mercoledì, 20 giugno 2007

Esercizio di autopreservazione quotidiana

[sorvolare l’assedio]

Io certe volte mentre cammino per strada – per esempio mentre vado al lavoro – vedo o ascolto delle cose, e mi dico:
non voglio credere di vedere/ascoltare quello che vedo/ascolto (e vedo brutture, tipo muri scrostati, ragazze ciccione con rotoli di pancia in vista, impalcature, ponteggi, camion della spazzatura rumorosi e puzzolenti, carcasse di bici mezze smontate legate ormai inutilmente ai pali, bambini che chiedono l’elemosina invece di giocare o studiare, locandine vicino alle edicole con titoli allarmanti, escrementi canini e umani, aria satura e grigia di smog eccetera, tutto ciò che potete bene immaginare).

Non voglio crederci ma lo vedo. Allora mi succede che mi viene un’esasperazione che fa sì che un’Ilaria continui a camminare per la sua strada e a vedere le brutture, un’altra si solleva un po’ e prende un’altra direzione.
Alla fine ci troviamo al luogo dov’eravamo dirette, ci ricomponiamo e facciamo quel che dobbiamo fare.

postato da: flalia alle ore 19:34 | Permalink | commenti (33) | commenti (33)(pop up)
categoria:esperimenti, camminando, esercizi spirituali
mercoledì, 04 aprile 2007

Caro diario

Oggi vi propongo uno dei miei quesiti: voi tenete un diario? Intendo non un diario-blog, ma proprio un diario (un quaderno, un’agenda o simili) su cui scrivete con la penna. L’avete mai tenuto? E, se no, perché? Secondo voi il blog sostituisce/può sostituire un diario?

Vi dico intanto cosa ne penso io:
ho iniziato a tenere un diario da quando ho imparato a scrivere decentemente (seconda elementare, più o meno); non mi sono mai imposta di scrivere tutti i giorni, e infatti in alcuni periodi (adolescenza in primo luogo) scrivevo non solo tutti i giorni ma anche più volte nello stesso giorno; in altri periodi invece poteva anche passare un mese o due tra una “puntata” e l’altra.
Non ho mai smesso del tutto, però, né mai (credo) smetterò.
Intanto, è quasi una questione di igiene mentale: appuntare su un quaderno qualcosa su di me mi aiuta a ragionare e a capirmi meglio, “oggettivandomi” su una pagina.

[Sull’oggettivarmi: forse ragiono come gli uomini primitivi, per i quali la parola era pericolosa, era vista come separazione da sé, taglio e ferita, con un valore magico (io istintivamente l’ho sempre vissuta così e infatti ci sono stati periodi, da piccola, in cui ho smesso addirittura di parlare. Capirete come sia contraddittorio il fatto che io viva praticamente di parole – per via del mio lavoro, oltre che dello studio – e che, come se non bastasse, scriva pure regolarmente su un blog)].

Poi, soprattutto, serve per non perdermi di vista. Attraverso i miei diari (che sono dei semplici quaderni e sono ormai una quantità davvero temibile, se per esempio li disponessi uno sull’altro a formare una torre) io ripercorro quasi tutta la mia vita (o il modo in cui l’ho vissuta). Non racconto fatti (a meno che non sia accaduto qualcosa di eclatante e straordinario) ma anche solo rileggere le mie riflessioni mi aiuta. Quando, attorno ai vent’anni, ho passato un periodo tremendo di crisi totale, rileggere l’Ilaria adolescente che qualche anno prima aveva riversato entusiasmi, progetti e paure sul diario che ora, depressa, tenevo tra le mani, mi aiutava a restare salda, a resistere, a non perdermi appunto.

[Questa cosa continua a commuovermi: dal passato la mia voce ritorna e mi aiuta. La frattura iniziale si ricompone. Una nuova magia che si sovrappone a quella, pericolosa, di prima].

Ci sono molti motivi che spingono a tenere un diario, e molti modi diversi di scriverlo: chi scrive due righe, chi pagine e pagine per volta; chi racconta minuziosamente esperienze vissute, chi annota riflessioni e pensieri.

