come i bambini di oggi che a quattro anni sanno già leggere e scrivere in almeno due lingue diverse. Io non volevo assolutamente uscire dalla mia beata condizione di analfabetismo perché fino ad allora, in qualunque momento lo desiderassi, c’era sempre un adulto pronto a leggermi o raccontarmi una storia (o interi romanzi, come faceva mio padre, che me li leggeva a puntate la sera). Intuivo chiaramente che non appena avessi imparato a farlo da sola sarei stata abbandonata a me stessa. Vedere poi mio padre perennemente chino su libri o quaderni con la testa tra le mani e la gastrite nervosa non mi aiutava a trovare allettante l’idea di leggere e scrivere.

Comunque, con in mente il proclama di mio padre, mi trovai in classe, seduta in un banco a caso, circondata da bambini in lacrime. La mia compagna di banco (che poi sarebbe diventata la mia migliore amica) singhiozzava come neanche un’orfanella nei più tragici cartoni animati giapponesi. Non un’atmosfera molto incoraggiante.

Io però ero come sono adesso: prima di avere reazioni inconsulte mi guardo intorno e cerco di capire la situazione.

E mentre mi guardavo intorno vidi lei, la maestra, fare il suo ingresso in aula. La prima cosa che vidi, data la mia scarsa altezza e la mia posizione seduta, fu questo suo grandissimo, esorbitante e morbidissimo seno; oltre a essere grosso sembrava anche dotato di potenzialità estensive. Inoltre sembrava protendersi in avanti come per accogliere chiunque avesse bisogno di conforto. Tutto il corpo della maestra appariva meravigliosamente morbido, florido, rassicurante e caldo.
Lo paragonai immediatamente (e impietosamente) al corpo di mia madre, sottile, ossuto, freddo e respingente: scomodissimo, nonostante lei ne andasse tanto fiera.
Poi guardai il viso della maestra: affettuoso e sorridente.

Allora ho pensato che qualunque cosa fosse la cultura era sicuramente qualcosa di meraviglioso se proveniva da lei.

E così è stato: del corpo della maestra ho potuto abusare a piacimento durante i cinque anni poiché lei era generosa nell’elargire abbracci e baci quanto nell’insegnare tabelline e congiuntivi o nel guidarci in avventurose gite e giocosi passatempi.
Per la prima volta nella mia vita mi sono sentita al caldo e protetta e amata da una persona che al tempo stesso aveva anche un ruolo ufficiale. In lei, proprio in lei fisicamente e anche però nel suo carattere, piacere e dovere si compenetravano superbamente, non procedevano su binari diversi.

E siccome io sono un’oca di Lorentz, questo imprinting mi è rimasto impresso e mi accompagna tuttora. Vorrei quasi avere perfino quel suo fisico, che oggi sarebbe giudicato grasso, se fosse possibile.  Ecco perché non comprendo tante polemiche o cattiverie o scorrettezze che pure avvengono in quel campo: credo che nel fondo del mio cervello la cultura continui ad avere l'aspetto materno e profumato di una donna morbida e accogliente.

Per la cronaca, la mia maestra la incontro spesso in giro per il quartiere e, benché invecchiata, la sua affettuosa carica esplosiva è rimasta intatta: ancora mi stritola tra le sue capienti braccia e in un solo gesto fa sgorgare di nuovo in me ricordi indelebili. È la mia madeleine vivente.

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categoria:persone, felicità
domenica, 25 marzo 2007

Mi piace…

Mi piacciono i treni come mi piacciono le biblioteche. Non ci si sente soli su un treno, si incrociano storie e facce, ci si siede lasciandosi trasportare (anche se oggi, leggendo il giornale, ho scoperto che si può morire su un treno senza che qualcuno se ne accorga).
Mi piace guardare fuori dal finestrino riconoscendo paesaggi ben noti.
Mi piace sapere che all’arrivo c’è un amico che mi aspetta e mi piace molto camminare con lui per una graziosa cittadina romagnola, ammirare la piazza e poi sedermi a un tavolino in un bar bevendo del tè e conversando con lui.
Mi piace molto ascoltare cose interessanti e non banali e scoprire che, nonostante un po’ di timidezza mi accompagni sempre, sto migliorando in socievolezza (considerando che sono partita da sottozero).

[Mi prende un po’ in giro perché faccio molte domande. Ha ragione! È verissimo, ma è perché sono curiosa e poi mi piace ascoltare cose che non so.]

