mercoledì, 30 gennaio 2008

Forse

Cormorani nella nebbia

Un giorno di novembre quattro amiche – fino a pochi mesi prima liceali, ora da poco matricole all’università -  salirono in macchina e si inoltrarono nella nebbia della Bassa Padana per cercare cormorani. Era nato tutto per scherzo, come spesso capita; una volta era stato nominato il cormorano, in una situazione giocosa, era a poco a poco divenuto un leitmotiv nelle loro conversazioni, fino a meritare una ricerca più approfondita e il desiderio di un incontro.
L’occasione di una gita sul Po, di un giorno passato a chiacchierare in intimità, strappato alla nuova vita vorticosa di universitarie, pareva poi un’occasione troppo ghiotta per essere sprecata.

Di quel giorno ricordo (una delle quattro ero ovviamente io) soprattutto il senso di infinita possibilità che si apriva con certezza davanti a ognuna di noi, come se quella nebbia che ci avvolgeva mentre la attraversavamo a fatica dovesse necessariamente dischiudersi, poco più oltre, su una realtà nitida e splendente: il nostro futuro.

Il giorno trascorse in riva al Po, tra risa, chiacchiere più e meno serie, esplorazioni e continui falsi allarmi (ogni secondo a qualcuna pareva di avere adocchiato un cormorano, il che causava trambusto, passaggi frenetici di binocoli e dispiegamento di macchine fotografiche, con successiva cocente delusione: il cormorano si rivelava sempre qualcosa d’altro, spesso neanche un uccello di altro tipo – di solito un tacchino - ma un riflesso sull’acqua o sulla riva opposta, dovuto ai capricci delle luci e delle ombre).

Ben presto, adocchiare finti cormorani si rivelò molto divertente. Sarebbe stata quasi una delusione trovare finalmente un cormorano vero, forse.

Infine, dopo esserci perse più volte tra le brume e avere vagato tra acquitrini e canneti, verso sera siamo tornate a casa; ci eravamo divertite moltissimo e soprattutto ci eravamo scambiate confidenze con un’intensità e una sincerità maggiore del solito, tra le quali spiccavano i Progetti per il Futuro, che, data la nostra età e il recente entusiasmo universitario, non sembravano avere quasi più niente a che fare con i sogni vaghi dell’adolescenza; parevano invece così concreti, e quindi autorevoli, e quindi pressoché certi.
Ora, dopo alcuni anni, ben pochi di quei progetti si sono realizzati e il futuro di allora, divenuto presente, non è affatto così nitido e colorato come pareva quel giorno. C’è ancora tanta nebbia, ci sarà sempre, e nessun cormorano; ma l’amicizia è rimasta la stessa e può darsi che i tacchini siano più divertenti dei cormorani, forse.

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categoria:occasioni mancate
domenica, 20 gennaio 2008

La cosa bella dei romanzi russi

Dostoevskij1

Ogni tanto sento il bisogno di leggere un romanzo russo.
Chissà perché i romanzi russi nella mia testa vengono classificati, prima che per nome dell’autore o per genere, come, appunto, Romanzi Russi, nonostante siano ovviamente tanto diversi tra loro. Cosa che non mi capita – non in modo così automatico - con romanzi di autori inglesi o francesi; il Romanzo Russo mi sembra così lontano e irriducibile (Dostoevskij ne sarebbe felice), scomodo e spaesante quasi come il mitico inverno russo (benché più confortevole).

La cosa brutta dei romanzi russi è che i personaggi hanno dei nomi complicatissimi e delle parentele ancor più complicate, per non parlare del grado che occupano nella società della Russia zarista dell’epoca, così rigidamente stratificata. Ciò comporta, per quanto mi riguarda, la compilazione di schemini finalizzati a ricordarmi chi è e come si chiama ogni personaggio e che ruolo ha. Solo che poi gli schemini, a mano a mano che li aggiorno, diventano più complicati del romanzo e perdo più tempo a raccapezzarmi nello schemino che non a leggere il romanzo.

