sabato, 24 novembre 2007

Buone feste

Lunedì scorso, passando davanti al supermercato vicino a casa, ho visto che la facciata era tutta illuminata da un’insegna luminosa che augurava: Buone feste!

Buone feste?, mi son detta. Ma se siamo a metà novembre! A parte l’inizio col botto, novembre non è un mese di feste! Cosa mi sono persa?

Poi, notando che accanto alla scritta splendeva a intermittenza una stella cometa ho capito; in anticipo di un mese e sei giorni si festeggiava il natale…
Scuotendo la testa col disappunto di un vecchio ottuagenario son arrivata a casa mia, imprecando contro il consumismo, la fretta dei nostri tempi eccetera eccetera e proclamando che quest’anno per Natale non comprerò regali per nessuno.
La notte seguente ho sognato me stessa nell’atto di acquistare regali di natale. Nel sogno spiegavo tutta contenta alla commessa che siccome ogni anno mi riduco a comprarli all’ultimo momento [con lo stress che potete immaginare o che forse conoscete bene anche voi] quest’anno avevo deciso di darmi da fare con un mese d’anticipo. La commessa approvava.

Non ero io, mi son detta al risveglio. Ma non c’è dubbio: ero proprio io.

Ho l’inconscio consumista…

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categoria:feste
domenica, 18 novembre 2007

L’uomo con la rosa in mano

Stamattina, mentre tornavo, come al solito un po’ abbacchiata, dalla messa; mentre percorrevo solitaria il mio quartiere silenzioso immerso nel riposo domenicale e sommerso da foglie dolcemente decedute in questi giorni freddi e bianchi; mentre mi ponevo sconsolata deprimenti interrogativi esistenziali del tipo: Perché do valore alla mia vita solo quando la pongo in relazione con quella degli altri? e mentre nel contempo deploravo il mio gesto sconsiderato di uscire senza cappuccio in testa solo perché non volevo assimilarmi alle vecchie gracidanti che affollano la messa delle 11,30 (tutte rigorosamente munite di cappelli o cappucci ben saldati al capo, quasi un marchio di fabbrica), entrando nel cortile che collega diversi palazzi tra cui il mio, ho notato un uomo con una rosa in mano.  

Un uomo vestito con una giacca a vento lucida di colore marrone sopra un abito grigio, con i capelli bianchi - non cortissimi ma ben pettinati – che spuntavano da sotto un bel cappello. E quest’uomo teneva saldamente in una mano una lunga rosa rossa protetta dalla carta con cui il fioraio l’aveva confezionata e nell’altra mano un pacchettino e guardava in su, verso le finestre del palazzo di fronte al mio.

Di fronte a tale visione, ogni lugubre pensiero in me si è dissolto mentre mi si attivavano un po’ in ogni organo senziente le antenne della curiosità. Una curiosità molto allegra; non so perché ma mi sentivo improvvisamente scoppiettante di gioia.

L’uomo faceva qualche passo incerto, un po’ in tondo un po’ avanti e indietro, poi si fermava e guardava in alto; poi riprendeva a passeggiare e dopo due secondi di nuovo contemplava quelle finestre mute.

Il mio entusiasmo cominciava a vacillare.
C’era qualcuno che non voleva aprire, dietro quei vetri?
Oppure si trattava di una visita improvvisata non riuscita?
E in questo caso, lei dov’era andata? E perché?

Dopo un po’ l’uomo ha cominciato a incamminarsi verso l’uscita del cortile ma malvolentieri, fermandosi di continuo per riguardare ancora e ancora quelle benedette finestre.
Poi, rassegnato, ha chinato il capo e si è incamminato lentamente per la sua strada senza voltarsi più. La rosa pendeva rassegnata anche lei; a malapena tenuta stretta, quasi toccava terra.

Doveva farsi perdonare qualcosa?
Tornava a casa sua?

Avrei voluto seguirlo ma ho preferito osservarlo sparire lontano, tra un turbine di foglie secche, e immaginare.

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mercoledì, 14 novembre 2007

Non tutte le cose insensate non hanno un senso

Mi fa sempre una certa impressione vedere persone che fanno jogging in strade molto trafficate (per esempio sulla via Emilia, su marciapiedi stretti, schivando cassonetti della spazzatura e mamme con passeggini). Non mi sembra molto salutare respirare freneticamente tutto quello smog. Mi sembra quasi più sano starsene in panciolle su una poltrona; magari non dimagrisci ma risparmi i polmoni. Quando poi passeggio nel grande parco vicino a casa, regno di tutti i joggers del quartiere, costantemente incalzata dal fiatone e a volte dal rantolio di qualche corridore che sopraggiunge alle mie spalle, magari panciuto e anzianotto, come spesso capita, provo quasi una sofferenza fisica io per loro. Mi immedesimo troppo.

