lunedì, 31 marzo 2008

Salvare il mondo morendo d’imbarazzo

Amici, vorrei scrivere ma sono troppo stanca, mi si chiudono gli occhi. Eppure ho tante cose da raccontare, grrr! Be’, due cose le voglio dire. Oggi ho passato tutto il giorno alla Fiera del libro per ragazzi. Tra le altre cose, c’è stata una conferenza stampa per il Festival letterario rivolto ai giovani adulti alla cui organizzazione sto partecipando. Si svolgerà a Rimini dal 20 al 22 giugno (ecco perché, come anticipato in un commento, ogni settimana passo alcuni giorni a Rimini). Stasera ho visto che ne hanno dato notizia anche al tg2! Naturalmente vi terrò aggiornati sui vari progressi e sul programma, nel caso qualcuno fosse interessato, nonché su tutto ciò che di comico o simpatico potrà capitarmi. Chi mi segue da un po’ potrà forse immaginare la mia gioia e il mio entusiasmo quando mi è stato proposto di collaborare. Forse potete immaginare come sono felice di svegliarmi presto al mattino, correre in stazione e partire alla volta di una città che amo, a cui sono emotivamente legata e nella quale ora mi trovo a dover lavorare!

Nel pomeriggio, ho assistito a un incontro con Silvana De Mari e Helga Schneider. Di Silvana De Mari (che sarà presente al nostro festival, così come la Schneider, anche se in momenti diversi) ho già parlato qui e oggi non posso che ribadire quanto ami ascoltarla parlare: è una tipa tostissima, accidenti! Propone idee sempre molto personali (talvolta anche abbastanza sconcertanti, sul momento) con una tale forza, una potenza, ma riuscendo al tempo stesso a non essere presuntuosa. E poi trasmette una grande energia, cosa che avviene anche leggendo i suoi libri. Parlava del genere Fantasy e di come oggi vada molto di moda, forse perché il nostro immaginario collettivo ha bisogno di eroi per opporsi al clima culturale “genocidiario” e mortifero che rischia di soffocarci. Ha esposto le sue argomentazioni con tanta convinzione che io, arrivata all’incontro piuttosto abbacchiata per via di un problemino sentimentale in corso, ne sono uscita baldanzosa e sovreccitata. Mentre lei parlava, infatti, influenzata dalle sue parole ho pensato una cosa del tipo: Ma cosa sto qui a preoccuparmi per queste cosucce quando devo andare a salvare il mondo?! Be’, magari non salverò il mondo ma almeno non starò a piangermi addosso! Mentre pedalavo con forza verso casa mi sentivo davvero un piccolo Davide, pronto a sconfiggere il Golia di turno!

E infine, un’ultima cosa, di cui mi vergogno un po’, anzi molto, ma insomma, aprirla di nascosto da voi che leggete il mio blog mi farebbe sentire in colpa, anche se è un ragionamento poco logico e anche un po’ stupido (del resto non ho mai detto di non essere stupida). Be’, per farla breve, ho dovuto aprire un mio scaffale su anobii. Sono sempre stata contraria a questa cosa (anche se ho visto che molti di voi lo hanno) perché, chissà per quale motivo, mi viene uno strano senso del pudore a mettere in mostra la mia libreria, mi vergogno, insomma, perché penso che dovrebbe restare una cosa mia privata e non una realtà da esibire né tantomeno da usare per competizione tra lettori. Ma le mie colleghe pensano che sia utile aprirci un varco anche lì (dato che buona parte della pubblicità al festival la faremo tramite internet, dovendo raggiungere un pubblico adolescente) e così ho aperto la mia pagina. Però non ho la pazienza di metterci tutti i libri che ho (sono troppi e non ho tempo), così ne ho inseriti un po’ alla rinfusa. Inoltre, inserirò solo quello che ho letto e su cui posso esprimere un giudizio (quello che mi piace di più è scrivere i commenti ai libri, anche se finora non ne ho scritti molti ma rimedierò; tra di essi vi sono ben due dichiarazioni d'amore letterario per Paolo Ferrucci!), perché secondo me è questo il fine di anobii (se proprio vogliamo trovargliene uno): trovare suggerimenti su libri da leggere o confrontare il proprio giudizio con quello degli altri. Non trovo molto sensato riempire intere pagine di libri non iniziati. Nel mio scaffale, i libri che al momento appaiono come tali sono tre o quattro e sono lì perché in procinto di essere letti.

