domenica, 25 maggio 2008

Dio, ti ringrazio per avere creato B.B. King

Questa è l’ispirata preghiera che mi sale dal cuore, dal corpo e dalla mente ogni volta che ascolto, ballo, canto, vivo la musica del mio amato B.B. King.

06-142g

Ascolto e amo tutto ciò che è blues, da quello più tradizionale (direttamente dai campi di cotone di cent’anni fa...) a quello contemporaneo. Il blues è la mia musica del cuore, il Delta del Mississippi il mio locus amoenus emotivo.
E in tutto ciò, B.B. è sempre e comunque una spanna più su di tutti gli altri.

 

bbkingMi emoziono con Mozart, “soffro” con i Radiohead, mi “spappolo” con Vasco, mi consolo con i Mercury Rev, ascolto classica, rock, pop, qualche italiano. Ascolto pure il canto gregoriano, la musica medioevale e quella rinascimentale.

Ma B.B. è l’unico che mi prende, mi solleva e mi fa volare.

Quando sono felice amplifica la mia gioia e la trasforma in giubilo. Quando sono triste o stritolata dall’ansia (come oggi, che non so perché mi è venuta un’ansia generalizzata strizzabudella) mi toglie il peso dal cuore e lo scioglie in leggera ebbrezza.

Ascoltare B.B. King è la mia piccola grande benedizione a portata di mano.

The King of the Blues quando canta e suona con la sua Lucille (la sua amata chitarra) è gioia pura, si sente proprio la felicità di vivere che ha nel cuore, me la sento scorrere nel corpo, mi sento esplodere i sensi, le emozioni e lo spirito tutti insieme. Vicina alla terra e vicina al Cielo. Per me è il massimo. Grazie B.B., che Dio ti benedica sempre.

Questa è una pura, esaltata, appassionata dichiarazione d’amore. Quando ci vuole ci vuole!

bb_king

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categoria:musica, amore
venerdì, 23 maggio 2008

L’intercultura applicata agli affari

In questi giorni partecipo a un seminario/laboratorio sul tema dell’intercultura (esaminato però attraverso un approccio critico). Gli orari sono un po’ pesanti: dalle otto del mattino alle sei e mezzo di sera più tutta domani mattina, però mi sta piacendo perché facciamo anche giochi di ruolo (alcuni divertententissimi, e mi piace una volta tanto non essere io a organizzarli per gli altri!) e c’è un clima nel quale si riesce a esprimere le proprie opinioni (anche quando un po’ controcorrente) senza venire sbranati o guardati male.
Il professore che tiene il seminario è davvero in gamba: non fa la solita lezioncina buonista, fumosa e “progressista” cui sono abituata, è realmente super partes e professionale e ogni tanto ci sorprende sconvolgendo un po’ le acque. Vive e lavora da quindici anni in Germania e parla con uno strano accento; a volte non gli vengono le parole giuste in italiano, abituato com’è al tedesco, e usa il tedesco, l’inglese o degli strani calchi da queste lingue, inesistenti nella lingua italiana, il che me lo rende assolutamente simpatico (la comprensione è facilitata comunque dal fatto che gran parte dei termini tecnici delle scienze sociali sono direttamente mutuati dalla lingua inglese e dunque costituiscono un gergo internazionale che ci unisce tutti in questa grande avventura della comprensione reciproca). Aggiungendo che il prof. sorride sempre, ha un tono di voce morbido e uno sguardo accogliente e dolce, capirete che non mi stanco di passare l’intera giornata chiusa in un’aula universitaria.

Ecco a voi due curiosità divertenti tra le tante cose apprese e discusse in questo seminario.