Non mi piace correre, corro solo per troppa felicità o per troppo dolore; di solito quando provo un’emozione molto forte – positiva o negativa – siccome non riesco a parlare mi metto a correre e se qualcuno mi cronometrasse forse scoprirei di battere qualche record…

Vedere queste persone correre mi ricorda quando da ragazzina mi allenavo per la corsa campestre. Ero molto brava, ogni anno partecipavo alle gare e di solito arrivavo sempre, tappa dopo tappa (distrettuali, comunali, provinciali), fino alle gare regionali (piazzamento migliore: prima, medaglia d’oro; una sola volta, però).
Io correvo e vincevo per compiacere mio padre e in parte il mio prof. di educazione fisica, che contavano su di me.

Personalmente mi sembrava assurdo fare tanta fatica per ottenere il poco appetibile titolo di studentessa più veloce della regione Emilia Romagna.

Quando arrivava ottobre sapevo che la tortura avrebbe avuto inizio; la corsa campestre è una gara di resistenza, quindi è proprio molto faticosa. Si corre nell’erba e questo aumenta la fatica, secondo me (magari scientificamente non è vero). Si arriva al traguardo stravolti.

Ma siccome mio padre era un corridore fallito di corsa campestre (a partire da quando io azzardai i primi timidi passi cominciò a raccontarmi, con toni epici, delle sue tremende gare, in cui lui arrivava sempre rigorosamente ultimo – una volta a più di mezzora dal primo – e stremato, ma arrivava) sua figlia doveva almeno provare a riscattarlo. Perciò, a partire da ottobre, io e lui (lui col cronometro in mano) uscivamo da casa, arrivavamo al parco e io cominciavo a correre in tondo per tutto il perimetro del parco, senza scopo (così mi sembrava), con spirito di sacrificio, però quando correndo gli passavo di fianco e magari stavo tenendo un buon tempo e vedevo mio padre sorridere orgoglioso… Dio, che carica mi sentivo dentro, mi sentivo dentro quell’emozione forte che sola, ancora oggi, mi fa correre d’impeto; potevo anche essere stanca ma vedendo mio padre che quasi non si teneva dall’entusiasmo di vedermi correre, acceleravo, non sentivo più niente – né dolore né insensatezza – sentivo chiaramente tutta la mia esistenza concentrarsi in quel sentiero d’erba da percorrere più veloce che potevo fino alla fine.

In gara era lo stesso. Certo, tra il pubblico c’erano i miei compagni che facevano il tifo per me; c’era il mio prof; ma era per mio padre che correvo. Seguivo tutte le sue istruzioni: concentratissima alla partenza, partivo lenta, lasciandomi superare dai corridori più avventati (e inesperti); guardavo solo i miei piedi, senza confrontarmi con nessuno; poi, a partire da metà corsa, gradualmente ma inesorabilmente cominciavo ad accelerare, superando i corridori di prima, già spompati. Poi cominciava la fatica, il fiato corto, la gola che bruciava, fino al momento cruciale in cui mi assaliva la voglia di lasciar perdere, di rallentare, di rassegnarmi. Era lì che vedevo mio padre nella mia mente. E allora mi bruciava il cuore, mi sentivo tutta un’emozione dolorosa salire su nel corpo e partivo veloce, velocissima, per me non esisteva più niente, neanch’io.

Poi vincevo e mi sentivo triste e anche un po’ arrabbiata perché per me era tutto insensato. L’emozione e la convinzione le provavo solo mentre correvo.

Tutta questa bravura nel correre comportò il mio reclutamento forzato anche nelle gare di corsa a ostacoli, ma questa è un’altra storia.

