lunedì, 02 giugno 2008

Se proprio devi uccidere, almeno non parlare

pistola

Non ho mai sopportato quelle scene cinematografiche in cui, dopo che per tutto il film un certo tipo ne ha inseguito un altro per ucciderlo, quando finalmente i due si trovano uno di fronte all’altro e il nostro uomo potrebbe finalmente fare secco in due secondi il suo nemico (di solito ha già la pistola sfoderata mentre l’altro è disarmato, o l’ha già incastrato e deve solo affondare un maledetto colpo), invece di mandarlo per l’appunto dritto al Creatore si lancia in un monologo minaccioso e interminabile, alla fine del quale – inevitabilmente – non riuscirà a fare ciò che sarebbe riuscito a fare se solo avesse tenuto la bocca chiusa.
Mentre questo tontolone si abbandona alla sua fastidiosa logorrea, infatti, noi spettatori sappiamo che, prima che lui finisca di parlare, arriveranno i soccorsi/la polizia/i complici del suo nemico e lo salveranno (nei casi più spudorati può anche darsi che ciò porti a un ribaltamento totale della situazione e che a lasciarci le penne sia alla fine proprio il chiacchierone stesso) o il suo bersaglio, approfittando del tempo che il monologo gli concede, riuscirà a coglierlo di sorpresa e a disarmarlo. Eccetera.

Potete dunque immaginare il mio stato nervoso dopo che ho trascorso due giorni ad adattare un fumett(accio) nel quale questa fastidiosa situazione si protrae per più di una cinquantina di pagine. 50 pagine in cui due esseri (di cui uno è una specie di zombie intelligente che si è ulteriormente trasformato in mostro, tipo un Golia postmoderno e mooolto più brutto e potente) si fronteggiano e il più forte, invece di ammazzare subito l’altro (cosa che potrebbe fare facilmente), comincia a tirarla per le lunghe con frasi di questo tipo (più qualunque loro variante):

Finalmente ti ho sotto tiro, adesso ti uccido!

La vedi questa pistola ultrapotente? È puntata contro di te! [specifico che il tipo contro cui la pistola è puntata non è cieco]

Adesso ti sparo un colpo che ti spappola il cervello!

Sei pronto a morire? Come ci si sente, eh?, grand’uomo dei miei stivali!

Credevi di scapparmi e invece guarda qui: sto per ucciderti!

Lo vedi questo cannone? Dentro c’è una pallottola che aspetta solo di fracassare quel tuo cervellino (sempre che tu ne abbia uno) e ora lo farà.

Cos’è? Non fai più il gradasso? Hai fifa, eh? Fai bene perché stai per crepare.

Sai che sto per ucciderti?

Be’, dopo oltre cinquanta pagine così (con io che, ormai con la bava alla bocca e in preda a istinti omicidi, invoco e urlo – tra una pagina e l’altra – amenità come: Ma uccidilo, su! E falla finita! Sparaaa! Spiaccicalo! Distruggilo! Chiudi la bocca, idiota! eccetera, bramando di entrare nella pagina, massacrare entrambi e riuscirne purificata) come credete che finisca?

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venerdì, 01 febbraio 2008

Always look on the bright side of life

[regalino di fine settimana]

 




In questi giorni ho rivisto il film “Brian di Nazareth” (ho acquistato il doppio dvd) e l’ho trovato come sempre gustosissimo. È la storia di Brian, nato contemporaneamente al più famoso Gesù e profeta suo malgrado (verrà scambiato per il Messia) in una caotica Giudea affollata da sedicenti profeti, radical-rivoluzionari anti-imperialisti, dominatori Romani (pasticcioni come non mai) e chi più ne ha più ne metta… è una parodia in cui nessuno si salva e che fa ridere (volendo, fa anche un po’ pensare), senza irridere. Ve lo consiglio; soprattutto di questi tempi, saper sorridere anche di religione non fa certo male, considerando che lassù c’è Qualcuno che ha più umorismo di molti di noi…

La scena postata mi piace moltissimo: trovo irresistibilmente comico il contrasto tra musica, parole e immagini, e la canzoncina non può non mettere di buonumore, secondo me!

