sabato, 19 aprile 2008

Le brave ragazze restano minorenni sempre

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Lunedì, ore 15: terminato l’ultimo giorno di laboratori a San Marino. Tutto molto bello ma anche terribilmente stancante; l’unico desiderio che al momento la mia mente riusciva a visualizzare riguardava il treno che mi avrebbe riportata a Bologna; la mia camera, il mio letto, una cena vera – dopo giorni passati pendolando avanti-indietro – mi sembravano più che abbastanza.
Il problema era arrivare alla stazione di Rimini, senza macchina, perché l’unica disponibile, usata nei giorni precedenti, non l’avevamo. Confidando fiduciose nella corriera, io e la mia collega Simona abbiamo raggiunto l’apposita fermata solo per scoprire che la corriera sarebbe passata alle 17,30 (due ore dopo: troppe).
Primo pensiero, dopo avere appurato che nessuno poteva venire a prenderci da Rimini: autostop. Certo, non l’avevo mai fatto in vita mia e proprio due giorni prima ero rimasta colpita dalla notizia della sventurata ragazza uccisa da un automobilista in Turchia ma, insomma, osservando tutte quelle automobili che sfrecciavano luccicanti in pieno sole verso la meta a cui agognavo, non mi sembrava un’eventualità particolarmente pericolosa.

Solo che sono troppo timida. Insomma, come faccio a mettermi sul bordo della strada col pollice alzato quando gran parte della mia vita viene quotidianamente spesa nell’evitare di attirare l’attenzione altrui o – orrore – di creare disturbo?

Per Simona valeva lo stesso. Eppure, quando abbiamo visto un automobilista accostare a pochi metri da noi per telefonare col cellulare, ci è sembrato quasi un segno del destino. Un po’ tentennanti ci siamo avvicinate ma proprio quando eravamo a portata di voce lui svelto ha rimesso in moto ed è ripartito rapido.

Che umiliazione! Voglio sperare che lo abbia fatto solo perché aveva finito di telefonare e non perché si fosse accorto delle nostre intenzioni.
Comunque, questo smacco – vero o presunto che sia – ha messo fine, ancor prima che iniziasse, alla mia potenziale carriera di autostoppista.

In mancanza di ruote, ci restavano pur sempre le gambe, e così eccoci camminare sul margine della superstrada che collega San Marino all’Italia, una strada ovviamente priva di marciapiedi e trafficatissima. Mi era venuto in mente che la sera prima, a casa di Simona, guardando il televideo avevamo proprio commentato con sdegno le notizie ormai ricorrenti sui pedoni uccisi dai pirati della strada anche quando camminano sul marciapiede o attraversano sulle strisce. Figuriamoci su una strada come quella che stavamo percorrendo.
– Ce la siamo proprio tirata! –, ha esclamato Simona.
Io ero troppo concentrata a pregare che non ci piombasse addosso un automobilista ubriaco, un camionista cocainomane o un raver inacidito e in ritardo; bah, alla fine sono tutti luoghi comuni, sai come sono i giornalisti!, mi sono detta, e questa affermazione stranamente è bastata a rassicurarmi un po’. In più morire per dei laboratori, per quanto belli, mi sembrava un po’ eccessivo.

Ovviamente, non pretendevamo di raggiungere Rimini a piedi; sapevamo che, una volta superata la dogana e giunte in territorio italiano, avremmo trovato il capolinea dell’autobus italiano che – ci auguravamo – sarebbe passato più frequentemente rispetto alla corriera.

Lungo il cammino cominciavano ad arrivarmi sul cellulare vari messaggi che mi comunicavano con toni più o meno drammatici, a seconda del mittente, i primi exit-poll delle elezioni. Be’, vi assicuro che in quel momento, tra camion che mi sfrecciavano accanto e una lunga strada davanti a me, se anche mi avessero annunciato che era scoppiata la terza guerra mondiale non l’avrei considerato un argomento prioritario; figuriamoci Berlusconi o Veltroni.

