venerdì, 20 luglio 2007

Dove ti trovi

Sono qui al mare da due giorni e il fatidico adattamento mi ha raggiunto. Dedico qualche ora al lavoro, per il resto me la spasso. Vado in giro, in bici e a piedi, aguzzando occhi e orecchie e notando i cambiamenti rispetto all’anno scorso. Pensate che è da quando sono nata che vengo qui a Riccione, sempre nella stessa casa, sempre dallo stesso bagnino, che mi ha vista neonata. Lo so che può apparire ridicolo o patetico, rispetto alle vacanze mirabolanti che ormai chiunque può permettersi, ma a me piace così. Ho semplicemente bisogno di rilassarmi un po’ dopo un anno intenso e qui ci riesco, perché abito in una zona tranquilla e silenziosa, lontana quanto basta dal fracasso turistico. Poi mi piace rivedere di anno in anno le persone di qui, che mi conoscono e mi vogliono bene. Sono i luoghi in cui ho passato tutte le mie estati, i vialetti in cui ho imparato a pedalare, in cui ho passato pomeriggi interi a giocare a calcio o a nascondino, il mare (brutto, è vero) in cui ho imparato a nuotare… mi piace stare qui, è la mia terra.

Intanto mia sorella si prepara a partire per l’Africa, dove resterà fino a fine dicembre, un po’ per lavorare come volontaria (fino a settembre) e poi per studiare (all’università di Dar es Salaam). Medicinali anti-malaria, shampoo contro i pidocchi, zanzariere, farmaci di ogni tipo… la maggior parte del suo bagaglio consiste in questo, perché andrà in zone povere e abbandonate, dove non potrà comunicare con l’estero e dovrà arrangiarsi da sola. Prima di raggiungere la missione in Kenia dalla Tanzania, affronterà, sola con la sua amica, un viaggio attraverso villaggi dispersi e zone “selvagge”, senza avere punti di riferimento precisi e senza neanche sapere ogni volta dove andrà a dormire (cosa che a me sembra molto pericolosa).

Vedete come siamo diverse: io fin troppo sedentaria, lo riconosco, lei perennemente in viaggio (spesso completamente sola e in posti non molto raccomandabili) fin da quando aveva tredici anni (adesso ne ha venticinque).

Ovviamente, per tutti, solitamente, la persona più affascinante della famiglia è lei, e non hanno tutti i torti. A me invece piace soprattutto il nostro essere così diverse, il nostro completarci a vicenda, il condividere gli stessi valori, esprimendoli in modi diversi, io qui, lei altrove.

Intanto, in questi giorni ci facciamo delle gran nuotate, ed entrambe abbiamo notato una cosa: quasi nessuno nuota sul serio. La maggior parte della gente si limita a stare a mollo nell’acqua, o tutt’al più a passeggiare avanti e indietro. Quasi nessuno, a parte me e lei, si spinge al largo, dove non tocca, e nuota per bene e a lungo. Invece mi ricordo come mi è sempre piaciuto, fin da piccola, osservare le persone che nuotavano bene, ammirandone lo stile, e c’era quasi la gara a chi si spingeva più lontano e resisteva di più. Io continuo a spingermi al largo, più lontano che posso (compatibilmente con le mie forze), dove, da sola nel grande mare, con lo sguardo all’orizzonte, trovo la gioia di sentirmi parte di qualcosa di immenso, di incommensurabile, infinitamente più grande di me, ma non completamente altro da me. È questa la grande forza consolatrice che può dare il rapporto con la natura, che avvenga nella super attrezzata Romagna o negli spazi quasi incontaminati dell’Africa remota. E in questo perfino mia sorella è d’accordo con me!

postato da: flalia alle ore 19:51 | Permalink | commenti (21) | commenti (21)(pop up)
categoria:riccione, felicità
martedì, 17 luglio 2007

A passo di danza

Io da oggi sono un po’ in vacanza! Dico un po’ perché tra qualche giorno un adattamento a cui lavorare mi verrà perfidamente inviato a Riccione (inseguita dal lavoro perfino al mare, ma confido biecamente nei disservizi delle Poste Italiane). E così dovrò portarmi lì il portatile, mentre speravo di poterlo lasciare a casa, se no che vacanza è una vacanza dove non c’è niente di vacante ma tutto mi segue marcandomi ben stretto?

