venerdì, 12 ottobre 2007

La grande farsa

[E io voto Rosy Bindi]

Ma perché, ogni volta che mi serve, non riesco a trovare la mia tessera elettorale se non dopo ricerche sempre più lunghe? Eppure la tengo sempre nello stesso cassetto, so che è lì, ma ogni volta quella sciagurata riottosa trova il modo di infilarsi sotto altri preziosi documenti e sapete dove si era rifugiata oggi, quell’impertinente? Sotto il mio salvadanaio delle elementari (cimelio conservato nel medesimo Cassetto delle Cose Importanti; un cubo di plastica verde con sopra la scritta: Cassa di Risparmio in Bologna. Ricordo ancora l’emozione che provai quando ce lo distribuirono a scuola, in prima elementare, per metterci dentro i nostri “risparmi”). Bene, recuperata la tessera, mi sono collegata col sito di quell’antipaticaccio di un Partito Democratico per sapere in quale cavolo di seggio io e i miei familiari dovremo recarci a votare (si vede che sono entusiasta, vero?). Clicca di qua, clicca di là, inserisci dati, attendi la risposta, ora so dove, domenica 14, passerò una piccola (spero) parte della mia vita, in coda assieme a tanti vecchietti entusiasti. Finora tutte le Primarie cui ho partecipato (qui le abbiamo fatte anche nello sciagurato 1999 per “eleggere” il candidato sindaco – o meglio, per ratificare la nomina della candidata implicitamente imposta - che poi perse clamorosamente contro Guazzaloca) sono state una grande occasione ricreativa per pensionati felici di rendersi utili votando o facendo votare.

Forse sembro disfattista, qualunquista o non so che ma, sinceramente, l’unico motivo che mi spinge a mettermi in coda col mio obolo da donare a una causa che sento mia solo idealmente ma non concretamente (per il modo in cui il tutto sta nascendo e si sta formando), l’unico motivo, dicevo, è votare Rosy Bindi. Se qualcuno me lo avesse detto qualche anno fa, l’avrei presa come una barzelletta. E invece, anche se sarà tutto vano, un po’ ci tengo. Non m’interessa un fico secco il partito di provenienza (Margherita e, prima, la famigerata DC), io scelgo la persona, che mi piace e che trovo molto più libera, coraggiosa e attenta alla solidarietà sociale degli altri candidati (compreso quello “imposto”). È una persona concreta, laica benché personalmente cattolica, e la trovo più “a sinistra” di tutti gli altri. Mi dispiace solo che non sia giovanissima (ha l’età di mia mamma) ma pazienza. Se devo votare Letta o Adinolfi solo per votare un “giovane”… be’, io non ragiono così.

Ma perché non ho voglia di votare? Perché mi sento presa in giro e considerata una stupida dagli organizzatori di queste democraticissime elezioni, nelle quali un candidato imperversa, pompatissimo, da anni su tutti i canali d’informazione mentre gli altri hanno scarsa o scarsissima visibilità. Ma scusate… anche volendo… chi è Adinolfi? Sui giornali è sempre inesorabilmente presentato come blogger. Vabbè, e poi? Cosa propone? Dovrei forse andarmi a cercare il suo blog? E gli elettori (per es. i famosi succitati pensionati, ma non solo loro) che non sanno neanche cosa sia un blog? E quell’altro, Gawronski, che ha pure un nome complicato? Qualcuno lo ha visto in giro a presentare un programma? E allora, cosa andiamo a votare? Solo perché poi i dirigenti del nuovo partito possano dire, fieri, che il partito nasce democraticamente, su libera elezione dei suoi elettori? Democrazia per me non è andare a segnare una crocetta, è ben altro. E questo altro non c’è stato. Credevo che questi fossero forse pensieri scemi di un’ignorante, poi poco fa su “Repubblica” ho letto un articolo del prof. Pasquino che dice esattamente queste stesse cose e anche lui, indeciso fino all’ultimo se andare a votare o no, alla fine voterà Bindi. E sono rimasta sorpresa anche dal fatto che l’unico giornalista italiano che realmente stimo e seguo, Gad Lerner, è addirittura candidato alle primarie nel collegio 1 di Milano proprio nella lista di Rosy Bindi. Questo non lo sapevo e mi ha fatto piacere.

