giovedì, 28 giugno 2007

La batosta

Un milione di cose ti piombano addosso proprio quando credevi fossero svanite, un pianeta di una galassia lontana ti precipita in testa e intanto una cicciona nevrastenica fa di tutto per passarti davanti mentre tu sei in fila da due ore e però la lasci passare – mentre gli occhi ti si riempiono di lacrime silenziose -. Ti percepisci immediatamente sola nel vuoto pneumatico e vorresti solo abbandonarti – sederti per terra e sentire il freddo del pavimento, metterti a correre come un’invasata o saltare sul tetto – ma quel minuscolo filo di coscienza che ti tiene allacciata al mondo anche quando non vorresti ti costringe a trattenerti, e a subire (l’attesa, la cicciona, la solitudine, il bozzo in testa e nel cuore, il desiderio frustrato di abbandono e così via). Inspiri e reprimi. Quando arriva il tuo turno ti sei completamente dimenticata il motivo per cui eri in fila e se anche te ne ricordi ti sembra così inutile e insignificante che volti le spalle ed esci di scena.

Non per rattristare qualcuno, ma non so se vi siete mai sentiti proprio così. Meno male poi passa. 

postato da: flalia alle ore 23:35 | Permalink | commenti (22) | commenti (22)(pop up)
categoria:crudeltà
domenica, 24 giugno 2007

La bassa moda

Venerdì sono andata a comprarmi dei vestiti. Avevo in mente cosa volevo, dovevo solo trovarlo. Naturalmente le mie idee sul vestiario non corrispondono alle idee correnti e per trovare una semplice gonnellina bianca del tipo che piaceva a me ho dovuto rovistare i negozi di mezza Bologna (alla fine ce l’ho fatta).

In queste occasioni (rare) mi chiedo sempre come molte donne possano trovare riposante e divertente fare shopping. Per me non solo è una noia mortale ma è anche terribilmente stancante, mentalmente e fisicamente.

Ed è, in un certo senso, umiliante. Ecco un piccolo esempio: nelle mie peregrinazioni passo davanti a una vetrina di un negozio di alta moda: tirerei dritta se non fosse che con la coda dell’occhio colgo qualcosa degno di attenzione per la sua bellezza: un semplice vestito indosso a un manichino. Un vestito bianco con una raffinata fantasia color verde, poco appariscente, delicata; di un tessuto leggero di ottima qualità, e dal taglio perfetto: stretto in vita, leggermente svasato sotto, arriva appena sopra il ginocchio. Semplicissimo ed elegantissimo; un vestito che, indossato, parla da solo, innalzando (esteticamente parlando) chi lo porta di tre spanne sopra le altre. Ecco, vorrei questo, penso. Ma non ho neanche bisogno di controllare il prezzo (cosa che comunque faccio) per sapere che costa troppo. Non solo non me lo posso permettere, ma anche potendomelo permettere non sono certa che sarei disposta a spendere tanti soldi per un vestito. Sta di fatto che quel vestito è sublime.

E naturalmente volto le spalle al vestito sublime per entrare nel negozio a fianco, che fa parte di una di queste catene di negozi alla moda sempre brulicanti di ragazzine e donne voraci. Entro e mi deprimo perché vedo tutta una serie di vestiti che passano per vestiti di moda e all’ultimo grido, e invece sono tutti fatti in serie, poi spesso tagliati male, con dei tessutacci da due soldi e delle fantasie o dei colori grossolani. E però poi se guardo per strada vedo che tutte le donne giovani, volenti o nolenti, sono conciate così. È la moda; la bassa moda, però.

Mi è venuto in mente un articolo del prof. Faeti che avevo letto anni fa; tornata a casa l’ho rintracciato, ve ne trascrivo un pezzo significativo, a mio parere:

Uscivo dal cinema e ho visto, in via Indipendenza, a Bologna, tre ragazzine vestite con la struggente povertà straccionesca di questi nostri anni, in cui l’inganno fa coincidere la Moda con la Miseria, ma solo per i subalterni.
Le ragazzine, fasciate negli orpelli da bancone da fiera, guardavano una vetrina che conteneva quattro «Filippo Alpi», ovvero abiti addirittura opulenti pur nella levigatissima proposta visiva di cui erano protagonisti. Da dietro gli abiti una commessa inviava sguardi gelidamente minacciosi alle ragazzine, come in una sequenza del film
Pretty woman, al quale va rivolto un particolare omaggio perché esso ci dice quanto e come le differenze di classe siano non solo presenti ma anche orribilmente visibili, anche in un mondo che ha sottratto ai subalterni proprio gli strumenti per riconoscere davvero l’evidenza dell’oppressione.   

Capite cosa voglio dire?

Ci sono i vestiti di Super-moda, che sono quelli, spesso stravaganti e ridicoli, ad effetto (e pertanto, almeno alcuni, importabili), che vediamo per es. al tg2 costume e società sulle grandi passerelle parigine o milanesi.
Ci sono i vestiti di Alta moda, che sono quelli veramente belli, eleganti, raffinati, che troveremo indosso alle ricche signore dell’Alta società.
Ci sono poi i vestiti di Bassa moda, che sono quelli appetiti e sfoggiati dalle masse di ragazzine/ragazze/donne che vediamo per strada, assurdamente orgogliose di incedere tutte vestite uguali con dei bermuda striminziti e strascicando ciabattine con paillettes, per esempio. E non si rendono conto che non sono “alla moda”, sono solo povere e illuse.