Quest’estate mio padre ha letto dei racconti di McEwan in uno dei quali si parla proprio di una corsa campestre (descritta in termini cruenti perché effettivamente è così, è una fatica che ti stravolge) e del protagonista che si ferma, quando ormai il pubblico se n’è andato (solo i primi trenta contavano qualcosa nella gara e una volta che l’ultimo di loro era arrivato il pubblico cominciava a disperdersi lasciando gli altri a combattere le loro battaglie private), per aspettare l’arrivo dell’ultimo corridore (Aspettavo dieci, quindici, venti minuti in quel campo vasto e desolato […] quando […] improvvisamente distinguevo all’altra estremità del campo una macchia bianca zoppicante che arrancava e misurava piano, coi piedi torpidi sull’erba umida, il suo microdestino di futilità assoluta. […] La piccola macchia amebica lungo la distesa del campo prendeva una forma umana ma la sua meta non cambiava, continuava a barcollare con determinazione nel suo inane sforzo di raggiungere il traguardo.)
Mio padre me ne parlava sorridendo di sé, del suo arrivare sempre ultimo e distrutto, e di come McEwan descrivesse esattamente ciò che si prova, compresa l’apparente assurdità di quel correre, ma io mi commuovo molto quando leggo queste due struggenti paginette, di cui ho citato solo poche frasi.

Anche se nella vita normale finora sono io quella macchia amebica mentre mio padre è vincente, mi dispiace lo stesso per lui. E capisco che quel mio correre insensato non era vano. Proprio come gran parte del nostro vivere, del resto.

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categoria:amore
lunedì, 12 novembre 2007
Sorpresa!
bella1

Questa faccia dall’espressione “leggermente” stanca è la mia… e sono qui, pallida e ringobbita, perché le nuove Iene, alias Laura e Lory, hanno deciso di sottopormi a un’intervista doppia assieme all’amico blogger Jedredd. Intervista che potete leggere cliccando qui.

(Siccome tra i miei amici blogger ci sono fotografi provetti… abbiate pietà di me e della foto, scattata con la mini webcam del pc portatile. Non ho videofonini né macchine digitali…).

Naturalmente vi consiglio di leggere anche le altre interviste delle nuove Iene, sempre sul sito di Laura e Lory!

postato da: flalia alle ore 19:31 | Permalink | commenti (38) | commenti (38)(pop up)
categoria:io
domenica, 11 novembre 2007

Second life

[Così è se vi pare]

Non so perché questa ragazza si sia convinta che io lavoro da Feltrinelli. So solo che ogni volta che mi vede per strada mi ferma, mi saluta e mi dice che qualche giorno prima è passata da Feltrinelli e ha chiesto di me ma io non c’ero.
- Ma che turni fai? Non riesco mai a beccarti! –
- Guarda che non lavoro da Feltrinelli – dico io, paziente – In realtà mi ci puoi trovare spesso, ma come viandante tra un reparto e l’altro, a volte come cliente… -
Mi sembra un discorso chiaro. Tuttavia potete star certi che, passato qualche giorno, per strada mi sentirò salutare, mi fermerò e mi sentirò dire:
- L’altro giorno ho chiesto di te da Feltrinelli ma non c’eri! -.

Il risultato è che entro meno spesso da Feltrinelli e, quando accade, mi ci inoltro con fare guardingo.
Inoltre, i casi sono due: o sono matta io o è matta lei. Oppure ho una seconda vita e non lo so.

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categoria:camminando
venerdì, 09 novembre 2007

Post nato da un problema e terminato con una soluzione (forse)

Sono alle prese con una relazione da scrivere su uno stage appena terminato (quello che mi ha vista folleggiare tra festival del fumetto, fiera del libro e incontri con adolescenti più o meno brufolosi ma in ogni caso lettori – volenti o nolenti – di romanzi). Lo stage è stato bello, intenso, appassionante (qualcosa ne è trapelato in qualche post). Ma la trafila burocratica che devo seguire per farmelo riconoscere è sfiancante (nell’ufficio apposito sono stati reclutati impiegati geneticamente modificati ai fini di terrorizzare chiunque si avventuri presso di loro). Il risultato è che ho il blocco dello scrivano. Non riesco a scrivere questa benedetta relazione e la scadenza è ormai alle porte, non posso più aspettare. La cosa strana è che tale relazione non deve essere asettica e descrittiva – come credevo e come mi apprestavo a fare – ma deve trasudare di sentimento, insomma deve essere scritta in modo soggettivo, devo raccontare il mio vissuto. Non so perché ma questo mi imbarazza. So perfettamente che il supervisore (che poi è una donna terribile e sempre furiosa) non perderà certo tempo a leggere la mia relazione che sarà solo una tra tante altre; probabilmente la sfoglierà appena. Ma non importa, io sono lo stesso bloccata, scrivo due righe e cancello. Sto scrivendo qui sul blog senza sapere cosa dire, giusto per sfogarmi un po’, per vedere se mi sblocco.

