domenica, 25 maggio 2008

Dio, ti ringrazio per avere creato B.B. King

Questa è l’ispirata preghiera che mi sale dal cuore, dal corpo e dalla mente ogni volta che ascolto, ballo, canto, vivo la musica del mio amato B.B. King.

06-142g

Ascolto e amo tutto ciò che è blues, da quello più tradizionale (direttamente dai campi di cotone di cent’anni fa...) a quello contemporaneo. Il blues è la mia musica del cuore, il Delta del Mississippi il mio locus amoenus emotivo.
E in tutto ciò, B.B. è sempre e comunque una spanna più su di tutti gli altri.

 

bbkingMi emoziono con Mozart, “soffro” con i Radiohead, mi “spappolo” con Vasco, mi consolo con i Mercury Rev, ascolto classica, rock, pop, qualche italiano. Ascolto pure il canto gregoriano, la musica medioevale e quella rinascimentale.

Ma B.B. è l’unico che mi prende, mi solleva e mi fa volare.

Quando sono felice amplifica la mia gioia e la trasforma in giubilo. Quando sono triste o stritolata dall’ansia (come oggi, che non so perché mi è venuta un’ansia generalizzata strizzabudella) mi toglie il peso dal cuore e lo scioglie in leggera ebbrezza.

Ascoltare B.B. King è la mia piccola grande benedizione a portata di mano.

The King of the Blues quando canta e suona con la sua Lucille (la sua amata chitarra) è gioia pura, si sente proprio la felicità di vivere che ha nel cuore, me la sento scorrere nel corpo, mi sento esplodere i sensi, le emozioni e lo spirito tutti insieme. Vicina alla terra e vicina al Cielo. Per me è il massimo. Grazie B.B., che Dio ti benedica sempre.

Questa è una pura, esaltata, appassionata dichiarazione d’amore. Quando ci vuole ci vuole!

bb_king

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categoria:musica, amore
mercoledì, 20 febbraio 2008

Margini

naufragio_speranza


A volte mi si sgretola il terreno di sotto ai piedi e in qualche modo, affrontando la sospensione tra uno strato e l’altro, mi riassesto su qualche nuova certezza e ricomincio a definire i margini.
A volte margini che racchiudono solitudine, altre volte amore.
Ma sempre contengono sofferenza.
Per anni ho soffocato il mio cuore e poi l’ho lasciato libero, giustificandomi, in entrambi i casi, con una favola diversa che però finiva sempre bene.
Quando sono stata troppo amata mi sono sentita oppressa ma anche essere una ruota di scorta, una cosa superflua, a volte è difficile da accettare.
L’amore è un coltello puntato contro di me. A ogni brivido di gioia mi scolpisce una ferita, un vuoto che non guarirà mai.

 
P.S.: nonostante le apparenze, questo non è né vuole essere un post demoralizzante. Esprime solo uno stato d’animo che chiunque può provare in certi momenti e che, quando si perdono pezzi (e vivere è perdere pezzi, dal mio punto di vista), si affaccia prepotente alla mente e al cuore…

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categoria:amore, morte
martedì, 15 gennaio 2008

Gentlemen canterini

Oggi ho pensato che se anche, per caso, ne avessi l’opportunità, non sposerei mai un cantautore, per un milione di buoni motivi ma soprattutto perché, in caso di tradimento da parte sua (atto già in sé terribile, atroce, ferale e umiliante – non so se mi sono spiegata! - ) non vorrei poi vedermi anche svergognata davanti a tutto il Paese; perché non so se avete notato l’esistenza di questa curiosa regola: ogni comune marito è pronto a negare fino all’inverosimile l’avvenuto tradimento, e di certo non lo pubblicizza; il cantautore invece ci scrive su una canzone, ufficialmente per chiedere perdono ma nella quale, tra le righe, si giustifica e si glorifica, presentandosi alla fine come uomo sensibile, romantico e innamorato. Il cantautore sente questo incoercibile bisogno di informare il mondo della sua spregevole azione, facendola passare per il contrario di ciò che è, e così facendo si sente anche particolarmente buono e meritevole in automatico di perdono, se non di santificazione. Che la povera moglie venga in tal modo ulteriormente tradita e umiliata non gli passa neanche per la testa; del resto lui sarà troppo occupato a rilasciare interviste sull’argomento e scalare posizioni in classifica (di solito questo tipo di canzone piace tantissimo, soprattutto alle donne - vai a capire perché - e quindi stravende). Alla fine pretenderà pure di essere ringraziato