La cosa bella dei romanzi russi è che nonostante questa difficoltà e anche nonostante una certa irritazione per quei toni affettati che di solito i personaggi (soprattutto gli uomini) usano tra loro (comprese smancerie assurde, salamelecchi vari e sentimentalismi esasperati), la cosa bella – dicevo – è che nonostante tutto ciò, per quanto inizi a leggere di malavoglia, come fosse un obbligo, superati i primi capitoli è difficile che non resti intrappolata. Anzi, in questi giorni in cui ho molto poco tempo per leggere (causa impegni pressanti di studio e lavoro), mi chiedo come posso vivere così tranquillamente senza sapere cosa sta combinando nel frattempo l’impetuosa Nastas’ja Filíppovna dopo la scenata incredibile di ieri (ieri notte – l’idea iniziale era di leggere giusto una decina di paginette prima di dormire… -  Nastas’ja mi ha tenuto sveglia fino alle due perché continuava a differire un’importantissima decisione a proposito di un matrimonio) o come se la sta cavando il Principe a Mosca, dove si è recato per questioni di eredità. Per consolarmi, penso con piacere a quell’odioso Ganja che si sta rodendo il fegato e continuerà a farlo finché non aprirò di nuovo il libro e ricomincerò a leggere. E così, una parte di me (quella che preferisco) sta vivendo nella Pietroburgo ottocentesca tra bettole, ubriachi e macchinazioni varie, un’altra è qui davanti al suo modernissimo computer.

Per la cronaca, il romanzo in questione è L’idiota, di Dostoevskij e il mio problema è che sto ormai centellinando i romanzi di Dostoevskij che mi restano da leggere perché mi chiedo come farò dopo, quando non avrò più un romanzo di Dostoevskij da leggere per la prima volta. Mi capite, vero?

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categoria:libri
martedì, 15 gennaio 2008

Gentlemen canterini

Oggi ho pensato che se anche, per caso, ne avessi l’opportunità, non sposerei mai un cantautore, per un milione di buoni motivi ma soprattutto perché, in caso di tradimento da parte sua (atto già in sé terribile, atroce, ferale e umiliante – non so se mi sono spiegata! - ) non vorrei poi vedermi anche svergognata davanti a tutto il Paese; perché non so se avete notato l’esistenza di questa curiosa regola: ogni comune marito è pronto a negare fino all’inverosimile l’avvenuto tradimento, e di certo non lo pubblicizza; il cantautore invece ci scrive su una canzone, ufficialmente per chiedere perdono ma nella quale, tra le righe, si giustifica e si glorifica, presentandosi alla fine come uomo sensibile, romantico e innamorato. Il cantautore sente questo incoercibile bisogno di informare il mondo della sua spregevole azione, facendola passare per il contrario di ciò che è, e così facendo si sente anche particolarmente buono e meritevole in automatico di perdono, se non di santificazione. Che la povera moglie venga in tal modo ulteriormente tradita e umiliata non gli passa neanche per la testa; del resto lui sarà troppo occupato a rilasciare interviste sull’argomento e scalare posizioni in classifica (di solito questo tipo di canzone piace tantissimo, soprattutto alle donne - vai a capire perché - e quindi stravende). Alla fine pretenderà pure di essere ringraziato

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categoria:musica, amore
giovedì, 10 gennaio 2008
Thinking blog award

thinkingbloggerL’amica Caterina mi ha nominata tra i cinque blog che la fanno pensare (grazie!). Ora tocca a me indicare altri cinque blog. Sono ben più di cinque i blog che leggo e mi fanno pensare (a partire da quello della stessa Caterina) ma alcuni per fortuna sono già stati nominati e io tengo a segnalare questi cinque, che visito ogni giorno e che sì, mi stimolano la mente…

 
Girliegirl (Alice): mi piace moltissimo il suo modo di raccontare: generoso e ironico, leggero e saggio. Attenzione: può creare dipendenza!

