mercoledì, 29 agosto 2007

Walking to New Orleans



Il 28 agosto di due anni fa, mio padre e io scendemmo in cortile per scattare delle fotografie. Dovevamo finire un rullino; mio padre fotografò me sulla mia bici azzurra e io fotografai lui, diritto, tra l’erba, fiero di indossare la sua maglietta preferita.
- Fa’ in modo che si veda bene la maglietta! -, insisteva.

Due giorni dopo, tutta la famiglia osservava impotente alla televisione le immagini di New Orleans distrutta non tanto da un uragano quanto dall’indifferenza di chi avrebbe dovuto provvedere a costruire argini adatti a proteggere la città e, in seguito, a garantire un’assistenza dignitosa agli sfollati.

Mentre mia sorella si attaccava invano al telefono per rintracciare la famiglia che l’aveva ospitata per due mesi l’anno prima (riuscì a comunicare con loro solo mesi dopo, erano finiti in Texas, avevano perso TUTTO); mentre mia mamma pregava spolverando i regali un po’ pacchiani che avevano suscitato le nostre risa quando Linda ce li aveva portati dalla Louisiana, e che ora sembravano così preziosi; mentre io e mio padre cercavamo notizie dei nostri bluesman e jazzisti preferiti per sapere se almeno loro si erano salvati (e per casa risuonavano le note di Fats Domino, di Professor Longhair, Son House e così via), andai a ritirare le foto che avevamo scattato due giorni prima: la maglietta di mio padre si vedeva benissimo: il disegno di un sassofono giallo con tante note colorate e la scritta New Orleans campeggiavano sul tessuto nero, ben teso sul petto di papà.

Solo alcuni dati: milleseicento vittime; la gente che non aveva potuto abbandonare la città per giorni e giorni reclusa in uno stadio senza servizi igienici, cibo e medicine; cadaveri lasciati a galleggiare o abbandonati in strada per giorni; i superstiti separati gli uni dagli altri e dispersi – vorrei dire deportati – in stati diversi; le compagnie di assicurazione che non risarciscono un solo dollaro; ricostruzione lentissima, con offerte che fioccano da parte di chi vuole comprare a poco i terreni dei quartieri più distrutti (i distretti più poveri) per trasformarli in ricche aree residenziali… e così via.
Se al governo statunitense ci fosse stato qualcun altro, le cose sarebbero state diverse? Forse sì, forse anche no (sinceramente, non credo che Bush sia l’unico a disinteressarsi dei suoi cittadini più poveri e colorati). Fatto sta che purtroppo tanto l’11 settembre quanto Katrina sono arrivati sotto il signor Bush.

Mi dispiace tanto… ma come insegna il funerale jazz: dopo il triste compianto, la gioia e la rinascita scoppiano giuste e inarrestabili, e nessun uomo può fermare questo. Io  ci credo.

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categoria:musica
venerdì, 24 agosto 2007

Dalla Tanzania con follia

[e da Bologna con angoscia]

Da qualche giorno vivo con il cuore nello stomaco. Mi è sceso lì e non ne vuol sapere di tornare su.
Divorata dall’ansia è l’espressione giusta (una volta tanto una frase fatta non è solo un luogo comune), perché da lì mi parte, a impulsi regolari, una fiammata che mi sale su fino alla gola dandomi l’impressione di rischiare la morte per soffocamento. Ed è una condizione permanente, cioè è da giorni che vivo in questo stato 24 ore su 24, dato che la notte ho terribili incubi, dopo che con fatica sono riuscita ad addormentarmi. Tutto ciò per dire che sono angosciata e dunque non ho voglia di scrivere, e inoltre, se qualcuno avesse un rimedio da proporre mi farebbe molto piacere. Il motivo dell’angoscia è la mia vita in generale e il mio prossimo futuro in particolare, quindi purtroppo è inutile che mi suggeriate di risolvere il problema alla base di questa mia condizione, dato che la vita è un problema che si risolve solo con la morte, cosa che, come sapete, non fa per me.
Per fortuna, so comunque per esperienza che, dopo un po’, passa anche da sola.

