giovedì, 26 aprile 2007

In odore di santità

Nella lotta ingaggiata fin dalla più tenera infanzia per conquistare l’anelato amore materno (o almeno un po’ di considerazione), credo che l’apice sia stato raggiunto quando, fallito ogni altro tentativo e giunta ormai alla ragguardevole età di otto anni (età in cui, come già narrato qui, avevo l’abitudine di spararle veramente grossissime) sostenni di avere avuto una visione mistica.

Dovete sapere che mia madre è una donna molto religiosa, ma quel tipo di religione che rasenta il bigottismo (avete letto La farisea di Mauriac?) e comporta spesso un fanatismo del tutto formale, però. Essendo tuttavia anche una donna intelligente e colta si è ben guardata dal voler imporre a me questo tipo di religiosità crudele che vive rigorosamente in solitudine. Eppure io intuii che l’unico modo in cui potevo cercare di toccarla era provare almeno a sfiorare quel suo rigido mondo interiore. E così, un giorno, di ritorno dalla messa, con aria trasognata e raggiante beatitudine, le raccontai che durante la recita del Padre nostro avevo avuto una visione: mentre guardavo verso l’altare, una luce intensissima e del tutto particolare, sprigionatasi dalle candele, aveva avvolto il celebrante e i chierichetti, i quali apparivano quasi trasparenti; avevo poi sentito una voce potente che chiamava il mio nome due volte (durante la recita del Padre nostro avevo effettivamente avuto l’accortezza di rivolgermi a mio padre chiedendogli con tono ansioso, facendo in modo che mia madre sentisse, se per caso mi aveva chiamata). Le dissi che avevo provato un’intensa emozione e che ancora mi sentivo strana.
Mia madre mi credette (non so se questo testimonii più del suo fanatismo o della sua ingenuità e buona fede; probabilmente, di entrambi). Certo, prima mi sottopose a un lungo e dettagliato interrogatorio; ma io lo superai egregiamente (sentendomi tremendamente in colpa all’idea di ingannare un genitore, cosa che non mi perdonai per molto tempo). Non dimentico come il suo sguardo da incredulo si fece sempre più convinto e quindi felice: proprio a lei era capitato di avere una figlia cui era apparsa una visione. Mi abbracciò. E mi guardò a lungo con ammirazione. E infine, saggiamente, disse che poteva anche non significare nulla, che poteva anche essere solo una mia suggestione e di non pensarci più di tanto, ma di conservare questo fatto e il suo eventuale significato nel mio cuore, anche «come monito a essere più buona» (eh be’, il predicozzo non poteva mancare). Per un breve periodo mia madre mi trattò effettivamente in modo più benevolo e affettuoso; ma poi, ovviamente, tutto tornò come al solito.

La cosa mi si ritorse anche contro quando, nei vari litigi, mia madre rimproverandomi mi rinfacciava che una volta «Dio mi era apparso e io sembravo non tenerlo minimamente in conto!». In altre occasioni, invece, lei semplicemente mi ricordava l’episodio, e rivedevo nei suoi occhi quello stesso sguardo pieno di speranza: che toccasse proprio a lei, donna così devota, di avere una figlia santa? Sarebbe stato certo il giusto premio, sarebbe stata senz’altro lei la persona più adatta, sarebbe stata così ripagata di tante fatiche sopportate con fiducia.

Vorrei dirle che Dio non mi ha mai parlato e che anzi quella “visione” era il frutto di una messa in cui mi ero annoiata e distratta più del solito, tanto da lambiccarmi il cervello fino a escogitare un simile inganno; ma non ci sono mai riuscita e in fondo, ormai, non cambierebbe niente. L’ha già capito da sola che, visione o non visione, non ha una figlia santa.

Perché vi ho raccontato questo episodio? Per raccontarvi una cosa negativa su di me, innanzitutto. E poi perché, mettendo tra parentesi un attimo la mia “disonestà”, lo trovo anche buffo: che cosa non si arriva a fare per un po’ d’amore! E che cosa, infatti, mi capita di vedere, se mi guardo intorno! E questa è una cosa anche bella: non quando si arriva a perdere la dignità per ottenere amore, ma quando si è disposti a perdere un po’ se stessi per arrivare a un altro. Non si ottiene spesso altro che lo scoprirsi fragili e soli, eppure ci si è almeno messi in gioco.