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categoria:cinema
mercoledì, 02 gennaio 2008

Concludere l’anno depressi è il modo migliore per iniziarne un altro allegri

[questo non è un post triste; è umoristico (meglio precisare…)]

L’ultimo giorno dell’anno mi son svegliata depressa (per alcuni motivi ben precisi che nulla hanno a che vedere con lo snobismo da ricorrenze; sono favorevole ai festeggiamenti nelle “feste comandate”!).

Be’, magari porta fortuna essere tristi l’ultimo giorno dell’anno, mi son detta, e su questa ondata d’ottimismo (l’unica della giornata) ho trovato la spinta per alzarmi dal letto.
Ho cominciato a ricevere telefonate d’auguri e mi sono sforzata di risultare allegra e positiva, con scarsi risultati, credo (chiedo scusa agli sventurati interlocutori). L’unica persona da cui desideravo essere sommersa di messaggini non me ne mandava. In compenso ero travolta da Timspot giornalistici riportanti orribili notizie su eccidi in Kenya o donne fatte a pezzi in Italia.

Nel corso della mattinata i miei familiari sono partiti chi per Piacenza chi per Reggio Emilia, dove avrebbero festeggiato l’arrivo del nuovo anno. Sono così rimasta sola in casa e mi sono esibita in alcuni monologhi consolatorii passeggiando per il corridoio.
Poi mi son messa a cucinare il mio dolce, immersa in varie recriminazioni tra me e me.

Mi sentivo anche obbligata a pubblicare un post d’auguri: mi son messa a scrivere e mi veniva fuori un augurio più triste dell’altro; alla fine ci sono più o meno riuscita e l’ho postato (sostituendo all’ultimo momento la parola “orrore” con la parola “dolore”).

A questo punto, dovevo prepararmi per uscire. E non ne avevo voglia. L’unica cosa che mi andava di fare era accasciarmi sul divano del salotto e restare lì immobile fino a ora indefinita, lasciando che attorno a me calassero dolci le ombre della sera, portando via il giorno, l’anno e la mia coscienza. Ma non potevo farlo: il divano è completamente cosparso di reperti africani - tutti duri e appuntiti, tra l’altro - portati e abbandonati lì da mia sorella; e anche le poltrone.

Per un fugace istante una sbornia solitaria mi è parsa un’alternativa non disprezzabile; il necessario l’avevo. Mi è bastato però ricordare come sono stata male l’unica volta che mi sono pesantemente ubriacata in vita mia (purissima vodka) per rinsavire immediatamente dall’insano proposito.

Precipitando ulteriormente, ho dato un’occhiata alla programmazione televisiva della serata: trasmettevano “Il diario di Bridget Jones”.
Non ho mai visto Il diario di Bridget Jones. - mi son detta - Conosco un sacco di giovani donne che vanno pazze per questa Bridget Jones e io non so neanche chi sia. Adesso do buca alla festa e resto a casa a guardare Il diario di Bridget Jones, anche se presumo che non mi piacerà e forse mi verrà anche voglia di suicidarmi.
Infatti l’unica cosa che sapevo di Bridget Jones era che si trattava di una tipa imbranata (e non immaginavo quanto) e a me, di tutti i film che ho visto, con protagoniste giovani donne imbranate e anche un po’ isteriche, finora non me n’è piaciuto neanche uno.

Sinceramente, mi sembrava davvero un’idea vomitevole, restare a casa a guardare "Il diario di Bridget Jones".

Alla fine, le mie mani ustionate mi hanno riportata alla realtà e ho deciso di andare alla festa; se no, perché cavolo avrei dovuto passare il pomeriggio a ustionarmi le mani?

Perché – piccola parentesi – dovete sapere che questo dolce che so fare io comporta che la cuoca nell’impastarlo si ustioni le mani, ma quante cuoche conoscete al giorno d’oggi che siano disposte a ustionarsi le mani la sera di S. Silvestro? (per cuoche intendo giovani donne magari con le mani tutte ben curate, e perfino un po’ schizzinose, non le massaie come mia nonna che tiene sempre in cucina Foille, la soccorrevole pomata contro le ustioni). Ed è questo il segreto per cui il mio dolce viene così bene, perché non sarebbe la stessa cosa impastarlo aiutandosi con qualche utensile, come ha fatto chi ha provato a cucinarlo dopo che le ho dato la ricetta. E c’è un momento, quando tengo le mani sollevate al di sopra dell’impasto bollente e fumante e mi preparo psicologicamente a sentire il bruciore quando le calerò, che è un momento divertentissimo, secondo me, perché mi sembra davvero ridicola questa attività dell’ustionarsi le mani pur di fare un buon dolce (ed è poi un metodo inventato da me, non c’è scritto su nessuna ricetta) ed è ancor più ridicolo il modo da me escogitato per sopportare il dolore: cantare a squarciagola le tre sillabe Lallallà in tutte le possibili variazioni, finché le mani si abituano al calore e allora diventa piacevole modellare l’impasto. 