Comunque, essendo un po’ in vacanza ed essendoci attualmente di giorno a Bologna 40 gradi, ho deciso di fare oggi pomeriggio le Grandi Pulizie di casa. Se c’è una cosa che non sopporto sono le pulizie domestiche, ordinarie o straordinarie che siano, eppure, si sa, almeno ogni tanto bisogna occuparsene. E io, per farlo, ho un metodo molto divertente ed efficace che consiste nel lanciarsi in balli scatenati usando scope e spazzettoni come cavalieri, e in canti accorati usando come microfono per esempio un piumino per spolverare. Ho delle apposite colonne sonore che adopero per l’occasione; non importa che musica si scelga, l’importante è che ci sia un buon ritmo, ma per quanto mi riguarda, dopo un po’ di rock tanto per entrare nel vivo, funziona benissimo il buon vecchio swing: metto su un disco di Glenn Miller & orchestra e via a spazzare lanciando la scopa da una mano all’altra al ritmo di In the mood (brano che conoscete tutti anche se forse il nome non vi dice niente: presente quando nei film neorealisti o nelle rievocazioni televisive si mostra il passaggio dal senso di oppressione durante la seconda guerra mondiale alla ventata di libertà del dopoguerra? Tale passaggio è sempre sottolineato da In the mood suonata da un’orchestra con la gente che balla felice). Il ritmo è perfetto per piroettare ma una volta mi sono lasciata così trasportare che per sbaglio facendo troppo volteggiare la scopa ho rotto un lampadario. Be’, incidenti del mestiere…
Il tutto si conclude sempre con la Marcia di Radetzky, non per insultare velatamente l’antico nemico che anzi ammiro e a volte rimpiango, ma perché mi sembra la giusta conclusione di tale faticosa impresa. Al ritmo della marcia detersivi, stracci, scope e piumini si ritirano dignitosamente e la loro tenutaria può abbandonarsi mollemente in poltrona spossata dalle danze pulenti. Ora devo dire che a volte mi concentro troppo sul ballo e poco nella pulizia ma una cosa è certa: il buonumore è assicurato!

Non vi sembra un ottimo consiglio da “casalinga esasperata” (che non sono)? Perché, tra parentesi, quando è iniziato il telefilm “Desperate Housewives” io mi aspettavo di imparare qualcosa sulla vita da casalinga invece ho imparato come uccidere la gente, però in modo divertente. D’altronde è anche vero che sabato, durante il matrimonio, il prete ha pronunciato una formula in cui erano proclamati i rispettivi doveri della sposa e dello sposo, e mentre i doveri dello sposo erano gravidi di responsabilità, tra quelli della sposa (moglie e madre) spiccava il rendere gioiosa e lieta la vita domestica. Ho pensato che in fondo è un bellissimo “dovere”, mi piace molto.

Be’, il senso di questo post sconclusionato è: domani finalmente torno al mare, torno nella mia casetta riccionese, nella mia cameretta mansardata tutta blu e senza tapparelle (ma con delle spesse tende che però lasciano filtrare la luce di primo mattino, svegliandomi presto e in modo naturale)! Da lì potrò continuare a postare (se avrò l’ispirazione) e a seguire i vostri blog ma con meno assiduità del solito (sempre per il concetto che se no non è una vacanza).

Un caro saluto a tutti!

postato da: flalia alle ore 22:16 | Permalink | commenti (16) | commenti (16)(pop up)
categoria:felicità
domenica, 15 luglio 2007

Come fu che andai a un matrimonio e mi sembrò di essere stata al bar sotto casa

Era da un mese che attendevo con timore la giornata di ieri: un matrimonio a cui ero stata invitata, assieme a tutta la mia famiglia, ma dove, a parte un po’ gli sposi, non conoscevo quasi nessuno (solo qualche persona, in modo superficiale).
Era il ricevimento che mi spaventava (prevedevo un pranzo interminabile durante il quale non sarei riuscita a spiccicare parola) mentre ero molto contenta di partecipare alla cerimonia, che è stata molto semplice e intensa.

