Uomini e cani
L’amore per gli uomini che si attribuivano gli amanti dei cani gli appariva smentito dall’odio con cui lo negavano agli altri. E conosceva la loro insofferenza verso il visitatore impaurito dalla festosità dei latrati: quando sacrificavano l’essere più inerme, cioè il visitatore, imponendogli, se non di ricambiarla, almeno di subirla; e anziché frenare l’aggressività dell’animale, chiedevano all’ospite di vincere la paura. L’idea di legare il cane o di richiuderlo momentaneamente in una stanza non rientrava nell’orizzonte delle loro possibilità. E se l’ospite pallido la suggeriva, lo guardavano costernati, considerandola offensiva per la dignità dell’animale. A questo punto l’ospite ritornava a essere quello che il suo nome significava all’origine: il nemico. O si arrendeva ai latrati o si rivelava intollerante. Quanto all’esito di una scelta tra lui e l’animale non sussistevano dubbi: Almeno nell’intimo delle persone che si giudicavano sensibili.
G. Pontiggia, La grande sera
Due giorni fa, a Rimini, apprestandomi a entrare in ufficio, la mia collega mi avvisa che vi troverò un cane.
– Ma è buonissimo, non preoccuparti –, aggiunge.
Io invece mi preoccupo e infatti non faccio in tempo ad aprire la porta che il cane è già lì che scodinzolando mi si fa incontro, sicuramente con buonissime intenzioni, questo lo so ma non mi conforta. Non amo il contatto con gli animali (tranne chiocciole e cavalli), non ci sono abituata, sono schizzinosa e non credo nella bontà (né nella cattiveria) di codeste bestiole.
La mia teoria è: amici, ma a debita distanza.
Invece Filippo (così si chiamava questo cane grosso, dal pelo medio-lungo di color beige) non ne voleva sapere granché, della debita distanza. Abbiamo passato i primi minuti io a scappare e lui a inseguirmi intorno al tavolo finché la povera bestia non ha capito che proprio non ne volevo sapere di lui e – forse un po’ offeso?, penserebbe qualcuno – si è infine accoccolato a terra voltandomi le spalle con ostentazione e grande dignità.
– Senti, Filippo, devi scusarmi – mi sono ritrovata a dirgli (e non credevo alle mie orecchie) – non è niente di personale, credimi, tu sei sicuramente un cane fantastico perciò potrai compatire il mio cuore di pietra –.
Così dicendo mi sono messa al computer a lavorare. Il colmo è stato quando, essendo la mia collega uscita, sono rimasta completamente sola in compagnia di Filippo, il quale ogni tanto si risvegliava dal suo torpore abbaiando forte per qualche secondo e poi ritornando a tacere.
Immaginate il silenzio totale di una libreria deserta, interrotto a sorpresa dai poderosi latrati di un cane: il mio cuore è stato messo a dura prova, a ogni “risveglio” di Filippo facevo un balzo sulla sedia e emettevo un urletto di sorpresa, seguito da una risata (insomma, la cosa, vedendola dall’esterno, mi faceva anche ridere).
All’ora di pranzo le mie colleghe mi hanno telefonato per dirmi di raggiungerle al bar in piazza. Il cane doveva restare lì da solo, poverino. Al ritorno, dopo quasi due ore, Filippo era ancora lì, calmo e tranquillo. Davvero un bravo cane.
Sapete, io questa storia del “Non preoccuparti, è un cane buono” non la sopporto.
Prima di tutto noi non sappiamo cosa passa per la testa di un cane e non siamo in grado di prevedere i suoi comportamenti né possiamo presuntuosamente attribuirgli sentimenti umani.
Secondo, a una persona che nutre timore o diffidenza verso i cani, i cani sembrano tutti cattivi.
Terzo, buono o cattivo che sia, se voglio che il tuo cane mi stia alla larga, devi ascoltarmi (potendo) oppure persuadermi con gradualità, non impormi la belva perché è buono.
Una volta ho visto un tipo che spiegava con grande cura al suo cane che bisogna attraversare la strada sulle strisce pedonali guardando prima da una parte poi dall’altra. Povero cane.
Quando ero ragazzina c’è stato un periodo della mia vita in cui ero perennemente inseguita dal cane dei vicini di casa, il quale, appena adocchiava un bambino qualsiasi del caseggiato, si slanciava ringhiando alle sue calcagna con pessime intenzioni (non stupiamoci delle medaglie che vinsi in quel periodo nelle gare di corsa tra le scuole). Era tremendo voltarmi in corsa e scorgere, con la coda dell’occhio, le sue fauci a mezzo millimetro dal mio fondoschiena e – magari già al terzo o quarto giro dell’intero porticato – sentire il cuore sul punto di scoppiarmi in gola, le gambe cominciare a cedere e pensare: se mollo mi morde!, e allora percepire la cosiddetta forza della disperazione (esiste, altroché se esiste) sgorgare insospettata da qualche recondita profondità del mio corpo e restituire vigore alle gambe e lucidità alla mente, tanto da riuscire perfino ad accelerare o ad avere quel guizzo che mi permetteva di spiazzare momentaneamente la belva così da guadagnare quel terreno prezioso che mi avrebbe consentito forse di mettermi al riparo. La salvezza consisteva o nell’intervento dei padroni, accortisi finalmente di quanto stava accadendo, o nella fortuna che qualche inquilino uscisse dal portone nel momento in cui vi sfrecciavo davanti, in modo da potermici rapidamente infilare lasciando il cane fuori. Tutto ciò è durato anni.
Per fortuna, i padroni di quel cane non lo hanno mai definito buono… 
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