Perciò, per rispetto alle mie mani doloranti, mi sono vestita, ho impacchettato il mio dolce, buttato nello zaino pigiama e accessori varii (il giorno dopo, senza tornare a casa, sarei andata a Piacenza), preso la bici e pedalato fino a casa del mio amico, dove si è tenuta una simpatica e semplice festicciola tra amici intimi che alla fine, come sempre, si è rivelata divertente.

Per curiosità, però, ho registrato “Il diario di Bridget Jones” e ieri l’ho guardato, in compagnia di mia nonna, poveretta (ero a casa sua): se fossi rimasta a casa a guardare quel film sarebbe stato il modo peggiore per concludere l’anno.

Bridget Jones è odiosa. Il fatto che parecchie trentenni o giù (o su) di lì si identifichino in lei (ogni giorno incappo del tutto casualmente in blog ispirati a questa tipa, per non parlare di certa devozione al personaggio udita con le mie orecchie in varie circostanze) mi deprime, anzi mi spaventa. Non vorrei avere un'amica uguale a Bridget Jones e se scoprissi di somigliarle avrei un valido motivo per suicidarmi. Bridget Jones è un’inetta per eccellenza: l’unica cosa che le interessa è farsi portare a letto da un uomo possibilmente mascalzone (usiamo un eufemismo). Per il resto: non sa parlare, non le interessa il suo lavoro (eppure lavora in una casa editrice e potrebbe gustarselo molto di più), è imbranata, goffa, impacciata e incapace di migliorarsi (anzi, non può neanche proporsi di migliorarsi, perché non sembra molto consapevole del suo stare al mondo). E in più, non fa neanche ridere, con tutti i suoi comportamenti stupidi; perché anche per far ridere di sé occorre una certa consapevolezza. Boh, capisco che qualcuno possa trovarlo un film divertente, ma farne quasi un ideale di vita mi pare un po’ degradante.

E voi, amici? Passato bene l’ultimo dell’anno?
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categoria:cinema, feste
lunedì, 13 agosto 2007

I finali sbagliati

Le luci nel cinema si accesero, i piccoli spettatori cominciarono a vociare allegri infilando giubbotti e cappottini con l’aiuto dei genitori, accartocciando sacchetti vuoti di pop corn.
Un pianto fragoroso e disperato echeggiò per la sala.
Due genitori imbarazzati cercavano di far tacere la bambina da cui proveniva quel pianto, invano.
Il pianto proseguì, senza affievolirsi, anche lungo la strada verso il parcheggio, anche in macchina, finché la piccola non cadde spossata sul sedile, persa in un sonno consolatore.

Quella bambina ero io, il film era la versione restaurata di “Biancaneve e i sette nani” di Walt Disney, il motivo del pianto a dirotto era il terribile finale (ancora oggi lo trovo straziante): la vista di Biancaneve che, in sella al cavallo bianco del principe, reggendosi a lui, salutava felice i sette nani per andare a vivere col principe nel suo castello mi aveva spezzato il cuore.
Insomma, dopo tutto ciò che quei buoni nani, un po’ burberi ma simpatici, avevano fatto per lei, quell’ingrata se ne andava col primo che capitava (va be’, le aveva salvato la vita, ma involontariamente; se lei fosse stata brutta, per es., non l’avrebbe baciata; i nani, invece, l’avrebbero vegliata comunque); in più era sciocca: secondo me era molto più avventuroso ed entusiasmante vivere in una casetta in mezzo alla foresta anziché in un castello pieno di regole e servitù.   