Qualcuno si chiede perché io consideri il libro “Cuore” ancora, in parte, molto attuale.

 
Lunedì e martedì saro fuori Bologna, perciò se lascerete commenti in quei giorni non potrò rispondervi subito! Buon inizio settimana a tutti!

postato da: flalia alle ore 18:38 | Permalink | commenti (21) | commenti (21)(pop up)
categoria:moda
mercoledì, 20 giugno 2007

Esercizio di autopreservazione quotidiana

[sorvolare l’assedio]

Io certe volte mentre cammino per strada – per esempio mentre vado al lavoro – vedo o ascolto delle cose, e mi dico:
non voglio credere di vedere/ascoltare quello che vedo/ascolto (e vedo brutture, tipo muri scrostati, ragazze ciccione con rotoli di pancia in vista, impalcature, ponteggi, camion della spazzatura rumorosi e puzzolenti, carcasse di bici mezze smontate legate ormai inutilmente ai pali, bambini che chiedono l’elemosina invece di giocare o studiare, locandine vicino alle edicole con titoli allarmanti, escrementi canini e umani, aria satura e grigia di smog eccetera, tutto ciò che potete bene immaginare).

Non voglio crederci ma lo vedo. Allora mi succede che mi viene un’esasperazione che fa sì che un’Ilaria continui a camminare per la sua strada e a vedere le brutture, un’altra si solleva un po’ e prende un’altra direzione.
Alla fine ci troviamo al luogo dov’eravamo dirette, ci ricomponiamo e facciamo quel che dobbiamo fare.

postato da: flalia alle ore 19:34 | Permalink | commenti (33) | commenti (33)(pop up)
categoria:esperimenti, camminando, esercizi spirituali
lunedì, 18 giugno 2007

Arbusta iuvant humilesque myricae

[Un guizzo chiama, un palpito risponde]

Un giorno, in terza media, la mia prof. di lettere, durante una lezione, iniziò a muggire e a fare altri versi più o meno ameni. Non era impazzita, semplicemente riteneva necessario leggere Pascoli in quel modo, sottolineando le onomatopee (prendendolo in giro). Ritenne indispensabile anche parlarci del rapporto tra Pascoli e le sue sorelle, con allusioni di cui non capii niente (capii solo che alludeva e, soprattutto, che odiava il poeta).

Ma mentre la prof. muggiva e gracidava tra le risa dei miei compagni, quelle parole, benché deformate benché straziate, riuscirono a farsi largo fino a una certa zona inesplorata del mio cuore, fino a toccarla, col risultato che quel giorno tornai a casa con tutti i sintomi dell’innamoramento poetico.

Dopo pranzo, anziché guardare il solito programma di cartoni animati (di cui non perdevo mai una puntata), mi chiusi subito in camera col libro di antologia aperto al settore Pascoli. Lessi avidamente tutte le sue poesie contenute nel libro (non certo le migliori del poeta), imparandole a memoria una dopo l’altra, senza alcuno sforzo.
Quello che avevo colto immediatamente fin dalla mattina in classe, e che ora mi si confermava in tutta la sua potenza, era soprattutto questo elemento: quasi tutte le poesie iniziavano con immagini felici, di serenità e tranquillità quotidiana; poi, nel corso della poesia (nel giro di pochi, a volte pochissimi versi) tutto mutava colore, tono, intensità: lentamente o improvvisamente, ma sempre in modo inesorabile e fatale, arrivava la delusione delle aspettative, il crollo delle certezze, lo sradicamento, la perdita, l’abbandono, la morte. Restava, però, di quella gioia, il ricordo, indelebile.

A me, leggendo, batteva forte il cuore perché questo miscuglio di gioia e dolore, queste rapide metamorfosi dell’una nell’altro e il desiderio che almeno qualcosa restasse saldo, rispecchiavano perfettamente il mio stato d’animo dell’epoca. E anche i rapporti familiari così presenti nelle poesie, l’amore e la perdita, il legame e la separazione, rappresentavano bene, credo, ciò che stavo cominciando a vivere rispetto alla mia famiglia e al mondo: da un lato l’esigenza di una maggiore autonomia, dall’altro il desiderio di sentirmi ancora piccola.
Credo che siano stati proprio questi, all’inizio, i nuclei pulsanti che mi fecero innamorare. Oltre al fatto che Pascoli fosse romagnolo (Romagna è ancor oggi la mia bandiera; sarà retorica, sarà melensa o patetica, ma è così) e che le sue poesie fossero popolate di fiori, piante, uccellini, tutti amati, tutti chiamati col loro nome, tutti messaggeri però, nonostante l’apparente normalità, di un mondo altro.