Voi non avete avuto questo imbarazzo nell’esibire le vostre librerie (lo chiedo a chi usa questo servizio)? 

Scusate se ho scritto male, noiosamente e di fretta ma sono molto stanca. Buonanotte (anche se leggerete di giorno)!
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categoria:libri
lunedì, 24 marzo 2008

Come si fa a non essere felici?

Questa è stata la prima pasqua trascorsa in compagnia di mia nonna ma senza mia zia. È stato stranissimo entrare in casa e non trovare la zia sulla sua poltrona; era sempre lei la prima che baciavo all’arrivo e l’ultima che salutavo quando dovevo ripartire.
Adesso c’è un suo ritratto incorniciato, appoggiato sul mobile del salotto in mezzo ad altre fotografie. Una delle poche foto che possediamo di lei, dato che non amava farsi fotografare; era troppo vanitosa e sosteneva di non essere per niente fotogenica: nessuna foto avrebbe potuto renderle veramente giustizia.
Ma questo vale per tutti ed è una cosa bellissima, secondo me: non puoi mai ingabbiare lo splendore delle persone, neppure con le migliori intenzioni.

In treno ho incontrato l’Uomo più Gentile del Mondo: essendo chiaramente deciso a porgere aiuto benché io non avessi bagaglio, si è offerto di aiutarmi a sollevare (per appoggiarlo sull’apposito ripiano)… il mio cappottino!
– Grazie, ce la faccio da sola –, è stata la mia ridicola risposta (appartengo anch’io alla categoria dei Gentili-a-ogni-costo).
Non contento, il gentleman, dopo che mi sono seduta di fronte a lui, mi ha offerto più volte di scambiarci di posto, nel caso l’essere seduta al contrario rispetto alla direzione del treno mi desse fastidio. Non riusciva a convincersi che invece non mi dava nessun fastidio, e siccome credeva che io mi impuntassi per gentilezza nei suoi confronti siamo stati impegnati in queste profferte e dinieghi per alcuni minuti (alla fine ognuno, esausto, è rimasto al suo posto).
Poi entrambi ci siamo messi a leggere; io un romanzo per ragazzi, lui un libro erudito di argomento filosofico.
A metà del viaggio si è accomodata al suo fianco una signora, dotata di voluminoso bagaglio che il nostro cavaliere è stato ben contento di poter sistemare (con mia grande gioia, dato che mi ero sentita quasi in colpa per non essermi potuta fare aiutare prima, considerando che tra l’altro adoro essere aiutata in queste circostanze); poi questa signora, chissà perché, ogni volta che oltrepassavamo un corso d’acqua – fiume o rigagnolo che fosse – ci chiedeva se ne conoscevamo il nome, mettendoci così di fronte alla nostra terribile ignoranza (il gentleman cadeva nello sconforto più puro, quando non sapeva la risposta, e io stavo sulle spine per lui): è da quando sono nata che percorro in treno, più volte l’anno, la tratta Bologna – Piacenza eppure ho saputo riconoscere solo il fiume Parma e il Po. Mi sto ancora chiedendo come si chiami il fiume che attraversiamo vicino a Reggio (che sia l’Enza?). Tra un fiume e l‘altro questa signora recitava il rosario e sembrava perdersi in deliquio ma era prontissima a risvegliarsi all’approssimarsi di ogni nuovo fiume.
Il viaggio è stato scandito dalla suoneria di un cellulare che riproduceva il verso del gallo (no comment).

Mentre osservavo scorrere dal finestrino la nostra piatta, monotona, acquosa pianura avvolta in un clima particolarmente grigio – una terra ormai rovinata perché tutta quanta costruita e lavorata dall’uomo, senza più uno spazio in cui lo sguardo possa perdersi senza incontrare fabbricati, campi delimitati, cumuli di auto demolite, azienducole e centri commerciali – mi sentivo così piccola rispetto a tutto; in questi casi mi viene sempre in mente una delle mie frasi-mantra: il mondo può fare benissimo a meno di me, sono io che non posso fare a meno del mondo; una certezza, questa, che mi mette sempre di buon umore (della serie: Sono viva! Yuppiii!), mi fa sentire sempre al posto giusto, anche di prima mattina, in uno scompartimento occupato da un gentile compulsivo e da una fervente religiosa, mentre attraversiamo nella nebbia una pianura puzzolente di odori industriali e solcata da vari fiumi di cui non conosco il nome.