Se vado a votare, quindi, è: per dire, col mio piccolo voto, che non siamo tutti fan di Veltroni (non morirò veltroniana); secondo: è da quando posso votare che voto per L’Ulivo (tra i cui candidati quasi sempre ho votato quelli DS). Ho sempre desiderato che potesse nascere ‘sto benedetto partito. Non vedo proprio cos’altro potrei votare, date le mie convinzioni di principio: non la destra liberista né la cosiddetta “estrema” sinistra infantil-narcisista (io la reputo così, spero nessuno si offenda). E quindi, andrò a votare.

Ma dovevo pur sfogarmi di questo malessere e così ho scritto questo noioso post (poveri voi se l’avete letto tutto!).  
Se secondo voi ho scritto delle stupidaggini, ditemelo pure e tornerò a parlare di scemenze private.

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venerdì, 28 settembre 2007

Libertà


Ho visto che tanti amici blogger hanno raccolto l’appello per la Birmania, ma a cosa volete che serva che ci vestiamo di rosso o postiamo un’immagine rossa sui nostri inutili blog? Secondo me, serve più alla nostra coscienza che non a un popolo che sta lottando da solo per la sua libertà.

Da solo perché al di là dei proclami non vedo come le nazioni che contano possano o vogliano intervenire. La Birmania è un piccolo stato senza alcunché di utile per gli interessi di noi Potenze occidentali (vedi petrolio o altro).
E da solo perché la libertà è una conquista solitaria.

Comunque, posto anch’io il mio rosso, non rosso come le vesti dei meravigliosi e coraggiosi monaci ma rosso come il sangue delle vittime innocenti. Sangue che per me, qui, è solo un’immagine; per altri, laggiù e altrove, è la vita che se ne va.

Ma chissà, magari aveva ragione Gandhi e io sono troppo pessimista:
E’ una bestemmia dire che la nonviolenza possa essere praticata solo dagli individui e mai dalle nazioni, che sono composte di individui.

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categoria:attualità
giovedì, 17 maggio 2007

Napoli…

Io non avrei mai immaginato che mia sorella si sarebbe un giorno trovata a vivere nella spazzatura, dato che non le è accaduto neppure nei paesi del cosiddetto Terzo mondo, e invece doveva capitarle e, ripeto, non nei piccoli villaggi o nelle grandi città etiopi in cui ha lavorato come volontaria, ma in una città del nostro simpatico Bel Paese, e cioè Napoli, in cui si è trasferita per studiare lingue africane all’università Orientale. Quando apre la finestra della sua camera, al secondo piano, si trova davanti (e non da oggi, ma sempre; altro che “emergenza”, come strillano i tg!) una montagna di spazzatura che arriva al livello della sua finestra. Finito di pranzare, le sue coinquiline gettano con nonchalance gli avanzi fuori dal davanzale: sanno che poi passano alcuni ratti a mangiarli (più ecologico di così!); li hanno più volte visti con i loro occhi. Ratti in pieno centro cittadino. Io stessa, l’estate scorsa quando sono andata a trovarla e a visitare la città (che è bellissima e nella quale - spazzatura e cautele negli spostamenti a parte - mia sorella si è ambientata benissimo e ne è entusiasta), mi sono trovata davanti a queste distese di rifiuti per strada, le ho viste coi miei occhi (e sentite col mio naso). E mi si è stretto il cuore.

Con sconcerto guardo alla tv questi gruppi di persone che protestano perché non vogliono la discarica vicino a casa. Ma dico: sarà meno peggio avere una discarica vicino a casa anziché tonnellate di spazzatura in casa? Tutte le altre regioni italiane hanno i loro termovalorizzatori e le loro discariche e di certo il terreno e l’aria sono meno inquinati di tossine che non in Campania. L’anno scorso migliaia di tonnellate di spazzatura sono state messe su treni che le hanno portate qui in Emilia dove sono state bruciate nel termovalorizzatore assieme alla spazzatura emiliano-romagnola. Perché qui nessuno protesta per il termovalorizzatore e in Campania sembra una tragedia? Ho letto che dietro a queste resistenze ci sarebbe la camorra. Non lo so e non pretendo di avere grandi risposte, ma mi domando veramente come una città così bella e ricca di storia come Napoli possa ridursi così, tra omicidi continui, guerre di camorra, evasione scolastica, illegalità diffusa e cumuli di spazzatura a condire il tutto. Se qualcuno mi sa rispondere gliene sarei grata…