Nell’attesa, vi propongo le primissime impressioni di mia sorella Linda al suo arrivo in Tanzania (dove resterà fino a fine dicembre). Copio qui parte di una sua lunga mail, scritta male e in fretta dato che scriveva da un call-center e non poteva permettersi di curare lo stile. Ma il contenuto è simpatico, anche se a volte un po’ ingenuo e forse in parte viziato da qualche pregiudizio, e dato che la mia voce ormai la conoscete, mi fa piacere far “parlare” un po’ lei, anche se le cose più interessanti ce le ha raccontate in un’altra mail che, se a qualcuno interessa, posterò (ha ricevuto già alcune proposte di matrimonio!). Qui è raccontato proprio l’arrivo, i primi giorni, in cui risiedevano a Dar es Salaam; dopo, lei e la sua amica Gaia hanno cominciato, da sole, ad addentrarsi nel cuore della Tanzania. I “titolini” sono miei.

Dar es Salaam come Napoli?

Carissimi cari,
vi scrivo dall'Internet point di una cittadina che si chiama Tanga.
La Tanzania è un paese completamente diverso dall'Etiopia, tutta un'altra realtà, e per ora, per i posti in cui sono stata, non ho incontrato ancora la povertà, quella vera... A Dar es Salaam non mi è capitato di vedere baraccopoli, non so se ci sono, però sicuramente ci sono zone messe peggio della mia visto che abito in un quartiere di uffici. Però è interessante vedere anche quale è il livello medio delle persone di qui, cioe non è un granchè, però per certi versi Dar mi ricorda molto Napoli, come città... E poi anche per la gente, cosi ospitale!!! E’ bellissimo, perché tutti, anche senza aspettarsi nulla da noi, ci salutano con allegria dicendoci costantemente "Karibuni! Karibuni!" cioè "Benvenute! Benvenute!" Sono cosi gentili! Poi ci sono quelli da evitare, ma si capisce subito, ti si avvinghiano come avvoltoi finché non si beccano una bella rispostina in swahili che li lascia ammutoliti!!! Infatti appena sentono che capiamo e parliamo swahili, subito tutti cambiano atteggiamento, ci dedicano piu attenzione e rispetto, perché apprezzano il fatto che ci sforziamo di parlare la loro lingua, cosi spesso loro stessi ci dicono, ad esempio, che ci fanno un prezzo di favore perche non siamo davvero delle "Wazungu" (cioe europee)!!! Eh eh! e infatti a noi sui prezzi non ci frega nessuno!!!

Addio al nubilato (tutto il mondo è paese)

A Dar è stato bellissimo perché abbiamo vissuto in famiglia, parlando solo swahili, e poi ci hanno portato a un concerto dell' EATV, cioe il corrispettivo est africano di MTV... Ma non solo! Siamo state in una discoteca e abbiamo assistito a una scena da manuale (nel senso che una volta abbiamo tradotto un testo giornalistico che riportava proprio questo fatto, del resto non troppo esaltante...): Un litigio in swahili tra prostitute... Be’, come dire, per una che vive le cose con occhio un po’ antropologico queste sono occasioni da non perdere! E soprattutto siamo state a un "Kitchen party" !!!! Cos'e? Ma come, è una cosa importantissima!!! Dovremmo farla anche in Italia: praticamente, prima dell'addio al nubilato, i parenti organizzano una festa alla sposa in cui le regalano tutte le cose che servono in casa, ma soprattutto ogni donna (è una festa di sole parenti e amiche, i ragazzi sono esclusi!!!) deve dare il suo consiglio alla sposa, per esempio il fatto che, quando il marito torna a casa arrabbiato, lei prima gli deve dire "pole' ( mi dispiace) poi deve essere carina e gentile con lui, dormire insieme e poi eventualmente se ne parla solo la mattina dopo, con calma, di ciò che non va... Queste sono chicche di saggezza africana!

Il culto del fondoschiena

Cmq se a qualcuno interessa cambiare stile di ballo qua si balla in un solo modo, per me e Gaia piuttosto imbarazzante... C'è il "culto del fondoschiena"!!!! E’ una cosa incredibile, qui le ragazze ballano solo muovendo quello, e sbattendolo in faccia ai poveri uomini ammutoliti.. Ma la contraddizione più assurda è questa: queste si presentano alla festa tutte bardate con buibui islamico (nero e lungo fino ai piedi), queste gonne lunghe e caste (guai a scoprire una caviglia) e spesso anche il velo in testa o addirittura quello che lascia liberi solo gli occhi, e poi si mettono a ballare col sedere per aria, in un modo talmente volgare e con accenni talmente sessuali che, come dicevo, ci sentivamo imbarazzate perfino io e Gaia, le due occidentali Wazungu!!!! Non solo, ma c'è la gara a chi ha il fondoschiena piu grosso, per questo piacciono le ragazze grasse!!!!