Mi spaventa un po’ il fatto che molte persone (a volte capita di leggerlo) abbiano sostituito il diario col blog.
Non è la stessa cosa, secondo me. Intanto il diario lo si scrive per se stessi e nessuno lo deve leggere (se non, eccezionalmente, col nostro permesso); nel blog si scrive sapendo che altri leggeranno.

Poi, il blog non è eterno. Basta un niente perché scompaia e tutto vada perduto (questa è una riflessione che gli storici fanno per esempio a proposito della conservazione dei documenti, pensando agli storici futuri: i papiri sono arrivati fino a noi, ma si teme che i dati elettronici non avranno affatto una lunga durata. Rischiamo di tramandare molto poco di noi ai nostri posteri).

Il blog non lo si tiene in mano, non lo si sfoglia, non ci si ritrova la propria calligrafia, che varia a seconda delle emozioni provate (per es., certe volte ero così arrabbiata che scrivevo malissimo, si capiva il mio stato d’animo anche senza leggere il testo, solo guardandolo), le cancellature, gli scarabocchi.

Che grave perdita sarebbe non possedere i diari di Kafka, o di altri grandi autori, ai quali mi accosto sempre con un po’ di imbarazzo. Se un Kafka odierno (esisterà?) scrivesse un blog anziché un diario, probabilmente un tale tesoro rischierebbe di andare perduto.

E voi cosa ne pensate? Che rapporto avete (o non avete) col diario?

 

P.S.: Sull’argomento “diario/scrivere di sé” segnalo due meravigliosi saggi di Duccio Demetrio, in particolare: Raccontarsi (1996) e Autoanalisi per non pazienti. Inquietudine e scrittura di sé (2003), entrambi editi da Cortina. L’autore è un professore di filosofia che ormai da anni si dedica allo studio e alla valorizzazione della pratica dello scrivere di sé, e per sé (diario, quindi, non blog). Scrive in modo poetico e suggestivo, ma anche preciso e analitico. Io lo consiglio tantissimo, se vi piace tenere un diario o se vi chiedete a cosa serva farlo.

postato da: flalia alle ore 23:14 | Permalink | commenti (32) | commenti (32)(pop up)
categoria:riflessioni, libri, esercizi spirituali
martedì, 06 marzo 2007

Il moto non esiste e anche il tempo non si sente tanto bene…

Avete presente Zenone, il filosofo che con i suoi paradossi pretendeva di negare che la realtà sia molteplice e che esista il movimento?
Ecco, son passati duemilacinquecento anni ma nel mondo c’è ancora qualcuno che quotidianamente lo pensa, e quel qualcuno sono io quando sono in ritardo.

Intanto dovete sapere che ogni giorno devo fronteggiare i seguenti impegni: lavoro; stage meraviglioso presso una struttura da me adorata; università; studio; volontariato (due volte a settimana); aggiornamento; varie ed eventuali. Perciò capita che in alcuni momenti io debba trovarmi contemporaneamente in due o tre posti diversi, o debba trasferirmi da un luogo all’altro alla velocità della luce. Considerate poi che il mio mezzo di trasporto è la bicicletta.
Nonostante riesca a ottemperare con serietà a tutti questi doveri, capirete che il mio problema è il tempo e la rapidità dei trasferimenti.

E qui casca l’asino, cioè, scusate, Zenone.

Proverete anche voi quella sensazione di non essere in ritardo anche quando siete in ritardo. Per esempio: alle ore sedici dovete essere nel luogo X. Sono le sedici meno cinque e voi siete ancora ben lungi dall’arrivare a destinazione: ci vorranno ben più di cinque minuti. Eppure, in quel momento non siete in ritardo. Siete ancora in perfetto orario, anzi in anticipo. Nessuno che vi stia aspettando nel luogo X potrebbe, in quel momento, accusarvi di essere in ritardo.
Questo è già un pensiero consolante. Se poi consideriamo, come sostiene Zenone, che per arrivare in un punto occorre prima arrivare alla metà del percorso, e prima ancora alla metà della metà e così via all’infinito (perché esisterà sempre la metà di uno spazio, per quanto infinitesimamente piccolo questo sia) capirete che la meta è irraggiungibile per tutti, anche per quelli che si credono in orario, anche per quel tipo che, sfrecciandovi a fianco con una rombante macchina da corsa, vi affumica di gas (senza considerare che comunque se Achille pié veloce non riuscirà mai a raggiungere una tartaruga partita anche solo un attimo prima di lui, non vedo come una porsche possa essere più veloce di me in bicicletta, nonostante le puzzolenti apparenze). Insomma se qualunque sia il luogo da raggiungere non ci arriveremo mai, è inutile affannarsi troppo. Tanto varrebbe fermarsi e stendersi sull’asfalto a prendere il sole.