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categoria:mia mamma, occasioni mancate, devoti atei
martedì, 24 aprile 2007

«Oggi desiderare che i ragazzi leggano è un fatto politico contro il potere»

Da oggi fino a venerdì compreso io sono alla Fiera del libro per ragazzi. Oggi, primo giorno, ho assistito a un incontro con Roberto Denti, pioniere della promozione della letteratura per ragazzi nel nostro Paese. Nel lontano 1972, quando in Italia nessuno si interessava all’editoria per l’infanzia, fondò, assieme alla moglie Gianna, la Libreria dei Ragazzi di Milano, la prima in Italia e tuttora tra le più grandi in Europa. Da allora, ha sempre lavorato instancabilmente per promuovere e nobilitare questa letteratura (parlo della letteratura per l’infanzia contemporanea, non solo dei classici), valorizzandone gli aspetti spesso sovversivi e anticonformisti. Infatti questo, come il fumetto, è un ambito ancora così poco esplorato, così misconosciuto e sottostimato da critici e “autorità”, che, al contrario di quanto spesso si pensi, permette, a chi vi opera, una libertà molto maggiore che in altri contesti.
L’occasione dell’incontro era la presentazione di un progetto (al quale partecipo anch’io!) per celebrare i vent’anni dalla diffusione della letteratura per l’infanzia contemporanea in Italia: il 1987 fu l’anno della svolta, infatti. Fu in questo anno che nacquero le collane Salani e Mondadori Junior, per esempio, che portarono tra le mani dei bambini italiani autori eccezionali come Roald Dahl, Robert Westall, Bianca Pitzorno, Philip Ridley, Gary Paulsen (solo per citarne alcuni; ma l’elenco è lungo e prelibato)…

Oltre alla celebrazione, però, si tratta di fare il punto della situazione: che purtroppo sta subendo una brutta involuzione. E questo interessa tutti.
Per esempio, mi ha colpito questa riflessione sulla memoria e la novità. Oggi c’è l’idea del libro-evento (vale anche per gli adulti): i libri del passato, per quanto pieni di valore, rischiano spesso di cadere nel dimenticatoio e di venire considerati “roba vecchia” perché ciò che conta sembra essere il buttarsi sul nuovo, sull’ultima uscita, sul libro strombazzato, quello che bisogna leggere a tutti i costi per non restare esclusi dai discorsi e non passare per retrogradi…
Denti ha raccontato che periodicamente, ogni inizio d’anno, riceve telefonate dai giornalisti che lo intervistano con affanno su quali saranno le nuove tendenze per il prossimo anno! Come se ogni anno dovesse affermarsi una moda diversa o tutto dovesse rivoluzionarsi; come se fosse prevedibile sapere in anticipo quali libri si affermeranno e quali saranno i nuovi best sellers. È questo il meccanismo che porta un lettore a passare quasi passivamente dall’Harry Potter di turno a Tre metri sopra il cielo al Codice Da Vinci (per citare tre libri-evento). Non me la prendo con chi ama questi libri, ma penso sia sbagliato il fatto che a molti piacciano solo perché non ne conoscono altri (che forse troverebbero più interessanti. E forse anche no, ma a questo punto per una precisa, autonoma, e dunque rispettabilissima, scelta!).

Al di là di possibili estremismi, sono convinta che la letteratura non può seguire le mode. E invece la letteratura per ragazzi, dato che i giovani sono così commercialmente appetibili, rischia di venire corrosa da questi meccanismi distorti.

Un’altra cosa che ho apprezzato è stata il modo in cui Denti ha parlato di alcuni romanzi e autori fondamentali degli ultimi vent’anni: mostrandone una profonda conoscenza e un coinvolgimento, una partecipazione intensissimi.
E infine, il richiamo alla professionalità: bisogna conoscere i libri (cioè: averli letti, e sul serio) per poterne parlare, soprattutto con i ragazzi. Quante persone conosco che parlano tanto di libri e poi non ne leggono quasi!

La frase che ho messo come titolo è stata l’affermazione che ha chiuso l’incontro. Nei programmi scolastici dell’ex ministro Moratti la letteratura per l’infanzia non è contemplata. Dei meccanismi perversi della pubblicità e degli interessi commerciali di chi la guida, abbiamo già detto. Spesso gli stessi insegnanti (non necessariamente per colpa loro) non sanno da che parte cominciare o come muoversi.

Eppure leggere buoni libri, e leggere bene, e costruirsi un proprio giudizio, è uno strumento importante (non l’unico, certo) di libertà (e di sanità mentale, per quanto mi riguarda!).

Cosa ne pensate (credo che il discorso valga in generale)?

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categoria:libri
lunedì, 23 aprile 2007

Cinque libri per una vita?

