venerdì, 23 maggio 2008

L’intercultura applicata agli affari

In questi giorni partecipo a un seminario/laboratorio sul tema dell’intercultura (esaminato però attraverso un approccio critico). Gli orari sono un po’ pesanti: dalle otto del mattino alle sei e mezzo di sera più tutta domani mattina, però mi sta piacendo perché facciamo anche giochi di ruolo (alcuni divertententissimi, e mi piace una volta tanto non essere io a organizzarli per gli altri!) e c’è un clima nel quale si riesce a esprimere le proprie opinioni (anche quando un po’ controcorrente) senza venire sbranati o guardati male.
Il professore che tiene il seminario è davvero in gamba: non fa la solita lezioncina buonista, fumosa e “progressista” cui sono abituata, è realmente super partes e professionale e ogni tanto ci sorprende sconvolgendo un po’ le acque. Vive e lavora da quindici anni in Germania e parla con uno strano accento; a volte non gli vengono le parole giuste in italiano, abituato com’è al tedesco, e usa il tedesco, l’inglese o degli strani calchi da queste lingue, inesistenti nella lingua italiana, il che me lo rende assolutamente simpatico (la comprensione è facilitata comunque dal fatto che gran parte dei termini tecnici delle scienze sociali sono direttamente mutuati dalla lingua inglese e dunque costituiscono un gergo internazionale che ci unisce tutti in questa grande avventura della comprensione reciproca). Aggiungendo che il prof. sorride sempre, ha un tono di voce morbido e uno sguardo accogliente e dolce, capirete che non mi stanco di passare l’intera giornata chiusa in un’aula universitaria.

Ecco a voi due curiosità divertenti tra le tante cose apprese e discusse in questo seminario.

Il prof. ci ha spiegato che tra un’automobile utilitaria e una di lusso ci sono differenze che riguardano per es. anche l’odore (in una macchina di lusso si deve respirare profumo di pelle, di cuoio, di materiali raffinati) e l’isolamento acustico (la macchina di lusso dev’essere silenziosa al suo interno, isolata dal caotico e volgare mondo esterno); alcuni anni fa le vendite della porsche in Germania hanno subìto un calo. Gli analisti hanno cominciato a studiare il caso e sono giunti a questa conclusione: l’isolamento acustico di cui la macchina era fornita era talmente elevato da attutire tantissimo il rombo del motore, che in pratica non si sentiva; e qui sta il punto: siccome gli acquirenti di questo tipo di automobile sono prevalentemente maschi e per quel genere di target è importante sentire la potenza del motore, il fatto di non ascoltare quel micidiale broom broom prodotto dalla irresistile forza del proprio piede premuto sul pedale dell’acceleratore scoraggiava l’acquisto dell’automobile. Cos’hanno fatto allora i costruttori? Hanno inserito all’interno dell’abitacolo un altoparlante collegato al motore, coicché i rumori esterni restavano isolati ma il rombo del motore si percepiva forte e chiaro, mandando in estasi il guidatore fiero della propria virile potenza.

Dato che il pubblico del seminario è prevalentemente femminile, vi lascio immaginare le risate e i lazzi di compatimento rivolti all’esiguo numero di uomini presenti in sala (i quali, tra l’altro, non appartengono certamente al novero degli aspiranti acquirenti di macchine sportive e purtuttavia hanno subìto i nostri scherni in silenzio e con dignità, senza rinfacciarci le stupidità analoghe ma di diverso tipo nelle quali caschiamo noi donne)…

Quest’altra curiosità mi fa venire in mente in particolare Marcello, perché è il suo genere di humour:

come avrete già intuito dalla precedente spiegazione, l’interculturalità è molto utilizzata anche dalle aziende per condurre al meglio i propri affari: se si tratta di dover vendere duecento televisori in Cina o in Spagna o Chissàdove, bisogna conoscere le abitudini, gli stili di vita (e di acquisto), i valori delle culture presso cui si vuole pubblicizzare e vendere determinati prodotti. Per questo, vengono svolti nelle aziende costosissimi corsi. Ed ecco la curiosità: si è notato che i manager tedeschi, nelle riunioni di lavoro, vanno subito al punto, senza perdersi in convenevoli vari. In Spagna, invece (e in generale nell’Europa del sud), prima di iniziare incontri di lavoro si crea un’atmosfera amichevole (ci si chiede come va, come sta la mamma, tutto bene a casa eccetera). I primi appartengono a una cultura più pragmatica e funzionale, i secondi a una più affettiva (così l’ha definita il prof.). Ora, dato che – ricordiamolo – lo scopo di questi incontri è vendere e concludere affari, a un certo punto è successo che ai manager tedeschi, prima che andassero in Spagna, è stato spiegato che dovevano essere più calorosi, introdurre le riunioni con un po’ di chiacchiere e convenevoli; gli spagnoli, dal canto loro, avevano appreso in un apposito corso d’aggiornamento che, incontrando i tedeschi, avrebbero dovuto essere diretti e pragmatici: niente smancerie e dritti al nocciolo. Così, quando l’incontro è finalmente avvenuto, i tedeschi facevano gli “spagnoli” e gli spagnoli si comportavano da “tedeschi”. Saranno poi riusciti a concludere quel benedetto affare?

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categoria:curiosità, uomini al lavoro
venerdì, 25 aprile 2008

(R)onda  su (r)onda


tricolore

Che bello vivere in un Paese libero e democratico! Spesso, presi da vis polemica e scetticismo, ce lo dimentichiamo.
Grazie a chi ha combattuto per questo e auguri a tutti noi perché sappiamo sempre amare concretamente il nostro paese.

E ora, una nota curiosa. Probabilmente qualcuno troverà un lato drammatico in questa notizia ma a me sinceramente fa più ridere che altro. Vi copio le prime righe di un articolo di cronaca locale (tratto da “La Repubblica” di oggi) che si riferisce, appunto, a Bologna:

A maggio partono le ronde targate Alleanza Nazionale, a giugno arriveranno le Guardie Padane della Lega Nord.

A settembre, dopo il bando pubblico, comincerà il pattugliamento delle ronde arruolate dalla giunta Cofferati.

Intanto continuerà il consueto “controllo” degli Assistenti Civici già reclutati dalla giunta Guazzaloca [la giunta precedente a quella attuale, nota mia]. E si prepara la controffensiva dei centri sociali, già pronti a fare “le ronde alle ronde”.

 Ehm… come dire… si salvi chi può!

Intanto, BUON 25 APRILE A TUTTI!

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categoria:curiosità, la mia città
martedì, 22 aprile 2008

Tutto è relativo

Mia nonna di 85 anni rifiuta di mettere le pantofole quando sta in casa perché dice che sono cose “da vecchia”.
A parte che non è vero ma, in ogni caso… se non si è (con rispetto parlando) vecchi a 85 anni, quando lo si è???

***

Giorni fa, mentre aspettavo un treno in ritardo, l’altoparlante ha annunciato che il treno Tal dei Tali era, per l’appunto, in ritardo di 45 minuti a causa di intemperanze di un passeggero a bordo (letterale). Tutto ciò mi è parso talmente buffo che mi è passato il nervoso per il ritardo (cosa diavolo avrà mai fatto un solo passeggero per causare un tale ritardo? Non riuscivano a tenerlo fermo in tanti contro uno? E a cosa mai era dovuta cotanta intemperanza? Boh!).

***

A tavola con mia sorella (la tv è accesa e stanno trasmettendo un servizio sul papa):
LINDA (addentando una fetta di pane): – Non mi piace questo papa –
IO (non avendo capito la sillaba finale): – Hai detto “pane” o “papa”? –
L: – Ho detto “papa” –
IO (sollevata): – Ah! Perché a me questo pane piace molto! –*

 

*(per inciso: a me non dispiace neanche questo papa).

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categoria:treni, curiosità
sabato, 08 marzo 2008

Quei mazzolin di fiori

Stamattina sono uscita per fare un po’ di commissioni e in ogni negozio in cui sono andata (bar, edicola, fornaio ecc.) mi è stato regalato un mazzolino di mimose. Dovendo tenere l’ombrello in una mano e i sacchetti nell’altra, mi sono infilata le mimose in tutte le tasche che avevo, naturalmente avendo cura di non sciupare i fiori, inserendo in tasca solo la parte inferiore del mazzolino e lasciando fuori il resto. Alla fine giravo con: due mazzolini che spuntavano dai taschini anteriori del cappottino, altri due mazzolini (uno veramente era un mazzolone) che occhieggiavano dalle tasche esterne della borsa, più (e questo è il colmo) un mini-ramettino che, non sapendo più dove metterlo, ho ficcato nel risvolto del berretto. Mi sentivo un manifesto vivente della Festa della donna (nel suo aspetto più commerciale) e il bello è che quando sono uscita di casa non avevo la minima idea di che giorno fosse oggi.