Ora, avevo notato che quasi tutte le poesie dell’antologia erano tratte dal libro intitolato Myricae. Dovevo possederlo immediatamente e corsi in cucina da mia madre per dirglielo.
- Oggi tuo padre è ad Arezzo. Devi aspettare almeno fino a domani – ha risposto lei.
- Fino a domaniii?! Ma non posso resistere, ne ho bisogno. Ti pregooo!!! –
Il problema era che tutte le librerie erano in centro e io, dodicenne, non c’ero mai stata da sola; mia madre non aveva nessuna voglia di uscire, né io intendevo cedere: ero già pronta a buttarmi sul pavimento strillando come un’oca semisgozzata quando mia madre senza dire niente prese Tuttocittà, lo aprì cercando la pagina giusta, mi fece cenno con la mano di raggiungerla e mi indicò dove avrei dovuto prendere l’autobus, dove scendere, come raggiungere la libreria una volta in centro, e come tornare a casa.
- Te la senti? –
- Sì! -  (tuffo al cuore, salto di gioia)

E così la scoperta della poesia ha coinciso per me con il mio primo viaggio in centro completamente sola (una sorta di piccola iniziazione).

Andò tutto bene tranne al ritorno, quando mi persi e tornai a casa a piedi (impiegandoci più di due ore), camminando trasognata per il tesoro che stringevo in mano e per l’impresa compiuta.

Da allora e per lungo tempo io e Myricae diventammo inseparabili; leggevo poesie nei momenti di pausa durante il giorno e la sera prima di addormentarmi, dopo le preghiere. Imparai a memoria senza farlo apposta la maggior parte delle poesie. Trascrivevo su un quadernino tutte le parole e gli accostamenti più dolci e musicali che trovavo (altro che i gracidii della prof.) ed era quasi una musica a sé quella che pronunciavo leggendo le parole in quel modo.

Le poesie di Pascoli sono state per me la porta verso la dimensione poesia, una porta che - ho scoperto - a volte resta chiusa anche a chi è comunque un gran lettore, ma di romanzi (le due cose non vanno necessariamente insieme). Se in quel preciso giorno di scuola le sue parole non mi avessero toccato il cuore, forse a quest’ora non sarei una lettrice di poesie.

A voi piace leggere poesie? Oppure vi annoia? Ricordate il primo poeta che vi ha teso la mano per portarvi in quel mondo, come ha fatto Pascoli con me e Petrarca con mia sorella? Oppure gli avete sbattuto la porta sul naso?

postato da: flalia alle ore 17:34 | Permalink | commenti (34) | commenti (34)(pop up)
categoria:poesia, libri
venerdì, 15 giugno 2007

Tragedia comica dal parrucchiere-padrone

[Eccessi emotivi incontrollati]

Cari amici, questo post è troppo lungo e racconta insignificanti fatti miei, io però avevo bisogno di scriverlo per via del trauma subito, voi al massimo non leggetelo, e siamo tutti felici.

Quando sono entrata nel negozio del parrucchiere ero già provata dalla solita ansia che mi prende in questi casi, riassumibile principalmente nella domanda: di cosa parlerò col parrucchiere mentre lui armeggerà con la mia testa? Di solito infatti esiste questo problema. Ma ieri ero anche abbastanza tranquilla; da due mesi (cioè dall’ultima volta che avevo messo piede in quel luogo ostile) mi ripetevo ogni tanto nella mente un nome, per poterlo ricordare al momento opportuno: Andrea. Era stato lui a tagliarmi i capelli l’ultima volta e il risultato era stato un taglio perfetto e una conversazione abbastanza fluente; era stato gentile, simpatico e premuroso.  
E invece, appena entrata, non ho fatto neanche in tempo a cercarlo fiduciosa con lo sguardo; mi si è parato davanti il titolare del negozio (che porta il suo nome e che è famoso a Bologna): un omone alto, largo e massiccio, che le altre volte ero sempre riuscita a evitare accuratamente, avendolo visto all’opera ed essendone rimasta parecchio terrorizzata (se leggete, capirete che avevo ragione).

Le prime parole che ha pronunciato, accompagnate da una smorfia a esse intonata, sono state di disprezzo per i miei poveri capelli; neanche avesse uno sguardo a raggi x ha cominciato a elencarmi che cosa non andava e che tipo di capelli ho e quali prodotti occorrono e così via. Fin qui, tutto bene. So che i parrucchieri cercano di demolirti l’autostima per poterti vendere i loro shampoo costosissimi. Però quel tipo parlava con un po’ troppa sicumera e soprattutto con un tono aggressivo; quando ho provato a dirgli che se ho i capelli fragili è a causa di una medicina che sto prendendo lui mi ha fatto una sfuriata urlando che invece sbaglio tipo di balsamo. Ho provato a ripetere che, oltre al balsamo (ma figuriamoci!), era la medicina; macché, l’ha presa come una cosa personale, ha alzato la voce ancora di più. Allora sono stata zitta e mi sono sorbita docilmente una predica su come lavare i capelli e sui danni del balsamo, dopo la quale l’ho pure ringraziato con un sorriso mite guardandolo da sotto in su. E va bene...

Dopo il lavaggio, praticatomi da una signora gentile, mi sono di nuovo ritrovata tra le grinfie di lui, benché avessi cercato di scappare alla ricerca di Andrea o di chiunque altro. Mi ha fatto sedere (anzi, mi ha spinto giù, premendomi le sue manone sulle spalle) sulla poltroncina e ha cominciato a tagliarmi i capelli senza chiedermi come li volevo. Ho iniziato gentilmente a parlare per spiegarglielo, ma mi ha subito interrotto:
- No no no! – ha detto appena ho pronunciato la prima sillaba – Ti farò un taglio delizioso, vedrai, zitta lì e fidati di me! –
E ha ripreso a trafficare con i miei capelli.
Ho riprovato due volte a parlare e me lo ha sempre impedito, la seconda volta con impazienza.
- Sono il titolare qui! – ha esclamato sbuffando – Ti farò un taglio che ti invidieranno tutte, così ti chiederanno dove sei stata e tu mi farai una bella pubblicità. Quindi lasciami fare!