Ora, il potere che questi pensieri hanno su di me non consiste nell’istigarmi al menefreghismo (dato che comunque, pedalando come una forsennata, riesco a essere puntuale) ma nel rilassarmi la mente mentre le gambe macinano chilometri. Cosa che, nonostante tutto, mi permette di arrivare a destinazione serena e di buon umore, e dunque a lavorare meglio, rendendo soddisfatti i vari capi e tutor cui devo rendere conto.

Vi ho convinto? Che ne dite, non vi sembro un’ottima “motivatrice”? Potrei mandare il mio curriculum a qualche azienda che necessiti di tale misteriosa (ma esistente) figura professionale anziché fare chilometri nel traffico ogni giorno…

 

 PS: cari amici, nel post non ho esagerato, ho davvero così tanto da fare che dormo cinque ore per notte, perciò perdonatemi se in questi giorni scriverò post più brutti e noiosi del solito e se non sarò solerte nel commentare sui vostri blog, che comunque leggo sempre. Ciao!

postato da: flalia alle ore 10:32 | Permalink | commenti (16) | commenti (16)(pop up)
categoria:tempus fugit, esercizi spirituali
sabato, 03 marzo 2007

Assalto al limite

[Elogio del Desiderio]

Esistono desideri tendenti all’ottenere, altri all’ammirare. I primi spesso causano sofferenza o perlomeno ansia, i secondi un piacere profondo e duraturo. I primi possono farci sentire schiavi, i secondi ci rendono liberi. I primi fanno stringere i denti, i secondi espandere il cuore.

Per me i desideri veri sono solo quelli del secondo gruppo (gli altri, li chiamo progetti, ambizioni). Io posso desiderare tutto senza volere niente. Il mio piacere sta proprio nel desiderare, godendo di questo puro e semplice atto che mi fa sentire viva e felice anche quando sono triste.

Queste parole, per esempio, per me sono desiderio puro:

Nulla mi trattiene.
Aperte porte e finestre
le terrazze ampie e vuote.

Le ha scritte Kafka, un grande cantore del desiderio, troppo spesso imprigionato nei claustrofobici confini di un aggettivo che da lui deriva ma che non ne restituisce certo la complessità di pensiero.
Lui sapeva, per esempio, che anche nel buio e nella strettezza della tana, peraltro solido rifugio, ciò che tiene in vita chi la abita (esponendolo contemporaneamente al rischio di essere scoperto ed eventualmente annientato) è «quella via d’uscita; probabilmente non mi salva in nessun caso […]: però è una speranza e senza di essa non posso vivere». Quella via d’uscita – spiega – lo collega, anche solo nel pensarla o nel guardarla, al mondo esterno; lo spinge a uscire fuori di sé.

Provare desiderio, ammirare qualcosa senza volerla ottenere, mi fa uscire dai miei limiti e mi fa respirare meglio. Mi fa sentire potente anche quando mi sento stretta e oppressa da ogni parte.
Il desiderio unisce sensazione ed emozione, è una disposizione della mente che, se coltivata, arricchisce l’anima purificandola. È uno spazio luminoso che si allarga nel cuore, leggero.
Un essere desiderante non sarà mai un ingenuo ottimista, ma si salverà anche dal cinismo imperante, perché vede e patisce la realtà, ma sa guardare oltre.

Nella parola desiderio è contenuta la parola stella. Desiderare deriva infatti da de (prefisso negativo) e sidus (stella): era la parola che gli àuguri usavano per indicare che non scorgevano stelle utili per trarne auspici.

Non vi sembra bellissimo pensare che il desiderio è un sollevare lo sguardo fiduciosi che da qualche parte quella stella mancante ci sia?