Diego D’andrea: come gli ho scritto una volta in un commento, quando ho bisogno di parole civili, sensate e pensate, anche su temi “caldi”, da lui le trovo sempre. E non solo: che parli di argomenti personali, di letture, politica o che posti i suoi racconti, sensibilità, simpatia e anticonformismo (non di maniera) non mancano mai. Anche i commenti ai suoi post sono sempre interessanti, e il “padrone di casa” è accogliente e spiritoso.

La pietra d’acqua (Paolo Ferrucci): è un blog ricco di spunti e approfondimenti interessanti, in varie direzioni. Paolo si prende tutto il tempo per trattare i vari argomenti, anche usando più post collegati tra loro, e questo mi piace molto, ci sono tanti fili da seguire e ognuno può trovare il suo o gustarseli tutti. Inoltre le riflessioni personali sono alternate a citazioni da saggi o romanzi di diversi autori, mai proposte in modo freddo o serioso ma sempre con calore, delicatezza e sensibilità.

Passoscuro: un blog ben scritto, spiritoso e arguto; mi piace molto lo stile dell’autore: fa ridere, fa riflettere, è un po’ cinico, è un grande osservatore, è molto colto ma non si prende troppo sul serio.

Maria Strofa: altri l’avranno già citato, ma non posso non nominarlo anch’io, dato che è tra i miei preferiti. È un blog da sfogliare e da leggere, senza limitarsi al post del giorno, anzi… pescate a caso e non resterete delusi!

 
Ecco. Voglio però segnalare un sesto blog, che non ho inserito nella lista solo perché non viene più aggiornato da mesi; eppure mi è rimasto nel cuore e vi consiglio di darci un’occhiata perché adoro la scrittura dell’autore, simpaticissimo, e contiene dei racconti scritti splendidamente. È il blog di neoscapigliato; quanto vorrei poterci leggere qualcosa di nuovo, ma mi accontento di quello che comunque c’è!

Spero di avere incuriosito chi non conosceva già questi blog.

Bene, le regolette della catena, valide per chi è stato nominato, sono le seguenti:

1. partecipare solo se si è stati nominati (e se si ha voglia, tempo, ispirazione, aggiungo io che non sopporto le costrizioni inutili)

2. citare questo link (che rimanda al blog inglese da cui la catena è partita)

3. inserire nel vostro post il logo del Thinking blog award

4. indicare, per l’appunto, i 5 blog che vi stimolano maggiormente il pensiero.

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domenica, 06 gennaio 2008

Bilancio di fine feste

Che stress, le feste sono finite e da domani ricomincia la dura vita feriale.
Quest’anno me la sono proprio goduta, questa lunga bolla festiva che mi ha avvolto per queste due settimane, tant’è che, mentre tutti (o quasi) hanno fatto il loro bilancino di fine anno, io farò quello delle mie feste.

Durante le quali:

  • non ho toccato un libro di studio né scartoffie/volumi di lavoro neanche per sbaglio
  • in compenso ho letto quattro romanzi e cominciato il quinto
  • ho mangiato a quattro palmenti, soprattutto dolci di ogni tipo, qualità e consistenza
  • dormito un po’ più del solito
  • frequentato persone (senza esagerare, però, ricordiamoci che sono un Orso o come-cavolo-si-dice)
  • guardato filmetti leggeri però divertenti e rilassanti
  • ho ascoltato buona musica ma mi sono anche dedicata al revival di compilations adolescenziali scadentissime qualitativamente ma emotivamente sublimi
  • scritto su ben due diari diversi
  • vivendo in una famiglia un po’ nevrotica, ho trovato un nuovo espediente per calmarmi nel caos generale: restare in contemplazione del presepe africano portato da mia sorella, nel quale, per prima cosa, ci sono degli animali strani, dal nostro punto di vista, come per es. una giraffa. Poi, tutti i membri di questo presepe, compresi i tre protagonisti principali e i tre Re Magi, hanno lineamenti decisamente africani (Masai, per la precisione) – niente madonnine col nasino all’insù e fluenti capelli biondi - e un atteggiamento composto e ieratico molto diverso rispetto ad altri presepi nostrani dotati di pastori agitati che sventolano mani o spalancano le fauci, per esempio. Non dico che sia più bello o più brutto, ma mi colpisce la rigida immobilità di ogni personaggio; sono tutti in rigida adorazione, non ce n’è uno rappresentato in movimento, e tutto ciò mi ispira calma e serenità (oltre che una maggiore spiritualità)
  • mi son concessa anche una puntatina in ospedale e ho fatto due conti col mio corpo (del tipo: Non vorrai piantarmi in asso proprio durante le feste, vero?): indovinate chi ha vinto, per il momento? Eh eh… (sta’ a vedere che quella cosa del pensiero positivo un pochino funziona…)
  • Boh, poi ho fatto anche altre cose, per es. ho compiuto gli anni.