P.S. Ero incerta se pubblicare o no queste mie riflessioni, che sono per forza di cose estremamente superficiali, per timore di essere fraintesa. Ma poi ho letto questo post segnalato da Nicola, che qualche risposta la dà, o almeno la propone. E dato che un problema che riguarda una regione italiana riguarda tutta l’Italia, vi rimando al suo post e pubblico il mio senza timore, anche perché non riesco a rassegnarmi all’idea che il problema spazzatura venga assimilato, nei telegiornali, ai periodici servizi sulle diete per l’estate o sull’emergenza caldo che ogni anno ormai ci tocca sorbire. Qui c’è in ballo una questione di dignità e soprattutto di salute, non capisco come non si riesca a risolvere il problema…

Dato che si parla di Napoli (e, ripeto, ne parlo da ignorante che cerca di capire) segnalo anche, per risollevarci un po' il morale, questo bel post di Diego D’Andrea, una dichiarazione d’amore a questa città speciale…

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mercoledì, 18 aprile 2007

Un omicidio

Avevo in mente un post divertente per oggi, invece è successa una cosa molto brutta che voglio raccontare.

Mentre, verso le diciannove, stavo tornando a casa in bicicletta, sono stata superata da numerose macchine di polizia e carabinieri a sirene spiegate. Mi sono chiesta cosa mai potesse essere successo, e immaginate la mia sorpresa quando, entrando nella via dove abito, ho ritrovato quelle stesse macchine (sette in tutto) davanti alla discesa del mio garage, con poliziotti che delimitavano il passaggio e si affacendavano nel cortiletto a fianco e una folla di curiosi che osservava la scena. Mi sono fermata a una certa distanza per capire se ci fosse ancora pericolo o no (a Riccione avevo assistito a una scena simile l’estate scorsa quando un signore, dopo avere cercato di uccidere la moglie, era salito sul tetto con un fucile minacciando di sparare ai passanti; mia nonna, svampita come sempre, era passata tranquillamente diretta al supermercato per acquistare dolcetti da offrire durante il bridge!). Quando ho capito che, di qualunque brutta cosa si trattasse, era già accaduta, mi sono avviata verso il garage schivando curiosi e poliziotti e sono scesa. Da un lato avrei voluto chiedere a qualche curioso cosa fosse successo, ma mi sembrava poco rispettoso e mi vergognavo.
Mentre sistemavo la bicicletta però due miei cugini che mi avevano vista scendere mi hanno raggiunta e mi hanno spiegato che poco prima un giovane aveva sparato in faccia a un anziano nel cortiletto del palazzo accanto al mio, uccidendolo. I miei cugini, che si trovavano casualmente sul loro balcone, così come molti altri passanti, hanno assistito alla scena. Non riesco ancora a crederci: questo giovane - e il telegiornale ha poi confermato questa versione - è stato a lungo seduto su una panchina nel cortile, con il casco in testa; quando il vecchio è uscito dal portone lo ha freddato con tre colpi di pistola (di cui uno in pieno viso!), poi è salito su un motorino ed è scappato. Questo in piena luce e sotto gli occhi di tutti; alcuni sono anche riusciti a prendere il numero di targa. Questa spavalderia, oltre ovviamente all’atto in sé, mi sconvolge.

Il mio quartiere è un tranquillissimo quartiere in cui non è mai successo nulla di simile. Svoltare l’angolo ed entrare nella mia via, tra l’altro col cuore leggero e felice come l’avevo io stasera, e trovare di fronte a casa una quindicina di poliziotti e sapere che un uomo, che probabilmente avrò sicuramente visto spesso in giro, è stato brutalmente ucciso, mi ha davvero sconvolta. Poco prima avevo raccontato a un amico che a volte ho paura del buio. Non potevo immaginare quello che stava succedendo a casa mia in piena luce.