Lo so che queste mie parole possono sembrare un vuoto sproloquio o un banale esercizio retorico. In realtà ho cercato di esprimere il grande senso di gioia e libertà che traggo dal desiderare, e che mi spinge a provare un grande piacere di esistere anche quando mi sento profondamente triste come in questi giorni.
È il desiderio che ci tiene a galla quando ci si sente cadere, che ci fa provare l’ebbrezza anche nel dolore, che ci fa immaginare la grazia dove vediamo solo dannazione.

Ed è qualcosa che tutti possiamo raggiungere, con un po’ di allenamento e di fiducia.
postato da: flalia alle ore 21:00 | Permalink | commenti (10) | commenti (10)(pop up)
categoria:felicità, esercizi spirituali
venerdì, 23 febbraio 2007

Esempio di pensiero ciclico

[Vorrei essere analfabeta]

Mi accorgo che vedo la realtà filtrata da secoli di letture, visioni di film, di quadri. Che pesantezza, certe volte. Che poi se penso che molto probabilmente tutta questa mia dedizione alla cultura non è altro che un’estenuante sublimazione dei miei conflitti edipici non risolti, sbatterei la testa contro il muro. Vado a sedermi su un muretto nel parco, il fedele muretto che mi accoglie da anni e che per questo deve avere assorbito così tanto pessimismo che se potesse parlare terrebbe lezioni di nichilismo che neanche Cioran. Comunque, seduta su questo muretto, faccio i miei esercizi spirituali, fisso l’erba, il cielo, contemplo le foglie che penzolano sulla mia testa, le conto, perdo il conto, riconto, faccio il vuoto, Epicuro aiutami tu. Mi esercito a ritrovare, o a crearmi, uno sguardo puro. Aspiro a essere uno (una) stilita. Sì, piazzarmi su una colonna nel deserto e tanti saluti a tutti. Ma sicuramente dopo neanche mezzora cadrei e mi spaccherei la testa. E io non voglio morire. Preferirei vivere per trecento anni triste che crepare felice a quaranta. E, pensando questo, sempre lì sul mio muretto, mi viene una grande felicità nel cuore. Allora mi alzo e me ne vado. Arrivederci alla prossima. E il muretto non lo saprà mai che sono (anche) felice.

postato da: flalia alle ore 14:33 | Permalink | commenti (9) | commenti (9)(pop up)
categoria:spleen, felicità, esercizi spirituali
giovedì, 22 febbraio 2007

Una carovana di penitenti gioiosi

[Un giorno con Qoelet]

Ieri pomeriggio ho scritto un post sprizzante felicità e sono stata punita. Mentre io qui vi narravo le mie gioie e i miei rossori, alcuni senatori irresponsabili siluravano il governo e contemporaneamente la mia amata prozia di Piacenza veniva colta da crisi respiratoria e portata in ospedale da un’ambulanza. Raggiunta da tali ferali notizie, non ho saputo fare altro che mandare un messaggino a mio padre, disperso a sua volta nelle campagne emiliane su un treno fermo causa locomotore rotto. Il messaggio recitava così:

“La zia Nena è in ospedale ed è caduto il governo! Aiuto!”

Questa è stata la risposta di mio padre:

“Notizie tremende ma non inattese. A stasera, se arrivo”.   

Poco rassicurata da queste ultime parole, mi sono anche ricordata che dovevo andare a farmi mettere della cenere in testa. Allora ho messo il cappotto e sono andata in chiesa, sotto una pioggerellina fine, meditando il mio amato Qoelet [Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana; gira e rigira e sopra i suoi giri il vento ritorna]. Arrivata in chiesa mi sono seduta su una panca ed è cominciata la cerimonia; nell’omelia il prete ha detto che nella quaresima noi siamo una carovana di penitenti sì, ma gioiosi [Sotto un triste aspetto il cuore è felice]. Questa immagine, visualizzandola, mi ha veramente divertita: immaginavo una processione infinita di gente triste e felice insieme, con dei gesti contraddittori, e mi veniva proprio da ridere, mi sembrava una bella immagine.