Giunte finalmente al confine abbiamo chiesto ai doganieri dove fosse questo benedetto capolinea ma non abbiamo ricevuto un grande aiuto, se non un vago “più avanti”. Chi ci ha dato l‘informazione giusta è stato, non a caso, un ragazzo straniero poco oltre (tra “poveri” fruitori di mezzi pubblici ci s’intende).
Finalmente, dopo pochi minuti d’attesa, è apparso dietro l’angolo il caro, desiderato autobus arancione. Ma non era ancora finita: una volta salite, abbiamo scoperto che non si potevano acquistare i biglietti a bordo (e neanche fuori, dato che eravamo in una landa desolata priva di tabaccherie).

Come forse potete immaginare, non sono di quelli che salgono sugli autobus senza biglietto. Sono di quelli che lo timbrano sempre e che passano il viaggio desiderando ardentemente che salga un controllore e faccia la multa a chi lo merita (cioè alla maggioranza), cosa che non capita quasi mai (sono un po’ cattiva, lo so).

Be’, ragazzi, scendere era fuori discussione. Ho fatto un viaggio da abusiva e m’è andata bene (se fosse salito il controllore l’unica volta che non avevo il biglietto credo che sarei svenuta).

Ora, questo autobus sembrava uno scuola-bus ma in versione terza età. Quando, dopo aver discusso con l’autista a proposito dei biglietti, mi sono voltata per andare a sedere, mi sono trovata davanti a queste file di posti da due, in gran parte occupati da anziani uomini che chiacchieravano ad alta voce tra loro e prima ancora che potessi afferrare esattamente le loro parole (metà delle quali in dialetto), ancora da prima, quando stavo parlando con l’autista e sentivo solo un vago frastuono alle mie spalle, avevo già comunque capito che l’argomento non era esattamente casto.
Quando io e Simona ci siamo sedute di fronte a un vecchio esagitato e l’amico alle sue spalle gli ha detto ridendo:
– Ehi, Armando, zitto che hai davanti a te due minorenni! – ho capito che avevo intuito giusto.
Armando naturalmente non aveva nessuna intenzione di zittirsi, anzi, affermando che, su quelle cose, le minorenni di oggi ne sanno più di lui e di tutti i suoi amici messi insieme, ha proseguito nella narrazione delle sue avventure giovanili nei bordelli. Simona ha pensato bene di introdursi nel discorso per spiegare le nostre vicissitudini in modo che, se fosse salito il controllore, avremmo avuto tutti i passeggeri dalla nostra parte. Si sono dichiarati in effetti tutti pronti a difenderci, nel caso. Dopodiché, venuti a sapere che io dovevo raggiungere la stazione per tornare a Bologna, Attilio (quello che prima si era preoccupato di non turbare due “minorenni”) mi ha chiesto se sapevo cosa c’era un tempo in via delle oche a Bologna. Sì, lo sapevo (c’era – indovinate cosa? – una serie di postriboli).

– Ma come? Una ragazzina così giovane? –, mi ha chiesto lui, stupito ma anche soddisfatto.

– Be’, non sono minorenne da poco più di dieci anni (ma grazie per averlo pensato!); conosco bene la mia città e la sua storia; Lucarelli ci ha pure scritto un romanzo, intitolato appunto Via delle oche –.

A questo punto, Attilio, incalzato dagli amici, stava per lanciarsi anche lui nella descrizione delle sue avventure in via delle oche (ci andava quando era militare), ma a un tratto ha guardato verso me e Simona e gli è venuta un’espressione un po’ contegnosa e ha detto:

– Be’, non sarete minorenni ma le ragazze serie è come se fossero sempre minorenni per tutta la vita –.

E così ha lasciato perdere le nostalgie di gioventù e si è messo a parlare di Berlusconi che stava vincendo, trascinando ben presto nella discussione l’intero autobus.

Questa frase me la segno!, ho pensato tra me e me. Non so, mi fa ridere, suona strana, tipica di una  mentalità vecchia, ipocrita e sorpassata… Comunque, quella delicatezza mi ha fatto piacere.