So che di fatti così ne capitano di continuo, per non parlare di stragi e attentati. Ma vederlo al tg è ben diverso che trovarselo sotto casa… non riuscivo a non raccontarvelo…  

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categoria:attualità, camminando
giovedì, 08 marzo 2007

Intermezzo lirico

Oggi molte di noi avranno ricevuto o riceveranno un fiore, un bacio, un augurio gentile.
Anche se questa è una festa che a molte dà fastidio, io penso che faccia sempre piacere ricevere un’attenzione in più, anche l’8 marzo. Dico questo perché mi ha molto colpito la reazione inviperita di alcune quando oggi un collega ci ha fatto trovare un piccolo, grazioso rametto di mimosa per ognuna di noi. Per una volta che uno ha un pensiero gentile (lui, poi, non è gentile solo l’8 marzo)…

Io non festeggio questo tipo di ricorrenze (ma accolgo con entusiasmo gli auguri) però, come ho fatto per San Valentino, voglio dedicare alle mie lettrici e anche ai miei lettori (dato che sta anche a voi farci sentire amate e, soprattutto, rispettate) due poesie. Una, scritta da una donna che potrebbe essere un esempio per tutte noi, perché non si è mai lasciata ingabbiare (né dalle imperfezioni del suo corpo, né dai pregiudizi altrui, né dalle mura di un manicomio) pur continuando ad amare appassionatamente la vita e gli uomini; l’altra è una poesia d’amore, dolce e intensa, che un uomo dedica a una donna.

Secondo me infatti la festa della donna va condivisa con gli uomini.

[Chissà perché ci tengo a precisare che non amo le liriche d’amore, che tanto male han prodotto nella nostra cultura, ma oggi non riesco a esimermi, ohibò…]

 

E quando scende senza luce un velo
E distingue i contorni della sera
Quando si chiude sulla luna il cielo
E quando ogni paura sembra vera

Prendimi se mi vuoi, tienimi dentro,
Restami intorno come una coperta,
Non lasciarmi da solo senza centro
Come una stanza, una finestra aperta;

Fa in modo che non resti più sospeso
Al gancio del dolore, senza fiato
Signora mia mentre mi togli il peso
Di tutti i desideri del passato.

                          (Riccardo Held)

 

Ascolta, il passo breve delle cose                                                          
- assai più breve delle tue finestre -                                                       
quel respiro che esce dal tuo sguardo                                                   
chiama un nome immediato: la tua donna.                                             
È fatta di ombra e ciclamini,
ti chiede il tuo mistero                                                                             
e tu non lo sai dare.                                                                                
Con le mani                                                                                             
sfiori profili di una lunga serie di segni                                                  
che si chiamano rime.
Sotto, credi,                                                                                             
c‘è presenza vera di foglie;                                                                      
un incredibile cammino                                                                            
che diventa una meta di coraggio.                                                          

                              (Alda Merini)

                                                                                                     

Secondo voi queste poesie, tra loro, si parlano? Battibeccano? Vanno a braccetto? Si cercano? Si trovano? Sono come le famose parallele che non s’incontrano mai?
Vi dicono qualcosa? Non vi dicono niente?

In ogni caso, i miei auguri alle donne e un bacio agli uomini che le amano.

 

P.S.: io il mio regalo più bello, per oggi, l’ho già ricevuto: ho acquistato l’ultimo romanzo dell’amato Ugo Cornia (Le pratiche del disgusto, ed. Sellerio), per merito di una tempestiva segnalazione del lettore Yari, che ringrazio davvero tanto!

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categoria:poesia, libri, attualità
sabato, 27 gennaio 2007

Avevo intenzione di non scrivere niente sulla giornata della memoria, oggi, dato che almeno per quanto mi riguarda, la memoria di quel che è successo nel cuore della nostra Europa e anche in Italia ormai più di 60 anni fa, è sempre nel mio cuore.

Ma leggendo vari blog, ascoltando commenti in giro, mi sono accorta che da molte persone questa giornata è vissuta in modo polemico.

Qualcuno è stanco di ricordare che poco più di mezzo secolo fa più di sei milioni di ebrei innocenti e da secoli perseguitati, sono stati umiliati e poi uccisi e bruciati secondo un metodo perfettamente (purtroppo) scientifico e con un modello “industriale”. Tutta la ricchissima cultura degli ebrei orientali di lingua yiddish è stata spazzata via dall’Europa.

I sopravvissuti che ancora, nonostante la tarda età, continuano a raccontare (e per loro questo raccontare significa anche rendere omaggio ai loro morti, non dimenticarli in un nulla crudele, farli rivivere attraverso le parole) vengono sempre più visti come importuni.

