L’intercultura applicata agli affari
In questi giorni partecipo a un seminario/laboratorio sul tema dell’intercultura (esaminato però attraverso un approccio critico). Gli orari sono un po’ pesanti: dalle otto del mattino alle sei e mezzo di sera più tutta domani mattina, però mi sta piacendo perché facciamo anche giochi di ruolo (alcuni divertententissimi, e mi piace una volta tanto non essere io a organizzarli per gli altri!) e c’è un clima nel quale si riesce a esprimere le proprie opinioni (anche quando un po’ controcorrente) senza venire sbranati o guardati male.
Il professore che tiene il seminario è davvero in gamba: non fa la solita lezioncina buonista, fumosa e “progressista” cui sono abituata, è realmente super partes e professionale e ogni tanto ci sorprende sconvolgendo un po’ le acque. Vive e lavora da quindici anni in Germania e parla con uno strano accento; a volte non gli vengono le parole giuste in italiano, abituato com’è al tedesco, e usa il tedesco, l’inglese o degli strani calchi da queste lingue, inesistenti nella lingua italiana, il che me lo rende assolutamente simpatico (la comprensione è facilitata comunque dal fatto che gran parte dei termini tecnici delle scienze sociali sono direttamente mutuati dalla lingua inglese e dunque costituiscono un gergo internazionale che ci unisce tutti in questa grande avventura della comprensione reciproca). Aggiungendo che il prof. sorride sempre, ha un tono di voce morbido e uno sguardo accogliente e dolce, capirete che non mi stanco di passare l’intera giornata chiusa in un’aula universitaria.
Ecco a voi due curiosità divertenti tra le tante cose apprese e discusse in questo seminario.
Il prof. ci ha spiegato che tra un’automobile utilitaria e una di lusso ci sono differenze che riguardano per es. anche l’odore (in una macchina di lusso si deve respirare profumo di pelle, di cuoio, di materiali raffinati) e l’isolamento acustico (la macchina di lusso dev’essere silenziosa al suo interno, isolata dal caotico e volgare mondo esterno); alcuni anni fa le vendite della porsche in Germania hanno subìto un calo. Gli analisti hanno cominciato a studiare il caso e sono giunti a questa conclusione: l’isolamento acustico di cui la macchina era fornita era talmente elevato da attutire tantissimo il rombo del motore, che in pratica non si sentiva; e qui sta il punto: siccome gli acquirenti di questo tipo di automobile sono prevalentemente maschi e per quel genere di target è importante sentire la potenza del motore, il fatto di non ascoltare quel micidiale broom broom prodotto dalla irresistile forza del proprio piede premuto sul pedale dell’acceleratore scoraggiava l’acquisto dell’automobile. Cos’hanno fatto allora i costruttori? Hanno inserito all’interno dell’abitacolo un altoparlante collegato al motore, coicché i rumori esterni restavano isolati ma il rombo del motore si percepiva forte e chiaro, mandando in estasi il guidatore fiero della propria virile potenza.
Dato che il pubblico del seminario è prevalentemente femminile, vi lascio immaginare le risate e i lazzi di compatimento rivolti all’esiguo numero di uomini presenti in sala (i quali, tra l’altro, non appartengono certamente al novero degli aspiranti acquirenti di macchine sportive e purtuttavia hanno subìto i nostri scherni in silenzio e con dignità, senza rinfacciarci le stupidità analoghe ma di diverso tipo nelle quali caschiamo noi donne)…
come avrete già intuito dalla precedente spiegazione, l’interculturalità è molto utilizzata anche dalle aziende per condurre al meglio i propri affari: se si tratta di dover vendere duecento televisori in Cina o in Spagna o Chissàdove, bisogna conoscere le abitudini, gli stili di vita (e di acquisto), i valori delle culture presso cui si vuole pubblicizzare e vendere determinati prodotti. Per questo, vengono svolti nelle aziende costosissimi corsi. Ed ecco la curiosità: si è notato che i manager tedeschi, nelle riunioni di lavoro, vanno subito al punto, senza perdersi in convenevoli vari. In Spagna, invece (e in generale nell’Europa del sud), prima di iniziare incontri di lavoro si crea un’atmosfera amichevole (ci si chiede come va, come sta la mamma, tutto bene a casa eccetera). I primi appartengono a una cultura più pragmatica e funzionale, i secondi a una più affettiva (così l’ha definita il prof.). Ora, dato che – ricordiamolo – lo scopo di questi incontri è vendere e concludere affari, a un certo punto è successo che ai manager tedeschi, prima che andassero in Spagna, è stato spiegato che dovevano essere più calorosi, introdurre le riunioni con un po’ di chiacchiere e convenevoli; gli spagnoli, dal canto loro, avevano appreso in un apposito corso d’aggiornamento che, incontrando i tedeschi, avrebbero dovuto essere diretti e pragmatici: niente smancerie e dritti al nocciolo. Così, quando l’incontro è finalmente avvenuto, i tedeschi facevano gli “spagnoli” e gli spagnoli si comportavano da “tedeschi”. Saranno poi riusciti a concludere quel benedetto affare? 
categoria:curiosità , uomini al lavoro