L’amico Paolo Ferrucci è curioso di sapere come cominciano i 5 romanzi della mia vita… Io dico subito che i romanzi che mi hanno segnata sono ben più di cinque e che con le classifiche sono una frana, però i seguenti cinque sono stati tra quelli più importanti per me.
Procediamo (l’ordine è quello in cui li ho letti per la prima volta):

Il vento, venendo in città da lontano, le porta doni inconsueti, di cui s’accorgono solo poche anime sensibili, come i raffreddati del fieno, che starnutano per pollini di fiori d’altre terre.
Un giorno, sulla striscia d’aiola d’un corso cittadino, capitò chissà donde una ventata di spore, e ci germinarono dei funghi. Nessuno se ne accorse tranne il manovale Marcovaldo che proprio lì prendeva ogni mattina il tram.
Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città: cartelli, semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti, per studiati che fossero a colpire l’attenzione, mai fermavano il suo sguardo che pareva scorrere sulle sabbie del deserto. Invece, una foglia che ingiallisse su un ramo, una piuma che si impigliasse a una tegola, non gli sfuggivano mai: non c’era tafano sul dorso d’un cavallo, pertugio di tarlo in una tavola, buccia di fico spiaccicata sul marciapiede che Marcovaldo non notasse, e non facesse oggetto di ragionamento, scoprendo i mutamenti della stagione, i desideri del suo animo, e le miserie della sua esistenza.

Italo Calvino, Marcovaldo

 
A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e traversare la strada, per diventare come matte, e tutto era così bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che qualcosa succedesse, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, o magari venisse giorno all’improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare camminare fino ai prati e fin dietro le colline. – Siete sane, siete giovani, - dicevano, - siete ragazze, non avete pensieri, si capisce -.
Eppure una di loro, quella Tina ch’era uscita zoppa dall’ospedale e in casa non aveva da mangiare, anche lei rideva per niente, e una sera, trottando dietro gli altri, si era fermata e si era messa a piangere perché dormire era una stupidaggine e rubava tempo all’allegria.

Cesare Pavese, La bella estate

 

Gregorio Samsa, svegliandosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo. Riposava sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un poco il capo vedeva il suo ventre arcuato, bruno e diviso in tanti segmenti ricurvi, in cima a cui la coperta da letto, vicina a scivolar giù tutta, si manteneva a fatica. Le gambe, numerose e sottili da far pietà, rispetto alla sua corporatura normale, tremolavano senza tregua in un confuso luccichio dinanzi ai suoi occhi.

Franz Kafka, La metamorfosi  (e in generale tutti i suoi racconti, che preferisco ai romanzi)

 
Nel grande edificio del palazzo di giustizia, durante la sospensione dell’udienza al processo Melvinskij, i giudici e il pubblico ministero s’erano raccolti nel gabinetto di Ivan Egorovič Šebek e stavano parlando del famoso affare Krasovskij. Fedor Vasil’evič s’affannava a sostenere l’incompetenza, Ivan Egorovič non si lasciava convincere, e Petr Ivanovič, che non era entrato nel discorso da principio, non vi prendeva parte e scorreva la Gazzetta di Pietroburgo appena arrivata.

- Signori! – disse a un tratto, - Ivan Il’ič è morto.

- Davvero? –

- Ecco, leggete, - disse lui a Fedor Vasil’evič, porgendogli il giornale fresco e ancora odorante di stampa. Entro una fascia nera era scritto: «Praskov’ja Fedorovna Golovina annuncia con profondo cordoglio ai parenti e agli amici la morte del suo adorato sposo Ivan Il’ič Golovin, consigliere di Corte d’Appello, seguita il 4 febbraio di quest’anno 1882. Il trasporto avrà luogo venerdì alle ore 1 pomeridiane».
Ivan Il’ič era collega dei signori lì raccolti, e tutti lo amavano.

Lev N. Tolstoj, La morte di Ivan Il’ič

 
GLI UCCELLI VOLANO IO INVECE MI AVVIAI A PIEDI VERSO LA STAZIONE DELLE FERROVIE
C’era una guerra in Africa. I soldati attraversavano la città con le divise di tela massaua e le teste di sughero, la testa imbottita di sughero, i caschi di sughero sulla testa. Cantavano quella canzone là che tutti sanno, marciando sulla strada Garibaldi verso la Stazione delle Ferrovie. Che cosa fanno? Dove vanno? Che cosa vanno a fare? Devono essere molto contenti se cantano, mi dicevo. La canzone mi risuonava nelle orecchie cantata o fischiettata per la strada, anche dai caffè e dalle finestre delle case attraverso la voce della radio. La radio continuava a cantare anche di notte, quando smetteva di cantare parlava, continuava a parlare e poi cantava di nuovo, non si fermava mai.
Agli angoli delle strade comparvero carretti carichi di banane che mia madre non comprava per paura delle infezioni (sulla punta della banana c’è il cadavere di un insetto).
“Le banane sono pericolosissime,” diceva mia madre a suo figlio e lo portava a vedere i bambini che mangiavano il gelato.

Luigi Malerba, Il serpente

 

Bene. Avrei potuto tranquillamente mettere solo autori dell’Ottocento, dato che sono stati loro a formarmi. Ma l’idea di dover scegliere tra Austen e Brontë, Dickens e Balzac, Flaubert, Dostoevskij, Sthendal, Hugo… no no, vada per i cinque che ho scelto.