Spero che anche voi abbiate trascorso una buona Pasqua, cari amici.

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categoria:felicità
giovedì, 13 marzo 2008

Malati terminali di gioventù

Oggi ho aperto un libro e ho letto questa cosa, questa nota introduttiva:

Questa è l’espressione di un punto di vista sull’universo giovanile. E per “giovani” qui si intende l’arco di vita fin verso i trent’anni, infanzia e adolescenza comprese, in un’accezione quindi un po’ particolare.

Chi scrive ha trentaquattro anni, al congedo dall’età giovanile ma probabilmente non ancora adulto, cioè a una distanza critica, per certi aspetti ideale, nell’osservare i fenomeni.

(Neretto, sottolineature, corsivo, ingrandimento sono miei…)

Vi risparmio tutte le considerazioni horror-sociologiche che mi vengono in mente, dico solo che mi ha un po' turbata.
Ma voi (tranne chi anagraficamente lo è) vi definite ancora “ragazzi”? Io ho smesso di definirmi tale poco dopo i vent’anni e non mi è successo niente di terribile (non mi sono incartapecorita tutta d’un tratto né dentro né fuori, per intenderci).

 
P.S.: l’autore, tra parentesi, ha un curriculum, una professione e una scrittura di tutto rispetto, non è il bamboccione sfigatello da cui certe dichiarazioni te le aspetti.

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categoria:tempus fugit
sabato, 08 marzo 2008

Quei mazzolin di fiori

Stamattina sono uscita per fare un po’ di commissioni e in ogni negozio in cui sono andata (bar, edicola, fornaio ecc.) mi è stato regalato un mazzolino di mimose. Dovendo tenere l’ombrello in una mano e i sacchetti nell’altra, mi sono infilata le mimose in tutte le tasche che avevo, naturalmente avendo cura di non sciupare i fiori, inserendo in tasca solo la parte inferiore del mazzolino e lasciando fuori il resto. Alla fine giravo con: due mazzolini che spuntavano dai taschini anteriori del cappottino, altri due mazzolini (uno veramente era un mazzolone) che occhieggiavano dalle tasche esterne della borsa, più (e questo è il colmo) un mini-ramettino che, non sapendo più dove metterlo, ho ficcato nel risvolto del berretto. Mi sentivo un manifesto vivente della Festa della donna (nel suo aspetto più commerciale) e il bello è che quando sono uscita di casa non avevo la minima idea di che giorno fosse oggi.

Comunque, tornata a casa, ho riempito d’acqua due vasetti e vi ho riposto i mazzolini e mentre facevo questo li ho osservati bene e ho scoperto che in fondo le mimose non sono così brutte come sembrano. Quei “pallini” che si ritrovano come fiori sono tutti belli morbidini al tatto e composti di tutti quei sottilissimi stami, delicati e resistenti al tempo stesso, ti viene voglia di accarezzarli.
Mi sarebbe piaciuto esaminarli al microscopio ma purtroppo è andato perso nell’ultimo trasloco.

Infine ho poggiato i vasetti sul pianoforte, la cui funzione, ormai – dato che saranno mesi che nessuno di noi ci si siede per suonare – è proprio quella di ripiano su cui poggiare vasi e soprammobili vari, poverino.

Buon fine settimana a tutti!

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categoria:curiosità
mercoledì, 05 marzo 2008

SONO FELICE!

EVVIVA!

GIOIA E TRIPUDIO!

