mercoledì, 30 maggio 2007

Il Principe Azzurro!

Cari amici e amiche, oggi all’improvviso mi è venuto un dubbio. Adesso ve lo sottopongo.

Ripensavo a una noiosa discussione di qualche sera fa con alcune amiche: la mortifera e ciclica disputa sul Principe Azzurro.
[Del tipo: fin da piccole ci hanno illuso con ‘sta storia del Principe azzurro e poi, una volta cresciute, scopriamo che non esiste! Perché illudere così delle povere bambine?; oppure, con venatura femminista: Ah! Questo inganno, retaggio di una cultura maschilista! Ma chi lo vuole il Principe azzurro? Se me lo trovassi davanti lo strozzerei! Si sta meglio senza! (salvo poi farsi infinocchiare da ogni millantatore di passaggio…); cose così, insomma].
Discussioni (più o meno lamentose, più o meno agguerrite) di questo tipo saranno capitate un po’ a tutte.

Ma – chiedo io – gli uomini? Loro ci credono al Principe Azzurro? Cioè: da piccoli, mentre molte di noi sognavano questo benedetto principe che un giorno ci avrebbe salvate (da cosa non l’ho mai ben capito) e adorate, vi immedesimavate in quel ruolo? Vi sentivate dei futuri principi azzurri mentre molte di noi si apprestavano a essere “principesse” felici? O non ve n’è mai importato niente (come ho qualche motivo di sospettare)? Perché qua bisogna essere in due a crederci.

Io personalmente affermo che nel Principe Azzurro (benché un po’ rivisitato e corretto) ci credo e ci crederò serenamente fino alla morte; dovessi pure restare zitella per tutta la vita questa fiducia in me non verrà mai meno. Se non ci saremo incontrati vorrà semplicemente dire che camminavamo per sentieri diversi e che il drago o chi per lui ci ha beffati.

E voi, maschi e femmine, ci avete creduto? Ci credete?
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categoria:amore
lunedì, 28 maggio 2007

Bolognese con bufala

[Una vita]

Quando, alcuni anni fa, li abbiamo visti arrivare, impossessarsi del locale (allora molto piccolo) e iniziare a lavorarci in modo indefesso, la curiosità era grande in tutta la zona.
- Vedremo quanto dureranno questi – aveva sentenziato il perfido Marmocchi mentre lucidava la sua macchina in garage.
Era da anni che quel locale veniva preso in gestione, tramutato di volta in volta in bar, pasticceria, pub infine, e dopo poco regolarmente falliva. Una volta fu anche incendiato; si parlò di racket. A Bologna? Sì.
Poi arrivarono loro, “i calabresi”, un vero clan familiare (nel senso migliore del termine), e lo aprirono come bar – pizzeria. Fu davvero difficile ingranare, un po’ per la brutta fama di cui quel locale aveva sempre goduto, un po’ per la concorrenza impietosa di un  ristorante – pizzeria storico, e molto famoso a Bologna, situato nella stessa via. Che bisogno c’era di un’altra pizzeria?

Ma poi, a poco a poco, i primi curiosi assaggiarono le pizze dei “calabresi” e le trovarono molto buone. Venne aperta la nuova biblioteca di quartiere a due passi dal bar e costruiti nuovi palazzi nei dintorni; nuovi clienti affluirono nel locale.
Si sparse la voce che la pizza era buona, che il posto era semplice ma simpatico.
Quando mia madre trovò uno scarafaggio arrostito in una pizza alle verdure comprata nel glorioso e antico ristorante all’angolo, anche noi ci convertimmo al nuovo locale, così comodo, poi, sottocasa.

Tutta la famiglia ci lavorava: fratelli, mogli; perfino i bambini, nel tempo libero, dopo aver fatto i compiti, davano una mano, in un clima di grande allegria benché nessuno battesse la fiacca.
Gli affari cominciarono ad andare a gonfie vele e recentemente è stato fatto il grande salto: l’ampliamento del negozio tramite l’acquisto dei locali a lato e la sua trasformazione in vero e proprio ristorante (pur restando sempre anche bar e pizzeria). Finalmente, nonostante il lavoro fosse aumentato, si poteva tirare un respiro di sollievo: ormai era fatta.

Chi non tirò alcun respiro fu il principale artefice di questo grosso successo, il motore di tutto, colui che ci aveva sempre gioiosamente creduto: il signor Alfonso, sua maestà il Pizzaiolo, nonché il più “anziano” della famiglia, con i suoi 49 anni. Era lui il capo ed era quello che lavorava di più e più faticosamente: sempre a preparare pizze, infornarle e sfornarle meravigliosamente appetitose, e sempre col sorriso, nonostante soprattutto d’estate il sudore lo facesse soffrire. Essere parecchio sovrappeso non lo aiutava.