Il prof. ci ha spiegato che tra un’automobile utilitaria e una di lusso ci sono differenze che riguardano per es. anche l’odore (in una macchina di lusso si deve respirare profumo di pelle, di cuoio, di materiali raffinati) e l’isolamento acustico (la macchina di lusso dev’essere silenziosa al suo interno, isolata dal caotico e volgare mondo esterno); alcuni anni fa le vendite della porsche in Germania hanno subìto un calo. Gli analisti hanno cominciato a studiare il caso e sono giunti a questa conclusione: l’isolamento acustico di cui la macchina era fornita era talmente elevato da attutire tantissimo il rombo del motore, che in pratica non si sentiva; e qui sta il punto: siccome gli acquirenti di questo tipo di automobile sono prevalentemente maschi e per quel genere di target è importante sentire la potenza del motore, il fatto di non ascoltare quel micidiale broom broom prodotto dalla irresistile forza del proprio piede premuto sul pedale dell’acceleratore scoraggiava l’acquisto dell’automobile. Cos’hanno fatto allora i costruttori? Hanno inserito all’interno dell’abitacolo un altoparlante collegato al motore, coicché i rumori esterni restavano isolati ma il rombo del motore si percepiva forte e chiaro, mandando in estasi il guidatore fiero della propria virile potenza.

Dato che il pubblico del seminario è prevalentemente femminile, vi lascio immaginare le risate e i lazzi di compatimento rivolti all’esiguo numero di uomini presenti in sala (i quali, tra l’altro, non appartengono certamente al novero degli aspiranti acquirenti di macchine sportive e purtuttavia hanno subìto i nostri scherni in silenzio e con dignità, senza rinfacciarci le stupidità analoghe ma di diverso tipo nelle quali caschiamo noi donne)…

Quest’altra curiosità mi fa venire in mente in particolare Marcello, perché è il suo genere di humour:

come avrete già intuito dalla precedente spiegazione, l’interculturalità è molto utilizzata anche dalle aziende per condurre al meglio i propri affari: se si tratta di dover vendere duecento televisori in Cina o in Spagna o Chissàdove, bisogna conoscere le abitudini, gli stili di vita (e di acquisto), i valori delle culture presso cui si vuole pubblicizzare e vendere determinati prodotti. Per questo, vengono svolti nelle aziende costosissimi corsi. Ed ecco la curiosità: si è notato che i manager tedeschi, nelle riunioni di lavoro, vanno subito al punto, senza perdersi in convenevoli vari. In Spagna, invece (e in generale nell’Europa del sud), prima di iniziare incontri di lavoro si crea un’atmosfera amichevole (ci si chiede come va, come sta la mamma, tutto bene a casa eccetera). I primi appartengono a una cultura più pragmatica e funzionale, i secondi a una più affettiva (così l’ha definita il prof.). Ora, dato che – ricordiamolo – lo scopo di questi incontri è vendere e concludere affari, a un certo punto è successo che ai manager tedeschi, prima che andassero in Spagna, è stato spiegato che dovevano essere più calorosi, introdurre le riunioni con un po’ di chiacchiere e convenevoli; gli spagnoli, dal canto loro, avevano appreso in un apposito corso d’aggiornamento che, incontrando i tedeschi, avrebbero dovuto essere diretti e pragmatici: niente smancerie e dritti al nocciolo. Così, quando l’incontro è finalmente avvenuto, i tedeschi facevano gli “spagnoli” e gli spagnoli si comportavano da “tedeschi”. Saranno poi riusciti a concludere quel benedetto affare?

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categoria:curiosità, uomini al lavoro
domenica, 18 maggio 2008

Ci sono...

Che fatica. Mi sento stretta in un tunnel del quale però comincio a vedere abbastanza chiaramente, benché da lontano, l’uscita: quel piccolo puntino luminoso che pian piano – se procedo – si allargherà, si farà più caldo e splendente fino a che, raggiuntolo e passata oltre, tutto il percorso precedente mi sembrerà di colpo lontano e non poi così terribile e potrò fermarmi un po’ a respirare godendo di un attimo di orgoglioso compiacimento. Questa immagine mi sta tenendo in vita perché sono stanca… stancastanca. Però felice della mia vita, s’intende.
Non ho neanche la forza di scrivere. Volevo solo dire che sto benino anche se ho poco tempo per i blog…

Buona settimana a chi passa di qui! 