- Che barba questi ebrei! Quanto ancora ci rinfacceranno quel che è successo? L’abbiamo capita, basta! – Queste parole non le ha pronunciate un adepto di qualche oscura combriccola filonazista attuale, bensì mia madre, donna normalmente equilibrata e civile. Le sto leggendo anche su tanti blog. E mi fanno male, un gran male.

Intanto vado al lavoro e sento i ragazzini a scuola offendersi l’un l’altro dandosi reciprocamente dell’”Ebreo” (detto col tono di chi vuole insultare). Vedo poi che quando si parla della questione palestinese c’è sempre chi, oltre a reclamare giustamente uno stato per i palestinesi, mette automaticamente in discussione lo stato israeliano.

Nei paesi arabi uno dei libri più venduti sono i Protocolli dei Savi di Sion (un falso storico clamoroso).

E l’antisemitismo non sarebbe più un problema, oggi?

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categoria:riflessioni, attualità
mercoledì, 24 gennaio 2007

Nella via dove abito c’è un balcone dal quale sventolano due enormi bandiere una accanto all’altra: la bandiera italiana e quella americana. Ognuna ritta sul suo bel pennone (non sono attaccate alla bell’è meglio con cordini o incastrate tra le finestre).

Queste bandiere hanno fatto la loro comparsa nel lontano 2003, quando la mia via, come quelle di molte altre città italiane, fu infestata dalle cosiddette bandiere della pace. Mia sorella fu la prima a esporne una (nonostante la resistenza di mia madre, secondo la quale la bandiera arcobaleno sventolante dal balcone era antiestetica). Ben presto anche altri seguirono questa nuova tendenza e così la nostra via divenne un tripudio di queste bandiere colorate.

Fu in tutto ciò che un giorno apparvero le due bandiere succitate; sventolando orgogliose nella loro solitaria diversità erano per tutti gli idealisti della zona un severo monito che ricordava loro la dura realtà dei fatti, rimetteva le cose al loro posto.

Passarono i giorni, le settimane, i mesi.

La guerra infuriava, esplodevano bombe, cadevano teste; le bandiere arcobaleno penzolavano sempre più stanche, flosce, i bei colori brillanti rivestiti da una patina grigia e sporca, proprio come i sogni di cui erano intessute.

A poco a poco, a una a una, le bandiere vennero ritirate. I balconi tornarono spogli dei vessilli che tanto a lungo li avevano addobbati.

Solo le bandiere “alternative” continuarono a ergersi nella loro solitudine ed enormità. Tra l’altro, nonostante fossero sempre appese, non erano né sporche né sbiadite, e non lo sono tuttora. Che il loro proprietario ne possieda un intero stock e le sostituisca regolarmente con bandiere pulite mentre fa una bella lavatrice delle altre?  

Solo la scorsa estate, in occasione dei mondiali di calcio, la bandiera statunitense è stata ammainata, per lasciare l’intera scena a quella italiana. Ma ora è ricomparsa e non credo ne saremo privati a breve termine.

E così, ogni volta che, tornando a casa, svolto l’angolo e mi ritrovo nella mia via, mi trovo a passare sotto questi simboli così fieramente esibiti, di questi tempi più che mai (credo che questo signore sarebbe felice di avere una base americana nel suo stesso appartamento, se fosse possibile).

E ogni volta mi chiedo perché qualcuno debba ostentare dei simboli in cui tutti potremmo/dovremmo  riconoscerci (almeno in uno) come se fossero solo i suoi.

Capisco bene che senso hanno quelle bandiere, ma l’esporle in quel modo polemico lo trovo comunque un fatto che sotto sotto manca di logica. E questo, non il simbolo, mi dà un certo fastidio (perfettamente sopportabile, comunque…).

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categoria:riflessioni, attualità, camminando
sabato, 20 gennaio 2007

Vivere coi paraocchi rimpicciolisce l’esistenza (e danneggia l’intelletto)

Prendo il Mucchio di gennaio, nonostante già la copertina mi indisponga. Il titolone è “Pedofilia allarme rosso” e il protagonista della copertina è un prete con le braccia aperte e lo sguardo morboso da "porco violentatore di bambini". E vabbè. (Naturalmente il servizio corrispondente, all’interno, non è sulla pedofilia, ma sulla pedofilia nella Chiesa. E questa purtroppo esiste. Solo che è presentato in modo che sembra che tutti i preti siano dei potenziali (se non reali) pedofili . E questa mi giunge nuova).