Adesso spiego brevemente le mie scelte:

Marcovaldo: perché chi legge da un po’ questo blog si sarà forse accorto che io sono un po’ una Marcovalda!

La bella estate: è il primo romanzo di Pavese che lessi e che mi fece innamorare di lui, uno dei grandi autori della mia adolescenza e tuttora uno dei miei preferiti in assoluto (da leggere, rileggere, amare…).

La metamorfosi (ma, in generale, tutto Kafka, compresi diari, lettere eccetera): perché io sono Kafka, senza ovviamente il suo genio, il suo talento e la sua arte…

La morte di Ivan Il’ič: perché questo brevissimo romanzo (o lungo racconto) è una piccola stilettata al cuore; una specie di monito a cercare di vivere una vita autentica, prima che sia troppo tardi.

Il serpente: perché è un romanzo che non è un romanzo, perché dice tutto e il contrario di tutto, perché è scritto in un modo superbo, perché negli anni ’60 Malerba era già dove sono oggi gli Eggers e i Foster Wallace di turno. E perché mi fa morire dal ridere!  

Ora devo passare il testimone… Scelgo cinque nomi di cui mi piacerebbe sapere i libri preferiti, ma rispondete solo se ne avete tempo e voglia. E poi chiunque altro voglia farlo, lo faccia!

Allora io passo il testimone a Laura (e ovviamente anche a Lory, se vuole, ma so che non le piacciono i questionari!), a Diego (se ha tempo dato che è sempre super-indaffarato!), alla simpaticissima Cappelli a Volute (poiché ci sono tante affinità tra noi, sono proprio curiosa!), a Ellee (perché ammiro moltissimo la sua cultura e la sua sensibilità) e a Melchisedec (caro Mel, forse non sei il tipo da “catene” ma mi piacerebbe accettassi perché non riesco a prevedere cosa potresti scrivere!). Avevo pensato innanzitutto a Massimo, ma la sua “redazione” è in vacanza (però i vari redattori potrebbero cimentarsi in questo esercizio, al termine dell’ammodernamento della redazione…). E, ripeto, a chiunque piaccia l’idea.

Cosa pensate dei libri che ho citato? Li conoscete? Li amate? Li odiate? Cosa avreste messo voi?

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categoria:libri
domenica, 22 aprile 2007

Ma perché?

[Da leggersi con un sorriso: i problemi seri sono altri]

In questo periodo guardo pochissima televisione (non per snobismo ma per mancanza di tempo). La accendo regolarmente per seguire il telegiornale, all’ora di pranzo e di cena, quindi oltre al tg vedo la pubblicità che lo precede. Ed è da qualche giorno che prima del tg Uno appare lo spot di un misterioso programma che sarà trasmesso prossimamente, in cui si vede il signor Funari che imita da par suo (…) una meravigliosa scena di uno dei film cari al mio cuore: Amarcord. C’è pure la musica del film, in sottofondo. E Funari che su un albero sbraita Voglio Rai uno!

Ma perché tale scempio? Ma cosa c’entra con Funari? Ma cos’è? Ma cosa mi significa? Ma che motivo c’è? Ma con tutte le scene di tutti i film che poteva andare a pescare, proprio quella? E poi non serve a niente, non dice nulla sul programma in questione… (in più mi è giunta voce che la medesima scena è già stata profanata dalla signorina Jo Squillo nel corso di un reality agreste).

Già devo sopportare di sentire alcune musiche meravigliose (tipo I want a little sugar in my bowl di Nina Simone) sprecate nelle varie pubblicità. Già devo vedere cose ridicole come casalinghe apparentemente ossessionate dalle pulizie di casa che accaparrano il super prodotto iperigienizzante come fosse l’unica ragione di vita e poi lo usano su superfici o fornelli o sanitari che da decenni nessuno ha pulito (ma chi è che, per quanto poco incline alle pulizie domestiche, ha in casa delle piastrelle così schifosamente incrostate, per dire?); per non parlare delle solite fantasiose réclames di assorbenti o antidiarroici a un’ora non appropriata… Adesso pure Funari che mi distrugge Fellini no… Com’è che diceva Camus? Uno sopporta sopporta, ma a un certo punto arriva a un punto oltre il quale proprio non può andare e allora dice No. Solo che nel mio caso la mia rivolta finisce qui, nelle poche righe di un post domenicale…

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giovedì, 19 aprile 2007

Il pensiero dominante

[La storia di Rata, diventata Rita]

Il pensiero dominante per Leopardi era l’amore, per molti, oggi, è la paura.