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categoria:musica, amore
venerdì, 04 gennaio 2008

C’est une chanson qui nous ressemble

E dopo avervi narrato il triste epilogo di un anno invece felice, vi dirò cosa ci facevo alle ore nove del mattino, pedalando per una Bologna meravigliosamente fredda e deserta, una città silenziosa e addormentata in modo quasi irreale, il primo gennaio di quest’anno nuovo di zecca. Avevo dormito poco meno di tre ore, accartocciata su un divano, dopo essermi esibita in vari giochi di società. Mi ero alzata e, raccattando a casaccio le mie cose, scavalcando corpi addormentati, salutando il padrone di casa che comunque non si è svegliato, sono uscita in strada e, salita in bici, mi sono diretta come una sonnambula verso la stazione.
Avete mai avuto un colpo di sonno in bicicletta? Io sì.
Arrivata in stazione, ho parcheggiato la bici pregando con ardore di ritrovarla lì (intatta) al mio ritorno e di lì a poco mi sono ritrovata sul treno regionale, diretta a Piacenza, dove mi sarei riunita a tutta la mia famiglia.

Piacenza: nonna e prozia, infanzia, calore, parenti strampalati, resti di un mondo ormai vinto.
A Reggio Emilia è salita mia sorella, con la sua chitarra e il suo sacco a pelo, il suo sorriso di chi sta bene nel mondo.
Mi lasciavo cullare dal rumore del treno, lungo questo percorso che conosco a memoria, desiderando e temendo il mio ingresso in casa. La mia prozia non è più lucida, ormai, e cercavo di immaginare cosa avrei provato trovandomi davanti a una persona che mi ha sempre amata più della sua stessa vita e che ora non mi riconosce più.

A volte provo il desiderio di morire prima dei miei cari, anche se d’altra parte non vorrei morire mai.

Poi, come sempre, la forza delle abitudini - quella ritualità familiare che a volte si odia e altre volte ci protegge come una coperta calda dagli urti del mondo – ha reso tutto più facile: trovare mia nonna, benché stanca, in attesa sulla soglia, sorridente, come sempre; sprofondare nel suo abbraccio, avvolta nel suo profumo; rivedere gli ambienti familiari - il salone sempre perfetto, immobile nel tempo – e correre con gioia lungo il corridoio verso la saletta, per abbracciare mia zia, come al solito: trovarmela davanti, seduta sulla sua poltrona, chinarmi verso di lei e baciarla come ho fatto per tutta la vita. Sì, mi riconosceva a sprazzi (o meglio, intuiva che fossi una di famiglia) ma era felice di essere abbracciata, perché lei per tutta la vita ha sempre goduto moltissimo nel ricevere baci e abbracci; da persona espansiva e passionale qual è, in una famiglia invece piuttosto contenuta dal punto di vista delle effusioni fisiche, ci ha sempre affettuosamente rimproverato di essere poco affettuosi.

Non è che si riuscisse a fare discorsi molto logici, ma a parlare, sì. E l’aspetto è sempre il suo, le sue espressioni, il suo modo di guardare e sorridere. È sempre la mia cara zia Nena, insomma.
Dopo il pranzo tradizionale tipicamente piacentino, sono arrivati gli altri zii, compreso lo zio “artista” con un registratore.
A un certo punto, mentre cantavamo tutti insieme alcune vecchie canzoni francesi, ho sentito mia zia cantare anche lei; sempre stonata come una campana, ma le parole erano giuste, e il sorriso inconfondibilmente suo.

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categoria:amore, feste, prozia
domenica, 23 dicembre 2007

Aggiornamenti

In questi giorni di assenza dal blog sono successe tante cose. Intanto, mi sono riposata per bene: studiando sodo, immergendomi in letture di piacere, ascoltando musica, cantando, passeggiando, scrivendo, godendo ogni tanto della compagnia di amici e tenendo il computer rigorosamente spento. Credo che il pc mi ricordi troppo il lavoro, accenderlo anche solo per venire sul blog mi dava la nausea e i crampi allo stomaco (non metaforici). Insomma: assenza giustificata...