Non so come sia possibile, ma praticamente in una pagina sì e una no (e non solo in questo numero) c’è un attacco alla religione. E alla Mondadori. Gente disperata perché magari un autore che gli interessa ha pubblicato un libro con Mondadori e allora basta: lui è un venduto e il fan deluso anche volendo non riesce proprio ad acquistare un libro Mondadori. Terribili problemi di coscienza. Poi c’è il disperante caso “Giovanni Lindo Ferretti”: ha pubblicato un libro con Mondadori (Argh), è andato ospite da Ferrara (Aargh!), ammira il papa attuale (Gasp!) e ha votato per il centro-destra alle ultime elezioni!!! (La giustificazione arrabattata per spiegare un simile eretico comportamento è che lui è molto malato e questo probabilmente lo porta ad avere certe assurde idee). Questo tipo di mentalità mi sembra sia parecchio diffusa (Mucchio a parte; tra l’altro, è un’ottima rivista musical-culturale e continuo a leggerla volentieri).

Ecco, io queste cose non le capisco. Ho le mie idee politiche, etiche, religiose. Ammetto tranquillamente che altri abbiano idee diverse dalle mie. E che le persone queste loro idee possano cambiarle, anche in modo radicale (a patto che sia un cambiamento motivato, ragionato, e quindi razionalmente “difendibile”). Non considero un’idiota mia cugina perché vota Berlusconi, per dire. Dissento da lei, ma non mi ritengo superiore solo perché voto a sinistra. Amo i libri e nella mia libreria sono presenti volumi di qualunque casa editrice, Mondadori compresa. Se un regista che amo fa un film targato “Medusa” vado tranquillamente a vedermelo senza sentirmi in colpa. Sono credente ma non mi sento offesa o minacciata se un altro non lo è, né voglio imporgli la mia fede. Tutto questo mi sembra normale, banale, ovvio. Eppure mi accorgo che per molti, da qualunque parte stiano, non è così.

Quanto è libera una persona che prima di dire: “Hai detto una cosa interessante” o: “Sono d’accordo con te” deve prima sapere per chi voti o se sei ateo o credente?

Perché si sta affermando l’idea che dobbiamo frequentare chi la pensa come noi e biasimare a priori chi non la pensa come noi? (Come si fa poi a stabilire chi la pensa esattamente come noi o fino a che punto si può dire che uno la pensa come noi? E soprattutto: Chi mai siamo noi?). Che vantaggio può derivare da questo bisogno di intruppamento? Perché imbrigliare la nostra intelligenza? Tra l'altro è noiosissimo frequentare solo i nostri simili...

C’è qualcuno che vuole sentirsi in guerra e se la guerra non c’è se la inventa.

Secondo me sarebbe meglio imparare a confrontarsi, magari usando uno strumento che possediamo tutti, ma proprio tutti: la ragione (e anche un po’ il cuore, però).

[Chi non è d'accordo, commenti pure. Questa è una mia semplice riflessione]
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categoria:riflessioni, libri, attualità
domenica, 31 dicembre 2006

Trovo terrificante che al giorno d’oggi ogni evento (insignificante o importante che sia) debba essere filmato e reso pubblico, anche quando si tratta dell’omicidio di un uomo.

Oggi mi collego al mio portale per il controllo della posta elettronica e tra le varie notizie spicca il video integrale dell’impiccagione di Saddam Hussein. Giro un po’ in rete e mi accorgo che un sacco di gente lo ha guardato. Proprio come in tanti, all’epoca, hanno guardato i video delle ancor più efferate uccisioni di ostaggi da parte dei tagliatori di teste di Al-Qaeda.

Se la parola Pietà ha ancora un valore, non guardate quel video. Credo che questo tipo di umana curiosità ci porti a diventare un po’ più disumani, orrore dopo orrore. A spingere sempre un po’ più in là il limite dell’insopportabile. Ad assuefarci allo schifo e a diventare schifosi pure noi.

Quel che mi dispiace è che la tentazione di guardare quel video per un attimo l’ho avuta anch’io. Per fortuna non ho ceduto.

Buon 2007, comunque.