Quando entravo nel locale col mio sorriso pavloviano (mi affiorava sul viso al solo aprire la porta della pizzeria, pregustando già la bontà che di lì a poco avrei assaporato) e lui mi vedeva, sorrideva osservandomi ed esclamava cose come: Ecco la mia stellina! o Ciao piccola! (nonostante io abbia la mia ragguardevole età e non sia neanche bassa di statura. Ma anche il fornaio e il meccanico e molte altre persone mi apostrofano così quindi ho qualcosa di strano sicuramente che richiama il vezzeggiativo); se segnava lui la mia ordinazione mi prendeva in giro ridendo come un matto perché chiedevo quasi sempre la stessa pizza: Bolognese con bufala (cioè: pomodoro, mozzarella di bufala, prosciutto cotto, wurstel, olive e funghi). Se ero a portata di mano mi dava un buffetto sulla guancia (io sono a favore dell’abbattimento o almeno dell’assottigliamento delle barriere tra gli individui e pertanto gradisco i buffetti e simili espressioni fisiche di simpatia e anche questo devo averlo scritto in faccia perché ne ricevo molti dalle persone più disparate). Mentre cucinava le pizze mi piazzavo davanti a lui e osservavo curiosa il procedimento; lui ogni tanto sollevava lo sguardo e mi sorrideva divertito; a volte, ammiccando, mi faceva vedere che mi metteva un po’ di condimento in più. Chiacchieravamo di calcio e dei suoi figli (a uno di loro avevo insegnato le moltiplicazioni a due cifre una sera che stava facendo i compiti seduto poco distante da me e per molto tempo, prima che ci conoscessimo meglio, per lui fui Quella delle moltiplicazioni!).

Mentre preparava le pizze, il signor Alfonso riusciva anche a tenere tutto il resto sotto controllo: gridava ordini a destra e a manca perché nessun cliente venisse trascurato e i familiari eseguivano. Era sempre sorridente e bonario, nonostante tanto affanno.
Di sicuro andava fiero della sua famiglia, del suo lavoro e del locale che dopo tanti sforzi finalmente consentiva loro di vivere una vita serena.

Sabato mattina, mentre era al lavoro come sempre, si è accasciato dietro la cassa; l’ambulanza è stata chiamata immediatamente ed è giunta subito ma lo stesso troppo tardi: era già morto. Un infarto.

I miei amici che erano nella biblioteca hanno sentito delle urla e dei pianti fortissimi; sono usciti di corsa e hanno visto i familiari del signor Alfonso che si disperavano.  

Il locale è chiuso per lutto. Sono partiti tutti per la Calabria, dove verrà sepolto.

Si dice che siano una famiglia di cardiopatici e che lui infatti soffrisse di cuore. Aveva solo 49 anni ed era un pizzaiolo e, da quel che ho potuto vedere, un uomo e un padre di famiglia eccellente.

Io mi sento triste come mi fosse mancato un parente, una persona amica. E volevo almeno che anche voi sapeste che è esistito questo pizzaiolo che adorava il suo mestiere e che sapeva preparare ridendo una meravigliosa Bolognese con bufala e chissà quante altre meravigliose pizze.

Uffi!
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categoria:persone, morte
domenica, 27 maggio 2007

Autodenuncia di stupidità

Una “perla” odierna di Auro Bulbarelli, telecronista del Giro d’Italia su rai 3:
Che tappa meravigliosa, questa, cari telespettatori! Spero che siate tutti davanti agli schermi delle vostre tv!
E dove, se no? Se siamo tele-spettatori, Auro mio… 

Da ciò comunque si desume che nonostante gli ultimi scandali e a dispetto anche di tutto il lavoro che devo fare e che mi impedisce di aggiornare il blog, anche quest’anno non riesco a resistere: a una certa ora del pomeriggio accendo la tv, benché con aria più scettica e rassegnata del solito, e seguo le ultime fasi della tappa quotidiana. A volte, come oggi, rischio quasi di emozionarmi leggermente; riesco quasi a dimenticare che sto guardando dei drogati su due ruote e a crederci: credere che sia tutto vero.

Non sono forse terribilmente stupida? Così, con questo post mi autodenuncio.