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lunedì, 05 maggio 2008

L’indirizzo ce l’ho…

[rintracciarti è un gran problema…]

Sono reduce da un tremendo stress, adesso mi sfogo, così vi spiego anche come sia possibile peggiorare una situazione mentre si sta cercando di migliorarla… eh eh, io, modestamente, sono una specialista in questo genere di cose!

Dovete sapere che i membri della mia famiglia non sono accomunati da niente se non dall’affetto reciproco e da una profonda avversione verso l’automobile. Mia madre ha la patente ma non l’ha mai usata, mia sorella ce l’ha ma non guida quasi mai, io non ho la patente. L’unico motorizzato è mio padre, il quale però odia guidare e usa la macchina solo quando è assolutamente costretto. In pratica, l’automobile viene utilizzata per piccoli percorsi ben conosciuti (tipo per accompagnare mia madre alle visite mediche o al centro commerciale) e, una volta l’anno, per andare a Riccione.
Per tutti gli altri spostamenti vengono usate le gambe, la bicicletta e i mezzi pubblici. E viviamo benissimo.

MA… l’imprevisto può sempre capitare! E, quando capita, mio padre rischia il collasso, l’infarto e la morte sul colpo. Ecco perché di solito l’unica a infliggergli tali colpi è mia madre – con le sue pretese di essere accompagnata dappertutto – mentre io e mia sorella abbiamo pietà e ci organizziamo in altro modo, anche a costo di percorrere itinerari scomodissimi e arzigogolati con i mezzi pubblici nonostante in automobile impiegheremmo un terzo del tempo. Pur di non vedere mio padre strangolato dall’angoscia sono pronta a sacrificarmi (o a prendere la patente, incubo che prevedo di dover affrontare a breve).

Anche stavolta ho cercato in ogni modo di evitare il ricorso al mio povero genitore ma purtroppo non ci sono riuscita. Non sto tanto bene e ho dovuto prenotare con urgenza delle analisi del sangue. Pensate che in tutta Bologna e provincia non c’è posto fino al 12 maggio! Siamo tutti molto controllati a livello di salute, devo pensare… L’unico posto libero era mercoledì (dopodomani) a Bentivoglio, un paese della provincia. Messa alle strette, ho prenotato l’appuntamento, pensando: male che vada prenderò una corriera. Ma poi ho scoperto che le corriere passano a orari assurdi, e io mercoledì devo anche andare a Rimini, quindi era impossibile ricorrere alla corriera e perfino un amico che si era reso disponibile ad accompagnarmi ha scoperto di avere un impegno proprio mercoledì, quindi… mi son sentita morire.

Ho perso mezza mattina a trovare su internet tutti gli itinerari più facili e lineari per arrivare a Bentivoglio, dopodiché, armata di cartine, mappe stradali, satellitari e astrali, ho bussato allo studio del mio ignaro padre e, esordendo con un
– Papi, non preoccuparti, è tutto programmato e facilissimo! –, gli ho poi comunicato la ferale notizia.

Sbiancamento improvviso del volto, contrazione dei lineamenti in una maschera d’angoscia, espressione spersa all’idea che proprio io – la figlia che non lo mette mai in questi guai – lo gettassi in un simile incubo…