Oggi, sfidando le intemperie, sono salita su un autobus col cuore in gola. Tremavo perfino un po’.
Mentre guardavo la pioggia e il cielo plumbeo attraverso il finestrino tentavo una sorta di autolavaggio del cervello. Mi ripetevo (nella mente) cose di questo tipo (col tono che potrebbe avere Gary Cooper mentre rassicura qualche donzella spaventata):

Tranquilla, Ilaria, andrà tutto bene.
Se anche non te lo approva, non sarà la fine del mondo
(però sarebbe molto triste, aggiungeva una vocina ribelle)
C’è ben di peggio a questo mondo.
Con tutte le scemenze che è abituata a sentire tutto il giorno non si scomporrà per le tue eventuali idee balzane. Non puoi fare  nessuna figuraccia.
Coraggio.
TRA DUE ORE È TUTTO FINITO!
(questa, di solito, è l’unica frase che riesce davvero a calmarmi, assieme alla sua variante: “Tra dieci anni ci riderò sopra”).

Però non funzionavano molto.

Allora ho fatto ricorso a un’arma infallibile per scacciare la tensione: mi sono ripetuta un racconto di Nathan Englander che conosco praticamente a memoria (mi serve spesso…). Questo racconto s’intitola Il gilgul di Park Avenue* ed è la storia di un uomo, un analista finanziario newyorkese, che non si è mai interessato di religione ma un giorno, all’improvviso, si convince di essere ebreo e comincia, di conseguenza, a vivere come un ebreo ortodosso. Tutto ciò gli crea un sacco di ridicole complicazioni, soprattutto con la moglie e con il suo psicanalista, che affronta spalleggiato da un rabbino. Be’, l’incipit del racconto mi fa sbellicare e ve lo copio:

Il giorno ebraico inizia nella calma della sera, quando non sconvolgerà il sistema col suo arrivo. Così, mentre nel cielo di Manhattan brillavano tre stelle e una nuova giornata moriva, Charles Morton Luger comprese di contenere un’anima ebrea.

Ping! Fece questo rumore. Come un coltello che urta contro un vetro.

E Charles Luger seppe, senza ombra di dubbio, che dentro di lui c’era una neshama yiddish.

Non era tipo da impegnarsi in conversazioni coi tassisti, ma una cosa di quel genere si sentiva costretto a condividerla. […] La sua non era forse una vera e propria rinascita? Si trattava di un fatto speciale, questo era chiaro. Così si protese dal sedile, alzò un pugno e picchiò sul divisorio di plexiglas.

Il tassista guardò nello specchietto retrovisore.

– C’è un ebreo, – gli disse Charles. – C’è un ebreo, seduto qui dietro.

Il tassista alzò una mano e fece scivolare il vetro divisorio che sbatté rumorosamente contro la scanalatura opposta.

– È una cosa assurda, me ne rendo conto ma, vede, io sono ebreo. C’è un ebreo sul suo tassì.

– Non c’è problema. Il tassametro gira uguale per tutte le religioni –. E col dito indicò il display digitale.

Charles […] guardò Park Avenue dal finestrino, era un ebreo che osservava il mondo. I colori non gli sembrarono né più scuri né più chiari, benché i suoi occhi già cercassero, se ne rese conto, qualcuno con in testa lo zucchetto, un correligionario che lo notasse, ammiccasse, e confermasse ciò che dentro di sé già sapeva.

Il tassì rallentò fino a fermarsi davanti all’edificio dove abitava Charles, e Petey, il portiere, uscì sul marciapiede. Charles allentò il fermasoldi e sfilò un biglietto da cinquanta dollari. Allungò il braccio oltre il sedile, stringendo forte la banconota fra le dita.

– Un ebreo, – ripeté Charles, schiacciando i cinquanta dollari nella mano del tassista. – Un ebreo, qui, sul suo tassì.

Ma torniamo a me.
In qualche modo sono arrivata davanti allo studio della prof. Si tratta di quella professoressa pazza, isterica, nevrotica e bellicosa che mi terrorizzò tempo fa quando dovetti sottoporle la mia relazione di tirocinio. Oggi le ho chiesto di essere relatrice della mia tesi. Non potevo chiederlo ad altri che a lei perché tre anni fa mi sono iscritta all’università, con grande sofferenza, solo per laurearmi in letteratura per l’infanzia (e poter svolgere un lavoro conseguente). Quindi, sarei disposta anche a fare la tesi per un Orco. Solo che non era affatto scontato che lei accettasse. Primo, perché non accetta quasi nessuna tesi. Secondo, perché il tema che intendevo proporle, e che per ora resterà top secret, è audace e non molto nelle sue corde, mentre per me significa moltissimo. Non avevo intenzione di rinunciare facilmente.
Ecco perché ero così agitata.
E invece non ho dovuto combattere.
Ce l’ho fatta.
Semplicemente.
CE L’HO FATTA!
Mi sono mostrata convincente, l’ho messa spalle al muro con i miei voti (accetta di dare la tesi solo a chi ha il massimo dei voti e non è fuori corso), il mio tema lo trova originale, coraggioso e ben impostato.