Per il resto, mentre attorno a me si alzavano discussioni e soprattutto invettive contro chi stava vincendo le elezioni (e Simona, che è di Verona, rideva, dicendo che se fossimo state su un autobus del suo paese probabilmente avremmo ascoltato discorsi egualmente accesi ma in salsa leghista), io mi sono accorta che fuori dal finestrino scorreva un paesaggio bellissimo. L’autobus si era inoltrato su per le colline e sotto ai miei occhi si stendeva la vivace, ondulata e colorata campagna romagnola, esaltata, quel giorno, dalla limpidezza dell’aria, del cielo e del sole. Uno spettacolo così – pensavo – valeva anche i 40 euro della eventuale multa.

Tra il paesaggio fuori, il periglioso cammino di prima e l’animato caos nel quale stavo viaggiando e al quale ogni tanto mi univo, mi sono sentita come in un film. Non ho rimpianto le comodità dell’automobile, che mi avrebbe portata dritta alla meta ma impedendomi di vivere quei momenti. Però è stato bello, la sera, potermi finalmente riposare, con un ultimo pensiero ad Attilio e al modo caloroso con cui mi ha salutato arrivati in stazione a Rimini.

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categoria:politica, camminando
domenica, 18 novembre 2007

L’uomo con la rosa in mano

Stamattina, mentre tornavo, come al solito un po’ abbacchiata, dalla messa; mentre percorrevo solitaria il mio quartiere silenzioso immerso nel riposo domenicale e sommerso da foglie dolcemente decedute in questi giorni freddi e bianchi; mentre mi ponevo sconsolata deprimenti interrogativi esistenziali del tipo: Perché do valore alla mia vita solo quando la pongo in relazione con quella degli altri? e mentre nel contempo deploravo il mio gesto sconsiderato di uscire senza cappuccio in testa solo perché non volevo assimilarmi alle vecchie gracidanti che affollano la messa delle 11,30 (tutte rigorosamente munite di cappelli o cappucci ben saldati al capo, quasi un marchio di fabbrica), entrando nel cortile che collega diversi palazzi tra cui il mio, ho notato un uomo con una rosa in mano.  

Un uomo vestito con una giacca a vento lucida di colore marrone sopra un abito grigio, con i capelli bianchi - non cortissimi ma ben pettinati – che spuntavano da sotto un bel cappello. E quest’uomo teneva saldamente in una mano una lunga rosa rossa protetta dalla carta con cui il fioraio l’aveva confezionata e nell’altra mano un pacchettino e guardava in su, verso le finestre del palazzo di fronte al mio.

Di fronte a tale visione, ogni lugubre pensiero in me si è dissolto mentre mi si attivavano un po’ in ogni organo senziente le antenne della curiosità. Una curiosità molto allegra; non so perché ma mi sentivo improvvisamente scoppiettante di gioia.

L’uomo faceva qualche passo incerto, un po’ in tondo un po’ avanti e indietro, poi si fermava e guardava in alto; poi riprendeva a passeggiare e dopo due secondi di nuovo contemplava quelle finestre mute.

Il mio entusiasmo cominciava a vacillare.
C’era qualcuno che non voleva aprire, dietro quei vetri?
Oppure si trattava di una visita improvvisata non riuscita?
E in questo caso, lei dov’era andata? E perché?

Dopo un po’ l’uomo ha cominciato a incamminarsi verso l’uscita del cortile ma malvolentieri, fermandosi di continuo per riguardare ancora e ancora quelle benedette finestre.
Poi, rassegnato, ha chinato il capo e si è incamminato lentamente per la sua strada senza voltarsi più. La rosa pendeva rassegnata anche lei; a malapena tenuta stretta, quasi toccava terra.

Doveva farsi perdonare qualcosa?
Tornava a casa sua?

Avrei voluto seguirlo ma ho preferito osservarlo sparire lontano, tra un turbine di foglie secche, e immaginare.