Vedrai che bella pubblicità che ti faccio!, ho pensato mentre cominciavo a sentire un certo magone formarsi in fondo al cuore.

Lui nel frattempo, mentre sforbiciava, parlava di tasse con un signore e ogni tanto, arrabbiato, urlava qualche parolaccia contro il governo.
Cercavo di guardarlo, tramite lo specchio, volevo affrontarlo, ma mi sentivo già scoraggiata, mi sembrava una situazione assurda e poi, non potendo tenere indosso gli occhiali per non ostacolarlo nelle sue operazioni, non riuscivo a vederlo bene e questo accresceva la mia impotenza.

A un certo punto un’inserviente si è accostata e gli ha detto che la Contessa Balanzoni (cognome inventato, titolo nobiliare vero) esigeva di essere pettinata solo e soltanto da lui.
Oh, ti prego, vai da lei, è una contessa! Che da me venga un altro!, ho implorato interiormente. Ma niente.
- Falla accomodare nella poltroncina qui di fianco, me ne occupo dopo che ho finito qui. Intanto comincia a metterle il trattamento –

Il magone, ormai consistente, ha cominciato a risalire un po’ dal fondo del cuore.

La contessa Balanzoni, con la sua bella chioma tinta del color biondo-altoborghese e il suo bel vestito intonato, si è seduta accanto a me, con un’inserviente che le sbrodolava della roba in testa e un’altra che le faceva la manicure.
Così, oltre al parrucchiere che parlava di tasse strattonandomi nei momenti di particolare indignazione, ascoltavo anche il monologo della contessa, tutto incentrato sulla sua fatica di vivere (Eh, la mia vita! Entro in sala per prendere un documento e mi suona il telefonino, rispondo al telefonino e mi arriva una mail, leggo la mail, mi sono dimenticata dove ho messo il documento, torno a cercarlo, mi si rompe un tacco…) e, soprattutto, sulla sua eterna dieta (pensate che crudeltà: siccome lei è a dieta, costringe alla dieta anche il marito che non ne ha bisogno! Poverino. E osava lamentarsi del recente nervosismo di lui!). Proprio perché a dieta, non ha fatto altro che evocare con tono nostalgico manicaretti di tutti i tipi e io, che non sono a dieta anzi ho bisogno di mangiare, e avevo fame (erano le 13,30), ho cominciato a sentire un secondo magone all’altezza dello stomaco. Senza contare che continuavo a non capire cosa stesse combinando con la mia testa il parrucchiere-padrone.

Ormai comunque parlare mi sembrava impossibile, mi sentivo impotente e così ho cominciato a sentire il magone sciogliersi in un fiume in piena che risaliva inesorabilmente dalle profondità del cuore, la voce blaterante della contessa e quella infuriata del parrucchiere erano ormai confuse tra loro e lontane, cercavo disperatamente di resistere, di ricacciare tutto in fondo, di aggrapparmi a qualunque pensiero potesse aiutarmi ma niente, e così, quando l’omaccione, per tagliarmi i capelli sulla nuca, mi ha fatto chinare il capo (spingendolo giù con la sua manona), gli argini si sono rotti e, mi spiace ammetterlo so che non si dovrebbe fare, mi sono messa a piangere, silenziosamente ma con i lacrimoni che gocciolavano e qualche sussultino del corpo.

Piangevo perché quel comportamento mi sembrava violento e ingiusto e perché non sono capace di farmi rispettare. Ho cominciato a pensare che sono in grado di affrontare calma e intrepida le peggiori calamità naturali (dalle trombe d’aria alle malattie anche gravi ai sentimenti più devastanti) ma non gli esseri umani nelle loro manifestazioni anche minimamente irrispettose/aggressive. Solo sul lavoro riesco a farmi valere – pensavo piangendo – e ci riesco solo perché l’amore per la lingua italiana in me supera perfino la mia timidezza/fragilità (non recedo mai dalle mie posizioni quando si tratta di difendere l’adattamento di un testo o una determinata correzione) e solo perché ho dei forti pregiudizi positivi verso gli adolescenti (il che mi permette di affrontare platee bellicose senza insicurezza); ma per il resto, il primo che passa può prendermi a calci o impedirmi di parlare alzando la voce, e io non riesco a reagire (anzi, mi sento in colpa).