Va be’, la pianto qui perché i bilanci mi hanno sempre annoiata. Comunque, direi che la parola d’ordine di queste mie feste è stata: dolce far niente, anzi (nobilitiamoci): otium (Cicerone & C. sarebbero fieri di me).
Ah!, un’altra cosa che ho fatto è stata digitare trecentomila volte sul blog mio e altrui, la parola “auguri”.

Ma secondo me, più che degli auguri per le feste, c’è bisogno degli auguri per affrontare la ripresa della quotidianità. Quindi, buon ritorno alla normalità a tutti!

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categoria:feste
venerdì, 04 gennaio 2008

C’est une chanson qui nous ressemble

E dopo avervi narrato il triste epilogo di un anno invece felice, vi dirò cosa ci facevo alle ore nove del mattino, pedalando per una Bologna meravigliosamente fredda e deserta, una città silenziosa e addormentata in modo quasi irreale, il primo gennaio di quest’anno nuovo di zecca. Avevo dormito poco meno di tre ore, accartocciata su un divano, dopo essermi esibita in vari giochi di società. Mi ero alzata e, raccattando a casaccio le mie cose, scavalcando corpi addormentati, salutando il padrone di casa che comunque non si è svegliato, sono uscita in strada e, salita in bici, mi sono diretta come una sonnambula verso la stazione.
Avete mai avuto un colpo di sonno in bicicletta? Io sì.
Arrivata in stazione, ho parcheggiato la bici pregando con ardore di ritrovarla lì (intatta) al mio ritorno e di lì a poco mi sono ritrovata sul treno regionale, diretta a Piacenza, dove mi sarei riunita a tutta la mia famiglia.

Piacenza: nonna e prozia, infanzia, calore, parenti strampalati, resti di un mondo ormai vinto.
A Reggio Emilia è salita mia sorella, con la sua chitarra e il suo sacco a pelo, il suo sorriso di chi sta bene nel mondo.
Mi lasciavo cullare dal rumore del treno, lungo questo percorso che conosco a memoria, desiderando e temendo il mio ingresso in casa. La mia prozia non è più lucida, ormai, e cercavo di immaginare cosa avrei provato trovandomi davanti a una persona che mi ha sempre amata più della sua stessa vita e che ora non mi riconosce più.

A volte provo il desiderio di morire prima dei miei cari, anche se d’altra parte non vorrei morire mai.

Poi, come sempre, la forza delle abitudini - quella ritualità familiare che a volte si odia e altre volte ci protegge come una coperta calda dagli urti del mondo – ha reso tutto più facile: trovare mia nonna, benché stanca, in attesa sulla soglia, sorridente, come sempre; sprofondare nel suo abbraccio, avvolta nel suo profumo; rivedere gli ambienti familiari - il salone sempre perfetto, immobile nel tempo – e correre con gioia lungo il corridoio verso la saletta, per abbracciare mia zia, come al solito: trovarmela davanti, seduta sulla sua poltrona, chinarmi verso di lei e baciarla come ho fatto per tutta la vita. Sì, mi riconosceva a sprazzi (o meglio, intuiva che fossi una di famiglia) ma era felice di essere abbracciata, perché lei per tutta la vita ha sempre goduto moltissimo nel ricevere baci e abbracci; da persona espansiva e passionale qual è, in una famiglia invece piuttosto contenuta dal punto di vista delle effusioni fisiche, ci ha sempre affettuosamente rimproverato di essere poco affettuosi.