Aveva ragione Bulbarelli: se tutto fosse regolare, la tappa di oggi sarebbe stata davvero mozzafiato; solo qualche anno fa credo che mi sarebbero venute le lacrime agli occhi dall’emozione. Ma oggi, dopo il caso Basso (ultimo e non ultimo di una lunga serie) e soprattutto dopo la reticenza, anzi l’omertà, che ho osservato tra tutti i ciclisti intervistati sul caso (e che sono lì a sgambettare solo perché finora non sono stati “fregati”, per dirla alla Pantani, cioè: scoperti, per dirla correttamente), io non ci credo più. Certo, vivo lo stesso. Ma lo sport dovrebbe essere un gioco, un’esperienza piacevole ed emozionante, per quanto faticosa; sia per chi lo pratica, sia per chi lo segue da appassionato. E invece non è più così e un altro piccolo grande piacere – l’ennesimo – ci è stato tolto. Pensate che sono pure juventina e capirete in che stato mi trovo. Potrei darmi all’ippica; ma anche lì gonfiano i cavalli come mucche, poveretti. Tornerò ai miei studi, allora, e mi collegherò nostalgicamente al Giro giusto così, per avere un rimpianto, per nutrire la mia malinconia.

Forse non vi interessa lo sport; allora pensate, per capire il senso del post, a come vi sentireste se scopriste che il vostro artista preferito (cantante, musicista, scrittore, pizzaiolo) vi ha costantemente ingannati; quelle opere che vi hanno emozionato e commosso fino alle lacrime non erano farina del suo sacco. Le canzoni le cantava in playback, i romanzi glieli scriveva un altro, le paradisiache pizze erano surgelate e riscaldate al momento. E provate a immaginare che questo non valga solo per il vostro artista preferito, ma per quasi tutti; cioè che tutto il sistema in cui il truffatore è collocato sia marcio in ogni sua parte. Anche se potete vivere senza quei romanzi o quella musica vi sentirete ingannati, defraudati delle vostre emozioni: delusi, insomma. Che poi il paragone è imperfetto: nel caso del finto romanziere, potreste sempre diventare ammiratori del “vero” romanziere (quello che scriveva i romanzi per conto del truffatore); ma nel caso dello sport cosa devo fare: ammirare una droga? O chi si droga meglio, riuscendo a farla franca? (A non farsi fregare?)

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categoria:sport
lunedì, 21 maggio 2007

Amore (ridicolo) in biblioteca

Sono in partenza e starò fuori Bologna per due giorni, perciò, cari amici, se mi lascerete dei commenti non potrò rispondervi subito e non visiterò i vostri blog fino a giovedì! Ne approfitto per lasciarvi uno dei miei post lunghi (era da un po’ che non ve ne propinavo uno!). Vi racconterò questa storia ridicola che mi vede co-protagonista assieme a un altro imbranato del mio livello (be’, vi racconto solo l’inizio perché sarebbe troppo lunga ma spero basti per farvi quattro risate).

Dovete sapere che io abito praticamente sopra la biblioteca di quartiere (i libri sono proprio nel mio destino!), della quale faccio largo uso. Pensate che comodità: ogni volta che voglio prendere in prestito o anche solo consultare un volume o una rivista non devo fare altro che scendere le scale, aprire un portone, fare due passi e infilarmi in quella comoda filiale di Paradiso. Solo che, essendo appunto così vicina, mentalmente la considero quasi un’appendice di casa mia e questo significa che, se scendo direttamente da casa, non sto ogni volta a mettermi in ghingheri solo per andare a prendere un libro. Perciò è capitato che in quel luogo mi abbiano visto in condizioni non proprio ottimali (tipo con un’orribile tuta color grigio topo o anche con i capelli spettinati), cosa della quale fino a qualche tempo fa non mi importava niente.
Finché, un giorno, incrociandosi i miei occhi con quelli del bibliotecario al banco, ne rimasi inspiegabilmente folgorata. Inspiegabilmente perché era da settimane che quel giovane bibliotecario dall’aria timida registrava o ritirava i volumi che di volta in volta prendevo o restituivo, e avevo già notato e ammirato, in cuor mio, la sua gentilezza e il suo modo di fare sempre premuroso (un bibliotecario sgarbato è un ossimoro fin troppo frequente da incontrare, per i miei gusti); e avevo notato anche che mi fissava sempre a lungo e sorridendo con simpatia, quando mi vedeva (tanto che mi ero più volte chiesta se per caso lo conoscessi). Eppure, forse perché impegnata a estrarre il tesserino mantenendo in equilibrio ogni volta una pila pericolante di libri, non mi ci ero mai soffermata più di tanto. Quella volta, invece, la folgorazione: che sguardo dolce e gentile, che essere delicato, che bel viso, che voce gradevole, che modi timidi, che faccia simpatica! Eccomi d’un tratto leggera e felice galleggiare a un metro da terra mentre gli sorrido porgendogli i libri con trasporto.