Be’, dopo queste interessanti osservazioni vi devo lasciare, tralasciando il fatto che nel frattempo mi sono ammalata, comunque sarà argomento della prossima e mail, capitolo "Zanzibar"...

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categoria:spleen, cronache tanzane
venerdì, 17 agosto 2007

Il prozio prodigo

[Questa storia è accaduta proprio di questi tempi, cinque anni fa, al mare]


- E adesso? Cosa gli diciamo? – chiese la mia prozia Nena a sua sorella, con voce angosciata.
- Gli diciamo Ciao -, le rispose mia nonna con tono seccato e colmo di rimprovero. Non valeva davvero la pena stare in ansia.
Eppure, i visi di entrambe erano tesi verso l’ingresso del giardino.
Tutte e due fingevano disinteresse ma la mano di mia zia tremava mentre cercava di aprire il ventaglio per farsi aria.
Finalmente, tre figure apparvero nella penombra del vialetto. Un uomo al centro tra due donne. Entrarono nel nostro giardino accolti da un silenzio carico di emozione.


Tutto era iniziato al mattino, quando la più giovane delle sorelle, mia zia Mara, solitamente persona mite e compassata, aveva fatto irruzione in casa nostra (la porta era aperta, come sempre nella casa del mare) urlando istericamente e senza sosta:
- Notizia bomba! Notizia bomba! Notizia bomba! - 
Eravamo tutti alle prese con le rispettive colazioni e ci bloccammo più o meno contemporaneamente.
- Be’, insomma – la interruppe mia zia Nena dopo un po’ – adesso calmati e spiega come si deve –
- Sta arrivando Umberto! Lo ospito a casa mia e stasera verremo qui da voi! – , rispose la zia tutto d’un fiato.
A questa notizia, credo che ogni molecola presente nell’atmosfera si sia paralizzata per un lungo momento, come ognuno di noi del resto.
Mia mamma ruppe il silenzio esclamando entusiasta:
- Ma è fantastico, zia! Racconta tutto per bene! –
Ma prima che la zia potesse cominciare, la zia Nena e mia nonna, la prima sbattendo per terra uno straccio e la seconda rivolgendo alla sorella minore uno sguardo pieno d’astio, si chiusero nella loro stanza sbattendo la porta.


Lo zio Umberto era il loro fratello minore. Circa una trentina di anni prima aveva abbandonato la moglie e la figlia piccolissima a Milano e le sorelle a Piacenza per sparire nel nulla, dopo avere spremuto i loro portafogli e averle quasi ridotte sul lastrico per pagare i suoi pesanti debiti di gioco.
Posto di fronte a un ultimatum da parte delle sorelle esasperate, aveva scelto la fuga.
Da allora, lui non aveva più dato sue notizie né le sorelle lo avevano cercato.
Solo da qualche anno Mara, la sorella più giovane (quella a lui più vicina per età e a lui più legata) si era decisa a rintracciarlo, con la collaborazione della figlia di lui, che voleva a tutti i costi conoscere il proprio padre.
Lo avevano trovato qualche anno prima; viveva a Roma, su una barca, si manteneva attraverso piccoli lavori e pubblicando racconti e brevi articoli su alcune riviste; era sereno e aveva accettato di conoscere la figlia e di rivedere la sorella, ma non di venire a Piacenza. Né le altre tre sorelle si sognavano di invitarlo, peraltro. Anzi, si erano arrabbiate con la zia Mara.
Adesso, infine, dopo alcuni anni di riavvicinamento, lo zio era pronto al grande salto: riallacciare i rapporti col resto della sua famiglia.


Io ero curiosissima di conoscerlo. Lo avevo visto in tanti filmini (siamo pieni di filmini di famiglia, girati a partire dagli anni ’50 con la cinepresa - poi trasferiti su videocassette e dvd - grazie ai quali mi pare di avere sempre conosciuto anche parenti morti prima che io nascessi!). Era giovane, nei filmini, e molto bello e simpatico. Di lui si era sempre comunque parlato con nostalgia, in famiglia, sottolineandone appunto la grande simpatia, la prestanza fisica e la vena creativa.


