giovedì, 26 aprile 2007

In odore di santità

Nella lotta ingaggiata fin dalla più tenera infanzia per conquistare l’anelato amore materno (o almeno un po’ di considerazione), credo che l’apice sia stato raggiunto quando, fallito ogni altro tentativo e giunta ormai alla ragguardevole età di otto anni (età in cui, come già narrato qui, avevo l’abitudine di spararle veramente grossissime) sostenni di avere avuto una visione mistica.

Dovete sapere che mia madre è una donna molto religiosa, ma quel tipo di religione che rasenta il bigottismo (avete letto La farisea di Mauriac?) e comporta spesso un fanatismo del tutto formale, però. Essendo tuttavia anche una donna intelligente e colta si è ben guardata dal voler imporre a me questo tipo di religiosità crudele che vive rigorosamente in solitudine. Eppure io intuii che l’unico modo in cui potevo cercare di toccarla era provare almeno a sfiorare quel suo rigido mondo interiore. E così, un giorno, di ritorno dalla messa, con aria trasognata e raggiante beatitudine, le raccontai che durante la recita del Padre nostro avevo avuto una visione: mentre guardavo verso l’altare, una luce intensissima e del tutto particolare, sprigionatasi dalle candele, aveva avvolto il celebrante e i chierichetti, i quali apparivano quasi trasparenti; avevo poi sentito una voce potente che chiamava il mio nome due volte (durante la recita del Padre nostro avevo effettivamente avuto l’accortezza di rivolgermi a mio padre chiedendogli con tono ansioso, facendo in modo che mia madre sentisse, se per caso mi aveva chiamata). Le dissi che avevo provato un’intensa emozione e che ancora mi sentivo strana.
Mia madre mi credette (non so se questo testimonii più del suo fanatismo o della sua ingenuità e buona fede; probabilmente, di entrambi). Certo, prima mi sottopose a un lungo e dettagliato interrogatorio; ma io lo superai egregiamente (sentendomi tremendamente in colpa all’idea di ingannare un genitore, cosa che non mi perdonai per molto tempo). Non dimentico come il suo sguardo da incredulo si fece sempre più convinto e quindi felice: proprio a lei era capitato di avere una figlia cui era apparsa una visione. Mi abbracciò. E mi guardò a lungo con ammirazione. E infine, saggiamente, disse che poteva anche non significare nulla, che poteva anche essere solo una mia suggestione e di non pensarci più di tanto, ma di conservare questo fatto e il suo eventuale significato nel mio cuore, anche «come monito a essere più buona» (eh be’, il predicozzo non poteva mancare). Per un breve periodo mia madre mi trattò effettivamente in modo più benevolo e affettuoso; ma poi, ovviamente, tutto tornò come al solito.

La cosa mi si ritorse anche contro quando, nei vari litigi, mia madre rimproverandomi mi rinfacciava che una volta «Dio mi era apparso e io sembravo non tenerlo minimamente in conto!». In altre occasioni, invece, lei semplicemente mi ricordava l’episodio, e rivedevo nei suoi occhi quello stesso sguardo pieno di speranza: che toccasse proprio a lei, donna così devota, di avere una figlia santa? Sarebbe stato certo il giusto premio, sarebbe stata senz’altro lei la persona più adatta, sarebbe stata così ripagata di tante fatiche sopportate con fiducia.

Vorrei dirle che Dio non mi ha mai parlato e che anzi quella “visione” era il frutto di una messa in cui mi ero annoiata e distratta più del solito, tanto da lambiccarmi il cervello fino a escogitare un simile inganno; ma non ci sono mai riuscita e in fondo, ormai, non cambierebbe niente. L’ha già capito da sola che, visione o non visione, non ha una figlia santa.