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venerdì, 22 dicembre 2006

La vicenda di Piergiorgio Welby mi ha molto colpita e durante questi mesi mi sono posta tante domande. Ma ora sono sconcertata da tanta gente che è così sicura su quale sia la scelta giusta in questi casi. Nessuna incertezza: per loro è giusto uccidere. Ora, quando ieri in televisione ho visto quella terrificante conferenza stampa, con quelle facce di bronzo lì tranquillamente schierate (compreso un ministro della Repubblica), con quella soddisfazione assolutamente fuori luogo che sprizzava dai loro occhi e che non avevano nessun pudore a ostentare, ho provato dentro me un moto di ribellione. Quelli lì sarebbero i suoi amici, quelli che gli volevano bene? Non solo lo hanno ucciso (e qui uno potrebbe dire: in fondo hanno fatto soltanto la sua volontà) ma ne vanno fieri, cioè vanno fieri di loro stessi, per loro è una loro vittoria. E allora a me pare che lo abbiano solo usato. Io non voglio qui entrare nel merito del discorso (se sia giusta o no l’eutanasia, se quello fosse o meno accanimento terapeutico, se è lecito che uno che vuole suicidarsi e non può farlo da solo possa essere impunemente aiutato. Cioè tutti problemi enormi, che devono essere affrontati senza queste granitiche sicurezze che vedo invece ostentare dai fautori dell’eutanasia) ma voglio semplicemente dire che la morte o (come secondo me è, pur con tutta la comprensione del caso) l’assassinio di un uomo non dovrebbe essere festeggiata come si sta facendo da ieri. Basta fare un giro su internet per rendersene conto. Mi turba profondamente il livore che traspare dalla maggior parte dei commenti di coloro che gioiscono per la morte di Welby. Quasi tutti tirano in ballo Dio, i cattolici… Ma cosa c’entra? Qui stiamo parlando di un tema che ci riguarda tutti in quanto esseri umani, e trovo che porre questo tema seriamente e difendere eventualmente la dignità della vita, non sia una questione di religione ma di semplice Umanesimo. E credo che non ci sia nessuna ricetta, nessuna parola d’ordine. Queste questioni sono una grande sfida per la nostra epoca e questo dovrebbe farci sentire gravati di responsabilità ma in un certo senso anche fieri di poterci esprimere, come si è sempre fatto nella storia. E invece sembra obbligatorio schierarsi subito e senza esitazioni su due fronti opposti e accusarsi vicendevolmente di faziosità e crudeltà.

Ora, Welby attribuiva un grande valore alla sua vita e la amava. Tuttavia arrivato a quel punto preferiva morire. Se avesse potuto muoversi da solo, come posso fare io, non avrebbe avuto problemi a uccidersi. Ma non poteva muoversi. Perciò un altro ha dovuto ucciderlo. La domanda è: può lo Stato (cioè: possiamo noi) accettare che alcuni cittadini (tra l’altro cittadini che hanno precisi obblighi di salvare e curare altri cittadini) possano ucciderne impunemente altri, per quanto consenzienti?

Io sinceramente non credo di volere una società di questo tipo. Penso che l’unica cosa veramente da fare subito sia una legge che distingua che cos’è accanimento terapeutico e cura sproporzionata e cosa non lo è. Quello di Eluana (la ragazza in coma vegetativo da più di 10 anni) mi sembra un trattamento sproporzionato, dato che non ha speranza di riacquistare una benché minima coscienza, quello di Welby no. Paradossalmente, proprio la sua grande lucidità intellettuale, il suo saper essere attivo pur in quelle tragiche condizioni, cozza veramente tanto col giudicare sproporzionata una cura che gli permetteva di poter essere così.

Mi dispiace molto per lui e per sua moglie, che non era d’accordo con lo staccare la spina anche se non lo ostacolava nella sua volontà (e anche su questo ci sarebbe molto da dire: non abbiamo nessun obbligo verso chi ci ama, è legato a noi e ci cura quotidianamente per anni e anni?). Nel mio cuore mi sento di ringraziare questo uomo per avermi sollecitato a riflettere su questi argomenti e a immedesimarmi nel suo dolore.

Provo solo tristezza invece per tutte le persone che stanno festeggiando la morte di un essere umano e per le quali amare una persona significa ucciderla.

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categoria:morte, attualitÃ