Per tutta la giornata, mia mamma cercò in tutti i modi di calmare sua madre e sua zia: ma le due erano irriducibili; per loro era insopportabile l’idea di rivedere quel fratello che avevano amato tantissimo e da cui erano state ripetutamente ingannate e truffate. Erano convinte che fosse ancora un giocatore (Da quel vizio non si guarisce!, tuonava mia nonna) e temevano addirittura che avesse accettato di rivederle solo per spillare loro altri soldi (È senza vergogna!, rincarava mia zia).
Neppure gli accorati appelli di mia madre alla carità cristiana sembravano servire.
Tuttavia, dato che tutto il resto della famiglia era entusiasta all’idea di rivedere - o di vedere per la prima volta (come nel caso mio, di mia sorella e di mio padre) - lo zio scapestrato, nonna e zia dovettero rassegnarsi, cedendo anche alla propria sottaciuta curiosità.


Ecco perché quella sera, dopo cena, stavamo seduti in giardino, tutti composti e vestiti bene, silenziosi ed emozionati, in attesa, ascoltando quel fatidico scambio di battute tra mia nonna e mia zia Nena.

- E adesso? Cosa gli diciamo? -, chiese dunque mia zia intravedendo avvicinarsi il fratello con le altre due sorelle.
- Gli diciamo Ciao! -.

E accadde proprio così. Dopo il primo silenzio imbarazzato, durante il quale lo zio e le due acerrime sorelle si scrutarono lungamente a vicenda, prima con diffidenza poi accennando tenui sorrisi, scoppiò la festa. Saluti, baci e abbracci, presentazioni. Poi, di colpo, il tuffo nel passato. Fratello e sorelle si lanciarono nella rievocazione dei ricordi d’infanzia, di come si divertivano nonostante la guerra in corso e, man mano che ricordavano, la tensione si scioglieva e le voci e gli sguardi si coloravano di sincero affetto.
Quando si misero a cantare tutti insieme certe strampalate canzoni della loro giovinezza, fu chiaro a tutti che ormai non si sarebbero separati più.
E infatti, già a partire dal giorno dopo (e dico sul serio) fu normalissimo vedere lo zio entrare e uscire liberamente da casa nostra come qualunque altro parente.

Ben presto, proprio mia zia Nena scoprì di essere così simile a lui, sia in alcune caratteristiche fisiche sia nel carattere, da non poter fare quasi a meno della sua compagnia. Da quando lei e mia nonna si sono ammalate e hanno bisogno di assistenza, e da quando è diventato nonno, lo zio passa sempre meno tempo nella sua casa di Roma (dalla barca si è da poco trasferito in un appartamento) e sempre più tempo a Piacenza, ravvivando l’atmosfera con le sue barzellette, le sue storie e le sue canzoni.

Durante le feste, quando ci troviamo tutti insieme, osservo mia zia ridere di gusto alle battute del fratello e sorrido, ripensando a come una ferita che sembrava destinata a non guarire si è invece ricomposta così serenamente e giusto in tempo per non lasciare troppi rimorsi, e troppi rimpianti.

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categoria:nonna, riccione, prozia
mercoledì, 15 agosto 2007

Dopo il temporale

[Aere perennius]

Dopo il temporale che ha imperversato per buona parte della giornata su tutta la zona (si sentiva il fragore del mare fino a casa mia), ora il cielo si presenta terso e l’aria limpida. La luce obliqua del sole che è rimasto nascosto tutto il giorno e che ora, appena affacciatosi, si appresta già a tramontare, crea un strano senso di sospensione nell’aria.
All’improvviso e tutti insieme – cadevano ancora le ultime gocce nell’aria già chiara – i villeggianti si sono riversati per strada (come piccoli animali pronti a uscire rapidi dai loro rifugi per riprendere la vita di sempre dopo una breve e già dimenticata pausa forzata) e il paese è tornato a brulicare come al solito di persone vocianti. Anch’io monto in bici e pedalo verso il porto: recarmici è tradizione, per me, dopo un temporale.

Pedalando, respiro l’aria rinfrescata dalla pioggia; profuma di pini e di mare.