Ma poi, puntuale e impietosa, una seconda folgorazione: fino a quel momento, quel pover’uomo mi aveva vista al peggio di me! Perfino in quel preciso istante! Non indossavo forse un giaccone sformato anziché il mio elegante cappottino blu? E mi ero appena alzata, ero scesa subito, senza fare colazione, senza neanche guardarmi allo specchio! Così, frettolosamente e quasi sgarbatamente, afferrai i miei libri, salutai velocemente e quasi scappai, piena di vergogna e come se tutto fosse già stato irrimediabilmente compromesso.
Salendo furiosa le scale di casa ripensai a tutte le persone di cui non m’importa niente e che pure sono abituate a vedermi al meglio del mio fulgore (be’, detta così suona un po’ altisonante, eh?) mentre proprio l’unica persona che avrebbe dovuto vedermi perfetta, e cioè lui, mi aveva vista spesso e volentieri in mises ridicole!

E così, il mattino dopo (lui c’è solo al mattino), quello stesso bibliotecario mi vide arrivare come non mi aveva mai vista prima: abbigliamento semplice ma grazioso, scarpe coordinate, il cappottino blu, e perfino un velo di rossetto (io non mi trucco mai); e i capelli senza un ciuffo fuori posto, neanche quello che normalmente mi cade sempre sugli occhi. Mi vide passargli di fianco salutandolo con un sorrisone e un tono di voce esageratamente affabile – lui se ne stava in piedi, con un bicchierino di caffè da 30 centesimi sospeso a mezz’aria – per poi aggirarmi rapidamente tra gli scaffali, prendere qualche libro a caso e appoggiarlo a una pila di sei volumi che tenevo già in mano, cercando di reggere il tutto comunque in modo aggraziato, e presentarmi poi al banco – a cui nel frattempo lui si era seduto – consegnandogli gli stessi sei volumi che avevo preso in prestito il giorno prima (questa voluta assurdità aveva lo scopo di lanciargli un segnale e cioè: sei tu che m’interessi, non i libri). Lui notò la cosa, mi guardò con aria interrogativa, poi come al solito mi sorrise, mi salutò molto gentilmente, io ricambiai e uscii.

I giorni che seguirono mi videro assidua frequentatrice della biblioteca, magari anche solo per leggere un quotidiano che guarda caso mi era sfuggito, nascondendomi dietro al quale tenevo d’occhio la situazione, cosa che mi permise per esempio di accorrere in suo aiuto quando per estrarre un libro incastrato tra gli altri rischiò di tirarsi addosso uno scaffale o semplicemente di trovarmi alla macchinetta del caffè quando lui stava per fare una pausa (il che ci ha permesso di cominciare a scambiarci qualche prima timida e imbarazzata parola). Per non parlare di quando alla Fiera del libro per ragazzi (questa volta ero io a essere dietro il banco del mio stand), lo vidi all’improvviso venirmi incontro tra una folla di giapponesi, col suo sorriso timido, stupitissimo di trovarmi lì, e io ne approfittai finalmente per fare un discorso compiuto illustrandogli orgogliosa il mio lavoro. O di quando gli ho chiesto di aiutarmi a usare il computer della postazione internet anche se sapevo benissimo come si faceva e siccome era lui che non lo sapeva mi sono poi ritrovata a spiegarglielo io (“scoprendomi” clamorosamente, della serie: se non capisci, o sei il Re dei timidi o proprio non ti piaccio)! O insomma di tutte le occasioni in cui ci siamo rivelati per i due perfetti imbranati che siamo, arrossendo reciprocamente per delle stupidaggini o balbettando per qualche improvvisa insicurezza. Tutte cose ridicole che fanno sì che ormai ci mettiamo a ridere non appena ci vediamo (e sinceramente io fin dall’inizio mi son sempre divertita tantissimo, sentendomi molto la protagonista di quelle insulse commediole romantiche americane); ma nel frattempo a me è passata l’infatuazione anche se continuo a trovarlo simpatico e non riesco a rinunciare ai nostri siparietti. E così quando lui giorni fa mi ha offerto di uscire per un gelato non ho fatto i salti di gioia che da mesi ero pronta a fare in previsione di una simile occasione.