Ecco cosa pensavo, e più lo pensavo più piangevo, logicamente.
Così, quando Mister Arroganza mi ha tirato su la testa e mi ha guardato allo specchio, ha visto un viso inondato di pianto. E quando io stessa ho intravisto (senza occhiali…) il mio viso allo specchio, mi è venuto da ridere (obiettivamente c’era da ridere oltre che da piangere).
E quando lui mi ha chiesto (con un tono di voce un po’ più tenero) cosa succedeva, sapete cosa ho risposto (avevo il cervello in tilt, non capivo più niente, mi vergognavo, non sapevo neanche più parlare)?
- Oh, niente. Sono allergica –
E lui ha detto:
- Un’allergia potentissima, vedo. E a cos’è che sei allergica? –
Panico! Io non so neanche a cosa si può essere allergici e poi non so dire le bugie, divento rossa se le dico, perciò, non sapendo cosa dire, nell’angoscia in cui mi trovavo, ho detto la prima cosa che mi è venuta in mente – una cosa stupidissima, però un po’ vera - e cioè:
- Ai parrucchieri –
Allora lui si è messo a ridere con una risata da Mangiafuoco, e io pure, sbirciando allo specchio me col viso disperato, lui che si sganasciava agitando pericolosamente le forbici in aria, la contessa Balanzoni attonita e un po’ seccata, le inservienti anche loro immobili, mi sono semplicemente messa a ridere e sapete come succede, tutto il corpo, fino allora contratto, mi si è sciolto e all’improvviso tutta quella situazione assurda da disperata mi è parsa irresistibilmente comica. Mi sono sentita felice e capivo di avere sbloccato la situazione senza offendere nessuno.

Dopo è andato tutto bene; lui mi ha preso il viso tra le sue manacce finché non mi sono calmata (e mi sono calmata istantaneamente, dato che non ci tenevo a essere coccolata da uno che due secondi prima mi aveva fatto piangere) e voleva anche offrirmi un gelato - il suo negozio ha una convenzione con la gelateria vicina - che ho stoicamente rifiutato (sempre per il motivo di cui sopra).
Alla fine, pur con questi eccessi emotivi, la tortura è finita benché il taglio non sia affatto così delizioso, ma pazienza.

Uscita di lì, sono corsa in pasticceria a divorare due paste ripiene di crema, cioccolato e panna (alla faccia della contessa Balanzoni e in onore di suo marito, augurandogli che fosse anche lui alle prese con qualche antidietetico manicaretto alle spalle della crudele moglie).
Ristabilito così l’equilibrio psicofisico mi sono recata in libreria per trovarvi il conforto risolutivo e ne sono uscita con un libretto di Hrabal adatto a risollevarmi il morale.
Poi, con il mio taglio tanto sudato e lacrimato, ho pedalato verso casa ripensando all’accaduto e ridendo della sua assurdità. Adesso per altri due mesi almeno, non se ne parla più!

postato da: flalia alle ore 21:50 | Permalink | commenti (50) | commenti (50)(pop up)
categoria:figuracce, uomini al lavoro
mercoledì, 13 giugno 2007

L’ebbrezza in un giorno di pioggia

Ieri qui a Bologna c’è stato un potente nubifragio (con vento, lampi, tuoni, fulmini, repentine metamorfosi di strade in fiumi) e sotto quel nubifragio c’ero io che pedalavo ridendo sulla mia bicicletta detta Scassona, con le lenti degli occhiali grondanti acqua che mi impedivano di vedere la strada (sbandavo paurosamente) e delle grosse gocce che scendevano così violente che quasi mi facevano dei bernoccoli in testa. E mentre correvo verso casa mi divertivo a scherzare con me stessa e per gioco maledicevo i Grandi della Terra, pensando cose così: Ecco! È colpa loro – che se ne fregano dell’ambiente - se adesso anche qui in Italia è arrivato il clima tropicale! È colpa di Bush!!, e mi veniva da ridere a questa idea che abbiamo oggi, che è sempre colpa di Bush.

In realtà è colpa mia che, pur spostandomi sempre in bicicletta, preferisco rischiare e non mi sono ancora decisa ad acquistare una di quelle orride (ma utili) mantelline impermeabili da ciclista indefesso. Provvederò.

Eppure, trovo così divertente lasciarmi spiazzare dagli imprevisti, a volte. Mi sembra sano che esistano gli inconvenienti che ti piovono addosso (è il caso di dirlo) quando meno te lo aspetti, se sono di questa piccola portata, ovviamente.

L’estate scorsa mi sono trovata, sempre in bicicletta, in mezzo a una tromba d’aria; attorno a me volavano cassonetti e cadevano rami (dico sul serio) e io stessa, essendo leggera, venivo spostata dal vento ora verso il centro ora verso il margine della strada (rischiando ogni volta di schiantarmi o contro le automobili o contro gli alberi) senza riuscire a opporre resistenza; eppure lo stesso non mi dispiaceva essere lì, in mezzo all’esplodere furioso della natura, in balia degli elementi, come si suol dire, abbandonata a una forza più grande di me. Se ci fate caso, in quei momenti di burrasca c’è una tale energia nell’aria che è un peccato non lasciarsene elettrizzare almeno un po’ (con buona pace della messa in piega). Io sento proprio una gioia che mi sale nel corpo (mica solo con i temporali, a dire il vero; accade tutte le volte che mi sento natura).
Perciò non posso fare a meno di sorridere e mi sembra quasi di risplendere.

Secondo me gli automobilisti avranno pensato che ero pazza, invece ero solo felice.  

postato da: flalia alle ore 23:05 | Permalink | commenti (19) | commenti (19)(pop up)
categoria:felicità
martedì, 12 giugno 2007

Voglio andare a vivere in campagna

Esperimento: se dico che voglio andare a vivere in campagna, qual è la prima cosa che vi viene in mente?