La notizia più bella è che giovedì sera, dopo cinque mesi di assenza dal patrio suolo, è tornata la mia sorellina Linda, direttamente dal Kenya. E, notizia ancor più bella, è tornata felice, contenta, soddisfatta come raramente mi è capitato di vederla. Sono stati cinque mesi in cui si è trovata da sola ad affrontare situazioni di tutti i tipi, è riuscita a lavorare presso la redazione di un giornale keniota (ha una rubrica tutta sua che manterrà anche da qui) e soprattutto (squillino le trombe) era partita zitella ed è tornata fidanzata! Con un giornalista africano conosciuto proprio presso il giornale per cui ha lavorato. Ha già conosciuto tutta la sua numerosa famiglia e ha passato gli ultimi tempi ospite a casa sua. Che dire? I due fanno sul serio, lei è già pronta a fare la spola tra Italia e Kenya e siamo tutti felici (compreso mio padre, nonostante un semi-collasso iniziale, a notizia appena ricevuta).

Riguardo a me, dato che peggioravo di giorno in giorno e non riuscivo a contattare il mio medico specialista, ho optato alfine per un blitz in ospedale. Sono riuscita a farmi visitare al volo, a ricevere una giusta sgridata (dovrei fare gli esami del sangue ogni due mesi ed era da quasi un anno che li evitavo, stando bene…) più una terapia d’emergenza in attesa dei risultati degli esami. Mi sento meglio e ho già provveduto a recuperare i chili persi grazie all’aiuto di mia nonna che ha incentivato la sua già notevole produzione di tortellini e dolci (non sopporto quando mi si contano le costole a occhio nudo, grrr!). Ieri mattina sono andata a ordinare la torta per il mio festeggiamento di domani: una meringata con tanta panna e cioccolato.

Ieri non ho resistito e ho scartato in anticipo un regalo: un manuale per imparare a giocare a scacchi. Credo che domani o dopodomani riceverò anche una scacchiera perché è dall’estate scorsa che urlo ai quattro venti che voglio imparare a giocare a scacchi.

In questi giorni però mi sono sentita un po’ egoista; sto così bene a leggere e studiare che non mi dispiacerebbe poter passare tutta la vita così. A volte (anzi, spesso) preferisco restare a godermi la compagnia di un libro anziché uscire con amici. D’altra parte, sento anche il bisogno di condividere con altri ciò che leggo, penso, sono. Che senso avrebbe tenersi tutto dentro? In me c’è un lato solitario e intangibile e un altro amichevole e socievole. È una vera fatica riuscire a integrarli e infatti non credo di riuscirci molto, se non, spesso, forzandomi. Voi come ve la cavate con questo dissidio (se lo vivete)?

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categoria:amore, malanni
mercoledì, 14 novembre 2007

Non tutte le cose insensate non hanno un senso

Mi fa sempre una certa impressione vedere persone che fanno jogging in strade molto trafficate (per esempio sulla via Emilia, su marciapiedi stretti, schivando cassonetti della spazzatura e mamme con passeggini). Non mi sembra molto salutare respirare freneticamente tutto quello smog. Mi sembra quasi più sano starsene in panciolle su una poltrona; magari non dimagrisci ma risparmi i polmoni. Quando poi passeggio nel grande parco vicino a casa, regno di tutti i joggers del quartiere, costantemente incalzata dal fiatone e a volte dal rantolio di qualche corridore che sopraggiunge alle mie spalle, magari panciuto e anzianotto, come spesso capita, provo quasi una sofferenza fisica io per loro. Mi immedesimo troppo.

Non mi piace correre, corro solo per troppa felicità o per troppo dolore; di solito quando provo un’emozione molto forte – positiva o negativa – siccome non riesco a parlare mi metto a correre e se qualcuno mi cronometrasse forse scoprirei di battere qualche record…

Vedere queste persone correre mi ricorda quando da ragazzina mi allenavo per la corsa campestre. Ero molto brava, ogni anno partecipavo alle gare e di solito arrivavo sempre, tappa dopo tappa (distrettuali, comunali, provinciali), fino alle gare regionali (piazzamento migliore: prima, medaglia d’oro; una sola volta, però).
Io correvo e vincevo per compiacere mio padre e in parte il mio prof. di educazione fisica, che contavano su di me.