Comunque, tornata a casa, ho riempito d’acqua due vasetti e vi ho riposto i mazzolini e mentre facevo questo li ho osservati bene e ho scoperto che in fondo le mimose non sono così brutte come sembrano. Quei “pallini” che si ritrovano come fiori sono tutti belli morbidini al tatto e composti di tutti quei sottilissimi stami, delicati e resistenti al tempo stesso, ti viene voglia di accarezzarli.
Mi sarebbe piaciuto esaminarli al microscopio ma purtroppo è andato perso nell’ultimo trasloco.

Infine ho poggiato i vasetti sul pianoforte, la cui funzione, ormai – dato che saranno mesi che nessuno di noi ci si siede per suonare – è proprio quella di ripiano su cui poggiare vasi e soprammobili vari, poverino.

Buon fine settimana a tutti!

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categoria:curiosità
venerdì, 15 febbraio 2008

Filosofi e scimpanzé

Ops! Sono passate due settimane dal mio ultimo post e non me n’ero neanche accorta… Come ho già detto dopo un’altra analoga “sparizione”, a volte sento davvero il bisogno di staccare completamente da internet. In questa occasione, poi, sono assente giustificata: sono in fase creativa e concentrata solo su quello.

Ora, dovete sapere che parecchi dei grandi filosofi che studiamo e tuttora celebriamo, hanno avuto la loro Notte della Rivelazione, una notte di fuoco in cui l’ispirazione li ha aggrediti, scossi e trafitti. Quelli che sono sopravvissuti (può darsi infatti che alcuni potenziali filosofi ce li siamo giocati in questa occasione e non lo sapremo mai), dopo questa notte non sono più stati gli stessi: il senso della loro vita e della loro missione si è dispiegato chiaro dinanzi a loro e hanno così cominciato a elaborare ed elargirci le teorie che hanno poi fatto passare notti insonni e giorni turbolenti (soprattutto in caso d’interrogazione) ad alcuni di noi.

Be’, fortunatamente per tutti noi, non ho ricevuto un’illuminazione così potente e son sempre la stessa svampita di sempre; ma ho deciso su cosa scriverò la mia benedetta tesi, che in teoria dovrebbe anche avere valore di nemesi, per quanto mi riguarda (per tutta una serie di motivi che non sto a spiegare).
Vi dico solo che in questi ultimi giorni ho letto più libri io di quanti un italiano medio ne legge in buona parte della sua vita, anche se non ci vuole poi molto...

Fatto sta che poi stamattina, mentre gustavo brioche e cappuccino al bar, sfogliando il giornale ho letto che proprio oggi, qui a Bologna, veniva inaugurata - e perfino in un contesto prestigioso - una mostra di disegni realizzati da scimpanzè. Questo mi ha fatto ridere (ormai possiamo aspettarci di tutto, in fatto di arte e non solo) e ho pensato che una cosa del genere non sarei stata capace di inventarla neanche per qualche post strampalato del mio blog. Così mi sono ricordata di avere un blog…

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categoria:curiosità
venerdì, 28 dicembre 2007

Nostalgia canaglia

Io ho un cassetto nel quale, nel corso degli anni, si è ammassato un po’ di tutto, dai quaderni delle elementari a sorpresine degli ovetti Kinder di vent’anni fa a conchiglie raccolte sulla spiaggia a fotografie sparpagliate, lettere e tanto altro ancora. In ogni caso, cose di un certo valore affettivo. Per me è una continua sorpresa anche perché dimentico ogni volta ciò che contiene, perciò andare ogni tanto a frugarci dentro è sempre un simpatico diversivo, quando mi annoio. È anche un tuffo nel passato; io mi emoziono a trovarmi in mano giochini o oggetti o quaderni che mi erano cari quando ero bambina.