Conosco una persona che è convinta di avere un buco in testa. È anche convinta che sua madre complotti con non ben identificati santoni perché le facciano dei malefici (per evitare questo ha nascosto tutte le fotografie che la ritraggono ed evita di farsi fotografare; inoltre controlla ogni movimento della madre). È convinta di avere un corpo così fragile che basta toccarlo per deturparlo orribilmente. Per questo non andava dal dentista anche se ne aveva bisogno e quando l’ho costretta ad andarci (prendendole io l’appuntamento e accompagnandola di persona) si è convinta che il dentista le avesse fatto un buco in gola.

Se le faccio notare con argomenti razionali che non ha un buco in testa (né in gola) lei mi dice che sono pazza, oppure che complotto con i suoi genitori (che non conosco neanche) per farle del male.
Una volta l’ho vista al supermercato, da lontano. Si grattava ininterrottamente la testa; la gente che passava la evitava con disgusto, ma io sapevo perché lo faceva: cercava il buco.

I nostri rapporti sono sempre stati quasi esclusivamente telefonici.
Questa giovane donna, che ha trentatre anni, è un’ex alunna di mia madre. Qualche anno fa – mia madre non era più sua insegnante da parecchi anni – le ha telefonato e ha cominciato a parlarle di questo buco in testa. A volte veniva a suonare il nostro campanello (quando abitavamo nella casa vecchia e avevamo il videocitofono): dato che aveva una capigliatura riccia simile a quella di mia madre, è capitato che spesso distrattamente le aprissi la porta e me ne tornassi in camera mia; dopo un po’, non sentendo la solita confusione che fa mia mamma quando entra in casa ma un gelido silenzio, andavo in salotto a controllare e trovavo lei, Rita, seduta sul divano, rigida e muta, che mi fissava: una situazione da incubo.
Dopo un po’ mia mamma si è stancata di stare al telefono con lei; le faceva perdere tempo, diceva, e le faceva anche paura. Io invece, pur malvolentieri, non ho smesso di ascoltarla, così lei ha iniziato a non cercare più mia madre ma me, nonostante io in realtà la rimproverassi spesso, non le dessi mai ragione su niente e le ripetessi chiaro e tondo che doveva andare da uno psicologo. Mi è sempre stata antipatica, questa Rita, e infatti ho cominciato, dentro me, a chiamarla Rata (la mia rata per il paradiso, ironicamente parlando); non per la malattia, ma per il suo modo di fare, per il suo parassitismo innato, per il suo eterno vittimismo che va ben oltre la malattia e anche per le sofferenze causate ai suoi genitori.

Una volta però ho ricevuto una sua telefonata particolare: aveva la voce strana, impastata, più ottusa del solito (già normalmente ha una voce d’oltretomba; se fossi un tipo impressionabile, basterebbe questo a spaventarmi). Mi telefonava dal reparto psichiatrico dell’ospedale: TSO (trattamento sanitario obbligatorio). Aveva dato in escandescenze a casa scagliandosi contro i suoi genitori che avevano chiamato i soccorsi; in seguito a questo episodio era stata ricoverata contro la sua volontà (il suo più grande terrore era stare in un posto che non fosse casa sua, dove pure sta male) e imbottita di farmaci: a ciò si doveva la voce impastata e un certo tono rassegnato; non era più convinta di avere un buco in testa, ma non voleva più uscire dall’ospedale. Finito il periodo di ricovero obbligatorio ha voluto restare lì.
Imprecando contro non so chi e cosa, ho preso la bicicletta e sono andata a trovarla, benché ogni fibra del mio corpo  e del mio spirito si ribellasse all’idea. L’ho vista, con l’aria ebete più del solito, odiosa più del solito, vinta più del solito. Non ho provato pena né compassione né simpatia. Solo un senso di rivolta che mi partiva dalla punta dei piedi, mi incendiava il cuore e mi pizzicava il cervello; non riesco ad accettare di vedere un essere umano ridotto così, anche se è il più antipatico della terra.
Tornata a casa, ho navigato un po’ su internet cercando informazioni. Ho letto siti e interminabili e iperdeprimenti forum in cui persone malate vomitavano le loro paranoie; ne sono uscita angosciata e un po’ paranoica anch’io, ma con un’informazione utile: il titolo di un libro miracoloso, a giudicare dall’esperienza di tanti ex fobici che che l’avevano letto: si intitola Il cervello bloccato, l’autore è J.M. Schwartz.
Nel frattempo Rata era uscita dall’ospedale e non prendendo più le medicine le erano tornate le solite fobie: da una gabbia all’altra.
Ho letto quel libro: molto interessante ma, come capita in questi casi, quando lo si legge ci si convince di soffrire di tutte le fobie descritte (e al massimo livello). Quello che conta è, però, che contiene una serie di indicazioni, di carattere eminentemente pratico, che sembra funzionino per tenere sotto controllo la fobia (si rifanno ai principi della psicoterapia cognitivo-comportamentale). Dato che Rata non voleva vedere psicologi e che peggio di così non poteva stare (secondo me) ho iniziato a suggerirle io, adattandole a lei, alcune di queste utili regolette. Poi abbiamo letto insieme alcune esperienze raccontate nel libro (quelle simili alle sue, ma non le più gravi affinché non si spaventasse ancora di più).
Confermo, amici: quel libro fa miracoli. Piano piano, l’ansia di Rata è un po’ diminuita, quel tanto da convincersi ad andare da uno psicologo. Ho riconsultato i forum disperati (un’esperienza che sconsiglio, fa stare veramente male: la paura risucchia la personalità di un individuo e la riconduce solo ed esclusivamente a un eterno pensiero ossessivo), ho chiesto in giro, ho trovato una psicologa: dopo mille titubanze e ripensamenti Rata ha iniziato ad andarci. Senza prendere medicine, ha cominciato a migliorare. Mi ha telefonato poco fa per dirmi che ha trovato lavoro come commessa, lei che aveva il terrore di mettere un piede fuori di casa e di affrontare le persone.