Insomma, non starò ad annoiarvi oltre con le nostre vicissitudini ma una cosa è certa: comunque vadano le cose, in quella biblioteca e anche altrove nessuno mi vedrà mai più con un solo capello fuori posto! Non si sa mai quando si rimarrà folgorati! Ricordatelo anche voi! O forse lo sapete già…? Sarà capitata anche a voi qualcosa del genere; vero…?

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categoria:amore, figuracce
domenica, 20 maggio 2007

Spleen domenicale

Chi legge questo blogghettino ormai sa che io sono un essere umano felice e addirittura entusiasta sei giorni su sette. Il settimo giorno, cioè la domenica, mi viene lo spleen.
Stamattina, nel tentativo (fallito) di prevenirlo, sono uscita presto di casa, con un libro in mano, diretta al parco. Ho benedetto il clima pseudo-estivo che spinge molti miei concittadini a salire in macchina il sabato per andare a imbottigliarsi sull’autostrada per il mare; trovo meraviglioso passeggiare per le strade pressoché deserte e insolitamente silenziose. Anche adesso, mentre scrivo, c’è un silenzio totale attorno a me.

A dispetto della giornata calda e luminosa indossavo pantaloni neri, scarpe nere e maglietta nera; non che intendessi con questo dichiarare qualcosa al mondo; erano solo le prime cose che avevo pescato dall’armadio. Ma avendo la carnagione chiara e il passo leggero, credo somigliassi molto alla cosiddetta Morte in vacanza.

Seduta su una panchina, ho osservato le persone che si riposavano al parco: due donne dell’Est chiacchieravano tra loro prendendo il sole senza curarsi dell’anziana assistita di una delle due, a cui il sole dava chiaramente fastidio; accartocciata su una carrozzina e piegata dall’artrosi, con una gobba aguzza, si contorceva lamentandosi; mi sono così immedesimata in lei che mi sentivo friggere sulla panchina. Non volevo sembrare scortese con la badante ma al tempo stesso avrei voluto spostare la signora all’ombra. Nel frattempo accanto a me una bambina cicciona molestava un’altra bambinetta impedendole l’accesso a qualunque gioco lei di volta in volta mirasse. La mamma della bambina, cicciona anche lei, la guardava compiaciuta. E una gazza gracchiante evoluiva (cioè: faceva evoluzioni; scusate, ma dovevo scriverlo) solitaria al di sopra della mia testa.

Quando ho capito che l’anziana artritica era anche un po’ fuori di testa, mi sono avvicinata, l’ho salutata con calore fingendo di conoscerla, ho salutato la badante, detto due stupidaggini sul clima e trascinato finalmente la vecchia all’ombra, due metri più in là (in qualità di “conoscente” potevo farlo senza che nessuno si sentisse offeso, no?).

Poi, più sollevata, sono tornata a sedere sulla mia panchina e ho passato un po’ di tempo a scrutare le scarpe indossate dalle donne che passavano, non perché sia una feticista ma perché sono alla disperata quanto inutile ricerca di capire quale modello di scarpa possa andarmi bene. Non me ne piace nessuna, di quelle che vanno di moda. In più ho uno stranissimo senso del pudore per cui non riesco a girare col piede troppo scoperto, tranne al mare. E tutte invece, nonostante tra l’altro i nostri portici siano spalmati di escrementi canini, sentono questo bisogno insopprimibile di tenere tra il proprio piede e il selciato una suola di carta velina (dopo avere girato tutto l’inverno con orribili stivaloni da ufficiale a cavallo).

Ho aperto il mio libro e letto, in un dialogo, questa frase: Disegnare ti aiuta a vedere il mondo più da vicino, lo sapevi?
Credo valga anche per lo scrivere e mi è piaciuta moltissimo. Non credo sia così bello vedere sempre il mondo da vicino (sono una miope che non voleva mettere gli occhiali proprio perché preferivo vedere sfocato), ma penso non se ne possa fare a meno. Di colpo la vecchia, la bambina cicciona, la gazza evoluente e me con la mia inopportuna divisa nera, mi sono sembrati tutti elementi degni di essere lì. Avrei solo voluto ci fosse un gigante pittore a dipingerci da qualche parte. Forse c’è, in un certo senso. È consolante, a volte, sentirsi personaggi di qualche opera che non capisci.

E così io, me, e il mio libro ce ne siamo tornati a casa, sempre un po’ malinconici ma insomma un po’ più sollevati. E così, anche questa struggente domenica è quasi finita… Buon lunedì a tutti!