Mi piace molto condividere la sua emozione per la gara importante cui parteciperà l’indomani.
Mi piace uscire dal bar e vedere che nel frattempo è diventato buio e ha cominciato a piovere, e la piazza ora, con i suoi monumenti, appare più luminosa e romantica per i riflessi della pioggia che bagna il terreno (so che nei film creano apposta questo effetto per aumentare la suggestività di certe scene, e ieri questa bellezza è accaduta senza effetti speciali).
Infine mi piacciono i saluti alla stazione e il pensiero di quando ci si rivedrà.

Tutte queste cose molto belle e piacevoli ieri mi sono accadute, quindi avrete già capito che il mio umore è tornato nei ranghi che gli convengono, anzi un pizzico più su.
Salita sul treno per tornare a casa ero sorridente e questo sorriso mi è rimasto appiccicato per tutto il viaggio. Mi sentivo così tranquilla che non ho neanche cominciato a chiedermi se avessi detto qualcosa di sbagliato o noioso, o se potevo dire qualcosa di più intelligente o più simpatico, o ridere di più o di meno (brutto vizio, lo so).
A Bologna diluviava e a me, che non amo la pioggia, è sembrata invece una benevolenza del cielo.

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categoria:camminando
sabato, 24 marzo 2007

Il piede in fallo, ogni tanto

Ieri sera, senza un vero motivo, mi sentivo molto molto infelice. Il risultato è che ho scritto delle cose esageratamente tristi e molto superficiali a una cara persona che non le meritava affatto.

Secondo me quando si è in preda allo sconforto – quello sconforto che assale a tradimento – capita di vedere se stessi con una lente distorta che di solito normalmente non usiamo. Nel mio caso, in quei momenti, un’altra persona si sostituisce a me: mi vedo con gli occhi di mio padre (e in parte di mia madre). È lui, con il suo metro di giudizio severo e inflessibile, a considerarmi spacciata per non essere stata in linea con certe aspettative. È guardandomi con i suoi occhi – gli occhi di una persona che amo e a cui mi sento legata profondamente – che mi sento una sconfitta. È come finire in un vortice in cui io divento piccola e sbagliata e lui grande e sterminato.
Ma quando questo buio che ogni tanto mi coglie passa – ed è già passato – e ritorno a osservarmi con i miei occhi fiduciosi e sorridenti, quelli che vedono la realtà come la leggete nei miei post, gli occhi insomma dell’Ilaria che conoscete, non mi vedo più così sbagliata e sconfitta.

È come fare ogni tanto un passo falso, come un battito a vuoto del cuore, come mettere un piede su un gradino che non c’è e per un attimo – poco o tanto – ci si sente disorientati, persi, prossimi all’abisso.
Quando la luce si riaccende e ci si accorge che il gradino non c’è perché si è già a terra e non nel nulla, con un piccolo, fremente sospiro il viso riprende colore e il cuore si riscalda di nuovo.

Ma anche il piccolo episodio di ieri sera/notte non fa che consolidare la mia teoria secondo la quale quando si è tristi, soprattutto in modo così vago e al tempo stesso così intimo (circondati da fantasmi personali che solo noi pre-sentiamo, non afflitti da un dolore oggettivo e misurabile) è meglio stare soli e zitti finché non passa. Inutile andare a rattristare un’altra persona scaricandole addosso pensieri che non sono neanche i nostri ma di quel mostro (mio padre per me, chissà chi per voialtri) che nel dolore ci toglie parola e sguardo e si sostituisce a noi. Il dolore spesso produce falsità, non verità, al contrario di quanto spesso si crede. Secondo me, ovviamente. Può darsi che la vostra esperienza sia molto diversa.

Comunque secondo me è anche un po’ colpa di Giuseppe Berto! Ieri pomeriggio ho iniziato a leggere Il male oscuro il cui tema è, come annunciato fin dalla prima riga, la lotta col padre, così la definisce lui. L’ho letto ininterrottamente per quattro ore di seguito e di sicuro mi ha influenzato. Avete presente quando, usciti da un cinema, si tende a parlare come i personaggi del film appena visto, fossero pure dei gangster o dei ragazzini col vocino a trombetta? Succede lo stesso anche coi libri. Io, a dieci anni, dopo aver letto Cuore parlavo come il padre di Enrico Bottini. O come Elizabeth, dopo la lettura di Orgoglio e pregiudizio; e così via.