Personalmente mi sembrava assurdo fare tanta fatica per ottenere il poco appetibile titolo di studentessa più veloce della regione Emilia Romagna.

Quando arrivava ottobre sapevo che la tortura avrebbe avuto inizio; la corsa campestre è una gara di resistenza, quindi è proprio molto faticosa. Si corre nell’erba e questo aumenta la fatica, secondo me (magari scientificamente non è vero). Si arriva al traguardo stravolti.

Ma siccome mio padre era un corridore fallito di corsa campestre (a partire da quando io azzardai i primi timidi passi cominciò a raccontarmi, con toni epici, delle sue tremende gare, in cui lui arrivava sempre rigorosamente ultimo – una volta a più di mezzora dal primo – e stremato, ma arrivava) sua figlia doveva almeno provare a riscattarlo. Perciò, a partire da ottobre, io e lui (lui col cronometro in mano) uscivamo da casa, arrivavamo al parco e io cominciavo a correre in tondo per tutto il perimetro del parco, senza scopo (così mi sembrava), con spirito di sacrificio, però quando correndo gli passavo di fianco e magari stavo tenendo un buon tempo e vedevo mio padre sorridere orgoglioso… Dio, che carica mi sentivo dentro, mi sentivo dentro quell’emozione forte che sola, ancora oggi, mi fa correre d’impeto; potevo anche essere stanca ma vedendo mio padre che quasi non si teneva dall’entusiasmo di vedermi correre, acceleravo, non sentivo più niente – né dolore né insensatezza – sentivo chiaramente tutta la mia esistenza concentrarsi in quel sentiero d’erba da percorrere più veloce che potevo fino alla fine.

In gara era lo stesso. Certo, tra il pubblico c’erano i miei compagni che facevano il tifo per me; c’era il mio prof; ma era per mio padre che correvo. Seguivo tutte le sue istruzioni: concentratissima alla partenza, partivo lenta, lasciandomi superare dai corridori più avventati (e inesperti); guardavo solo i miei piedi, senza confrontarmi con nessuno; poi, a partire da metà corsa, gradualmente ma inesorabilmente cominciavo ad accelerare, superando i corridori di prima, già spompati. Poi cominciava la fatica, il fiato corto, la gola che bruciava, fino al momento cruciale in cui mi assaliva la voglia di lasciar perdere, di rallentare, di rassegnarmi. Era lì che vedevo mio padre nella mia mente. E allora mi bruciava il cuore, mi sentivo tutta un’emozione dolorosa salire su nel corpo e partivo veloce, velocissima, per me non esisteva più niente, neanch’io.

Poi vincevo e mi sentivo triste e anche un po’ arrabbiata perché per me era tutto insensato. L’emozione e la convinzione le provavo solo mentre correvo.

Tutta questa bravura nel correre comportò il mio reclutamento forzato anche nelle gare di corsa a ostacoli, ma questa è un’altra storia.

Quest’estate mio padre ha letto dei racconti di McEwan in uno dei quali si parla proprio di una corsa campestre (descritta in termini cruenti perché effettivamente è così, è una fatica che ti stravolge) e del protagonista che si ferma, quando ormai il pubblico se n’è andato (solo i primi trenta contavano qualcosa nella gara e una volta che l’ultimo di loro era arrivato il pubblico cominciava a disperdersi lasciando gli altri a combattere le loro battaglie private), per aspettare l’arrivo dell’ultimo corridore (Aspettavo dieci, quindici, venti minuti in quel campo vasto e desolato […] quando […] improvvisamente distinguevo all’altra estremità del campo una macchia bianca zoppicante che arrancava e misurava piano, coi piedi torpidi sull’erba umida, il suo microdestino di futilità assoluta. […] La piccola macchia amebica lungo la distesa del campo prendeva una forma umana ma la sua meta non cambiava, continuava a barcollare con determinazione nel suo inane sforzo di raggiungere il traguardo.)
Mio padre me ne parlava sorridendo di sé, del suo arrivare sempre ultimo e distrutto, e di come McEwan descrivesse esattamente ciò che si prova, compresa l’apparente assurdità di quel correre, ma io mi commuovo molto quando leggo queste due struggenti paginette, di cui ho citato solo poche frasi.