Quando, dopo la messa e un breve viaggio in macchina, siamo approdati presso il luogo dei festeggiamenti, in aperta campagna, l’ansia aveva lasciato il posto alla rassegnazione; avevo deciso che mi sarei stampata sulla faccia un sorriso che niente al mondo - né imbarazzo né noia né disperazione - avrebbe potuto togliermi (pensavo che sarebbe stato davvero brutto se gli sposi, guardandosi intorno, avessero visto un’invitata con un’espressione palesemente afflitta).
Mentre cameriere accaldate servivano antipasti a base di pollo fritto (bollente) in mezzo a un prato assolato e senza ombra (e quello era solo l’antipasto, una sorta di buffet di riscaldamento, è il caso di dire) mi chiedevo, osservando le varie invitate che si scoprivano le spalle mostrando per lo più abbondanti scollature, come noi donne abbiamo potuto vivere finora senza coprispalle, dato che a parte me e mia sorella, la quale pur di non indossare tale subdolo indumento si era avvolta in una sciarpona, tutte in chiesa avevano il loro bel coprispalle indosso.

Finalmente, dopo circa un’ora di antipasti bollenti, è arrivato l’ordine di avviarci verso i tavoli; iniziava il pranzo. Giungeva dunque il momento fatidico, quello che da un mese visualizzavo nella mente con scenari l’uno più imbarazzante dell’altro; lo so, sembra esagerato, ma son fatta così, tuttavia non mi tiro neanche indietro, vado e soffro, piuttosto.
Sotto un tendone bianco erano dunque disposti parecchi tavoli rotondi, ai quali gli invitati si sarebbero accomodati seguendo le disposizioni decise in anticipo dagli sposi ed esplicitate su un cartellone. E qui, una sorpresa: ogni tavolo era stato battezzato con il nome di una cima importante del Giro d’Italia (lo sposo è un appassionato di ciclismo). Trovare qualcosa di familiare in un contesto così alieno mi è sembrato molto confortante, tanto che ho esclamato – rivolta a nessuno in particolare, ma ho pensato che un’invitata sorridente ma muta non era comunque un bello spettacolo, allora era meglio parlare, anche se da sola – che mi sembrava una bellissima idea, questa dei tavoli dedicati al giro d’Italia, e che ero proprio curiosa di sapere a quale cima ero stata assegnata. E dal nulla alle mie spalle una voce mi ha risposto, una voce dal tono entusiasta, tra l’altro; e si rivolgeva proprio a me.

- Ma dai! Ti interessi di ciclismo?! – mi ha detto questo ragazzo con gli occhi che gli brillavano.

- Sì! – ho cinguettato io pensando Forse sono salva!.

Dopo tre secondi eravamo già lanciati in un’appassionante conversazione su tappe e campioni, interrotta da esclamazioni compiaciute (come quando abbiamo scoperto che nell’estate ’98 eravamo entrambi a Cesenatico alla festa per Pantani o quando abbiamo rievocato le tappe che ci hanno commosso fino alle lacrime).

Speravo che fossimo stati assegnati allo stesso tavolo – sarebbe stato perfetto – invece io ero al Passo Rolle, lui allo Zoncolan, non lontano dal mio.
Mi sentivo comunque così sollevata e rasserenata che sono stata in grado di conversare abbastanza disinvoltamente con i miei commensali per tutta la durata del pranzo. Se mi tornava lo smarrimento sbirciavo il mio salvatore al tavolo a fianco; sapere che lì in mezzo esisteva almeno una persona con cui potevo parlare mi rassicurava, ho questo carattere qui, io, ho sempre bisogno di un punto di riferimento che sia incoraggiante, poi vado avanti da sola, devo solo sapere che c’è, anche se è un appiglio precario come un giovane appassionato di ciclismo pressoché sconosciuto.

Mentre (verso le ore 18!) aspettavamo il dolce e la maggior parte degli invitati ne approfittava per alzarsi e sgranchirsi le gambe, io ero alle prese con la mia camicetta che tendeva a spostarsi sul davanti lasciandomi una scollatura troppo osée per i miei gusti, però se la spostavo indietro mi scopriva troppo la schiena; ero lì che la tiravo avanti e indietro meditando sulle affinità tra il concetto di eleganza e quello di tortura, sulla sorellanza tra moda e morte di leopardiana memoria, quando il ciclofilo mi si è seduto a fianco e ha ripreso il discorso da dove lo avevamo interrotto; e mentre attorno a noi era in corso prima un karaoke, poi una serie di scherzi agli sposi, poi cori canti e balli, io ero sempre lì a ragionare su Cunego e Rasmussen (dopo un po’ mi ero anche stancata).