Quando sono uscita da lì mi sembrava di volare. Pioggia, vento, non mi accorgevo di niente, sorridevo soltanto, avevo l’impulso di abbracciare chiunque, ho preso il cellulare (io che non lo uso quasi mai) e ho cominciato a diramare la notizia.
Poi mi sono gustata quel momento di perfezione, dopo un periodo per me così triste.
Da ogni parte del mio corpo e della mia mente è risuonato un Grazie la cui eco non si è ancora spenta.
Poi mi sono fiondata in biblioteca per recuperare nuovi libri che la prof. mi ha consigliato e quando sono tornata a casa mi sono accorta di avere dimenticato lì l’ombrello a causa dell’emozione.

Volevo condividere questa gioia anche con voi, cari amici, dato che ultimamente avete sopportato tanti post tristanzuoli!


*Gilgul: un individuo la cui anima si è incarnata ma anche un tipo dal comportamento irrazionale e un po’ stupido.

[Il libro di Englander da cui è tratto il racconto che ho citato si intitola Per alleviare insopportabili impulsi, l’edizione che ho io è Einaudi ma mi pare che ora sia stato ristampato da Mondadori. È un autore che ovviamente vi consiglio, soprattutto se amate l’umorismo intelligente]

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categoria:felicità
martedì, 04 marzo 2008

Storia ridicola di una tragedia mancata

Ogni tanto mia madre, presa da golosità, si fa comprare dei cioccolatini che poi nasconde (queste sarebbero le sue intenzioni, vane perché il “nascondiglio” lo conosciamo tutti) in un mobiletto della cucina. Anche se, appunto, quello non può più essere considerato un nascondiglio, il messaggio è chiaro: le cibarie che vi si trovano sono sue (guai a chi le tocca).

Ora è accaduto che la settimana scorsa mia madre si sia fatta comprare dei meravigliosi e scioglievolissimi cioccolatini Lindor al latte, li abbia “nascosti” e sia poi partita alla volta di Piacenza, dove sarebbe rimasta almeno fino a domenica.

Nella casa vuota, seduta alla mia scrivania, cercavo di dimenticare la presenza dei succulenti cioccolatini.

Non sono per me, intimavo a me stessa. Eppure… vi sembra giusto che una madre di famiglia sia così egoista da togliere il cioccolato di bocca ai suoi cari? A me no! Forte di questa convinzione - prima scacciata dalla mente, in seguito pian piano osservata con distacco, infine accolta con arrendevolezza prima e con determinazione poi – mi sono diretta verso il mobiletto proibito, sentendomi pienamente legittimata a questo esproprio filial-proletario (i tempi son cambiati e questo è ciò che possiamo permetterci). In realtà più che un esproprio mi riproponevo una innocua sottrazione; Se mangio un solo cioccolatino, non se ne accorgerà neanche, pensavo. E così ho fatto. Fin qui, tutto bene.
Il giorno dopo, stessa storia. L’immagine del sacchetto di cioccolatini abbandonato in un triste mobiletto ha ricominciato a tentarmi. Ne ho mangiato un altro (se anche ne mangio un altro, non se ne accorgerà).
È andata così ogni giorno, finché ormai restavano troppo pochi cioccolatini per non accorgersi delle ripetute sottrazioni, cioè del furto.

Be’, ormai li finisco; – mi son detta saggiamente – gliene ricomprerò un altro sacchetto prima che torni.