Anche se nella vita normale finora sono io quella macchia amebica mentre mio padre è vincente, mi dispiace lo stesso per lui. E capisco che quel mio correre insensato non era vano. Proprio come gran parte del nostro vivere, del resto.

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categoria:amore
mercoledì, 30 maggio 2007

Il Principe Azzurro!

Cari amici e amiche, oggi all’improvviso mi è venuto un dubbio. Adesso ve lo sottopongo.

Ripensavo a una noiosa discussione di qualche sera fa con alcune amiche: la mortifera e ciclica disputa sul Principe Azzurro.
[Del tipo: fin da piccole ci hanno illuso con ‘sta storia del Principe azzurro e poi, una volta cresciute, scopriamo che non esiste! Perché illudere così delle povere bambine?; oppure, con venatura femminista: Ah! Questo inganno, retaggio di una cultura maschilista! Ma chi lo vuole il Principe azzurro? Se me lo trovassi davanti lo strozzerei! Si sta meglio senza! (salvo poi farsi infinocchiare da ogni millantatore di passaggio…); cose così, insomma].
Discussioni (più o meno lamentose, più o meno agguerrite) di questo tipo saranno capitate un po’ a tutte.

Ma – chiedo io – gli uomini? Loro ci credono al Principe Azzurro? Cioè: da piccoli, mentre molte di noi sognavano questo benedetto principe che un giorno ci avrebbe salvate (da cosa non l’ho mai ben capito) e adorate, vi immedesimavate in quel ruolo? Vi sentivate dei futuri principi azzurri mentre molte di noi si apprestavano a essere “principesse” felici? O non ve n’è mai importato niente (come ho qualche motivo di sospettare)? Perché qua bisogna essere in due a crederci.

Io personalmente affermo che nel Principe Azzurro (benché un po’ rivisitato e corretto) ci credo e ci crederò serenamente fino alla morte; dovessi pure restare zitella per tutta la vita questa fiducia in me non verrà mai meno. Se non ci saremo incontrati vorrà semplicemente dire che camminavamo per sentieri diversi e che il drago o chi per lui ci ha beffati.

E voi, maschi e femmine, ci avete creduto? Ci credete?
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categoria:amore
lunedì, 21 maggio 2007

Amore (ridicolo) in biblioteca

Sono in partenza e starò fuori Bologna per due giorni, perciò, cari amici, se mi lascerete dei commenti non potrò rispondervi subito e non visiterò i vostri blog fino a giovedì! Ne approfitto per lasciarvi uno dei miei post lunghi (era da un po’ che non ve ne propinavo uno!). Vi racconterò questa storia ridicola che mi vede co-protagonista assieme a un altro imbranato del mio livello (be’, vi racconto solo l’inizio perché sarebbe troppo lunga ma spero basti per farvi quattro risate).

Dovete sapere che io abito praticamente sopra la biblioteca di quartiere (i libri sono proprio nel mio destino!), della quale faccio largo uso. Pensate che comodità: ogni volta che voglio prendere in prestito o anche solo consultare un volume o una rivista non devo fare altro che scendere le scale, aprire un portone, fare due passi e infilarmi in quella comoda filiale di Paradiso. Solo che, essendo appunto così vicina, mentalmente la considero quasi un’appendice di casa mia e questo significa che, se scendo direttamente da casa, non sto ogni volta a mettermi in ghingheri solo per andare a prendere un libro. Perciò è capitato che in quel luogo mi abbiano visto in condizioni non proprio ottimali (tipo con un’orribile tuta color grigio topo o anche con i capelli spettinati), cosa della quale fino a qualche tempo fa non mi importava niente.
Finché, un giorno, incrociandosi i miei occhi con quelli del bibliotecario al banco, ne rimasi inspiegabilmente folgorata. Inspiegabilmente perché era da settimane che quel giovane bibliotecario dall’aria timida registrava o ritirava i volumi che di volta in volta prendevo o restituivo, e avevo già notato e ammirato, in cuor mio, la sua gentilezza e il suo modo di fare sempre premuroso (un bibliotecario sgarbato è un ossimoro fin troppo frequente da incontrare, per i miei gusti); e avevo notato anche che mi fissava sempre a lungo e sorridendo con simpatia, quando mi vedeva (tanto che mi ero più volte chiesta se per caso lo conoscessi). Eppure, forse perché impegnata a estrarre il tesserino mantenendo in equilibrio ogni volta una pila pericolante di libri, non mi ci ero mai soffermata più di tanto. Quella volta, invece, la folgorazione: che sguardo dolce e gentile, che essere delicato, che bel viso, che voce gradevole, che modi timidi, che faccia simpatica! Eccomi d’un tratto leggera e felice galleggiare a un metro da terra mentre gli sorrido porgendogli i libri con trasporto.