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domenica, 11 novembre 2007

Second life

[Così è se vi pare]

Non so perché questa ragazza si sia convinta che io lavoro da Feltrinelli. So solo che ogni volta che mi vede per strada mi ferma, mi saluta e mi dice che qualche giorno prima è passata da Feltrinelli e ha chiesto di me ma io non c’ero.
- Ma che turni fai? Non riesco mai a beccarti! –
- Guarda che non lavoro da Feltrinelli – dico io, paziente – In realtà mi ci puoi trovare spesso, ma come viandante tra un reparto e l’altro, a volte come cliente… -
Mi sembra un discorso chiaro. Tuttavia potete star certi che, passato qualche giorno, per strada mi sentirò salutare, mi fermerò e mi sentirò dire:
- L’altro giorno ho chiesto di te da Feltrinelli ma non c’eri! -.

Il risultato è che entro meno spesso da Feltrinelli e, quando accade, mi ci inoltro con fare guardingo.
Inoltre, i casi sono due: o sono matta io o è matta lei. Oppure ho una seconda vita e non lo so.

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lunedì, 15 ottobre 2007

Di voti e di topi

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Per concludere l’argomento del post precedente, alla fine chiaramente il plebiscito c’è stato, ma il dato più bello è che siamo stati tanti a votare. Cioè, nonostante tutto, ci si vuole credere, no? Be’, è stato bello fare una lunga coda, chiacchierare con i vicini di fila, dare il voto e tornare a casa a mangiare i tortellini di mia nonna senza rimpianti.

Ma ora riprende la dura vita. E riprende con un incontro inaspettato. Stamattina, passando in bicicletta accanto a un cassonetto della spazzatura in una via vicina alla mia, chi vedo, intento a rosicchiare con gusto qualcosa proprio davanti a me? Un topo! Un topo! Un topo di media grandezza, molto ben tenuto, devo dire, col suo manto peloso ben pettinato (mentre io ero sicuramente spettinata), seduto composto sulle zampette posteriori, rosicchiava ciò che teneva tra le zampe con una certa eleganza, anche, masticando educatamente con la bocca chiusa e tutto concentrato in se stesso, incurante del traffico attorno a sé. Perciò, osservandolo, i brividini provati automaticamente all’inizio mi sono passati e mentre nella mia mente si sovrapponevano le classiche immagini ridicole di film e cartoni animati con donne che strillano e saltano sulle sedie al vedere un topolino (be’, io ero già sulla bici, però), mi sono appunto chiesta: Ehi, ma perché io dovrei avere paura di questo tipo innocuo e perfino bene educato?

Però c’è una cosa che non capisco, adesso che ho visto un topo proprio per bene:
ma com’è possibile che Topolino sia un topo? Non ci assomiglia per niente. Bianca e Bernie sì, assomigliano proprio a dei topolini, ma… Mickey Mouse?!  

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categoria:camminando
mercoledì, 03 ottobre 2007

Aiuto!

Oggi sono uscita di casa e mi sono trovata davanti questo inquietante manifesto:

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Ho poi appurato che si tratta di una nuova campagna lanciata dal ministero della Salute per incoraggiare noi cittadini a sentirci più fiduciosi verso il nostro sistema sanitario (una cosa tipo: ospedale dolce ospedale).
Solo che… a me quella tipa fa paura, come infermiera. Ma non sembra anche a voi un po’ drogata?

Me ne torno al mio fumetto, va’…

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categoria:curiosità, camminando
mercoledì, 20 giugno 2007

Esercizio di autopreservazione quotidiana

[sorvolare l’assedio]

Io certe volte mentre cammino per strada – per esempio mentre vado al lavoro – vedo o ascolto delle cose, e mi dico:
non voglio credere di vedere/ascoltare quello che vedo/ascolto (e vedo brutture, tipo muri scrostati, ragazze ciccione con rotoli di pancia in vista, impalcature, ponteggi, camion della spazzatura rumorosi e puzzolenti, carcasse di bici mezze smontate legate ormai inutilmente ai pali, bambini che chiedono l’elemosina invece di giocare o studiare, locandine vicino alle edicole con titoli allarmanti, escrementi canini e umani, aria satura e grigia di smog eccetera, tutto ciò che potete bene immaginare).