Alla fine è arrivata l’ora di tornare a casa, ho salutato gli sposi, ho pensato che del matrimonio, tranne la cerimonia al mattino, io non me n’ero neanche accorta, a me è sembrato di avere passato tutto il pomeriggio a un tavolino di un bar sport.
postato da: flalia alle ore 21:39 | Permalink | commenti (19) | commenti (19)(pop up)
categoria:sport, feste
mercoledì, 11 luglio 2007

I sogni son desideri

        

Così più o meno pensava il dott. Freud, anche se non ho ben capito come la mettesse con la questione degli incubi, nella quale io, modestamente, sono un’esperta. Non solo sogno frequentemente di venire brutalmente uccisa dopo un’interminabile - e inutile – fuga (o anche mi sogno già direttamente morta, tanto per risparmiarmi il prologo) o di precipitare inspiegabilmente giù da ripidissime scale (alla fine della caduta muoio, ovviamente) ma – e vi assicuro che questo è peggio – ho anche un incubo ricorrente nel quale sogno Umberto Eco (per il quale anche da sveglia nutro un’esagerata e in fondo non del tutto motivata avversione intellettuale) che sottopone me e altri studenti a un quiz di cultura generale con domande difficilissime e spesso a trabocchetto (le domande sono davvero difficili, tanto che spesso, dopo essermi svegliata dal sogno e ripresa dallo shock, vado a consultare l’enciclopedia per vedere se ho risposto giusto o per approfondire l’argomento). Il problema è che in questo test l’unica a rispondere bene sono io, cosa che inorgoglisce il Professorone che aumenta progressivamente la difficoltà delle domande (la cosa diventa una sfida tra me e lui) e arriva a stimarmi tanto da minacciare di ricompensarmi con un esagerato affetto, diciamo così. L’incubo consiste non solo in questa minaccia ma nel mio dilemma: rispondere giusto (cosa che mi dà un’incredibile, smisurata soddisfazione, esponendomi però all’espansività compiaciuta del Pancione) o sbagliare apposta (salvandomi da lui ma umiliandomi e in più mentendo)? So che sembra una cosa da pazzi ma purtroppo non ho colpa se mi ci ritrovo in mezzo (e non ci vuole Freud per spiegarmi che questo sogno ha purtroppo molto a che vedere con il rapporto di amore terribile ma contrastato che ho sempre vissuto con mio padre, professore a sua volta – ma senza pancione - ).

Comunque, è vero, a volte i sogni esprimono davvero desideri, e inoltre c’è tutta un’attività onirica riparatrice alla quale sono molto grata. Un esempio semplicissimo e recente? Arrivata a Riccione sono andata subito in libreria (l’unica un po’ grande esistente in paese, ahimè) e ho avuto un mancamento trovando al suo posto una profumeria in fieri (non è ancora aperta, devono finire i lavori). Sgomento. E anche un pensiero: Ma… una profumeria su due piani, ognuno dei quali parecchio ampio? (tale era l’estensione della libreria) E, soprattutto, una nuova enorme profumeria che si affianca alle già numerose profumerie presenti nello stesso viale, nonché nei dintorni? (infatti dovete sapere che a Riccione, stranamente, c’è una densità di profumerie per km² superiore a quella di qualunque altra località, secondo me, considerando anche che siamo al mare). Cosa ce ne facciamo??!
Per fortuna mi sono poi accorta che la libreria non era completamente defunta ma era stata trasferita a qualche metro di distanza. Peccato che ora sia su un solo piano e non sia grande neanche un quarto rispetto a prima. Interi settori non esistono più, compreso quello dei remainders in cui gli anni scorsi ho fatto interessantissimi acquisti.
La sera a cena mio padre mi ha chiesto se avevo visto com’era stata ridotta la libreria. Anche lui era rimasto colpito dall’accaduto.
La notte cos’ho sognato? Che la libreria non solo non era stata trasferita ma era addirittura stata ampliata, era praticamente sconfinata e io mi ci perdevo a girarla tutta, ogni volta c’era una scala mobile che mi portava in un punto finora inesplorato.