È ancora convinta di avere il buco in testa; ma si è anche convinta che si può convivere con un buco in testa. E io penso che questa sia una cosa fantastica. Mi sta quasi simpatica, questa Rita.

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categoria:libri, persone, paura
mercoledì, 18 aprile 2007

Un omicidio

Avevo in mente un post divertente per oggi, invece è successa una cosa molto brutta che voglio raccontare.

Mentre, verso le diciannove, stavo tornando a casa in bicicletta, sono stata superata da numerose macchine di polizia e carabinieri a sirene spiegate. Mi sono chiesta cosa mai potesse essere successo, e immaginate la mia sorpresa quando, entrando nella via dove abito, ho ritrovato quelle stesse macchine (sette in tutto) davanti alla discesa del mio garage, con poliziotti che delimitavano il passaggio e si affacendavano nel cortiletto a fianco e una folla di curiosi che osservava la scena. Mi sono fermata a una certa distanza per capire se ci fosse ancora pericolo o no (a Riccione avevo assistito a una scena simile l’estate scorsa quando un signore, dopo avere cercato di uccidere la moglie, era salito sul tetto con un fucile minacciando di sparare ai passanti; mia nonna, svampita come sempre, era passata tranquillamente diretta al supermercato per acquistare dolcetti da offrire durante il bridge!). Quando ho capito che, di qualunque brutta cosa si trattasse, era già accaduta, mi sono avviata verso il garage schivando curiosi e poliziotti e sono scesa. Da un lato avrei voluto chiedere a qualche curioso cosa fosse successo, ma mi sembrava poco rispettoso e mi vergognavo.
Mentre sistemavo la bicicletta però due miei cugini che mi avevano vista scendere mi hanno raggiunta e mi hanno spiegato che poco prima un giovane aveva sparato in faccia a un anziano nel cortiletto del palazzo accanto al mio, uccidendolo. I miei cugini, che si trovavano casualmente sul loro balcone, così come molti altri passanti, hanno assistito alla scena. Non riesco ancora a crederci: questo giovane - e il telegiornale ha poi confermato questa versione - è stato a lungo seduto su una panchina nel cortile, con il casco in testa; quando il vecchio è uscito dal portone lo ha freddato con tre colpi di pistola (di cui uno in pieno viso!), poi è salito su un motorino ed è scappato. Questo in piena luce e sotto gli occhi di tutti; alcuni sono anche riusciti a prendere il numero di targa. Questa spavalderia, oltre ovviamente all’atto in sé, mi sconvolge.

Il mio quartiere è un tranquillissimo quartiere in cui non è mai successo nulla di simile. Svoltare l’angolo ed entrare nella mia via, tra l’altro col cuore leggero e felice come l’avevo io stasera, e trovare di fronte a casa una quindicina di poliziotti e sapere che un uomo, che probabilmente avrò sicuramente visto spesso in giro, è stato brutalmente ucciso, mi ha davvero sconvolta. Poco prima avevo raccontato a un amico che a volte ho paura del buio. Non potevo immaginare quello che stava succedendo a casa mia in piena luce.

So che di fatti così ne capitano di continuo, per non parlare di stragi e attentati. Ma vederlo al tg è ben diverso che trovarselo sotto casa… non riuscivo a non raccontarvelo…  

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categoria:attualità, camminando
domenica, 15 aprile 2007

Per uno stupido gabbiano

Sul mio comodino tengo alcuni libri (o meglio, una discreta fila di libri; ho un comodino lungo). Oltre al libro momentaneamente in lettura, ci sono i libri “permanenti”, cioè i miei preferiti, quelli particolarmente significativi per me e che voglio avere vicino anche fisicamente, i numi tutelari del mio sonno notturno e della mia anima. Tra questi ce n’è però uno che non mi piace per il suo contenuto, ma da cui non mi separerò mai. Un libro che, se scoppiasse un incendio e avessi solo venti secondi per afferrare qualcosa d’importante da sottrarre alle fiamme, io prenderei quello.