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categoria:moda, spleen, camminando
giovedì, 17 maggio 2007

Napoli…

Io non avrei mai immaginato che mia sorella si sarebbe un giorno trovata a vivere nella spazzatura, dato che non le è accaduto neppure nei paesi del cosiddetto Terzo mondo, e invece doveva capitarle e, ripeto, non nei piccoli villaggi o nelle grandi città etiopi in cui ha lavorato come volontaria, ma in una città del nostro simpatico Bel Paese, e cioè Napoli, in cui si è trasferita per studiare lingue africane all’università Orientale. Quando apre la finestra della sua camera, al secondo piano, si trova davanti (e non da oggi, ma sempre; altro che “emergenza”, come strillano i tg!) una montagna di spazzatura che arriva al livello della sua finestra. Finito di pranzare, le sue coinquiline gettano con nonchalance gli avanzi fuori dal davanzale: sanno che poi passano alcuni ratti a mangiarli (più ecologico di così!); li hanno più volte visti con i loro occhi. Ratti in pieno centro cittadino. Io stessa, l’estate scorsa quando sono andata a trovarla e a visitare la città (che è bellissima e nella quale - spazzatura e cautele negli spostamenti a parte - mia sorella si è ambientata benissimo e ne è entusiasta), mi sono trovata davanti a queste distese di rifiuti per strada, le ho viste coi miei occhi (e sentite col mio naso). E mi si è stretto il cuore.

Con sconcerto guardo alla tv questi gruppi di persone che protestano perché non vogliono la discarica vicino a casa. Ma dico: sarà meno peggio avere una discarica vicino a casa anziché tonnellate di spazzatura in casa? Tutte le altre regioni italiane hanno i loro termovalorizzatori e le loro discariche e di certo il terreno e l’aria sono meno inquinati di tossine che non in Campania. L’anno scorso migliaia di tonnellate di spazzatura sono state messe su treni che le hanno portate qui in Emilia dove sono state bruciate nel termovalorizzatore assieme alla spazzatura emiliano-romagnola. Perché qui nessuno protesta per il termovalorizzatore e in Campania sembra una tragedia? Ho letto che dietro a queste resistenze ci sarebbe la camorra. Non lo so e non pretendo di avere grandi risposte, ma mi domando veramente come una città così bella e ricca di storia come Napoli possa ridursi così, tra omicidi continui, guerre di camorra, evasione scolastica, illegalità diffusa e cumuli di spazzatura a condire il tutto. Se qualcuno mi sa rispondere gliene sarei grata…

P.S. Ero incerta se pubblicare o no queste mie riflessioni, che sono per forza di cose estremamente superficiali, per timore di essere fraintesa. Ma poi ho letto questo post segnalato da Nicola, che qualche risposta la dà, o almeno la propone. E dato che un problema che riguarda una regione italiana riguarda tutta l’Italia, vi rimando al suo post e pubblico il mio senza timore, anche perché non riesco a rassegnarmi all’idea che il problema spazzatura venga assimilato, nei telegiornali, ai periodici servizi sulle diete per l’estate o sull’emergenza caldo che ogni anno ormai ci tocca sorbire. Qui c’è in ballo una questione di dignità e soprattutto di salute, non capisco come non si riesca a risolvere il problema…

Dato che si parla di Napoli (e, ripeto, ne parlo da ignorante che cerca di capire) segnalo anche, per risollevarci un po' il morale, questo bel post di Diego D’Andrea, una dichiarazione d’amore a questa città speciale…

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categoria:attualità
mercoledì, 16 maggio 2007

Perché cantando il duol si disacerba

Oggi ho letto questo bellissimo racconto di Decano e mi è subito venuta in mente questa storia di famiglia (che non c’entra niente col suo post ma c’entra molto con la forza della musica).

Durante la guerra la famiglia di mio padre viveva in un piccolo paese in provincia di Ancona. Erano tempi bui per tutti ma a causa delle loro opinioni politiche per loro la vita era particolarmente difficile. Uno zio di mio padre, che aveva appunto perso il lavoro, non riusciva a mettere insieme una cena ogni sera per la sua numerosa famiglia. Ma anche quando non c’era niente da mangiare lui e la moglie apparecchiavano ugualmente la tavola addobbandola di tutto punto, con la tovaglia migliore e il servizio buono. Poi, mentre moglie e figli sedevano ognuno al proprio posto di fronte al piatto vuoto (e quando scrivo vuoto intendo proprio vuoto), lui impugnava il suo amato violino e suonava per loro. Quella musica era la loro cena. E mia nonna, che spesso partecipava a queste “cene”, racconta che quella musica riusciva davvero a confortare la famiglia e anche a lenire la fame e l’ingiustizia. Secondo lui la musica, se unita alla buona coscienza, poteva nutrire più di un pollo arrosto. E non solo la musica: perché lo zio era capace di raccontare storie che facevano sbellicare dalle risate e amava moltissimo la sua famiglia; il calore e l’allegria che sapeva trasmettere permetteva a tutti di essere felici anche senza mangiare tutti i giorni (so che suona patetico e buonista ma se conosceste i miei familiari vedreste che sono ancora tutti più o meno fatti così e lo trovereste naturale). Questo zio era, un po’ come tutti nella mia famiglia paterna, un uomo sorridente e capace di volgere al meglio ogni situazione. Pensate che fu perfino incarcerato e torturato ma quando uscì, nonostante fisicamente facesse impressione, era sorridente e allegro come prima. E naturalmente tenne subito un concertino.