Ma poi, puntuale e impietosa, una seconda folgorazione: fino a quel momento, quel pover’uomo mi aveva vista al peggio di me! Perfino in quel preciso istante! Non indossavo forse un giaccone sformato anziché il mio elegante cappottino blu? E mi ero appena alzata, ero scesa subito, senza fare colazione, senza neanche guardarmi allo specchio! Così, frettolosamente e quasi sgarbatamente, afferrai i miei libri, salutai velocemente e quasi scappai, piena di vergogna e come se tutto fosse già stato irrimediabilmente compromesso.
Salendo furiosa le scale di casa ripensai a tutte le persone di cui non m’importa niente e che pure sono abituate a vedermi al meglio del mio fulgore (be’, detta così suona un po’ altisonante, eh?) mentre proprio l’unica persona che avrebbe dovuto vedermi perfetta, e cioè lui, mi aveva vista spesso e volentieri in mises ridicole!

E così, il mattino dopo (lui c’è solo al mattino), quello stesso bibliotecario mi vide arrivare come non mi aveva mai vista prima: abbigliamento semplice ma grazioso, scarpe coordinate, il cappottino blu, e perfino un velo di rossetto (io non mi trucco mai); e i capelli senza un ciuffo fuori posto, neanche quello che normalmente mi cade sempre sugli occhi. Mi vide passargli di fianco salutandolo con un sorrisone e un tono di voce esageratamente affabile – lui se ne stava in piedi, con un bicchierino di caffè da 30 centesimi sospeso a mezz’aria – per poi aggirarmi rapidamente tra gli scaffali, prendere qualche libro a caso e appoggiarlo a una pila di sei volumi che tenevo già in mano, cercando di reggere il tutto comunque in modo aggraziato, e presentarmi poi al banco – a cui nel frattempo lui si era seduto – consegnandogli gli stessi sei volumi che avevo preso in prestito il giorno prima (questa voluta assurdità aveva lo scopo di lanciargli un segnale e cioè: sei tu che m’interessi, non i libri). Lui notò la cosa, mi guardò con aria interrogativa, poi come al solito mi sorrise, mi salutò molto gentilmente, io ricambiai e uscii.

I giorni che seguirono mi videro assidua frequentatrice della biblioteca, magari anche solo per leggere un quotidiano che guarda caso mi era sfuggito, nascondendomi dietro al quale tenevo d’occhio la situazione, cosa che mi permise per esempio di accorrere in suo aiuto quando per estrarre un libro incastrato tra gli altri rischiò di tirarsi addosso uno scaffale o semplicemente di trovarmi alla macchinetta del caffè quando lui stava per fare una pausa (il che ci ha permesso di cominciare a scambiarci qualche prima timida e imbarazzata parola). Per non parlare di quando alla Fiera del libro per ragazzi (questa volta ero io a essere dietro il banco del mio stand), lo vidi all’improvviso venirmi incontro tra una folla di giapponesi, col suo sorriso timido, stupitissimo di trovarmi lì, e io ne approfittai finalmente per fare un discorso compiuto illustrandogli orgogliosa il mio lavoro. O di quando gli ho chiesto di aiutarmi a usare il computer della postazione internet anche se sapevo benissimo come si faceva e siccome era lui che non lo sapeva mi sono poi ritrovata a spiegarglielo io (“scoprendomi” clamorosamente, della serie: se non capisci, o sei il Re dei timidi o proprio non ti piaccio)! O insomma di tutte le occasioni in cui ci siamo rivelati per i due perfetti imbranati che siamo, arrossendo reciprocamente per delle stupidaggini o balbettando per qualche improvvisa insicurezza. Tutte cose ridicole che fanno sì che ormai ci mettiamo a ridere non appena ci vediamo (e sinceramente io fin dall’inizio mi son sempre divertita tantissimo, sentendomi molto la protagonista di quelle insulse commediole romantiche americane); ma nel frattempo a me è passata l’infatuazione anche se continuo a trovarlo simpatico e non riesco a rinunciare ai nostri siparietti. E così quando lui giorni fa mi ha offerto di uscire per un gelato non ho fatto i salti di gioia che da mesi ero pronta a fare in previsione di una simile occasione.