Perché insomma, dovete sapere che da anni mi succede questa cosa; quando pronuncio la frase Voglio andare a vivere in campagna, o Vorrei vivere (o trasferirmi) in campagna, oppure Basta! Prima o poi me ne andrò a vivere in campagna! (a seconda dell’umore) c’è sempre stato, c’è, e forse ci sarà sempre qualcuno attorno a me che si mette a cantare questa frase (Voglio andare a vivere in campagna) e basta, perché un’altra cosa curiosa è che questa canzone tutti (tranne me) la conoscono ma nessuno la conosce per intero (anzi, tutti ne conoscono questa sola frase).
E questo fenomeno si ripete da anni e con persone diversissime tra loro (per età, classe sociale, provenienza regionale) e nei contesti più disparati; be’, adesso non immaginate che io ripeta ovunque e sempre questa frase; però, le volte in cui l’ho pronunciata (e ormai la pronuncio apposta, per vedere se il fenomeno si ripete, e si ripete), si è sempre elevato, immancabilmente, automaticamente, il suddetto canto.
Trattasi, appunto, di riflesso automatico esteso a buona parte della popolazione italiana (assumendo che il mio campione di riferimento sia abbastanza significativo, e secondo me lo è, trattandosi di ricerca longitudinale, protrattasi negli anni e in posti e contesti differenti).
Ora: già considero preoccupante il fatto che in generale esistano simili automatismi verbali, per cui, al sentire una parola, pigramente le accostiamo subito una e una sola altra parola.
Ma ancor più preoccupante è il fatto che questa canzone – ho scoperto - è stata cantata da Toto Cutugno in non so quale Festival di Sanremo e da allora il suo ritornello si è inspiegabilmente scolpito nel cervello di persone giovani o vecchie (ma soprattutto giovani, molto giovani) e sembra destinato a venire tramandato di generazione in generazione e ora non è più possibile pronunciare una certa frase senza che qualcuno la musichi in tal modo (quasi sentisse il bisogno irrefrenabile di farlo, perché il canto non avviene come battuta che uno fa scherzando, ma parte proprio in automatico, come se uno cantasse tra sé e sé, senza intenzione, senza quasi accorgersene) e, devo dire, questa cosa mi sconvolge un po’ (Toto Cutugno come Dante Alighieri?).

postato da: flalia alle ore 23:10 | Permalink | commenti (23) | commenti (23)(pop up)
categoria:musica, esperimenti, curiosità
domenica, 10 giugno 2007

Libri come rockstar

[E in più, un neologismo a sorpresa!]

Finalmente trovo un po’ di tempo per raccontare una bella esperienza vissuta mercoledì mattina, incentrata – che novità! – sulla lettura. Ma da un’ottica particolare, che come saprete mi interessa particolarmente: adolescenti e lettura.
Mercoledì c’è stata la festa conclusiva del ciclo di letture e incontri con gli adolescenti (terza media e primo biennio scuole superiori) durato tutto l’anno scolastico. Il tema era: nostalgia del futuro. I ragazzi hanno scelto libri all’interno della bibliografia, molto vasta, da noi proposta, votando e commentando su
questo sito i libri letti. Non si vinceva nessun premio se non quello di vedere il libro amato tra i primi posti in classifica.

Ho provato l’ebbrezza di sedere in un teatro pieno zeppo di ragazzi di 14 e 15 anni che applaudivano e acclamavano con cori e fischi da stadio i loro libri preferiti man mano che questi venivano nominati. I due autori intervenuti all’incontro (Gianni Biondillo e Silvana De Mari) sono stati accolti come rockstar (soprattutto Biondillo, il cui romanzo Per sempre giovane è arrivato primo nella classifica di seconda superiore) e, mentre parlavano, sono stati ascoltati con partecipazione.

Io ho molto apprezzato soprattutto Silvana De Mari (autrice di romanzi fantasy niente affatto banali o “allineati”) che ha fatto un intervento duro, severo, rapportandosi ai ragazzi con grande serietà e schiettezza.
All’inizio ha parlato del suo modo di intendere il fantasy: una letteratura che proprio per il suo essere non realistica facilita l’immedesimazione in personaggi anche molto diversi da noi, stimolando la sfera emotiva del nostro cervello oltre a quella razionale, aiutandole a dialogare tra loro e a vivere, con umana partecipazione, storie che altrimenti rischiano di sembrare lontane, chiuse in mal sopportati libri di storia per esempio. Perché nella sua letteratura (e nella sua sensibilità) il tema centrale è il genocidio. Non a caso i due libri che legge regolarmente ogni anno sono: Se questo è un uomo e Il Signore degli anelli. Vi sembra un accostamento strano? Provate a leggere L’ultimo elfo (che è molto breve) o L’ultimo orco, il suo ultimo romanzo. Oppure, se la lunghezza di quest’ultimo vi spaventa (eppure è un libro che coinvolge e stimola, che parlando di un mondo altro ci parla proprio di noi) vi consiglio un suo breve saggio appena uscito per la casa editrice Salani (Il drago come realtà), sulla letteratura fantastica e sul significato che può avere per noi, esaminato tra l’altro da una prospettiva un po’ particolare, quella neurobiologica (la De Mari di mestiere fa il medico e ciò è tra l’altro evidente nel modo in cui scrive e nel modo scientifico di analizzare le cose).