Quando vado al cimitero, visito sempre la sua tomba, anche se non l’ho mai conosciuto di persona. Sulla lapide, sotto al suo nome, è scritto a chiare lettere: Medico Musicista Uomo libero.

E penso sempre che voglio vivere in modo da meritare anch’io un simile epitaffio!  
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categoria:persone
lunedì, 14 maggio 2007

«Io sono come un cipresso sempre verde; grazie a me tu porti frutto»

Sabato mattina sono andata da mia nonna (quella che sta bene), che poi abita dall’altra parte della strada. Mi sono messa in testa che devo imparare alcune cose che solo lei può insegnarmi, come fare l’orlo ai pantaloni e, soprattutto, cucinare (cucinare veramente, a partire dal fare la sfoglia della pasta con le proprie mani). Ho sempre  disprezzato questo genere di attività femminili, ma mi sono resa conto che se non imparo adesso che lei è ancora in forma (con i suoi 92 anni!), dopo potrei rimpiangerlo amaramente. Anche se non mi piace cucinare non voglio che il sapere di mia nonna vada perso nel nulla dopo la sua morte.
E così, insomma, mi sono ritrovata un mattarello in mano. Com’è come non è, mi sono subito sentita più potente. Tra l’altro ho fatto una scoperta che vi comunico subito: inutile spendere soldi per andare in palestra quando per stendere la sfoglia occorre muoversi in un modo per cui tutti i muscoli lavorano, da quelli delle gambe fin su alle braccia passando per schiena e addominali; nel mio caso lavorava anche il cervello perché mentre tiravo e stendevo la sfoglia riottosa mia nonna mi leggeva un suo scritto che io secondo lei dovevo correggerle. Mia nonna frequenta il “gruppo anziani” in parrocchia, s’incontrano due volte alla settimana, leggono e discutono la bibbia, poi ricamano centrini (le donne; i pochi uomini invece cercano disperatamente di sedurre una vedova per salvarsi dalla badante). E lei deve spesso preparare il commento alla lettura di volta in volta prestabilita, cosa che l’angoscia moltissimo, dato che ha studiato solo fino alla terza elementare. Quindi da un lato, sentendosi inadeguata, convoca il primo figlio o nipote libero perché la aiuti, d’altra parte però in realtà non accetta alcun consiglio e non cambierebbe di una virgola quello che ha scritto. E così sabato tra un’infarinatura e l’altra mi son ritrovata a disquisire di un predicozzo (molto bello e anche un po’ comico, a dire il vero) del profeta Osea, proponendo suggerimenti che ovviamente non sono stati accolti. E come al solito sono rimasta ammirata dalla saggezza di mia nonna, che non è solo quella meravigliosa saggezza pratica che molti anziani hanno in sé connaturata. Mia nonna possiede una tale sensibilità e una tale intelligenza che pur non avendo neanche il diploma elementare è però diventata negli anni un’appassionata lettrice e mostra di possedere una tale qualità di lettura da lasciarmi ogni volta sorpresa ed entusiasta. Forse proprio perché non è condizionata come tutti noi dalle lenti “scolastiche” lei ha una grande libertà nell’accostarsi a un testo, e il suo sguardo acuto unito al suo senso pratico le permette di trarne interpretazioni profonde e pensate. E questo vale per tutto, per esempio anche per le notizie del telegiornale: “lette” e filtrate da lei assumono tutte un altro sapore; le sue riflessioni sull’attualità non sono mai scontate.
Alla fine, tra tagliatelle, vecchi profeti e storie di famiglia (può una nonna astenersi dal raccontare almeno una storia di famiglia – per quanto già detta e stradetta – di fronte a un nipote? Credo di no, è più forte di lei!), guardandola ho provato una grande commozione e l’ho abbracciata praticamente stritolandola. E lei, che non è un tipo incline alle smancerie, fingeva di protestare ma un po’ si è commossa anche lei. E tutta la mia stanchezza di questi giorni per una mattina è sparita.