Superato lo shock, gli ho indicato, col dito sulla mappa e con mille spiegazioni dettagliate, il percorso nel modo più preciso e rassicurante; gli ho garantito che sarò un Secondo impeccabile, aguzzando la vista per individuare i cartelli direzionali a grande distanza (farò finta di non essere miope!) in modo da comunicargli con largo anticipo quando deve svoltare (perché fondamentalmente è questo il suo problema, quello di trovarsi sperduto in un dedalo di strade sconosciute a riflettere su dove svoltare mentre una fila di automobilisti impazienti strombazzano e lo mandano a quel paese per la sua indecisione); gli ho ricordato che io, al contrario di mia madre, non gli metto ansia, comprendo il suo blocco psicologico (è normalissimo avere un blocco psicologico!, ho garantito) e che se anche sbagliassimo strada o ci ritrovassimo ad affrontare trenta volte la stessa rotonda o a dover rientrare in tangenziale per dieci volte per non avere imbroccato l’uscita giusta non mi scomporrei minimamente, non ci sarebbe nessun problema, arriviamo quando arriviamo, non ci corre dietro nessuno… be’, alla fine mi sembra che si sia calmato. Sono io che ora sono ansiosa, agitata e angosciata! Tutto ciò mi ha messo in una situazione di stress incontrollabile e, stando già poco bene, lo stress è la prima cosa da evitare, nel mio caso. Quindi, col senno di poi, traggo la conclusione che sarebbe stato molto meglio pazientare e prenotare gli esami il 12 ma stando col cuore tranquillo, piuttosto che riuscire a fissarli presto ma creando tutto questo scombussolamento psicologico a mio padre, scombussolamento che, come un boomerang atomico, si è completamente ripercosso su di me perché mi è dispiaciuto averlo messo in ansia e perché lui mi ha trasmesso tutta quella tensione.

Bene, ora spero di calmarmi (e spero anche di arrivare mercoledì alle 8,15 all’ospedale di Bentivoglio… spero di non trascorrere quella mattina dispersa nella pianura padana con un padre fuori di testa rinchiusi nella nostra povera e innocente Punto).

Una cosa è certa: a mio padre occorrerebbe un navigatore satellitare, ma usando così poco l’automobile mi pare una spesa inutile, tuttavia, dopo questo episodio, ci faccio davvero un pensierino.

Voi avete qualche blocco psicologico? Vi auguro di no!

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categoria:paura
giovedì, 01 maggio 2008

Uomini e cani

L’amore per gli uomini che si attribuivano gli amanti dei cani gli appariva smentito dall’odio con cui lo negavano agli altri. E conosceva la loro insofferenza verso il visitatore impaurito dalla festosità dei latrati: quando sacrificavano l’essere più inerme, cioè il visitatore, imponendogli, se non di ricambiarla, almeno di subirla; e anziché frenare l’aggressività dell’animale, chiedevano all’ospite di vincere la paura. L’idea di legare il cane o di richiuderlo momentaneamente in una stanza non rientrava nell’orizzonte delle loro possibilità. E se l’ospite pallido la suggeriva, lo guardavano costernati, considerandola offensiva per la dignità dell’animale. A questo punto l’ospite ritornava a essere quello che il suo nome significava all’origine: il nemico. O si arrendeva ai latrati o si rivelava intollerante. Quanto all’esito di una scelta tra lui e l’animale non sussistevano dubbi: Almeno nell’intimo delle persone che si giudicavano sensibili.

G. Pontiggia, La grande sera

 
Due giorni fa, a Rimini, apprestandomi a entrare in ufficio, la mia collega mi avvisa che vi troverò un cane.
– Ma è buonissimo, non preoccuparti –, aggiunge.
Io invece mi preoccupo e infatti non faccio in tempo ad aprire la porta che il cane è già lì che scodinzolando mi si fa incontro, sicuramente con buonissime intenzioni, questo lo so ma non mi conforta. Non amo il contatto con gli animali (tranne chiocciole e cavalli), non ci sono abituata, sono schizzinosa e non credo nella bontà (né nella cattiveria) di codeste bestiole.

La mia teoria è: amici, ma a debita distanza.