Apro una parentesi: dato che la platea era composta da adolescenti, ben presto alcuni hanno cominciato a fare domande particolari, alcune delle quali mi hanno colpito: un ragazzo, per es., ha chiesto alla De Mari quanto ha contato l’amore di sua madre e l’amore che lei a sua volta prova per il figlio, nello scrivere le sue opere. Una domanda che normalmente non capita di sentire, rivolta a un autore. Quando l’autrice, rispondendo (e cito esattamente le sue parole) ha detto che lei, «prima di essere medico e prima di essere scrittrice si sente moglie di suo marito, figlia di sua madre e, soprattutto, madre di suo figlio», e questi rapporti verranno sempre prima di tutto, è esploso un boato e un applauso di approvazione così sentito che mi si è stretto il cuore. Esattamente come quando, in seguito, all’interno di un altro discorso, sempre la De Mari ha detto che un genitore che ama un figlio, pur non capendo né approvando magari niente di questo figlio, sarebbe comunque disposto ad attraversare il deserto per portare un bicchiere d’acqua a questo figlio straniero ma amato. Anche qui, applausi e partecipazione (come ogni volta che sono stati sfiorati i rapporti familiari o anche l'amore). Dato che mi trovo spesso a confrontarmi con adolescenti, la cosa non mi sorprende. Ma siccome negli ambienti adulti che mi trovo a frequentare una donna che dicesse le cose che ha detto la De Mari (la quale non è una sprovveduta né una donnetta sottomessa, è un medico che ha lavorato anche all’estero, è tra le più affermate scrittrici contemporanee per ragazzi e inoltre ha un caratterino di quelli che già con un’occhiata ti stende, se vuole) sarebbe guardata con un misto di ilarità e disprezzo, mi commuovo nel vedere che fino a una certa età tutto ciò non esiste, e una persona (uomo o donna) che si presenta non solo per quello che fa ma anche per quello che ama è entusiasticamente apprezzato e riconosciuto/a nella sua completezza (soprattutto, ovviamente, se dice di amare i figli…).

Chiusa questa piccola parentesi che mi stava a cuore, le domande sono state tante, tutte interessanti. Come è capitato anche negli incontri durante l’anno, i ragazzi leggono i libri vivendoli spesso in prima persona, immedesimandosi, usandoli come trampolini per rilanciare le domande esistenziali che si portano dentro; è una lettura ancora molto di pancia, molto emotiva, che forse solo da adolescenti si vive così.
Perché l’adolescenza, diciamo spesso tra noi nel preparare gli incontri, è un’età di per sé pensosa e filosofica. Piena di grandi domande, di cui a volte non è pienamente consapevole neppure chi le ha dentro (eppure, le vive). Gli adulti che non vogliono riconoscere queste domande, che vogliono negarle o aggirarle, commettono un grave crimine, secondo me.

Vedere centinaia di ragazzi giunti da tutta Italia applaudire dei libri che li hanno emozionati mi è sembrato liberatorio e salvifico rispetto anche a certi allarmismi mediatici non del tutto innocenti. A proposito di questo: dopo il rigenerante incontro sono andata al lavoro e mi son messa a correggere le bozze di un fumetto. Volete saperne una? Il mio direttore ha inventato un neologismo: il verbo bullare. Ho letto (nella presentazione di un fumetto): “Il Tal dei Tali viene bullato pesantemente dai compagni di scuola”…  

postato da: flalia alle ore 16:20 | Permalink | commenti (14) | commenti (14)(pop up)
categoria:libri
venerdì, 08 giugno 2007

Consiglio appassionato

Mentre aspetto di trovare il tempo per scrivere un post, vi segnalo intanto che uno dei miei film preferiti sarà trasmesso domani notte all’1,30 (in teoria) su Italia 1. Si intitola Ghost world (potete cliccare qui per le informazioni di base, ma non fatevi influenzare!) e mi piace perché è un film malinconico ma non deprimente, anzi in realtà è allo stesso tempo un film umoristico; è realistico ma anche lievemente surreale, nonché poetico pur non avendo pretese artistiche; racconta, tra le altre cose, la fine impercettibile di una di quelle amicizie nate durante l’adolescenza (e che sembrano eterne) che, alla soglia dell’età adulta, si sciolgono e muoiono senza quasi accorgersene (vi è capitato, forse? A me sì, purtroppo). Poi parla dello spaesamento che a volte tutti proviamo e dei modi per uscirne. Parla di arte, musica, solitudine, follia, giovinezza, adultità, speranza, cinismo, amore, amicizia, famiglia, lavoro; si ride, si pensa, si immagina, si ricorda; a me quel film lascia sempre una certa carica, una voglia di fare e di vivere, dopo che lo guardo.

Poi: c’è uno Steve Buscemi meraviglioso, che sa dare vita al personaggio che interpreta, rendendolo così vero, con i suoi tic, le sue incertezze, il suo modo obliquo ma perfettamente coerente e integro di stare al mondo (se vedrete o conoscete il film: Seymour sarebbe l’Uomo della mia vita, se esistesse o se lo trovassi! E Steve Buscemi è uno dei miei attori preferiti).
Poi c’è una Scarlett Johansson quindicenne e una Thora Birch splendida interprete della protagonista, Enid, in cui mi identifico (o meglio, mi rivedo abbastanza per com’ero a quell’età e mi ci sento tuttora in sintonia, pur con la necessaria evoluzione).

Nonostante le protagoniste principali siano due ragazze all’inizio dell’età adulta, questo non è né un film adolescenziale né tantomeno giovanilistico, anzi, è da adulti che lo si comprende e ci si immedesima di più.