Questo è quello che considero un sogno riparatore (un piccolo aggiustamento di errori o delusioni della realtà) e di tali sogni ne ho veramente molti, tanti quanti gli incubi.

Ecco un piccolo esempio della mia impegnativa attività onirica. E voi come siete messi? 

postato da: flalia alle ore 20:01 | Permalink | commenti (27) | commenti (27)(pop up)
categoria:sogni, riccione
martedì, 10 luglio 2007

L’estasi nel quotidiano

Non è vero poi che non ho visto il mare. Così era nei progetti, ma chi può resistere chiusa in casa sapendo che a poca distanza c’è quell’immenso accogliente grembo d’acqua, sentendone il profumo portato dall’aria (pur in mezzo all’immancabile, anche in riviera, odore di benzina)? Io no di certo.
Così, indossato il costume e la divisa da mare, corro verso la spiaggia per celebrare il rito del Primo Bagno di Stagione, che consiste nel prendere la rincorsa dall’inizio della passerella e correre, possibilmente con le braccia aperte, incontro al mare, senza la minima pausa o esitazione al momento fatale dell’ingresso in acqua, nella quale poi l’abbandono accade, totale e inebriante.
Ovviamente tutto ciò andrà fatto in un orario consono (poca gente in spiaggia) o in una zona in cui si sia conosciuti (e, possibilmente, benvoluti) un po’ da tutti: condizioni, nel mio caso, soddisfatte entrambe.

Immersa nel mare, nuotando verso l’orizzonte fin dove le forze mi sorreggono, vivo una grande felicità.
Sono quei momenti di estasi che ognuno di noi può ritagliarsi nel suo quotidiano.
Per me il mare è sempre stato anche un grande Consolatore; spesso la sera, estate dopo estate, gli ho portato le gioie e le tristezze della giornata.


È stato bello, all’arrivo, trovare nel viale, nei dintorni e in spiaggia le stesse persone che incontro da un anno all’altro, con le quali scambiare saluti calorosi o anche retorici convenevoli.
È stato molto triste entrare in casa e non dovermi come al solito precipitare verso la poltrona per baciare la mia prozia né vedere mia nonna corrermi incontro sorridente e stringermi forte in un abbraccio (facendomi provare la deliziosa sensazione di avere cinque anni o poco più).
La casa era vuota, per la prima volta. Nonna e prozia sono rimaste a Piacenza, a spegnersi lentamente e inesorabilmente di fronte alla malattia che le ha colpite entrambe. Avevano sempre detto che, dopo avere vissuto una vita insieme, sarebbero certamente morte insieme. Mia mamma rideva, quando lo dicevano, ma io ho sempre creduto che sarebbe andata proprio così. E infatti. E dico che questa mi sembra una cosa buona e giusta, anche se per noi che restiamo è un duro colpo perderle insieme, ma dal loro punto di vista – che è ciò che conta – è la cosa migliore di tutte.

Non hanno voglia di spargere troppo la notizia in giro; da orride borghesi quali si definiscono tengono alle apparenze, al decoro e alla riservatezza.
Con understatement invidiabile mia nonna, quando al telefono qualche conoscente (non intimo) chiede Come va?, risponde invariabilmente:
- Non ci possiamo lamentare –
E anch’io, in effetti, mentre mi approprio come ogni anno della mia solita camera o mentre mi avvoltolo goduriosamente nel mare – mentre penso a loro due – so che non mi posso lamentare, nonostante sia strano questo vivere divisa su due binari con direzioni opposte: la mia felicità di vivere da un lato, la loro morte in arrivo, dall'altro.

postato da: flalia alle ore 23:22 | Permalink | commenti (14) | commenti (14)(pop up)
categoria:nonna, morte, felicità, prozia
venerdì, 06 luglio 2007

Il prodigio

Superate le tristezze, vado al mare per qualche giorno, anche se solo nominalmente (starò chiusa nella casa del mare a studiare, ma almeno saprò di essere al mare, pur non vedendolo).