Arrivata all’ingresso del porto devo rallentare: davanti a me vedo una persona correre con un cane al guinzaglio, dandomi le spalle.
Perplessa mi chiedo: è un vecchio o un bambino? Ha la gobba e cammina storto come un vecchio, ma corre verso il mare con l’entusiasmo di un bambino. È anche vestito come un bambino: calzoncini corti rossi, una maglietta gialla con una larga striscia rossa al centro, scarpe da tennis e calzettoni bianchi fino al ginocchio. Non lo vedo in faccia ma sono sicura che sorride. Però ha la testa canuta e spelacchiata: è un vecchio.
Corre verso il molo (verso la mia stessa meta dunque) occupando esattamente il centro del viottolo; perciò non ho spazio per superarlo né voglio mettergli fretta. Gli sto dietro tranquilla, pedalo lentamente, osservo le sue gambe storte, il passo non sicurissimo (ogni volta che appoggia un piede a terra la caviglia sembra doversi incrinare) e tuttavia energico, la gobba prominente e, immagino, faticosa da portare.

Arrivati sul molo, entrambi ci spingiamo proprio fin sulla punta. Immobili, affiancati, guardiamo il mare e soprattutto il cielo; davanti a noi la luce si esibisce in una serie di effetti ottici che creano un’atmosfera irreale: un semicerchio di nubi bianche, compatte, trasfigurate dalla luce rossa del sole che tramonta alle loro spalle, sembra appoggiarsi proprio sull’orizzonte, come una soffice e luminosa corona. Il resto del cielo è limpidissimo e sereno, trafitto dai raggi del sole a loro volta filtrati dalle nuvole. Sembra di essere dentro un quadro di Magritte.

Il vecchio sorride come un bambino, immaginavo giusto. Anche lo sguardo è esattamente quello sorpreso e felice di un bambino non ancora abituato a certi spettacoli. Si appoggia a un muretto (al contatto col quale, per un attimo, intravedo una smorfia di dolore) e resta lì a contemplare l’orizzonte. La cagnolina, accucciata ai suoi piedi, ogni tanto reclama l’attenzione del padrone e lui, con infinita tenerezza, la fa giocare (chinandosi a fatica), le dice qualche parolina affettuosa. Quando vede che osservo la scena sorridendo, mi sorride anche lui; gli faccio i complimenti per la sua cagnolina e lui orgoglioso me la presenta per bene:
- Si chiama Sissi! -.
Dopo poco, mi saluta, volta le spalle al mare e torna sui suoi passi.

(Non riesco ad accettare che questo vecchio – molto vecchio – prima o poi debba morire)

Mi auguro che a casa trovi una moglie o una figlia affettuosa ad aspettarlo e intanto, anche se non so niente di lui – mi hanno solo colpito quello sguardo e quell’andatura infantili e gioiosi – sento che devo assolutamente scriverne. In questi momenti, mi piacerebbe saper scrivere: mi piacerebbe saper inventare una bella storia in cui collocare quel vecchio, per esempio, regalandogli la possibilità di un’eterna avventura; e non riesco a credere che le persone possano attraversare la mia vita – per pochi secondi o per decine di anni – senza rimanere incastrate in qualcosa – un foglio, uno schermo – che le possa ricordare oltre me e oltre loro stessi.
Anche quando leggo, concepisco sempre i romanzi come monumenti a persone (reali o meno, ma qualcosa di reale immagino ci sia sempre, e senz’altro di vero) che hanno meritato di sfuggire al tempo e di sovra-starlo. Anche se magari erano semplici passanti.

[Tutto questo fa parte della mia inutile lotta contro la morte]

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categoria:morte, riccione, tempus fugit
lunedì, 13 agosto 2007

I finali sbagliati

Le luci nel cinema si accesero, i piccoli spettatori cominciarono a vociare allegri infilando giubbotti e cappottini con l’aiuto dei genitori, accartocciando sacchetti vuoti di pop corn.
Un pianto fragoroso e disperato echeggiò per la sala.
Due genitori imbarazzati cercavano di far tacere la bambina da cui proveniva quel pianto, invano.
Il pianto proseguì, senza affievolirsi, anche lungo la strada verso il parcheggio, anche in macchina, finché la piccola non cadde spossata sul sedile, persa in un sonno consolatore.