Invano, arrivati a casa, i miei genitori cercarono di farmi ragionare e di convertirmi al loro punto di vista (che coincideva con quello disneyano): io restai sempre – e resto tuttora – della mia idea. Da quel momento non ho mai smesso di cercare finali alternativi, di cui vi propongo solo alcuni esempi:

Biancaneve accetta di sposare il principe solo se lui verrà a vivere nel bosco con lei e i nani.
Proprio quando sull’altare sta per pronunciare il fatale , il principe muore.
Si sposano ma poco dopo scoppia una terribile guerra a cui il principe deve partecipare, perciò Biancaneve nell’attesa (che sarà lunghissima perché la guerra è interminabile) torna a vivere nel bosco con i sette nani.
Il principe, se anche torna, torna smemorato e non si ricorda neanche più di avere una moglie, la quale può quindi continuare a vivere con i nani.
Biancaneve sposa il principe e vive con lui nel castello ma fa tanti di quei capricci che alla fine lui la ripudia e lei torna nel bosco, dove ci sono ben sette persone che la amano.
E così via (in ogni caso, mi sembra chiaro che, nella mia mente, Biancaneve non è separabile dai nani).

Problemi analoghi li ho avuti con i finali di parecchi film e romanzi. Attenzione: non mi interessa il lieto fine, ma solo una fine coerente con le mie personali aspettative (delle quali l’autore, poverino, non è certo responsabile).
Per dire: uno dei miei racconti preferiti è La metamorfosi di Kafka; ebbene, lo conosco a memoria eppure sono convinta che finisca con il padre che calpesta barbaramente il figlio-scarafaggio fino a ucciderlo (cosa che ovviamente non avviene: per fortuna, perché oggettivamente in questo caso la conclusione di Kafka è incomparabilmente superiore al mio scenario pulp; eppure nel mio inconscio io sono convinta che il finale sia questo e devo sforzarmi ogni volta per ricordare quello vero).

E “Vacanze romane”? Non sono mai riuscita ad accettare che il giorno dopo la loro giornata di sana follia, la principessa finga di non riconoscere il giornalista [e che giornalista! ;-)] e lui accetti… Inutilmente, in quel caso (avevo 12 anni la prima volta che lo vidi), mio padre citò tutte le leggi dell’estetica cinematografica e letteraria per rabbonirmi e convincermi che un finale diverso sarebbe stato scontato, favolistico e sentimentale… lo accusai di essere senza cuore (pur convenendo dentro me che aveva ragione, s’intende)!

Insomma, ho dei problemi con la fine delle cose, inventate o reali che siano.

E se, per le opere di fantasia, ci si può immaginare un finale diverso, nella vita reale questo non si può fare (o lo si può fare fino a un certo punto). Questa è una delle constatazioni preferite usate da mia madre per scagliarsi contro la lettura, la visione di film o il semplice atto di fantasticare. Non potrò mai essere d’accordo con lei: è vero, nessuna fantasia può essere barattata con la realtà, ma se non avessimo l’immaginazione non esisterebbe neanche la realtà come la conosciamo, sarebbe una cosa così povera e triste che l’unica cosa positiva sarebbe la sua fine (e forse per una volta concorderei con un finale)!
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categoria:libri, cinema, esperimenti
venerdì, 08 giugno 2007

Consiglio appassionato

Mentre aspetto di trovare il tempo per scrivere un post, vi segnalo intanto che uno dei miei film preferiti sarà trasmesso domani notte all’1,30 (in teoria) su Italia 1. Si intitola Ghost world (potete cliccare qui per le informazioni di base, ma non fatevi influenzare!) e mi piace perché è un film malinconico ma non deprimente, anzi in realtà è allo stesso tempo un film umoristico; è realistico ma anche lievemente surreale, nonché poetico pur non avendo pretese artistiche; racconta, tra le altre cose, la fine impercettibile di una di quelle amicizie nate durante l’adolescenza (e che sembrano eterne) che, alla soglia dell’età adulta, si sciolgono e muoiono senza quasi accorgersene (vi è capitato, forse? A me sì, purtroppo). Poi parla dello spaesamento che a volte tutti proviamo e dei modi per uscirne. Parla di arte, musica, solitudine, follia, giovinezza, adultità, speranza, cinismo, amore, amicizia, famiglia, lavoro; si ride, si pensa, si immagina, si ricorda; a me quel film lascia sempre una certa carica, una voglia di fare e di vivere, dopo che lo guardo.