Perché vi ho raccontato questo episodio? Per raccontarvi una cosa negativa su di me, innanzitutto. E poi perché, mettendo tra parentesi un attimo la mia “disonestà”, lo trovo anche buffo: che cosa non si arriva a fare per un po’ d’amore! E che cosa, infatti, mi capita di vedere, se mi guardo intorno! E questa è una cosa anche bella: non quando si arriva a perdere la dignità per ottenere amore, ma quando si è disposti a perdere un po’ se stessi per arrivare a un altro. Non si ottiene spesso altro che lo scoprirsi fragili e soli, eppure ci si è almeno messi in gioco.

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categoria:mia mamma, occasioni mancate, devoti atei
martedì, 27 febbraio 2007

Sulla panchina

Io, quando resto fuori per l’ora di pranzo, di solito vado in un parco a mangiare un panino che mi porto da casa, sedendo da sola su una panchina. Che poi in realtà non sono quasi mai sola perché è scontato che qualche buontempone di passaggio vorrà sedersi accanto a me per farmi compagnia.

[Potrà mai una giovane donna mangiare un panino da sola in un parco pubblico?]

Ecco perché io di tipi strani ne conosco parecchi. Siccome ormai non faccio una piega quando qualcuno mi si siede accanto e attacca discorso - lui parla io ascolto, anche quando mi fa proposte sconce – accade che degli sconosciuti si confidino con me. Sono una specie di confessore ambulante, più rassicurante in virtù del mio innocuo aspetto femminile.

Certo, preferirei essere lasciata in pace nella mia solitudine mangereccia. Sono i momenti in cui desidero essere un uomo, anzi trasformarmi in un maschio mentre il tipastro di turno è lì impegnato nella sua manfrina (più o meno volgare, più o meno lirica – ci sono anche quelli che ci provano con la poesia). Ecco, sogno che d’un tratto quello mi guardi e veda al mio posto un omaccione terribile. Una volta ci ho pensato così intensamente che mi sono messa a ridere da sola, incoraggiando senza volerlo lo scocciatore che avevo a fianco.

Vorrei stare da sola con i miei pensieri, invece i pensieri degli altri vogliono stare con me.

Perché, a parte i volgari monocordi e i molestatori veri (che mi costringono ad abbandonare il campo sbuffando peggio di Efesto) c’è tutta una varia umanità che più che altro ha voglia di parlare.

Mi sento tanto suor Germana a radio Maria, quando con voce vellutata consola in modo fantasioso radioascoltatori dalla voce afflitta (lo so perché la ascolta mia nonna, non io, precisiamo).

Ma non avrei mai pensato che tra questi importuni il peggiore dovesse rivelarsi un frate.

E pensare che ieri quando, sedendo io e mirando il mio gustoso panino, si è seduto accanto a me questo giovane in saio e sandali, ho provato un certo sollievo (Almeno questo non mi farà delle avances – ho pensato ingenuamente). Mi ha spiegato che sta girando il nord Italia per evangelizzare la gente. Dicendogli che io sono già evangelizzata pensavo di cavarmela, invece gli si è accesa una luce malefica negli occhi e ha cominciato a tormentarmi perché voleva essere “provocato” (teologicamente parlando, s’intende). Io non ho voglia di provocare qualcuno che vuole essere provocato, ma per lui sembrava questione di vita o di morte, voleva essere messo in crisi tramite miei dubbi sulla fede e sulla vita. Perché proprio io, poi? Perché ero stata così gentile da ascoltarlo. A un certo punto mi sono anche un po’ sforzata ma il mio problema è che ogni volta che rifletto seriamente su alcuni seri motivi di disperazione che la mia vita mi offre, automaticamente anziché deprimermi o dubitare di tutto come dovrei, mi sento invece salire dalla punta dei piedi fino a espandersi nella mente e nel cuore un’energia guizzante; secondo me si tratta di voglia di vivere, di amore per la vita. E così divento felice, ed è successo anche ieri, quando ho cominciato a elencargli motivi di grande felicità e speranza quando invece avrei dovuto cercare di deprimerlo. E questo lo faceva disperare, poveretto, fino a diventare perfino un po’ scortese; diceva che doveva essere lui a consolare me. Ma consolarmi di cosa? Io sto benissimo, gli ho detto, e gli ho spiegato anche che non rendeva certo un bel servizio alla sua causa andando a tormentare la gente in quel modo, anzi usando le persone per ottenere un suo piacere del tutto personale; gli ho perfino detto che se continuava così lo denunciavo ai superiori! E a quel punto – miracolo – si è sentito provocato! Pieno di gioia per averlo io messo in crisi dandogli dell’egoista, se n’è andato felice come la vispa Teresa.