Non è che si riuscisse a fare discorsi molto logici, ma a parlare, sì. E l’aspetto è sempre il suo, le sue espressioni, il suo modo di guardare e sorridere. È sempre la mia cara zia Nena, insomma.
Dopo il pranzo tradizionale tipicamente piacentino, sono arrivati gli altri zii, compreso lo zio “artista” con un registratore.
A un certo punto, mentre cantavamo tutti insieme alcune vecchie canzoni francesi, ho sentito mia zia cantare anche lei; sempre stonata come una campana, ma le parole erano giuste, e il sorriso inconfondibilmente suo.

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categoria:amore, feste, prozia
mercoledì, 02 gennaio 2008

Concludere l’anno depressi è il modo migliore per iniziarne un altro allegri

[questo non è un post triste; è umoristico (meglio precisare…)]

L’ultimo giorno dell’anno mi son svegliata depressa (per alcuni motivi ben precisi che nulla hanno a che vedere con lo snobismo da ricorrenze; sono favorevole ai festeggiamenti nelle “feste comandate”!).

Be’, magari porta fortuna essere tristi l’ultimo giorno dell’anno, mi son detta, e su questa ondata d’ottimismo (l’unica della giornata) ho trovato la spinta per alzarmi dal letto.
Ho cominciato a ricevere telefonate d’auguri e mi sono sforzata di risultare allegra e positiva, con scarsi risultati, credo (chiedo scusa agli sventurati interlocutori). L’unica persona da cui desideravo essere sommersa di messaggini non me ne mandava. In compenso ero travolta da Timspot giornalistici riportanti orribili notizie su eccidi in Kenya o donne fatte a pezzi in Italia.

Nel corso della mattinata i miei familiari sono partiti chi per Piacenza chi per Reggio Emilia, dove avrebbero festeggiato l’arrivo del nuovo anno. Sono così rimasta sola in casa e mi sono esibita in alcuni monologhi consolatorii passeggiando per il corridoio.
Poi mi son messa a cucinare il mio dolce, immersa in varie recriminazioni tra me e me.

Mi sentivo anche obbligata a pubblicare un post d’auguri: mi son messa a scrivere e mi veniva fuori un augurio più triste dell’altro; alla fine ci sono più o meno riuscita e l’ho postato (sostituendo all’ultimo momento la parola “orrore” con la parola “dolore”).

A questo punto, dovevo prepararmi per uscire. E non ne avevo voglia. L’unica cosa che mi andava di fare era accasciarmi sul divano del salotto e restare lì immobile fino a ora indefinita, lasciando che attorno a me calassero dolci le ombre della sera, portando via il giorno, l’anno e la mia coscienza. Ma non potevo farlo: il divano è completamente cosparso di reperti africani - tutti duri e appuntiti, tra l’altro - portati e abbandonati lì da mia sorella; e anche le poltrone.

Per un fugace istante una sbornia solitaria mi è parsa un’alternativa non disprezzabile; il necessario l’avevo. Mi è bastato però ricordare come sono stata male l’unica volta che mi sono pesantemente ubriacata in vita mia (purissima vodka) per rinsavire immediatamente dall’insano proposito.

Precipitando ulteriormente, ho dato un’occhiata alla programmazione televisiva della serata: trasmettevano “Il diario di Bridget Jones”.
Non ho mai visto Il diario di Bridget Jones. - mi son detta - Conosco un sacco di giovani donne che vanno pazze per questa Bridget Jones e io non so neanche chi sia. Adesso do buca alla festa e resto a casa a guardare Il diario di Bridget Jones, anche se presumo che non mi piacerà e forse mi verrà anche voglia di suicidarmi.
Infatti l’unica cosa che sapevo di Bridget Jones era che si trattava di una tipa imbranata (e non immaginavo quanto) e a me, di tutti i film che ho visto, con protagoniste giovani donne imbranate e anche un po’ isteriche, finora non me n’è piaciuto neanche uno.