Poi: c’è uno Steve Buscemi meraviglioso, che sa dare vita al personaggio che interpreta, rendendolo così vero, con i suoi tic, le sue incertezze, il suo modo obliquo ma perfettamente coerente e integro di stare al mondo (se vedrete o conoscete il film: Seymour sarebbe l’Uomo della mia vita, se esistesse o se lo trovassi! E Steve Buscemi è uno dei miei attori preferiti).
Poi c’è una Scarlett Johansson quindicenne e una Thora Birch splendida interprete della protagonista, Enid, in cui mi identifico (o meglio, mi rivedo abbastanza per com’ero a quell’età e mi ci sento tuttora in sintonia, pur con la necessaria evoluzione).

Nonostante le protagoniste principali siano due ragazze all’inizio dell’età adulta, questo non è né un film adolescenziale né tantomeno giovanilistico, anzi, è da adulti che lo si comprende e ci si immedesima di più.

So di non essere brava a promuovere ciò che mi piace (non sarei tagliata per fare la pubblicitaria, credo!) ma se provate a puntare il videoregistratore all’1,30 su Italia 1 domani notte (notte tra sabato e domenica), male non può farvi (al massimo se il film poi vi annoia lo piantate lì e ci registrerete sopra qualcos’altro!).

 

Già che siamo in tema televisivo, non so se vi capita a volte, quando guardate la tv, di ascoltare qualcuno che parla e di provare vergogna per lui/lei e di cambiare canale o spegnere la tv perché vi immedesimate in lui/lei e provate imbarazzo (imbarazzo del tutto ingiustificato perché se non lo prova la persona in questione non si capisce perché dovreste provarlo voi). Tipo quando vedete gente che fa confessioni private o piange o litiga urlando o dice cose troppo volutamente sensazionalistiche o si presenta in modo da risultare patetico senza però accorgersene… cose così. Io mi imbarazzo tanto che addirittura divento rossa come se a parlare fossi io.

Be’, ieri mi è successa questa cosa vedendo Isabella Santacroce a Otto e mezzo (versione estiva), intenta a promuovere il suo ultimo romanzo (perché, comunque, lo scopo era quello). Mi ha molto impressionata il fatto che si prendesse tanto sul serio e parlasse per frasi fatte e luoghi comuni, credendoci veramente; cose tipo: io vivo da sempre nel sacro; i grandi santi e i grandi peccatori vivono da sempre agli estremi di quel punto mediano che io con la mia arte voglio scardinare, infatti Dio è mio marito; il bene non è creativo e non serve a niente mentre il male sì; la morale nasce dalla paura (e, a un’obiezione di una tipa peraltro odiosa convocata lì in veste ufficiale di moralista, ha saputo solo rispondere ossessivamente: Lo ha detto Nietzsche! – Ipse dixit – che poi, con tutto il rispetto: Nietzsche riletto dalla Santacroce e mischiato anacronisticamente al povero De Sade – dico “povero” perché sempre tirato in mezzo a giustificare qualunque cosa, soprattutto se scritta male). E poi non era quello che diceva, ma come lo diceva, recitando frasi a memoria e mettendosi in posa. Ho cercato di convincermi che lo facesse consapevolmente, come forma – che ne so – di rivolta estetica subliminale… Ma mi è sembrato invece che non scherzasse affatto, e comunque sarebbe anche questa una cosa vecchia, come ha detto Davide Rondoni, altro ospite, già vista un secolo fa. Per questo, mi è sembrata patetica.
Poi, un po’ per l’imbarazzo e soprattutto perché dovevo finire di lavorare a un fumetto, ho spento senza rimpianti. Ma siccome mi ha colpito vedere un’immagine così infelice (mi sembrava infatti terribilmente infelice e poco in salute; non che sia un obbligo essere felici), ho pensato di dirvelo (se non l’avete vista, meglio per voi).

Scusate se ho scritto molto male e molto in fretta questo post un po’ di servizio.