Ma per concludere il discorso mozartiano, vi lascio con una frase che ogni tanto rileggo perché mi fa ridere (è troppo esagerata per crearmi complessi d’inferiorità). È tratta dalla biografia di Mozart scritta dallo storico Peter Gay, pubblicata da Fazi. Nel primo capitolo leggo la seguente affermazione:

Poco dopo aver compiuto cinque anni Wolfgang fece l’inevitabile salto – inevitabile per lui – da esecutore a creatore.

Capite? A cinque anni, fu inevitabile per lui cominciare a comporre musica anziché limitarsi a eseguirla!

Non so a voi, ma a me – sarò stupida – questa frase fa ridere (oltre a riempirmi d’ammirazione).
Io a cinque anni avevo grossi problemi e patemi nel cercare di memorizzare le canzoni da cantare alle feste della scuola materna… e anche adesso non va molto meglio, in effetti.

Buona fine settimana a tutti, genî e non!

postato da: flalia alle ore 00:04 | Permalink | commenti (15) | commenti (15)(pop up)
categoria:musica, curiosità
lunedì, 02 luglio 2007

Cari amici, innanzitutto, una piacevole segnalazione:

domani pomeriggio (martedì 3 luglio) sul blog di Laura e Lory avverrà la presentazione del loro romanzo intitolato Eibhlin non lo sa...
Dato che mi pare che i frequentatori di questo blog amino molto leggere, ve lo segnalo, anche perché una presentazione su blog in diretta è una novità, direi, no? Approfittiamone! In più le padrone di casa sono una garanzia (ospitali, brave e appassionate).

 

E ora un post triste (credo sarà l’ultimo di questa serie di post tristi, poi alla fine in realtà è anche felice e può essere utile).

Il respiro lungo

[Se momentaneamente non riesci a vivere, comincia col vegetare]

Dovete sapere che da qualche giorno, a causa di alcune tristezze, ho il respiro corto, la tachicardia, insomma! E non dormo, mi sembra di essere ubriaca! A volte rido per niente, più spesso piango, insomma sono isterica (presente quando sentite quel pizzicorino di esasperazione dentro il cervello? E in quel punto non puoi neanche grattarti!). E sto pure studiando Freud (più in tema di così)!

Perciò oggi il mio obiettivo non era tanto quello di ritrovare la felicità temporaneamente perduta, ma semplicemente quello di recuperare il respiro lungo, cioè di respirare insomma.  


R e s p i r a r e.


Ho provato a pensare qualcosa di felice.
Ho provato a fare una camminata.
Ho provato a studiare.
Ho provato a concentrarmi sul lavoro (per fortuna oggi non avevo mansioni molto impegnative).
Tutto inutile.
Ho giocato l’ultima carta, di solito infallibile: Mozart!
Tornata a casa dal lavoro ho inserito nello stereo la sinfonia 40 (la prima cosa che ho trovato; il mio ideale, in verità, è il primo movimento della “Posthorn Serenade”, provare per credere) e mi sono accasciata a peso morto sul letto, immobile senza muovere un muscolo senza pensare immergendomi nella musica e basta.

E piano piano, dolcemente, il battito del cuore si è normalizzato, gli organi interni da raggrinziti che erano si sono rilasciati, e finalmente (io fingevo di non farci caso) è arrivato il respiro lungo, non uno ma due poi tre, poi si è normalizzato.

Che bello respirare!

Mi è sembrato che la mia gioia di vivere fosse lì vicino a me, come un vestito lavato che aspetta di essere asciutto. Domani la indosserò e immagino che scriverò uno dei miei post felici (è da un po’ che latitano!). O forse non ne avrò tempo causa studio.
Tutto ciò ovviamente dopo essere stata da
Laura & Lory, non dimenticatelo!

Nel frattempo ho anche risolto (forse) il principale motivo di tristezza. Non per fare la Pollyanna della situazione ma a volte un po’ di angoscia e disperazione fa anche bene: quante volte normalmente ci concentriamo su come sia meraviglioso respirare?

(Ops, proprio adesso mi si è anche fulminata la lampada da tavolo!) 

postato da: flalia alle ore 20:22 | Permalink | commenti (16) | commenti (16)(pop up)
categoria:felicitÃ