Non voglio crederci ma lo vedo. Allora mi succede che mi viene un’esasperazione che fa sì che un’Ilaria continui a camminare per la sua strada e a vedere le brutture, un’altra si solleva un po’ e prende un’altra direzione.
Alla fine ci troviamo al luogo dov’eravamo dirette, ci ricomponiamo e facciamo quel che dobbiamo fare.

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categoria:esperimenti, camminando, esercizi spirituali
domenica, 20 maggio 2007

Spleen domenicale

Chi legge questo blogghettino ormai sa che io sono un essere umano felice e addirittura entusiasta sei giorni su sette. Il settimo giorno, cioè la domenica, mi viene lo spleen.
Stamattina, nel tentativo (fallito) di prevenirlo, sono uscita presto di casa, con un libro in mano, diretta al parco. Ho benedetto il clima pseudo-estivo che spinge molti miei concittadini a salire in macchina il sabato per andare a imbottigliarsi sull’autostrada per il mare; trovo meraviglioso passeggiare per le strade pressoché deserte e insolitamente silenziose. Anche adesso, mentre scrivo, c’è un silenzio totale attorno a me.

A dispetto della giornata calda e luminosa indossavo pantaloni neri, scarpe nere e maglietta nera; non che intendessi con questo dichiarare qualcosa al mondo; erano solo le prime cose che avevo pescato dall’armadio. Ma avendo la carnagione chiara e il passo leggero, credo somigliassi molto alla cosiddetta Morte in vacanza.

Seduta su una panchina, ho osservato le persone che si riposavano al parco: due donne dell’Est chiacchieravano tra loro prendendo il sole senza curarsi dell’anziana assistita di una delle due, a cui il sole dava chiaramente fastidio; accartocciata su una carrozzina e piegata dall’artrosi, con una gobba aguzza, si contorceva lamentandosi; mi sono così immedesimata in lei che mi sentivo friggere sulla panchina. Non volevo sembrare scortese con la badante ma al tempo stesso avrei voluto spostare la signora all’ombra. Nel frattempo accanto a me una bambina cicciona molestava un’altra bambinetta impedendole l’accesso a qualunque gioco lei di volta in volta mirasse. La mamma della bambina, cicciona anche lei, la guardava compiaciuta. E una gazza gracchiante evoluiva (cioè: faceva evoluzioni; scusate, ma dovevo scriverlo) solitaria al di sopra della mia testa.

Quando ho capito che l’anziana artritica era anche un po’ fuori di testa, mi sono avvicinata, l’ho salutata con calore fingendo di conoscerla, ho salutato la badante, detto due stupidaggini sul clima e trascinato finalmente la vecchia all’ombra, due metri più in là (in qualità di “conoscente” potevo farlo senza che nessuno si sentisse offeso, no?).

Poi, più sollevata, sono tornata a sedere sulla mia panchina e ho passato un po’ di tempo a scrutare le scarpe indossate dalle donne che passavano, non perché sia una feticista ma perché sono alla disperata quanto inutile ricerca di capire quale modello di scarpa possa andarmi bene. Non me ne piace nessuna, di quelle che vanno di moda. In più ho uno stranissimo senso del pudore per cui non riesco a girare col piede troppo scoperto, tranne al mare. E tutte invece, nonostante tra l’altro i nostri portici siano spalmati di escrementi canini, sentono questo bisogno insopprimibile di tenere tra il proprio piede e il selciato una suola di carta velina (dopo avere girato tutto l’inverno con orribili stivaloni da ufficiale a cavallo).