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categoria:cinema, tv
venerdì, 16 marzo 2007

Zelig o del bisogno di benevolenza

Oggi ho ripensato a “Zelig”, il film di Woody Allen. Il protagonista è un uomo chiamato “il camaleonte umano” per la sua capacità di imitare le caratteristiche fisiche e caratteriali di ogni suo interlocutore. Quando la psichiatra che lo ha in cura gliene chiede il motivo, lui risponde che lo fa per sentirsi benvoluto dagli altri. Preferisce nascondere la propria personalità pur di assecondare, e dunque non dispiacere, l’interlocutore di turno. Intanto il suo caso diventa mediatico, le folle lo acclamano, vengono messi in commercio i soliti gadgets a lui ispirati, viene perfino inventato il ballo del camaleonte. L’unica che lo considera un essere umano da aiutare è la sua psichiatra, che riuscirà nel suo intento; alla fine i due si sposeranno, mentre la voce del commentatore (il film è strutturato come fosse un documentario) chiosa così: alla fine non fu l’approvazione delle folle ma l’amore di una donna a salvargli la vita.

A volte, soprattutto in passato, anche a me sarebbe piaciuto comportarmi come Zelig; penso sia naturale, almeno ogni tanto, desiderare di piacere a tutti; sentirsi amati, accettati, anche a costo di diventare dei conformisti e degli individui privi di personalità. Però so che non sarebbe giusto. Mio padre mi ha educata a essere sincera e secondo lui mostrarsi diversi da come si è, benché per un “buon” motivo, è un atto disonesto, quindi un comportamento molto grave. Io gli do ragione. A volte però mi pare quasi di vederla quell’espressione che non riesco a trattenere, una muta richiesta di tenerezza che so benissimo dipingersi sul mio viso nei momenti più inattesi. E la vedo anche in molti visi altrui, tra l’altro.

Io non credo all’epilogo del film, cioè a quella frase che ho riportato (l’amore di una donna gli ha salvato la vita); non credo molto nell’amore come medicinale salvavita. Però mi sono rimaste impresse le parole di un commentatore cui sono molto affezionata che nel mio post triste di qualche giorno fa mi ha raccontato di come a lui non interessasse parlare realmente con nessuno finché dopo anni ha trovato una persona con cui inaspettatamente ha cominciato a trovarsi benissimo nel parlarle e nell’ascoltarla, e da allora non ha più smesso.  

A me ora non interessa sapere se incontrerò una simile persona (e non penso necessariamente all’amore, anzi non ci penso affatto, ma a quella forma d’amore sopraffina che è l’amicizia), mi basta sapere che c’è questa possibilità. Mi basta solo questo (oltre al monito di mio padre) per non diventare mai una Zelig.

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categoria:cinema, io
martedì, 20 febbraio 2007

Gary Cooper ha l’accento bolognese

Oggi vi metterò al corrente di una curiosa situazione. Intanto dovete sapere che ho un debole per Gary Cooper. Ok, è nato 106 anni fa ed è morto nel 1961, ma l’amore certi particolari non li nota neanche. E poi qui il problema non è l’assenza, ma la presenza. Lo incrocio quasi tutti i giorni all’università. Ho perfino scoperto che il mio bisnonno è stato maestro di sua madre a Modena alcuni decenni orsono (lo so perché all’esame quando lui ha sentito il mio cognome è impallidito mentre il viso gli si raggrinziva in una smorfia di terrore. E così mi ha detto che sua madre lo ha sempre terrorizzato con i racconti su questo terribile preside severissimo e aguzzino. Ma che razza di avi ho? Meglio non indagare oltre).

Insomma, i casi sono due: o esiste la reincarnazione e tra l’altro uno può reincarnarsi in un corpo identico al precedente (ma non credo nella reincarnazione) oppure trattasi puramente e semplicemente di sosia. Il sosia perfetto. Oppure clonato; del resto anziché clonare terrificanti dinosauri, perché non un uomo così affascinante? Ma cosa dico. È la passione che mi fa parlare così. Purtroppo è sposato e dunque posso solo limitarmi a contemplarlo evitando di dare troppo nell’occhio. Ma anche così è un piacere (Sono un’esteta e mi nutro di Bellezza e la bellezza è tanto più bella quanto meno afferrabile, disse la volpe nella versione censurata della favola a noi nota come La volpe e l’uva).

Insegna linguistica italiana e ha un forte accento bolognese (morbido e pastoso, decisamente più gradevole di quello yankee); che meraviglia ascoltarlo leggere ad alta voce una ricetta di cucina di Pellegrino Artusi, analizzandola poi dal punto di vista della sua disciplina, e vedergli sfoderare il suo sorriso assassino alla mano alzata di una studentessa. O osservarlo mentre cammina lungo il corridoio col suo andamento deciso neanche fosse l’impavido sceriffo Cane in “Mezzogiorno di fuoco”.