Ieri ci ho trovato un dente. Un dente che un tempo fu mio e che mi fu tolto da un sadico dentista che poi me lo consegnò; mia madre, all’epoca, vedendo che stavo per buttarlo nella spazzatura, mi disse di conservarlo (I denti si conservano!). Già allora ero scettica, tuttavia da brava figlia obbedii, misi il dente in una busta sperando di non ritrovarlo più, infilai la busta nel cassetto e me ne dimenticai. Non è stata una gran bella sensazione, in effetti, ritrovarmelo in mano, ieri. E mi è venuto in mente questo strano e un po’ disgustoso vezzo di conservare parti del corpo (o affini), per es. dopo interventi chirurgici. Chi si tiene sul comodino i calcoli; chi porta a scuola, mostrandoli orgogliosamente, pezzi di cartilagini (come fece una mia compagna di liceo, reduce da un’operazione al menisco) galleggianti nell’apposito liquidino conservante… E perché non l’appendice, dico io? O un tumore, a questo punto (Salve, vi presento il mio tumore. Che ve ne pare?).

Tutto questo affetto per disgustosi accessori fisici che non ci appartengono più (e che non ci hanno procurato grandi piaceri, se è stato necessario eliminarli) e tanta poca gratitudine – spesso – per quelle fedeli parti del nostro corpo che insistono nel condividere con noi la vita (un naso storto, la pancetta di troppo…). Ma saremo strani?!

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categoria:curiosità
mercoledì, 03 ottobre 2007

Aiuto!

Oggi sono uscita di casa e mi sono trovata davanti questo inquietante manifesto:

paneAmore_g

Ho poi appurato che si tratta di una nuova campagna lanciata dal ministero della Salute per incoraggiare noi cittadini a sentirci più fiduciosi verso il nostro sistema sanitario (una cosa tipo: ospedale dolce ospedale).
Solo che… a me quella tipa fa paura, come infermiera. Ma non sembra anche a voi un po’ drogata?

Me ne torno al mio fumetto, va’…

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categoria:curiosità, camminando
lunedì, 01 ottobre 2007

Fegato spappolato

Nei giorni scorsi mio padre è andato a un convegno in quel di Salerno. Gli organizzatori gli avevano prenotato una camera in un hotel (altrimenti detto: hótel…) a Cava dei Tirreni. Dal balcone di questa camera papà godeva di un panorama stupendo: ai lati i colli e in fondo il mare. Ha anche fatto una suggestiva escursione solitaria fino a un castello in cima a un colle. Si è trovato in genere molto bene, eccetto che per una concezione molto relativa del tempo e una passione per le sorprese dell’ultimo momento da parte degli organizzatori del convegno.
Ogni giorno (è durato tre giorni) un pullmino trasportava gli illustri professori da Cava a Salerno e viceversa, a orari sempre diversi da quelli prestabiliti (il che, per un tipo ansioso come mio padre, non è l’ideale).
Poi cominciavano, in ritardo, i lavori (con un programma a sorpresa, nel senso che la scaletta cambiava continuamente) e si andava a pranzo a orari strampalati (tipo le 14,30).
Accantonata l’ansia, era anche divertente. Mio padre è tornato a casa un po’ provato ma molto soddisfatto.

In treno si è trovato, suo malgrado, coinvolto dai suoi compagni (sconosciuti) di scompartimento nella consueta discussione sulla mozzarella di bufala che sembra inevitabile sui treni a lunga percorrenza (voglio andare a Napoli solo per assaggiare la mozzarella di bufala e risolvere l’arcano: è davvero così diversa? Ma com’è possibile che sia diversa se quella che troviamo qui nei supermercati proviene comunque dalla Campania? Ma d’altronde è anche vero che, se non fosse diversa, non avremmo viaggiatori che percorrono la nostra beneamata penisola da sud a nord carichi di mozzarelle! Se qualcuno ne sa qualcosa, mi illumini, per favore).

Comunque, mio padre è tornato reggendo in mano un enorme vassoio di pasticcini, dono di un suo collega salernitano.
Questo stesso collega già un anno fa ci aveva omaggiato di una torta piena di crema, probabilmente buonissima ma che, dopo avere attraversato in condizioni precarie quasi tutta l’Italia, era pervenuta a noi immangiabile (parola della sottoscritta che ne risentì le gravi conseguenze per due giorni).
Questa volta invece si trattava di pasticcini senza crema, molti dei quali amaretti (ma amaretti strani, cioè grandi, morbidissimi e molto più buoni di quelli che conosco io, e con un sapore ricco e intenso, un po’ speziato) con varia frutta secca: pinoli, mandorle, nocciole, e alcuni col cioccolato (slurp!).
Naturalmente io mi ci sono subito avventata, con la golosità e l’entusiasmo che mi contraddistinguono in questi casi. Mal me ne incolse! Mi hanno quasi ucciso… Sono buonissimi ma di un PESO unico… Non so neanche se riuscirò mai più ad avere fame in vita mia, mi si sono piazzati al centro dello stomaco occupando posizioni strategiche. Forse non ho più il fegato. E ne ho mangiati solo tre! E ce n’è un vassoio strabordante!