Insomma, non starò ad annoiarvi oltre con le nostre vicissitudini ma una cosa è certa: comunque vadano le cose, in quella biblioteca e anche altrove nessuno mi vedrà mai più con un solo capello fuori posto! Non si sa mai quando si rimarrà folgorati! Ricordatelo anche voi! O forse lo sapete già…? Sarà capitata anche a voi qualcosa del genere; vero…?

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categoria:amore, figuracce
martedì, 08 maggio 2007

Le parole d’amore

[Oggi mi prende così]

Le parole d’amore suonano sempre nuove e sempre vecchie. Rimbombano tra cuore e cervello spesso senza sapere come uscire. Le parole d’amore sono parole semplici ma per dirle ci vuole coraggio. Paiono talvolta schegge infilate sotto pelle: sono corpi estranei (non appartengono a noi ma alla persona cui sono rivolte) eppure estrarle può farci male. Le parole d’amore quando nascono nel cuore senza essere suscitate da nessuno in particolare diventano pesanti da portare; ma appena trovano qualcuno su cui posarsi prendono vita e premono per uscire (a volte per la fretta non trovano l’uscita e muoiono soffocate). Di parole d’amore sono pieni i libri, i film, i diari e i cuori delle persone. Ma a molti sembrano così ridicole – o patetiche – che le cancellano con una risata o le vivono come un fastidio. Ma le parole d’amore – alcune, almeno - sono così suscettibili che potrebbero chinare il capo, farsi piccole piccole, sparire e non tornare mai più.

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categoria:amore
mercoledì, 21 marzo 2007

Un passo solo, un’anima sola…

Quando mi affaccio alla finestra al mattino vedo spesso passare, sul marciapiede, i genitori di una mia amica che abitano nella mia stessa via. Lei è grassa e cammina impettita, il volto contratto in un broncio perenne; lui, mingherlino e con lo sguardo mite, la segue sempre rigorosamente a un metro e mezzo circa di distanza. Non parlano mai ed entrambi marciano con lo sguardo fisso davanti a sé (soprattutto lei: un vero generale). Vanno a fare la spesa e al ritorno la scena è la stessa.

Questa piccola cosa mi indispone sempre; mi infastidisce tantissimo vedere due persone sposate che regolarmente (ogni tanto può capitare a tutti) camminano una dietro l’altra a due metri di distanza senza guardarsi né parlarsi. Il fatto che lei stia davanti mi dispiace ancora di più (di solito le donne sono più sensibili a certe cose).
Per me è solo una questione puramente estetica, cioè non metto in dubbio che si vogliano bene, anzi ne sono certa. Non lo vedo necessariamente come sintomo di un malessere di coppia, ma dico che è veramente una scena brutta e spiacevole da vedere.

Ma proprio adesso mi sovviene che quando, non tantissimo tempo fa, accanto a me esisteva un cosiddetto fidanzato, ora che ci penso anche con lui avevo seri problemi di deambulazione, dovuti al fatto che per esempio lui divideva le camminate in “spostamenti” o “passeggiate”. Spostamento è quando ci si muove per trasferirsi da un posto a un altro (cioè esiste una meta da raggiungere): in questo caso, secondo lui, bisognava andare di fretta, senza preoccuparsi di stare allineati e senza assolutamente darsi la mano (secondo me però erano tutte scuse per coprire il fatto che per colpa sua eravamo sempre in ritardo e dovevamo correre, ma non gliel’ho mai detto quindi è solo una mia supposizione). Invece la passeggiata è quando si cammina tranquillamente per il gusto di farlo; lì pretendeva la mano nella mano o il braccio intorno alla vita.

Ma le cose, per colpa mia, non funzionavano mai bene. A volte è veramente difficile distinguere uno spostamento da una passeggiata e così allungavo o ritraevo la mano sempre nei momenti sbagliati.

Non è per niente facile camminare insieme, in effetti. Beati quelli che ci riescono!
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categoria:amore, curiosità, camminando