Ho aperto il mio libro e letto, in un dialogo, questa frase: Disegnare ti aiuta a vedere il mondo più da vicino, lo sapevi?
Credo valga anche per lo scrivere e mi è piaciuta moltissimo. Non credo sia così bello vedere sempre il mondo da vicino (sono una miope che non voleva mettere gli occhiali proprio perché preferivo vedere sfocato), ma penso non se ne possa fare a meno. Di colpo la vecchia, la bambina cicciona, la gazza evoluente e me con la mia inopportuna divisa nera, mi sono sembrati tutti elementi degni di essere lì. Avrei solo voluto ci fosse un gigante pittore a dipingerci da qualche parte. Forse c’è, in un certo senso. È consolante, a volte, sentirsi personaggi di qualche opera che non capisci.

E così io, me, e il mio libro ce ne siamo tornati a casa, sempre un po’ malinconici ma insomma un po’ più sollevati. E così, anche questa struggente domenica è quasi finita… Buon lunedì a tutti!

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categoria:moda, spleen, camminando
venerdì, 04 maggio 2007

Problemi di megalomania

In questi giorni sono molto impegnata nello studio e come avrete notato non riesco ad aggiornare spesso il blog, ma oggi dopo lunghe ore china sui libri ho fatto una passeggiata liberatoria nei dintorni e mi sono accorta di vivere in un quartiere affetto da megalomania acuta, almeno per quanto riguarda i suoi commercianti. Soltanto nella stessa via si susseguono:

un normalissimo e piccolo negozio di ottica dall’altisonante insegna: Istituto ottico;

un altrettanto piccolo negozio che vende materassi (ha un’unica vetrina), boriosamente denominato: Centro bedding – Tecnologia del riposo;

una semplice profumeria spacciata per Istituto di bellezza.

Nella via a lato leggo: Lo stilista dei capelli (e si tratta di un parrucchiere che non mi pare si differenzi dagli altri in nulla di particolare) e da qualche parte c’è pure una Boutique del salume (strana associazione e non molto invitante, a mio parere). Per non parlare di un mini-raggruppamento di negozietti che si definisce Centro Commerciale. Insomma, la modestia non è una virtù molto contemplata da queste parti… oppure si tratta di seguaci della filosofia di mia madre sul “sapere vendere la propria merce” (cioè presentarla al meglio nonostante in effetti sia scadente o meno importante di quel che sembra).

Alla fine mi sono rifugiata in un’onesta edicola e ne sono uscita con un discreto numero di fumetti che non so quando riuscirò a leggere. È abbastanza impressionante la quantità di cose da leggere che si sta accumulando senza alcuna possibilità di essere smaltita al momento e per chissà quanto ancora, ma non posso farne a meno. Ecco, forse questo è un vizio che ho (a proposito del post di prima): l’acquisto compulsivo di libri e fumetti (e, in misura un po' minore, di cd e dvd)! Trovato!

E con questa brutta o bella notizia auguro almeno a voi un buono e felice e riposante weekend.
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categoria:camminando, la mia città
mercoledì, 18 aprile 2007

Un omicidio

Avevo in mente un post divertente per oggi, invece è successa una cosa molto brutta che voglio raccontare.