Sabato pomeriggio – mia madre era già in treno sulla via del ritorno – tranquilla e serena mi sono avviata al supermercato del mio quartiere. Approdata nella corsia cioccolatosa con la sicurezza di chi sa il fatto suo, ho scorso con tranquillità l’invitante scaffale per tutta la sua lunghezza; l’ho scorso una seconda volta con un po’ meno tranquillità; l’ho scorso la terza volta con impazienza mista a inquietudine. Non l’ho scorso una quarta volta solo perché il panico, il terrore e l’angoscia mi avevano completamente paralizzata e il sorriso serafico di pochi secondi prima era ormai irrigidito in una smorfia straziata: dei cioccolatini che cercavo, nessuna traccia. Finiti.
Non potevo neanche prendermela con gli avidi saccheggiatori che me li avevano inconsapevolmente sottratti, data la bontà dei cioccolatini stessi.
Uscita dal supermercato mi figuravo nella mente l’immagine di mia madre che quella sera stessa, dopo cena e prima di ipnotizzarsi davanti al televisore, si sarebbe diretta verso il suo mobiletto provando quel vivificante brivido di golosità all’idea di mangiarsi il suo cioccolatino, avrebbe aperto lo sportello e… sarebbe stata la mia fine. Vedevo già i titoli sui giornali del giorno dopo:

Solare professoressa uccide figlia. Il raptus scatenato da futili motivi.

Mi restava una sola speranza; provare in un altro mini-market poco distante. Ma era una speranza davvero flebile e infatti, alla prova dei fatti, si rivelò vana.
Ormai diretta verso casa, un’illuminazione mi trafisse; forse avevo ancora una possibilità.
Sono entrata nella “Bottega del caffè” come un fuggitivo che spera di avere trovato la salvezza. Con un’incontrollabile espressione di panico in volto ho chiesto alla commessa, con voce rotta dall’angoscia, se avevano i preziosi cioccolatini.

Li avevano.

L i  a v e v a n o !

Sicuramente la commessa mi avrà scambiato per una pazza o per una poveretta affetta da golosità maniacale, da come mi ha guardato, ma credete me ne importasse qualcosa, in quel momento?
Tutto quello che ho fatto è stato stringere a me il prezioso sacchetto, avviarmi verso casa con un sorriso di beatitudine in volto e riporre i cioccolatini al loro posto nel mobiletto.
Quando la sera, come previsto, la loro legittima proprietaria si è avviata verso quel mobile e ne ha aperto lo sportello, ha trovato esattamente ciò che si aspettava. Naturalmente non ho potuto trattenere una risata e le ho raccontato tutto, il che le ha sollevato un po’ il morale (in questo periodo parecchio avvilito, e a ragione).
E così, anche questa è andata. Anzi, si è risolta perfino in una buona azione…

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categoria:mia mamma, paura
sabato, 01 marzo 2008

Meglio soli che male accompagnati

Da qualche tempo ho preso l’abitudine di fare colazione al bar il sabato mattina, con la speranza che questo dolce inizio mi aiuti ad affrontare positivamente l’odioso weekend appena iniziato (come sapete, odio i fine settimana e da qualche tempo, per alcuni miei motivi personali, li odio ancora di più, mi vien da piangere solo a pensarci. L’unica consolazione è che fortunatamente un weekend dura solo due giorni).
Mi piace molto sedermi a un tavolino con una bella brioche piena di crema e un cappuccino con cui ingannare temporaneamente i miei dispiaceri. Ascolto i discorsi degli altri avventori, sorrido al barista che ormai mi conosce e mi godo il mio momento di solitudine-non-solitudine. Dopo faccio una passeggiata durante la quale di solito passo in edicola a fare il pieno di fumetti e in biblioteca a restituire i libri letti durante la settimana e a prenderne di nuovi. Il sabato mattina la biblioteca di quartiere è quasi vuota e posso aggirarmi in santa pace tra gli scaffali curiosando senza che nessuno mi metta fretta. È un vero piacere. Poi torno a casa e mi metto a studiare o lavorare ai miei fumetti.

In questo periodo non ho voglia di vedere un bel nessuno. Lunedì devo per forza incontrarmi con un’amica (non posso più rimandare) e mi sembra già una fatica terribile. So che è una brutta cosa ma non riesco a oppormi. Ieri qualcuno mi ha fatto notare come si può essere soli (come sono sola) in una città, senza neanche un animale a tenerti compagnia, e infatti può essere così. Per quanto mi riguarda, c’è un’unica persona della cui compagnia non mi stancherei mai ma naturalmente è proprio l’unica persona che riesco a vedere poco, troppo poco.
A questo proposito mi viene in mente or ora una lunga serie di proverbi:

Chi s’accontenta gode.
Poco è sempre meglio di niente.
Chi troppo vuole nulla stringe.
Eccetera.