Quella bambina ero io, il film era la versione restaurata di “Biancaneve e i sette nani” di Walt Disney, il motivo del pianto a dirotto era il terribile finale (ancora oggi lo trovo straziante): la vista di Biancaneve che, in sella al cavallo bianco del principe, reggendosi a lui, salutava felice i sette nani per andare a vivere col principe nel suo castello mi aveva spezzato il cuore.
Insomma, dopo tutto ciò che quei buoni nani, un po’ burberi ma simpatici, avevano fatto per lei, quell’ingrata se ne andava col primo che capitava (va be’, le aveva salvato la vita, ma involontariamente; se lei fosse stata brutta, per es., non l’avrebbe baciata; i nani, invece, l’avrebbero vegliata comunque); in più era sciocca: secondo me era molto più avventuroso ed entusiasmante vivere in una casetta in mezzo alla foresta anziché in un castello pieno di regole e servitù.   

Invano, arrivati a casa, i miei genitori cercarono di farmi ragionare e di convertirmi al loro punto di vista (che coincideva con quello disneyano): io restai sempre – e resto tuttora – della mia idea. Da quel momento non ho mai smesso di cercare finali alternativi, di cui vi propongo solo alcuni esempi:

Biancaneve accetta di sposare il principe solo se lui verrà a vivere nel bosco con lei e i nani.
Proprio quando sull’altare sta per pronunciare il fatale , il principe muore.
Si sposano ma poco dopo scoppia una terribile guerra a cui il principe deve partecipare, perciò Biancaneve nell’attesa (che sarà lunghissima perché la guerra è interminabile) torna a vivere nel bosco con i sette nani.
Il principe, se anche torna, torna smemorato e non si ricorda neanche più di avere una moglie, la quale può quindi continuare a vivere con i nani.
Biancaneve sposa il principe e vive con lui nel castello ma fa tanti di quei capricci che alla fine lui la ripudia e lei torna nel bosco, dove ci sono ben sette persone che la amano.
E così via (in ogni caso, mi sembra chiaro che, nella mia mente, Biancaneve non è separabile dai nani).

Problemi analoghi li ho avuti con i finali di parecchi film e romanzi. Attenzione: non mi interessa il lieto fine, ma solo una fine coerente con le mie personali aspettative (delle quali l’autore, poverino, non è certo responsabile).
Per dire: uno dei miei racconti preferiti è La metamorfosi di Kafka; ebbene, lo conosco a memoria eppure sono convinta che finisca con il padre che calpesta barbaramente il figlio-scarafaggio fino a ucciderlo (cosa che ovviamente non avviene: per fortuna, perché oggettivamente in questo caso la conclusione di Kafka è incomparabilmente superiore al mio scenario pulp; eppure nel mio inconscio io sono convinta che il finale sia questo e devo sforzarmi ogni volta per ricordare quello vero).

E “Vacanze romane”? Non sono mai riuscita ad accettare che il giorno dopo la loro giornata di sana follia, la principessa finga di non riconoscere il giornalista [e che giornalista! ;-)] e lui accetti… Inutilmente, in quel caso (avevo 12 anni la prima volta che lo vidi), mio padre citò tutte le leggi dell’estetica cinematografica e letteraria per rabbonirmi e convincermi che un finale diverso sarebbe stato scontato, favolistico e sentimentale… lo accusai di essere senza cuore (pur convenendo dentro me che aveva ragione, s’intende)!

Insomma, ho dei problemi con la fine delle cose, inventate o reali che siano.

E se, per le opere di fantasia, ci si può immaginare un finale diverso, nella vita reale questo non si può fare (o lo si può fare fino a un certo punto). Questa è una delle constatazioni preferite usate da mia madre per scagliarsi contro la lettura, la visione di film o il semplice atto di fantasticare. Non potrò mai essere d’accordo con lei: è vero, nessuna fantasia può essere barattata con la realtà, ma se non avessimo l’immaginazione non esisterebbe neanche la realtà come la conosciamo, sarebbe una cosa così povera e triste che l’unica cosa positiva sarebbe la sua fine (e forse per una volta concorderei con un finale)!
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categoria:libri, cinema, esperimenti
giovedì, 09 agosto 2007