Insomma, oggi splende un bellissimo sole e penso proprio che Giuseppe Berto e ogni altra incombenza resteranno a casa; nel pomeriggio vado a Faenza a incontrare un amico e a fare il pieno di allegria; mi sono accorta che sto veramente troppo da sola; dopo non c’è da stupirsi se scrivo stupidaggini a una persona cui sono affezionata.

Buona fine settimana anche a voi, cari amici.

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categoria:libri, spleen, occasioni mancate
venerdì, 23 marzo 2007

Giocare col tempo

Dato che sui blog siamo distanti e immateriali, oggi voglio almeno farvi vedere quello che vedo io con i miei occhi in questo periodo per quattro ore al giorno. Infatti passo i pomeriggi a Palazzo d’Accursio (il palazzo del Comune, in piazza) in qualità di sorvegliante di una mostra di giovani disegnatori. Non è male perché in quelle quattro ore ho tempo per leggere e anche l’ambiente mi piace. Di visitatori ce ne sono pochissimi ma non mi sento sola perché mi basta sollevare lo sguardo per vedere davanti a me Irnerio, l’illustre giurista del XII secolo che tanto impulso diede all’afferrmazione dell’università di Bologna. Lui però non mi guarda perché è intento a studiare il Codice di Giustiniano, come potete notare:

(Se cliccate qui, lo vedete meglio).

Si tratta di un dipinto del 1886 di Luigi Serra che, volendo celebrare le glorie cittadine, ha scelto di rappresentare un volontario anacronismo: alle spalle di Irnerio, infatti, si nota l’esercito bolognese che rientra in città trionfante dopo la battaglia della Fossalta (1247), in cui Bologna guelfa sconfisse Modena ghibellina (Irnerio a quell’epoca era già morto e sepolto). Sul carroccio, simbolo del Comune, c’è il famoso re Enzo, vestito d’oro, figlio di Federico II, fatto prigioniero dai bolognesi che lo rinchiusero poi in un palazzo che ancora oggi porta il suo nome ed è anch’esso in piazza.

Questo fatto dell’anacronismo mi piace molto, finché restiamo nel campo dell’arte: il pittore aveva voglia di mostrare una cosa che nella realtà, per via del duro incedere del tempo storico, non era potuta avvenire, e l’ha disegnata: così, per chi guarda, quel desiderio è diventato realtà. Proprio come in letteratura, o nel cinema (be’ però parlo di anacronismi voluti e non dovuti a ignoranza…).

L’altra cosa che mi piace tantissimo di questo quadro è il fatto che Irnerio, sul suo scranno, dà le spalle all’esercito e alle scene di trionfo bellico ed è invece tutto assorto nei suoi studi come se fosse nel chiuso di una tranquilla stanzetta anziché all’aria aperta nel frastuono della festa. Per lui, che là dietro trionfino o si disperino, non cambia niente. E se notate, non solo tiene alcuni libroni sul tavolo ma ne ha anche due accanto a lui, per terra, come sarà capitato a tutti noi durante certi disperatissimi studi. Mi piace anche com’è vestito: con una veste verde con qualche ricamino d’oro sulle spalle e poi calza degli stivali scamosciati molto simili a quelli della mia amica Chiara. Di statura pare veramente molto piccolo.

Non sarà un grande quadro ma mi tiene compagnia e comunque, quando le persone entrano nella sala (che in realtà è un lungo corridoio) guardano solo quello anziché i disegni della mostra. Alcuni mi hanno anche chiesto spiegazioni, compresi dei turisti sia francesi sia, in un’altra occasione, inglesi. Avendo quasi più dimestichezza con le lingue morte che con quelle vive, credo di aver fatto degli strafalcioni orrendi in entrambe le lingue ma penso che i concetti base siano passati. Se li conosco è perché me li ha spiegati un signore il primo giorno, mentre contemplavo il quadro ipotizzando tra me e me strampalate interpretazioni della scena (avevo riconosciuto solo Irnerio - perché c’è scritto il suo nome - e Bologna sullo sfondo). Questo signore ho poi capito che è una guida perché lo vedo spesso accompagnare classi riottose o gruppetti di turisti a visitare il palazzo.

Da ieri però mi sono spostata nella sala attigua al corridoio, che è riscaldata. È l’anticamera della sala del consiglio comunale e vi passano, o si fermano a crocchi, assessori, consiglieri, il sindaco, i giornalisti. Io me ne sto rannicchiata su un divanetto dal quale riesco a tenere sotto controllo la mostra e mentre attorno a me c’è un tale viavai di personalità e seccatori al seguito, io imito il mio antico illustre concittadino: mi immergo nei miei libri e viaggio, come lui, in un altro tempo.