[Vi ho mai detto che io, la prima della classe nei temi, ho completamente cannato il tema dell’esame di maturità perché – inspiegabilmente – l’ho infarcito di proverbi? Io che non uso mai proverbi e cerco di evitare i luoghi comuni? Cosa avrò mai voluto dire?]

Mentre ero al bar, stamattina, mi compiacevo dell’avere appena appreso che mia sorella era atterrata a Nairobi sana e salva; un tempo mi preoccupavo di saperla da sola in giro per il mondo, ora mi basta sapere che ha i piedi per terra per sentirmi tranquilla; saperla per aria su un aereo mi angoscia un po’, benché io stessa abbia preso parecchie volte l’aereo senza particolari patemi: i criteri con cui giudichiamo le cose vengono forzati e plasmati dall’esperienza e dalle piccole sfide quotidiane, per questo non sono solita esprimere condanne o giudizi definitivi, tranne in alcuni casi generali e mai sulle persone (se mai sui comportamenti), ma oggi è diverso, oggi ho una condanna bella e buona che mi brucia dentro ed è senza appello. Mi torna in mente e mi inquina la colazione, la serenità e il pensiero che stavo dedicando a mia sorella e alla sua gioia di riabbracciare il fidanzato che l’aspettava in aereoporto. Penso a lei e mi viene in mente quanto assomiglio a mia zia, la mia zia Nena, in questa sua preoccupazione ogni volta che qualcuno di noi partiva per un viaggio, in questo suo essere un po’ chioccia (il che, per certi versi, cozzava col suo carattere indipendente e libertino) e voler sempre tenere la famiglia unita, unita proprio fisicamente, tutti vicini, nello stesso posto, solidi, tranquilli, visibili. Sorrido perché penso a come spesso siano i difetti delle persone, più che i pregi, a rendercele più care, ad accompagnare il loro ricordo con un sorriso (e non solo quando sono morte ma anche da vive), forse perché sono proprio i difetti, i piccoli tic, le fisime, a caratterizzarci maggiormente, a svelarci fragili, umani e simpatici.

Alcuni difetti.

Perché poi ti capita di scontrarti con dei difetti che invece svelano solo la durezza di cuore, la disumanità di una persona, l’insindacabile antipatia.

Come quando annunci a un’amica di tua zia – una persona verso la quale lei ha sempre nutrito una profonda simpatia, una predilezione a volte perfino irritante, ma lei era fatta così, si entusiasmava tantissimo per certe persone e non sempre era chiaro il perché, come in questo caso – che la zia è morta e lei ti risponde che ora finalmente tutti noi, soprattutto la nonna, che ha dovuto sopportarla per tutta la vita, ci siamo liberati di un grosso peso.

(mia zia zoppicava un po’ a causa di una poliomielite avuta da bambina, e negli ultimi anni era costretta su una carrozzina; niente di grave, era autosufficiente, ma per questa donna tale situazione rappresentava una catastrofe: anche quando la zia era viva e vegeta lei ogni tanto, maleducatamente, ci diceva, sottovoce, che chissà quanti sacrifici ci toccava fare a causa della condizione di mia zia. Inutile spiegarle, anche visibilmente indignati, che non c’era niente di così drammatico, il dramma – se dramma era – lo viveva se mai mia zia, non certo noi)

Se è vero che dal letame nascono i fior (sì, nel tema di maturità credo di aver inserito anche qualche verso di canzone; forse i proverbi e le citazioni banali mi vengono in mente quando sono nervosa, quando sono arrabbiata e angosciata; forse ora comincio a capire lo strano comportamento di allora), quella donna è ancor peggio del letame. Credo che in natura non esista niente a cui possa essere paragonata. Ma veramente niente. E a dire così, io che sono sempre piena di cautele, non mi sento in colpa neanche un po’. Sapete cosa vi dico, per concludere in bellezza? Meglio soli che male accompagnati!

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categoria:crudeltÃ