So di non essere brava a promuovere ciò che mi piace (non sarei tagliata per fare la pubblicitaria, credo!) ma se provate a puntare il videoregistratore all’1,30 su Italia 1 domani notte (notte tra sabato e domenica), male non può farvi (al massimo se il film poi vi annoia lo piantate lì e ci registrerete sopra qualcos’altro!).

 

Già che siamo in tema televisivo, non so se vi capita a volte, quando guardate la tv, di ascoltare qualcuno che parla e di provare vergogna per lui/lei e di cambiare canale o spegnere la tv perché vi immedesimate in lui/lei e provate imbarazzo (imbarazzo del tutto ingiustificato perché se non lo prova la persona in questione non si capisce perché dovreste provarlo voi). Tipo quando vedete gente che fa confessioni private o piange o litiga urlando o dice cose troppo volutamente sensazionalistiche o si presenta in modo da risultare patetico senza però accorgersene… cose così. Io mi imbarazzo tanto che addirittura divento rossa come se a parlare fossi io.

Be’, ieri mi è successa questa cosa vedendo Isabella Santacroce a Otto e mezzo (versione estiva), intenta a promuovere il suo ultimo romanzo (perché, comunque, lo scopo era quello). Mi ha molto impressionata il fatto che si prendesse tanto sul serio e parlasse per frasi fatte e luoghi comuni, credendoci veramente; cose tipo: io vivo da sempre nel sacro; i grandi santi e i grandi peccatori vivono da sempre agli estremi di quel punto mediano che io con la mia arte voglio scardinare, infatti Dio è mio marito; il bene non è creativo e non serve a niente mentre il male sì; la morale nasce dalla paura (e, a un’obiezione di una tipa peraltro odiosa convocata lì in veste ufficiale di moralista, ha saputo solo rispondere ossessivamente: Lo ha detto Nietzsche! – Ipse dixit – che poi, con tutto il rispetto: Nietzsche riletto dalla Santacroce e mischiato anacronisticamente al povero De Sade – dico “povero” perché sempre tirato in mezzo a giustificare qualunque cosa, soprattutto se scritta male). E poi non era quello che diceva, ma come lo diceva, recitando frasi a memoria e mettendosi in posa. Ho cercato di convincermi che lo facesse consapevolmente, come forma – che ne so – di rivolta estetica subliminale… Ma mi è sembrato invece che non scherzasse affatto, e comunque sarebbe anche questa una cosa vecchia, come ha detto Davide Rondoni, altro ospite, già vista un secolo fa. Per questo, mi è sembrata patetica.
Poi, un po’ per l’imbarazzo e soprattutto perché dovevo finire di lavorare a un fumetto, ho spento senza rimpianti. Ma siccome mi ha colpito vedere un’immagine così infelice (mi sembrava infatti terribilmente infelice e poco in salute; non che sia un obbligo essere felici), ho pensato di dirvelo (se non l’avete vista, meglio per voi).

Scusate se ho scritto molto male e molto in fretta questo post un po’ di servizio.

postato da: flalia alle ore 12:46 | Permalink | commenti (38) | commenti (38)(pop up)
categoria:cinema, tv
martedì, 05 giugno 2007

Oggetti smarriti

Mia mamma, rassegnata insegnante di lettere, ha perso - e dico: perso – i compiti in classe dei suoi alunni. Si tratta dell’ultimo compito in classe prima della fine dell’anno scolastico, il compito col voto decisivo insomma, quello che potrebbe affossare del tutto o al contrario innalzare di quel tanto che basta le medie traballanti dei suoi abbastanza svogliati alunni. Domani è l’ultimo giorno di scuola, quindi i compiti devono essere trovati. Gli alunni trepidanti hanno già minacciato di fare una violenta irruzione in casa nostra se i compiti non salteranno fuori (per molti di loro si tratta dell’unico compito per il quale hanno un po’ studiato, proprio quello doveva andare perso?!).
La casa è stata messa sottosopra, modo migliore per non trovare ciò che si cerca.
Poco fa, passando in corridoio di fronte alla sua camera da letto, ho visto mia madre infilata per metà sotto il letto matrimoniale (emergeva solo il fondoschiena).
- Non vorrai farmi credere che c’è il rischio che i compiti dei tuoi alunni siano lì sotto! – ho esclamato sdegnata (dopotutto sono stata un’alunna anch’io).
- Non si sa mai – è stata la risposta.
I compiti non erano neanche lì. E non sono ancora riapparsi.

Io, invece, ho perso il sonno, o meglio mi viene regolarmente sottratto da datori di lavoro & C., perché io di mio dormirei benissimo, se potessi.
Così, per curiosità, immaginando di non essere l’unica in questa snervante situazione, vi pongo questa piccola domanda: voi, in media, quante ore dormite per notte? E quante ve ne basterebbero? A me ne basterebbero anche solo 6 o 7 per notte (non sono una dormigliona) invece attualmente ho una media di 5 ore, ma a volte anche meno; qualche volta mi capita perfino di passare la notte completamente in bianco (dopo è ovvio che scrivo post esasperati come il precedente!).

E voi? 
postato da: flalia alle ore 18:56 | Permalink | commenti (38) | commenti (38)(pop up)
categoria:mia mamma