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categoria:la mia città
giovedì, 22 marzo 2007

Il Re del mondo

È un uomo magro, alto ma curvo, cammina con il viso rivolto a terra, la schiena piegata, sembra un Atlante stanco. Ha spesso sul volto una smorfia di fatica. Perché si ostini a portare sulle spalle il Peso del Mondo io non lo so.  

Passa ogni sera sotto la mia finestra, in primavera e in estate. D’inverno non lo vedo mai. Forse migra? Porta il suo peso altrove nei mesi freddi? O sta in casa, ammutolito accanto a un termosifone… facendo cosa? Sognando? Desiderando? Si può sognare quando hai il mondo davanti a te, nelle tue mani? Se hai tutto lì e non sai cosa farne? Anche se è questa cosa così triste e pesante, anche se ne conosci solo il dolore: che cosa si può desiderare di meglio, di diverso, di ulteriore? Che cosa si può voler cambiare, quando ce l’hai lì tutto intero, nella sua incredibile complessità?

E la gente neanche se ne accorge, lui cammina lungo la via Emilia, le macchine passano sfrecciano strombazzano, nessuno lo nota mai o si ferma di fronte… al Re del mondo. Perché chi possiede una cosa ne è il signore e padrone. E lui allora, dico io, è il Re del Mondo, anche se sembra il più povero tra i poveri, perché ha cura di quel fardello così pesante senza stancarsene mai.

Di re non ce n’è solo uno, ma io anche quest’anno sono qui che aspetto lui e i timidi sorrisi che mi regala.

 

[Questo post è brutto, lo so; non son capace di scriverlo meglio. Ma è dedicato a quest’uomo solitario e triste che però mi sorride sempre quando io gli sorrido, appare solo a un certo punto dell’anno pur abitando nel mio quartiere e una volta - ma è stata l’unica e neanche allora ha detto una parola - mi ha anche regalato un fiore. Compie sempre lo stesso percorso e adesso ormai dovrebbe comparire].
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mercoledì, 21 marzo 2007

Un passo solo, un’anima sola…

Quando mi affaccio alla finestra al mattino vedo spesso passare, sul marciapiede, i genitori di una mia amica che abitano nella mia stessa via. Lei è grassa e cammina impettita, il volto contratto in un broncio perenne; lui, mingherlino e con lo sguardo mite, la segue sempre rigorosamente a un metro e mezzo circa di distanza. Non parlano mai ed entrambi marciano con lo sguardo fisso davanti a sé (soprattutto lei: un vero generale). Vanno a fare la spesa e al ritorno la scena è la stessa.

Questa piccola cosa mi indispone sempre; mi infastidisce tantissimo vedere due persone sposate che regolarmente (ogni tanto può capitare a tutti) camminano una dietro l’altra a due metri di distanza senza guardarsi né parlarsi. Il fatto che lei stia davanti mi dispiace ancora di più (di solito le donne sono più sensibili a certe cose).
Per me è solo una questione puramente estetica, cioè non metto in dubbio che si vogliano bene, anzi ne sono certa. Non lo vedo necessariamente come sintomo di un malessere di coppia, ma dico che è veramente una scena brutta e spiacevole da vedere.

Ma proprio adesso mi sovviene che quando, non tantissimo tempo fa, accanto a me esisteva un cosiddetto fidanzato, ora che ci penso anche con lui avevo seri problemi di deambulazione, dovuti al fatto che per esempio lui divideva le camminate in “spostamenti” o “passeggiate”. Spostamento è quando ci si muove per trasferirsi da un posto a un altro (cioè esiste una meta da raggiungere): in questo caso, secondo lui, bisognava andare di fretta, senza preoccuparsi di stare allineati e senza assolutamente darsi la mano (secondo me però erano tutte scuse per coprire il fatto che per colpa sua eravamo sempre in ritardo e dovevamo correre, ma non gliel’ho mai detto quindi è solo una mia supposizione). Invece la passeggiata è quando si cammina tranquillamente per il gusto di farlo; lì pretendeva la mano nella mano o il braccio intorno alla vita.

Ma le cose, per colpa mia, non funzionavano mai bene. A volte è veramente difficile distinguere uno spostamento da una passeggiata e così allungavo o ritraevo la mano sempre nei momenti sbagliati.

Non è per niente facile camminare insieme, in effetti. Beati quelli che ci riescono!
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