Ora sinceramente la prossima volta che mi si siederà accanto il solito maniaco svitato, tirerò un respiro di sollievo…

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categoria:persone, devoti atei
domenica, 17 dicembre 2006

Credo in Dio ma la mia fede è messa a dura prova da quelli che dicono di credere nel mio stesso Dio e ancor peggio dai cosiddetti atei devoti, alleati degli spaccafede succitati.

Mi alzo ogni mattina tra cori stonati di suore dalla voce belante: è mia madre che fa colazione o va in bagno ascoltando radio Maria a tutto spiano (già aver dato a una radio il nome della madonna mi sembra decisamente blasfemo). Dai microfoni di questa emittente ogni mattina (tranne la domenica) alle ore 9 la fastidiosa voce di un tal Padre Livio catechizza gli ascoltatori (in gran parte, credo, ascoltatrici) commentando le notizie dai giornali del giorno. In realtà si tratta di un quotidiano comizio politico (i toni tra l’altro sono quelli in stile Lega Nord, del resto il buon Padre Livio è padano DOC) in cui una temibile, fantomatica e pervasiva “Sinistra” (aiuto, i comunisti!) è dipinta come lo strumento di Satana in persona (anzi, in più persone), Prodi in testa (sì, Prodi, notoriamente un terribile comunista senzadio).

Il postulato di Padre Livio è semplice: difendiamo e amiamo la vita, ma solo quella degli embrioni e dei moribondi, cioè gente che o ancora non è visibile (lasciamo perdere qui il dibattito se sia o meno, ed eventualmente in quale grado, esistente) o ormai giace comunque inoffensiva.

Per il resto: gli immigrati sono brutti e cattivi, sono musulmani perciò cattivissimi, se ne tornino a casa loro; chiunque non dica di pensarla esattamente come Ruini & C. è altrettanto brutto e cattivo, andrà sicuramente all’inferno, isoliamolo e stiamone alla larga se teniamo alla nostra animuccia immacolata; e notare, ho detto: chiunque non dica, non: chiunque non pensa. Perché a Padre Livio non interessa la fede, interessa solo la politica nel senso peggiore del termine. Che uno sia nella vita un mascalzone per lui non conta nulla, basta che pubblicamente il mascalzone dichiari di difendere i “valori cristiani”. Per lui (e per quelli come lui) il cristianesimo non è l’incontro con Dio fatto Uomo, ma una bandiera da sventolare e da dare in testa agli altri. La gente come lui, che va a braccetto con quell’ossimoro vivente e astutissimo che sono i cosiddetti atei devoti, bestemmia, a mio parere, il nome di Cristo e lo uccide ogni giorno. Perché per Gesù e per i suoi discepoli la sua vita e la sua verità erano universali, cioè valgono per tutti, per ogni uomo e ogni donna, in qualunque parte della terra si trovi, qualunque lingua parli, a qualunque religione appartenga. Lo ripetiamo ogni domenica a messa, durante la confessione di fede.

Gesù è un uomo, non un Programma Politico, non un certificato che sanzioni quali sono i valori cristiani. Gesù non è “occidentale”, cavolo.  

Meno male che è risorto, altrimenti chissà quanto si rivolterebbe nella tomba.

E comunque, questi cattolici non rappresentano certo tutti i cattolici, né tantomeno tutti i cristiani.

Vorrei che questo fosse ben chiaro.

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categoria:devoti atei