Mentre, verso le diciannove, stavo tornando a casa in bicicletta, sono stata superata da numerose macchine di polizia e carabinieri a sirene spiegate. Mi sono chiesta cosa mai potesse essere successo, e immaginate la mia sorpresa quando, entrando nella via dove abito, ho ritrovato quelle stesse macchine (sette in tutto) davanti alla discesa del mio garage, con poliziotti che delimitavano il passaggio e si affacendavano nel cortiletto a fianco e una folla di curiosi che osservava la scena. Mi sono fermata a una certa distanza per capire se ci fosse ancora pericolo o no (a Riccione avevo assistito a una scena simile l’estate scorsa quando un signore, dopo avere cercato di uccidere la moglie, era salito sul tetto con un fucile minacciando di sparare ai passanti; mia nonna, svampita come sempre, era passata tranquillamente diretta al supermercato per acquistare dolcetti da offrire durante il bridge!). Quando ho capito che, di qualunque brutta cosa si trattasse, era già accaduta, mi sono avviata verso il garage schivando curiosi e poliziotti e sono scesa. Da un lato avrei voluto chiedere a qualche curioso cosa fosse successo, ma mi sembrava poco rispettoso e mi vergognavo.
Mentre sistemavo la bicicletta però due miei cugini che mi avevano vista scendere mi hanno raggiunta e mi hanno spiegato che poco prima un giovane aveva sparato in faccia a un anziano nel cortiletto del palazzo accanto al mio, uccidendolo. I miei cugini, che si trovavano casualmente sul loro balcone, così come molti altri passanti, hanno assistito alla scena. Non riesco ancora a crederci: questo giovane - e il telegiornale ha poi confermato questa versione - è stato a lungo seduto su una panchina nel cortile, con il casco in testa; quando il vecchio è uscito dal portone lo ha freddato con tre colpi di pistola (di cui uno in pieno viso!), poi è salito su un motorino ed è scappato. Questo in piena luce e sotto gli occhi di tutti; alcuni sono anche riusciti a prendere il numero di targa. Questa spavalderia, oltre ovviamente all’atto in sé, mi sconvolge.

Il mio quartiere è un tranquillissimo quartiere in cui non è mai successo nulla di simile. Svoltare l’angolo ed entrare nella mia via, tra l’altro col cuore leggero e felice come l’avevo io stasera, e trovare di fronte a casa una quindicina di poliziotti e sapere che un uomo, che probabilmente avrò sicuramente visto spesso in giro, è stato brutalmente ucciso, mi ha davvero sconvolta. Poco prima avevo raccontato a un amico che a volte ho paura del buio. Non potevo immaginare quello che stava succedendo a casa mia in piena luce.

So che di fatti così ne capitano di continuo, per non parlare di stragi e attentati. Ma vederlo al tg è ben diverso che trovarselo sotto casa… non riuscivo a non raccontarvelo…  

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categoria:attualità, camminando
venerdì, 13 aprile 2007

Un esperimento

Nei giorni scorsi ho fatto un piccolo esperimento. Mentre camminavo, e dovunque andassi, aguzzavo la vista per individuare una persona veramente brutta. Così brutta da essere inguardabile.

Di persone ne ho viste tante e in tanti contesti diversi, e sono arrivata alla conclusione che persone veramente brutte non esistono.
Anche in chi all’inizio mi pareva brutto, guardandolo meglio scorgevo subito qualcosa di bello.  

Perfino una donna obesa, con un neo peloso sopra il labbro e i capelli tinti male, osservandola per bene non mi è sembrata inguardabile. Brutta sì, ma non così brutta da disgustare.
Ogni volta che in periodi diversi ho fatto questo esperimento sono arrivata sempre alla stessa conclusione. Perché per esempio non riesco a guardare una persona come se fosse una statua; il solo fatto di vedere una persona viva, che si muove, fa delle cose, ha rapporti con altre persone me la fa sembrare bella anche fisicamente.

Ciò che rende brutta una persona, ho notato, non sono dei difetti fisici, ma certe espressioni del volto. Tutte le volte che nelle mie osservazioni sono rimasta immediatamente colpita da una persona per la sua bruttezza ho poi constatato che non era brutta lei (anzi, a volte era oggettivamente molto bella) ma sembrava tale perché per esempio aveva inconsapevolmente sul viso un’espressione annoiata o irritata o disgustata.

Anche se potrebbe sembrarlo, il mio non è un discorso ideologico o moralistico del tipo la vera bellezza è quella interiore o simili. No, nasce da osservazioni empiriche e spregiudicate. Del resto, io non sono neanche capace di dire a priori se una persona è bella. Quindi o ho ragione io, oppure ho dei seri problemi nel distinguere il bello e il brutto (una sorta di daltonismo estetico).

Ditemelo voi. Esistono persone veramente brutte?

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categoria:esperimenti, camminando