(Siete curiosi?)

Mia mamma non mi ha mai fatto un regalo. Cioè anche per il mio compleanno e per natale i regali ricevuti mi sono sempre stati presentati come da parte dei genitori, ma in realtà li sceglieva mio padre. Mia madre si è sempre limitata a comprarmi vestiti, che non ho mai considerato regali ma cose utili e lei, sapendolo, non me li ha mai presentati come tali.

Insomma, finora in tutta la sua vita mia madre mi ha fatto un solo regalo (parlo di cose che si comprano, attenzione…) e questo regalo è stato tra i più brutti che abbia mai ricevuto: Il gabbiano Jonathan Livingston; sì, quel librino sdolcinato pre-new age.

Trovai stranissimo che mia madre, a cui leggere non è mai piaciuto e che è priva di fantasia, avesse deciso di regalarmi proprio un libro, scegliendolo tra l’altro autonomamente. Lo interpretai come un tentativo di avvicinarsi a me, ai miei gusti. Perciò lessi tutto il libro anche se fin dalla prima pagina l’avevo trovato parecchio nauseante (per fortuna era breve), e a lettura ultimata le dissi che mi era piaciuto molto (una bugia, ma necessaria. Le si illuminarono gli occhi. So che temeva il mio giudizio). L’ho poi messo sul comodino e da anni (ero in prima media quando ricevetti questo regalo) è lì. Quando spolvero i miei libri e quello mi capita tra le mani, mi vengono sempre gli occhi lucidi. Il gabbiano lo abbatterei con un colpo preciso di fionda, ma al suo posto volo io.

 

[Poiché so che questo librino ha molti estimatori, nonché veri e propri fedeli, se per caso foste tra questi, spiegatemi pure le ragioni del vostro amore. Può darsi che meriti io di essere abbattuta con una fionda! ;-) ]

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categoria:libri, mia mamma
venerdì, 13 aprile 2007

Un esperimento

Nei giorni scorsi ho fatto un piccolo esperimento. Mentre camminavo, e dovunque andassi, aguzzavo la vista per individuare una persona veramente brutta. Così brutta da essere inguardabile.

Di persone ne ho viste tante e in tanti contesti diversi, e sono arrivata alla conclusione che persone veramente brutte non esistono.
Anche in chi all’inizio mi pareva brutto, guardandolo meglio scorgevo subito qualcosa di bello.  

Perfino una donna obesa, con un neo peloso sopra il labbro e i capelli tinti male, osservandola per bene non mi è sembrata inguardabile. Brutta sì, ma non così brutta da disgustare.
Ogni volta che in periodi diversi ho fatto questo esperimento sono arrivata sempre alla stessa conclusione. Perché per esempio non riesco a guardare una persona come se fosse una statua; il solo fatto di vedere una persona viva, che si muove, fa delle cose, ha rapporti con altre persone me la fa sembrare bella anche fisicamente.

Ciò che rende brutta una persona, ho notato, non sono dei difetti fisici, ma certe espressioni del volto. Tutte le volte che nelle mie osservazioni sono rimasta immediatamente colpita da una persona per la sua bruttezza ho poi constatato che non era brutta lei (anzi, a volte era oggettivamente molto bella) ma sembrava tale perché per esempio aveva inconsapevolmente sul viso un’espressione annoiata o irritata o disgustata.

Anche se potrebbe sembrarlo, il mio non è un discorso ideologico o moralistico del tipo la vera bellezza è quella interiore o simili. No, nasce da osservazioni empiriche e spregiudicate. Del resto, io non sono neanche capace di dire a priori se una persona è bella. Quindi o ho ragione io, oppure ho dei seri problemi nel distinguere il bello e il brutto (una sorta di daltonismo estetico).

Ditemelo voi. Esistono persone veramente brutte?

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categoria:esperimenti, camminando
mercoledì, 11 aprile 2007

Un giorno di libertà

Durante le vacanze, a parte due giorni trascorsi a Piacenza, ho sempre lavorato e studiato.
Così oggi mi sono concessa una piccola follia: un giorno di libertà.

C’era un sole splendido, un clima tiepido, l’atmosfera luminosa.
Ho salutato la pila di bozze da correggere sulla scrivania e l’Apologia di Socrate che aspettava di essere letta, ho preso la bicicletta e ho pedalato leggera verso i Giardini Margherita (un grande parco con vialetti, prati e un laghetto che si trova vicino al centro della mia città).
Ho legato la bici, passeggiato e poi mi sono seduta sull’erba, senza fare niente se non guardarmi attorno e lasciarmi baciare e coccolare dal sole e dall’aria tiepida.
Attorno a me, altre persone beatamente sfaccendate si godevano la primavera.