Ma quel che mi dà da pensare è che quando ho comunicato questa grande notizia in giro (anche per ricevere conferme sulla sua effettiva somiglianza col nostro), una percentuale irrisoria di studentesse (mie coetanee o di poco più giovani) avevano idea di chi stessi parlando. La maggioranza non sapeva chi fosse Gary Cooper e anche tra quelle che ne conoscevano il nome ben poche sapevano collegarlo alla faccia.

Che significa questo? Molto semplicemente, non avranno avuto una madre fissata con i film rigorosamente girati non oltre il 1965 (preferibilmente Western e commedie romantiche), come la mia (i film di Rete 4 sono trasmessi principalmente per lei).

Qui sopra il nostro eroe nella scena topica che più gli si addice: con un braccio protegge la sua bella, nell’altra mano brandisce l’immancabile pistola (notate anche l’espressione risoluta ma non truce: lui è un buono). Il bravo campione americano senza macchia e senza paura, usato in tanti film come bandiera dei cosiddetti valori americani. Adesso capite che fortuna ho io a vederlo girare senza pistola ma con dei libri in mano? Certe volte i sogni si avverano… ;-)

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categoria:cinema, curiosità, uomini al lavoro
lunedì, 01 gennaio 2007

Mi sa che devo smettere di dire a tutti che La pianista è tra i miei film preferiti in assoluto. Ho scoperto che di fronte a questa notizia molta gente tende a spaventarsi o a scandalizzarsi (i pochi che l’hanno visto, ovviamente, o quelli che si guardano il dvd dopo che gliel’ho consigliato…).

Non pensavo ci fosse bisogno di specificare che il fatto che un certo film mi piaccia non significa che condivida tutto ciò che avviene in quel film, o che se mi identifico con un certo personaggio non è detto che io sia effettivamente come lei/lui! Comunque, se può rassicurare, tra i miei film preferiti c’è anche Mary Poppins (e parlo seriamente), nonché Ghost world (e non sono più adolescente da un pezzo) e parecchi altri che non starò qui a elencare (comunque La pianista resta sempre lì in cima, ecco).

[Post-sfogo in seguito a fastidiosa discussione con spocchiosa pseudoparente (lontanissimamente acquisita, specifichiamolo) al termine di un faticoso (per lo stomaco e per la mente) Pranzone di Capodanno (e anche per quest’anno è andata)].

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categoria:cinema, curiosità, io
sabato, 09 dicembre 2006
Uno dei miei film preferiti è "La pianista", di Michael Haneke, con la mia attrice prediletta, Isabelle Huppert. Per me Erika (la protagonista del film) è l'anti-Bovary per eccellenza. Madame Bovary (romanzo che amo, personaggio che odio) è insopportabile. Lei non è una sognatrice, lei raccatta fantasie preconfezionate piccolo-borghesi. Il pizzetto, il merletto, il marito importante, i valzer, le feste nei salotti che contano, le passioni brucianti ricalcate su quelle dei romanzetti rosa, il gossip sui vip... Tra l'altro, in questa sua ansia di essere socialmente bene in vista assomiglia pericolosamente a mia madre.
Ora, Erika è esattamente l'opposto di Emma. Tanto quest'ultima fantastica di trovarsi al centro della "buona società", quanto Erika si allontana dall'ipocrisia del bel mondo; le fantasie di Emma sono convenzionali e conformiste, quelle di Erika sono individuali, sue; i desideri di Emma si basano su un'idea positiva del mondo e della società: salendo di posizione, facendo le esperienze giuste, la felicità è raggiungibile, tangibile; la visione del mondo di Erika è invece più che pessimista: direi disperata, o forse è già oltre la stessa rassegnazione, rasenta il cinismo. Eppure, in tutto ciò, Erika vive, lotta, si ribella attraverso le sue azioni, in solitario; Emma si immalinconisce, non mette in discussione la realtà e infine annulla se stessa non perché il mondo non è adatto a lei, ma perché lei non si sente all'altezza del mondo!
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categoria:libri, cinema