Ecco, proprio adesso, pensando alla supervisora furiosa, mi è venuto in mente uno degli ultimi incontri cui ho partecipato: dovevamo decidere, assieme a insegnanti e bibliotecari, la bibliografia da proporre quest’anno ai ragazzi; per questo durante l’estate ognuno di noi aveva letto alcuni romanzi e ora, tutti attorno a un tavolo, se ne discuteva. Quando si parla di libri sono serena e motivata, è una delle poche occasioni in cui l’entusiasmo ha fin da subito la meglio sulla timidezza; ma quel giorno ero invece un po’ in ansia perché volevo bocciare un libro e sapevo di dover difendere questa mia opinione contro un tipo particolarmente agguerrito e fan del romanzo in questione. Quando arrivò per me il momento di prendere la parola e tutti i visi si voltarono a guardarmi (il mio giudizio valeva da ago della bilancia perché le opinioni finora erano per metà favorevoli e per metà contrarie) incrociai lo sguardo di una prof. di liceo di cui avevo già avuto modo di notare la dolcezza nel parlare. Be’, questo viso esprimeva una tale dolcezza nello sguardo – mite ma acceso d’interesse -, una serenità, una pace tali che semplicemente guardandolo mi sentii subito sicura e benvoluta. Cominciai a parlare, guardando lei, all’inizio un po’ intimidita ma sciogliendomi mano a mano; il suo sguardo mi aveva aiutata. Riuscii così a trovare le argomentazioni adatte per avvalorare la mia tesi, che venne accolta. Sostenni bene anche la discussione che, come previsto, il fan del romanzo scatenò.

Tornando verso casa e altre volte, dopo allora, ho ripensato a com’era bello quel viso e a come piacerebbe anche a me trasmettere tanta dolcezza e serenità con un semplice sguardo. Quella per me è la vera bellezza, nonostante a prima vista forse quel volto non avesse niente di appariscente o di particolare.

Mi sa che proverò a scrivere la relazione pensando di dovermi rivolgere a quella donna anziché alla supervisora furiosa. Poi vi farò sapere. Ma quello che volevo dire è che a volte, anche senza saperlo, possiamo aiutare persone sconosciute con un semplice sguardo, con un modo di fare accogliente.  

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categoria:paura
sabato, 03 novembre 2007

Megalomania onirica

La notte scorsa ho avuto un sogno meraviglioso, da sbellicarsi dalle risate («grazie, Inconscio, ti sono veramente riconoscente e ti perdono per tutti gli incubi e le angosce che non manchi di donarmi!»).

Dovete sapere che mi muovevo per le strade semideserte di una Bologna di sogno – per l’appunto – circondata e gentilmente (e sottolineo gentilmente) inseguita da un numero incredibile di corteggiatori. A ogni angolo, appariva un nuovo spasimante. Dopo un po’ avanzavo leggera seguita da questo nugolo di pretendenti, ognuno dei quali cercava educatamente di attirare la mia attenzione, chi offrendomi dei fiori, chi sorridendo, chi parlando, chi porgendomi un bombolone (vi assicuro che non sto inventando niente)… E io, in tutto questo bailamme, cosa facevo? Pur lusingata, andavo alla ricerca del mio amato, che purtroppo non faceva parte della schiera di ammiratori ma se la stava spassando con una biondina slavata. E naturalmente io volevo lui, non uno dei cento che mi adoravano, chi in ginocchio, chi cantando una serenata, chi prostrato a terra con una mano sul cuore.
Alla fine, salita fino al suo appartamento, strappatolo alla biondina, conquistatone il cuore (il tutto nel giro di dieci secondi) e scesa con lui in strada, è scoppiata una sorta di accesa discussione tra i miei corteggiatori delusi. E mentre io mi ritiravo un po’ in disparte per ragionare sul da farsi, è sceso il silenzio e il portavoce ufficiale dei miei pretendenti (che, non chiedetemi perché dato che non lo so, aveva l’aspetto di Alemanno, il deputato di Alleanza Nazionale…) ha dichiarato solennemente che si arrendevano alla mia decisione e si ritiravano senza rancore, anzi felici per me. Io e il mio amato siamo così risaliti in camera a cuor leggero (e innamorato). E qui cala il sipario…

Come potete immaginare, mi sono svegliata non solo felice e sorridendo alla vita, ma proprio ridendo. Il fatto che i corteggiatori avessero un portavoce ufficiale mi fa morir dal ridere (come fa il nostro cervello a inventare certe cose?).
Adesso devo solo capire dove si nascondano di giorno questi corteggiatori…

postato da: flalia alle ore 17:58 | Permalink | commenti (25) | commenti (25)(pop up)
categoria:sogni