Sinceramente, mi sembrava davvero un’idea vomitevole, restare a casa a guardare "Il diario di Bridget Jones".

Alla fine, le mie mani ustionate mi hanno riportata alla realtà e ho deciso di andare alla festa; se no, perché cavolo avrei dovuto passare il pomeriggio a ustionarmi le mani?

Perché – piccola parentesi – dovete sapere che questo dolce che so fare io comporta che la cuoca nell’impastarlo si ustioni le mani, ma quante cuoche conoscete al giorno d’oggi che siano disposte a ustionarsi le mani la sera di S. Silvestro? (per cuoche intendo giovani donne magari con le mani tutte ben curate, e perfino un po’ schizzinose, non le massaie come mia nonna che tiene sempre in cucina Foille, la soccorrevole pomata contro le ustioni). Ed è questo il segreto per cui il mio dolce viene così bene, perché non sarebbe la stessa cosa impastarlo aiutandosi con qualche utensile, come ha fatto chi ha provato a cucinarlo dopo che le ho dato la ricetta. E c’è un momento, quando tengo le mani sollevate al di sopra dell’impasto bollente e fumante e mi preparo psicologicamente a sentire il bruciore quando le calerò, che è un momento divertentissimo, secondo me, perché mi sembra davvero ridicola questa attività dell’ustionarsi le mani pur di fare un buon dolce (ed è poi un metodo inventato da me, non c’è scritto su nessuna ricetta) ed è ancor più ridicolo il modo da me escogitato per sopportare il dolore: cantare a squarciagola le tre sillabe Lallallà in tutte le possibili variazioni, finché le mani si abituano al calore e allora diventa piacevole modellare l’impasto. 

Perciò, per rispetto alle mie mani doloranti, mi sono vestita, ho impacchettato il mio dolce, buttato nello zaino pigiama e accessori varii (il giorno dopo, senza tornare a casa, sarei andata a Piacenza), preso la bici e pedalato fino a casa del mio amico, dove si è tenuta una simpatica e semplice festicciola tra amici intimi che alla fine, come sempre, si è rivelata divertente.

Per curiosità, però, ho registrato “Il diario di Bridget Jones” e ieri l’ho guardato, in compagnia di mia nonna, poveretta (ero a casa sua): se fossi rimasta a casa a guardare quel film sarebbe stato il modo peggiore per concludere l’anno.

Bridget Jones è odiosa. Il fatto che parecchie trentenni o giù (o su) di lì si identifichino in lei (ogni giorno incappo del tutto casualmente in blog ispirati a questa tipa, per non parlare di certa devozione al personaggio udita con le mie orecchie in varie circostanze) mi deprime, anzi mi spaventa. Non vorrei avere un'amica uguale a Bridget Jones e se scoprissi di somigliarle avrei un valido motivo per suicidarmi. Bridget Jones è un’inetta per eccellenza: l’unica cosa che le interessa è farsi portare a letto da un uomo possibilmente mascalzone (usiamo un eufemismo). Per il resto: non sa parlare, non le interessa il suo lavoro (eppure lavora in una casa editrice e potrebbe gustarselo molto di più), è imbranata, goffa, impacciata e incapace di migliorarsi (anzi, non può neanche proporsi di migliorarsi, perché non sembra molto consapevole del suo stare al mondo). E in più, non fa neanche ridere, con tutti i suoi comportamenti stupidi; perché anche per far ridere di sé occorre una certa consapevolezza. Boh, capisco che qualcuno possa trovarlo un film divertente, ma farne quasi un ideale di vita mi pare un po’ degradante.

E voi, amici? Passato bene l’ultimo dell’anno?
postato da: flalia alle ore 21:28 | Permalink | commenti (25) | commenti (25)(pop up)
categoria:cinema, feste