Credo che, pur a malincuore, non mangerò mai più niente proveniente da quell’uomo.

Domani provvederò alla distribuzione dei pasticcini a chiunque mi capiti sotto tiro. Ce n’è da sfamare l’intero quartiere. Peccato che siate tutti lontanucci, amici miei…
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categoria:curiosità
venerdì, 06 luglio 2007

Il prodigio

Superate le tristezze, vado al mare per qualche giorno, anche se solo nominalmente (starò chiusa nella casa del mare a studiare, ma almeno saprò di essere al mare, pur non vedendolo).

Ma per concludere il discorso mozartiano, vi lascio con una frase che ogni tanto rileggo perché mi fa ridere (è troppo esagerata per crearmi complessi d’inferiorità). È tratta dalla biografia di Mozart scritta dallo storico Peter Gay, pubblicata da Fazi. Nel primo capitolo leggo la seguente affermazione:

Poco dopo aver compiuto cinque anni Wolfgang fece l’inevitabile salto – inevitabile per lui – da esecutore a creatore.

Capite? A cinque anni, fu inevitabile per lui cominciare a comporre musica anziché limitarsi a eseguirla!

Non so a voi, ma a me – sarò stupida – questa frase fa ridere (oltre a riempirmi d’ammirazione).
Io a cinque anni avevo grossi problemi e patemi nel cercare di memorizzare le canzoni da cantare alle feste della scuola materna… e anche adesso non va molto meglio, in effetti.

Buona fine settimana a tutti, genî e non!

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categoria:musica, curiosità
martedì, 12 giugno 2007

Voglio andare a vivere in campagna

Esperimento: se dico che voglio andare a vivere in campagna, qual è la prima cosa che vi viene in mente?

Perché insomma, dovete sapere che da anni mi succede questa cosa; quando pronuncio la frase Voglio andare a vivere in campagna, o Vorrei vivere (o trasferirmi) in campagna, oppure Basta! Prima o poi me ne andrò a vivere in campagna! (a seconda dell’umore) c’è sempre stato, c’è, e forse ci sarà sempre qualcuno attorno a me che si mette a cantare questa frase (Voglio andare a vivere in campagna) e basta, perché un’altra cosa curiosa è che questa canzone tutti (tranne me) la conoscono ma nessuno la conosce per intero (anzi, tutti ne conoscono questa sola frase).
E questo fenomeno si ripete da anni e con persone diversissime tra loro (per età, classe sociale, provenienza regionale) e nei contesti più disparati; be’, adesso non immaginate che io ripeta ovunque e sempre questa frase; però, le volte in cui l’ho pronunciata (e ormai la pronuncio apposta, per vedere se il fenomeno si ripete, e si ripete), si è sempre elevato, immancabilmente, automaticamente, il suddetto canto.
Trattasi, appunto, di riflesso automatico esteso a buona parte della popolazione italiana (assumendo che il mio campione di riferimento sia abbastanza significativo, e secondo me lo è, trattandosi di ricerca longitudinale, protrattasi negli anni e in posti e contesti differenti).
Ora: già considero preoccupante il fatto che in generale esistano simili automatismi verbali, per cui, al sentire una parola, pigramente le accostiamo subito una e una sola altra parola.
Ma ancor più preoccupante è il fatto che questa canzone – ho scoperto - è stata cantata da Toto Cutugno in non so quale Festival di Sanremo e da allora il suo ritornello si è inspiegabilmente scolpito nel cervello di persone giovani o vecchie (ma soprattutto giovani, molto giovani) e sembra destinato a venire tramandato di generazione in generazione e ora non è più possibile pronunciare una certa frase senza che qualcuno la musichi in tal modo (quasi sentisse il bisogno irrefrenabile di farlo, perché il canto non avviene come battuta che uno fa scherzando, ma parte proprio in automatico, come se uno cantasse tra sé e sé, senza intenzione, senza quasi accorgersene) e, devo dire, questa cosa mi sconvolge un po’ (Toto Cutugno come Dante Alighieri?).

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