Mi è sembrato di tornare adolescente, quando uscita dal liceo, che è proprio lì vicino, correvo con le mie amiche ai Giardini e, buttato lo zaino dove capitava, tra l’erba, rilassavo mente e corpo dimenticando le preoccupazioni scolastiche.
Per un giorno ho rivissuto quelle sensazioni.

Non è una cosa da fare spesso ma mi ha fatto stare veramente bene.
A volte basta poco per sentirsi liberi e felici.
E quando respiro, sento ancora il profumo di questa splendida giornata.

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categoria:felicità, camminando
martedì, 10 aprile 2007

Noi, orridi borghesi

Come da tradizione, ho trascorso le vacanze pasquali a Piacenza, dove risiede gran parte della mia famiglia materna, in particolare nonna e prozia.
Al mio arrivo ho l’abitudine di aggirarmi per l’appartamento in una sorta di giro di ricognizione. Fino a qualche tempo fa questo aveva un senso: c’era sempre qualcosa di nuovo da scoprire, perché mia zia vive praticamente per abbellire la casa arricchendola con oggetti sempre nuovi. Ma ora mia zia è in ospedale e a mia nonna non interessa nulla di avere un ninnolo in più o in meno.

Seduta sull’ampio divano rosso antico mi guardo attorno. Ricordate le buone cose di pessimo gusto di gozzaniana memoria? Ne sono circondata. Non a caso, durante le mie ribellioni adolescenziali quella casa rappresentava per me il peggio del peggio. L’istituzione da abbattere. Tavolini e tappetino da bridge innanzitutto.

Ma mia zia sta male, ora. Prima di peggiorare e di essere ricoverata prima all’ospedale poi in un hospice (dove tuttora si trova, in attesa di tornare a casa) mi ha fatto venire da Bologna per mostrarmi l’eredità, pur sapendo benissimo che non me ne importa niente (voglio solo le fotografie di famiglia, io). Eppure, per farle piacere, ho girato con lei tutta la casa, ispezionando ogni oggetto di valore, di cui ho ascoltato la storia; ho stilato elenchi dell’argenteria, dei quadri e di ogni altra cosa preziosa. Ho sostato di fronte ai quadri degli antenati ascoltandone per la milionesima volta l’intera biografia.

Tornata a casa mia, ho poi riguardato i vecchi filmini di famiglia, che ormai conosco a memoria: mia mamma e i miei zii erano bambini piccoli, mia nonna aveva poco più degli anni che ho io adesso. Erano gli anni’50 e ’60 e tutta la famiglia era in villeggiatura a Riccione. Uno zio riprendeva tutto con la cinepresa. Mia zia giocava a posare da diva, e le veniva benissimo.

Questi filmini quand’ero piccola venivano proiettati su un muro, poi sono stati trasferiti su videocassetta e ora su dvd.
Questo significa che sopravvivono e sopravviveranno ai loro interpreti. Purtroppo non basta trasferire le vite umane da un supporto all’altro per farle durare di più.

Mia zia (che è poi la mia prozia) ha avuto una vita avventurosa e anticonformista.
L’ho sempre sentita iniziare tante frasi con l’espressione Noi orridi borghesi; frasi in cui stigmatizzava i tanti difetti di quella grande borghesia lombardo-veneta cui in realtà è sempre stata orgogliosa di appartenere. Non mi è mai sfuggito il sottile compiacimento con cui si definiva orrida.

Anche nel letto dell’ospedale, lei si deve distinguere: sempre in ordine (benché con flebo e tubi per l’ossigeno a invaderle il corpo), con la sua camicia elegante, il foulard in testa; ha voluto che comprassimo chili di ovetti di cioccolato che poi lei stessa ha elegantemente distribuito alle infermiere che si alternano al suo letto.

A casa sono pronte delle lenzuola di raso blu. Quelle in cui vuole chiudere gli occhi per l’ultima volta.
È dalla scorsa estate che ci scherziamo tutti su (lei compresa): lo chiamiamo “il baldacchino”, quel letto in cui vuole la sua bella morte.

E se poi ci sbagliamo e mettiamo le lenzuola in anticipo, tu le vedi e muori per lo spavento?
Questa stupida battuta la fa sempre ridere. Gliel’ho ripetuta anche domenica, quando abbiamo festeggiato la pasqua tutti insieme nella sua stanzetta.
E di nuovo lo ha detto :
-Noi orridi borghesi ci teniamo alla forma, anche in punto di morte. È più forte di noi.-

Ed ecco perché ci stiamo tutti dando da fare perché possa tornare a casa sua; non può morire lontano dalla casa a cui ha dedicato gran parte della vita, lontano dalle sue cose, dalle sue lenzuola e dai suoi quadri.
Non può mancare l’ultimo appuntamento con la sua morte da splendida borghese.

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categoria:persone, morte, prozia