Per la cronaca: le tagliatelle, considerando che era la mia prima volta, erano (secondo me) abbastanza buone. E la prossima lezione sarà sui tortellini!

[Il titolo del post l’ho rubato al simpatico Osea perché perché mi sembra descriva bene mia nonna!]

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martedì, 08 maggio 2007

Le parole d’amore

[Oggi mi prende così]

Le parole d’amore suonano sempre nuove e sempre vecchie. Rimbombano tra cuore e cervello spesso senza sapere come uscire. Le parole d’amore sono parole semplici ma per dirle ci vuole coraggio. Paiono talvolta schegge infilate sotto pelle: sono corpi estranei (non appartengono a noi ma alla persona cui sono rivolte) eppure estrarle può farci male. Le parole d’amore quando nascono nel cuore senza essere suscitate da nessuno in particolare diventano pesanti da portare; ma appena trovano qualcuno su cui posarsi prendono vita e premono per uscire (a volte per la fretta non trovano l’uscita e muoiono soffocate). Di parole d’amore sono pieni i libri, i film, i diari e i cuori delle persone. Ma a molti sembrano così ridicole – o patetiche – che le cancellano con una risata o le vivono come un fastidio. Ma le parole d’amore – alcune, almeno - sono così suscettibili che potrebbero chinare il capo, farsi piccole piccole, sparire e non tornare mai più.

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lunedì, 07 maggio 2007

Quando c’è la salute…

Mia madre è un medico mancato, lei ci sguazza nelle malattie, sue e altrui, vere o presunte che siano; perciò non perde una sola puntata del Tg2 Salute e, quando c’è, di Elisir. Non solo guarda e ascolta in religioso silenzio (fulminando con occhiate spaventose o minacciando con gesti inconsulti ogni familiare che incautamente si arrischi a turbare il sacro evento), ma soprattutto prende appunti. E dirò di più: in alcuni casi, videoregistra il programma. Se veniste nel salotto di casa mia e vi avvicinaste al reparto VHS, vedreste impilate numerose videocassette riportanti etichette minacciose come: sciatica, cataratta, cervicale, gastrite eccetera; sono le registrazioni delle puntate della gloriosa trasmissione Più sani più belli, che, in beati tempi di scarso o nullo allarmismo sanitario-televisivo, irruppe con le sue scomode verità e aprì la strada ai vari programmi salutistici che oggi imperversano da mattina a sera e perfino nel weekend sulle nostre reti televisive.

(Di Rosanna Lambertucci mia madre acquistò anche ben due libri di ricette salutari che tentò poi di propinare a marito e figlie, i quali però insorsero uniti vincendo la loro battaglia, che persero però anni dopo di fronte alle ricette di Suor Germana).

Io rispetto i suoi gusti, ovviamente, ma quando inizia il Tg salute di solito ho già finito di pranzare e tendo a dileguarmi; la mia teoria è: già la vita è pesante e purtroppo può capitare di ammalarsi; perché deprimersi inutilmente ascoltando in anticipo disgrazie e malanni vari? [Perché, se per caso ti vengono, sai già cosa fare e a chi rivolgerti, risponderebbe mia madre].

A volte tuttavia mi capita di arrivare a pranzo molto tardi e così mi tocca sorbirmi anch’io il temibile supplemento salutistico del tg. Oggi però mi ha fatto proprio ridere. Perché si parlava d’insonnia, e un neurologo presente in studio (di cui mia mamma ha prontamente annotato il nome, nonostante nessuno in famiglia soffra d’insonnia) ha sentenziato, con aria grave ed esageratamente mesta, che purtroppo non c’è al mondo (finora) alcun medicinale in grado di curare definitivamente questo disturbo (si metta il cuore in pace chi soffre d’insonnia. Amen). Secondo lui, l’unico rimedio valido consiste nel trascorrere tutto il giorno preparandosi a dormire, cioè: tenere ritmi blandi e lenti (grazie, se potessimo, lo faremmo tutti), evitare le occasioni di stress, evitare – soprattutto verso sera – discussioni e litigi, e predisporci fin dalla mattina al sonno che ci aspetta la sera. In pratica, come ha sintetizzato divertito mio padre, anche lui presente, bisognerebbe vivere per dormire… Di fronte a una soluzione così evidentemente ridicola neanche mia madre è riuscita a trattenere il riso, e per una volta il tremendo oracolo televisivo è stato finalmente zittito da sane, sanissime e tuttavia contagiosissime risate!

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