La tortora disperata

Le tortore sono quegli uccelli dal verso lugubre e intermittente: quel fastidioso uh-uh che non può dirsi certo allegro. Io ci sono abituata perché sia nella casa di Piacenza sia in quella di Riccione (cioè le case legate a mia nonna e prozia, cui ormai il verso della tortora è nella mia mente inequivocabilmente collegato) vengo svegliata al mattino da questo monotono lamento (tale è dal mio punto di vista umano). Quest’anno, però, la tortora che mi ha tenuto compagnia a Riccione (e non solo al mattino ma anche al pomeriggio) aveva un che di disperato nella voce, una sfumatura angosciata, come se il verso le si strozzasse in gola. E io, fedele alla mia interpretazione poetica della vita, ho stabilito che quella disperazione era dovuta al fatto che anche lei sentiva la mancanza delle legittime abitanti della casa, cioè mia nonna e mia zia. E fu così che – cosa inaspettata - mi sentii solidale con una tortora.
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categoria:nonna, riccione, prozia
domenica, 05 agosto 2007

Mi trovo qui!

Nonostante le iniziali buone intenzioni, mi sono goduta il mio scampolo di vacanza senza quasi aggiornare il blog! Be’, mi sembra giusto: sarò un po’ all’antica, ma per me la vacanza deve comportare un temporaneo distacco dalle abitudini quotidiane, anche da quelle piacevoli ma “cittadine” (a parte leggere e pedalare, attività di cui non potrei mai privarmi e che anzi in vacanza intensifico).
Ciò non toglie che spesso, girovagando tra i miei amati lidi, e osservando, mi si formassero quasi automaticamente dei pensieri sotto forma di post, alcuni dei quali sono rimasti scritti nella mia mente e che provvederò con calma a riversare qui sopra, cercando di evitare però di ammorbarvi con i miei ricordi vacanzieri, onde evitare la classica sindrome da filmini delle vacanze.
E devo anche dire che – lo so, sembra retorico ma invece è proprio vero – mi sono mancati i miei amici di blog. Insomma, mi è capitato di passeggiare sulla battigia con i capelli scompigliati dal vento di mare e di chiedermi contemporaneamente cose come: Quanti post avranno scritto nel frattempo Laura e Lory? (e mi son posta più o meno la stessa domanda per ognuno dei miei bloggers amici).

Una volta il mio amatissimo prof. di filosofia del liceo, durante una delle nostre conversazioni a due, mi fissò a lungo sorridendo e mi disse, con l’aria di uno Sherlock Holmes che la sa lunga – che io sono una persona che, in qualunque contesto si trovi, per sentirsi bene ha bisogno di crearsi attorno un nido, una piccola rete di affetti e simpatia in cui sentirsi accolta e sostenuta (e a cui, a sua volta, cercare di dare il meglio di sé). Credo proprio che avesse ragione, e che io sia riuscita a crearmi il mio piccolo nido anche qui su internet, grazie a voi amici.

Ieri, dunque, io e la mia bici siamo salite su un treno che ci ha riportate a Bologna. Il binario era affollato di turisti che tornavano a casa e che, arrivato il treno, lo hanno praticamente assaltato per guadagnarsi il meritato posto a sedere. Io e Spinoza (ho chiamato così la mia bici, in onore alla tradizione familiare di attribuire ai mezzi di locomozione – in particolare alle da noi poco amate automobili – nomi di filosofi; però anche se Spinoza era un maschio la mia bici – azzurra, tra l’altro – è una femmina con un nome da maschio) ci siamo avviate verso la carrozza di testa, dove c’è lo spazio apposito per le biciclette. Il mio problema, in questi casi, è che non ho abbastanza forza per far salire e scendere la mia bici dal treno e ho sempre paura di non trovare qualcuno che mi aiuti, cosa che finora però non è mai successa. Anche stavolta, un signore gentile, vedendomi in difficoltà, ha caricato Spinoza in carrozza e all’arrivo il capotreno e il macchinista, dato che la porta del vagone si era rotta, l’hanno presa e fatta scendere dal locomotore, assieme a me (mi sono sentita felice come una bambina quando ho potuto entrare nel posto di guida del macchinista, e scendere dalla ripida e alta scaletta del locomotore!).

Poi, attraversando una Bologna semi-deserta, siamo arrivate a casa.
Sono tornata e non mi sembra neanche di essere partita.

È il primo anno che non trascorro a Riccione l’intera stagione. Sono curiosa di vedere come sarà l’agosto in città, trascorso tra ore di studio, passeggiate e qualche incontro con amici. E con i blog-amici. Ciao a tutti!

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