Invece Filippo (così si chiamava questo cane grosso, dal pelo medio-lungo di color beige) non ne voleva sapere granché, della debita distanza. Abbiamo passato i primi minuti io a scappare e lui a inseguirmi intorno al tavolo finché la povera bestia non ha capito che proprio non ne volevo sapere di lui e – forse un po’ offeso?, penserebbe qualcuno – si è infine accoccolato a terra voltandomi le spalle con ostentazione e grande dignità.

– Senti, Filippo, devi scusarmi – mi sono ritrovata a dirgli (e non credevo alle mie orecchie) – non è niente di personale, credimi, tu sei sicuramente un cane fantastico perciò potrai compatire il mio cuore di pietra –.
Così dicendo mi sono messa al computer a lavorare. Il colmo è stato quando, essendo la mia collega uscita, sono rimasta completamente sola in compagnia di Filippo, il quale ogni tanto si risvegliava dal suo torpore abbaiando forte per qualche secondo e poi ritornando a tacere.

Immaginate il silenzio totale di una libreria deserta, interrotto a sorpresa dai poderosi latrati di un cane: il mio cuore è stato messo a dura prova, a ogni “risveglio” di Filippo facevo un balzo sulla sedia e emettevo un urletto di sorpresa, seguito da una risata (insomma, la cosa, vedendola dall’esterno, mi faceva anche ridere).

All’ora di pranzo le mie colleghe mi hanno telefonato per dirmi di raggiungerle al bar in piazza. Il cane doveva restare lì da solo, poverino. Al ritorno, dopo quasi due ore, Filippo era ancora lì, calmo e tranquillo. Davvero un bravo cane.

Sapete, io questa storia del “Non preoccuparti, è un cane buono” non la sopporto.
Prima di tutto noi non sappiamo cosa passa per la testa di un cane e non siamo in grado di prevedere i suoi comportamenti né possiamo presuntuosamente attribuirgli sentimenti umani.
Secondo, a una persona che nutre timore o diffidenza verso i cani, i cani sembrano tutti cattivi.
Terzo, buono o cattivo che sia, se voglio che il tuo cane mi stia alla larga, devi ascoltarmi (potendo) oppure persuadermi con gradualità, non impormi la belva perché è buono.

Una volta ho visto un tipo che spiegava con grande cura al suo cane che bisogna attraversare la strada sulle strisce pedonali guardando prima da una parte poi dall’altra. Povero cane.

Quando ero ragazzina c’è stato un periodo della mia vita in cui ero perennemente inseguita dal cane dei vicini di casa, il quale, appena adocchiava un bambino qualsiasi del caseggiato, si slanciava ringhiando alle sue calcagna con pessime intenzioni (non stupiamoci delle medaglie che vinsi in quel periodo nelle gare di corsa tra le scuole). Era tremendo voltarmi in corsa e scorgere, con la coda dell’occhio, le sue fauci a mezzo millimetro dal mio fondoschiena e – magari già al terzo o quarto giro dell’intero porticato – sentire il cuore sul punto di scoppiarmi in gola, le gambe cominciare a cedere e pensare: se mollo mi morde!, e allora percepire la cosiddetta forza della disperazione (esiste, altroché se esiste) sgorgare insospettata da qualche recondita profondità del mio corpo e restituire vigore alle gambe e lucidità alla mente, tanto da riuscire perfino ad accelerare o ad avere quel guizzo che mi permetteva di spiazzare momentaneamente la belva così da guadagnare quel terreno prezioso che mi avrebbe consentito forse di mettermi al riparo. La salvezza consisteva o nell’intervento dei padroni, accortisi finalmente di quanto stava accadendo, o nella fortuna che qualche inquilino uscisse dal portone nel momento in cui vi sfrecciavo davanti, in modo da potermici rapidamente infilare lasciando il cane fuori. Tutto ciò è durato anni.

Per fortuna, i padroni di quel cane non lo hanno mai definito buono

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categoria:crudeltÃ