Poi la gente si è messa in fila per ricevere la cenere [Tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere] e io ho notato che quelli della fila più vicina a me se ne tornavano tutti con una ridicola montagnetta di cenere in testa (mentre di solito te ne mettono un accenno): era la fila del parroco, il quale ci andava giù pesante (Va bén che siamo polvere – pensavo – ma non esageriamo). Non mi andava di essere schiacciata dal simbolo (in realtà non volevo sporcarmi i capelli) ma mi sembrava brutto andare apposta in un’altra fila per un motivo frivolo e poi mi sentivo in colpa per pensare tutte queste stupidaggini; mi sentivo molto il povero Arturo Bandini diviso tra le sue “ragioni sentimentali” e i suoi tentativi di ateismo; alla fine sono tornata al mio posto con la mia montagnetta in testa.

Tornata a casa, mi sono attaccata alla tv (per il governo) e al telefono (per la zia). Il governo, si vedrà; la zia si è ripresa; il padre è tornato.

Poi mi sono addormentata, pensando tutto è bene quel che finisce bene, l’affanno è vanità.

[Il sole sorge e il sole tramonta, si affretta verso il luogo da dove risorgerà].

postato da: flalia alle ore 12:19 | Permalink | commenti (14) | commenti (14)(pop up)
categoria:persone, esercizi spirituali
venerdì, 02 febbraio 2007

Il tutto è, il niente non è

[insofferenza filosofica]

E mentre milioni di cose accadono nel mondo e perfino ogni minimo granello di polvere vive la sua avventura, io mi sdraio per terra e gioco all’immobilità. Mi concentro a fissare il vuoto e dopo un po’ son convinta di vedere le molecole. Com’è che diceva Montale? Mi sono voltato e ho visto il nulla? Macché nulla, aveva ragione Cartesio: qui è tutto un pullulare di esistenza, non puoi neanche guardare il niente che vedi un tutto. Anche chiudere gli occhi, stessa cosa. Insomma, dico io, non si può proprio stare tranquilli a questo mondo!

postato da: flalia alle ore 15:00 | Permalink | commenti (7) | commenti (7)(pop up)
categoria:riflessioni, curiosità, esercizi spirituali
giovedì, 07 dicembre 2006

Tra 10 anni (o anche solo tra 6 mesi) non ricorderò questa giornata, dato che non è accaduto niente di particolare, cosa per altro comune a tante altre giornate. Allora a cosa è servita? Solo a farmi raggiungere la sera? No. È servita a farmi imparare qualcosa in più grazie alle pagine che ho letto studiando, è servita ad allenare i miei pensieri con il semplice fatto di pensare, è servita ad accumulare routine, cioè quella realtà che si riconferma ogni giorno e mi dice che esisto. È stato insomma un piccolo, impercettibile avanzamento nel mio cammino, una piccola perla che va a ingrossare il mio bottino. Ci sono le giornate entusiasmanti o tremende, disperate o euforiche, in ogni caso indimenticabili. Ma perché ci siano queste giornate occorre uno sfondo di altre giornate apparentemente (o a volte realmente) incolori o meno appariscenti. L’eccezionalità non esiste senza la normalità. Ecco perché ogni cosa nella nostra vita ha, deve avere, un senso. Anche quando tutto ci sembra vuoto e inutile dobbiamo credere che non è così, e trovare le ragioni per cui crederlo.

postato da: flalia alle ore 22:02 | Permalink | commenti | commenti (pop up)
categoria:esercizi spirituali
domenica, 03 dicembre 2006

Ecco cosa scrivevo a me stessa ieri, alle ore 22,45:

Domani devo andare dalla mia zia di Piacenza, la sorella di mia nonna; loro due sono sempre vissute insieme e per me è come se fossero entrambe mie nonne, anzi questa zia in particolare è anche di più, perché è sempre stata la “trasgressiva” della famiglia, e quindi anche la più pazza e simpatica, esuberante, sempre “eccessiva”, ma in un modo piacevole, e con una enorme sensibilità e un calore umano straordinario considerando che nella mia famiglia, chi più chi meno, siamo tutti dei ghiaccioli, almeno all’apparenza, non interiormente. Be’, lei non è un ghiacciolo né dentro né fuori, sprizza calore ed espansività al 100% e certe volte, quando ho davvero bisogno di un abbraccio caldo, io vado da lei e so che sprofonderò in un calore meraviglioso, sincero e del tutto particolare, qualcosa che, in quel modo, può darmi solo lei e nessun altro. Bene, io domani devo prendere un treno e andare a dirle che ha un tumore e che non è operabile. Siccome nella mia famiglia né mia nonna e le altre sorelle, né mia mamma e suo fratello riuscivano a decidersi su chi se la sentisse di darle la notizia (considerando che lei è molto attaccata alla vita, teme sommamente, più di altri, la morte, eccetera) e d’altra parte bisogna dirglielo, ho pensato, ragionando nel mio cuore, che, dato che io sono, come lei ha sempre affermato (e so che è vero), la sua prediletta, devo essere io a darle la notizia, cioè considerando il legame che c’è tra noi, penso che la persona da cui “preferirebbe” sentirselo dire, sono purtroppo io. Tutti i miei familiari sono stati d’accordo e così domani alle otto e venti prendo il treno, col cuore in gola e una grande tristezza. Che sfortuna incredibile! Esattamente un anno fa era capitata la stessa identica cosa a mia nonna, sua sorella: stesso tumore al polmone, un mese di vita, solo che lei era operabile e così fortunatamente si è salvata. Poveri illusi! Eravamo convinti di avere sconfitto il cancro! Io in particolare mi sentivo un’eroina perché inizialmente tutti i miei familiari erano contrari all’operazione (temevano che fosse troppo pesante): all’epoca, mi sono battuta come un leone e mia nonna si è convinta per l’operazione; anche gli altri a quel punto si sono arresi, e ora mia nonna sta bene. Che presunzione ho avuto: mi sentivo come se io stessa nel mio piccolo avessi contribuito a strapparla alla morte… E ora, a un anno esatto di distanza, stesso copione, ma più tragico, per mia zia. E questa volta forse al massimo si potranno fare delle radiazioni, che però non sono risolutive, rallentano soltanto il “mostro” e annientano il fisico, e lei è già molto debole e acciaccata, non è una che lotta. Si può solo riempirla d’amore e accompagnarla verso la fine senza farla sentire mai sola. D’altra parte non riesco neanche a essere arrabbiata; lo so che la morte fa parte della vita, e che dobbiamo essere pronti a perdere le persone care, soprattutto se sono anziane; quindi non ce l’ho con niente e con nessuno, ma sono profondamente triste. Poi tra l’altro in questo periodo questa mia zia è particolarmente di buon umore, è sempre lì a organizzare pranzi e ricevimenti, mentre prima era un po’ depressa e stava male. E proprio adesso che è in forma devo andare a darle la mazzata. D’altra parte non c’è tempo da perdere, perché se decidesse di fare le radiazioni bisogna iniziare subito. Quando ieri le ho telefonato per annunciare il mio arrivo si è messa a gridare dalla gioia (non ci vediamo da agosto) e anche oggi mia nonna mi ha confermato che informa del mio arrivo tutti quelli che vengono a trovarla, tanto è felice di vedermi. E non sa cosa vengo a dirle!

Insomma è da ieri che mi sto preparando psicologicamente: devo darle la notizia in un modo comunque rassicurante, cioè dicendole la verità ma senza toglierle la speranza e devo usare un tono calmo e essere padrona di me stessa, non posso certo lasciarmi sopraffare dall’emozione mentre le dico la cosa. E poi mi sento investita di un ruolo nei suoi confronti: è da un anno che dice di sentire la morte vicina e che io sono “la persona che dovrà chiuderle gli occhi”. In un certo senso quindi è preparata e questa può essere una cosa positiva; ma un conto è dirlo, un conto è trovarsi nella situazione. Quanto si può veramente essere pronti di fronte all’Ignoto tremendo che è la morte? E lo dice una che crede nella vita eterna! Solo che io amo così tanto questa vita terrena, pur con tutte le sue magagne, che al momento non trovo grande consolazione nell’eternità. E anche mia zia la pensa come me. Comunque, per prepararmi ho meditato, ho ascoltato Bach, B.B.King e letto varie cose, tra cui Seneca (l’amico dei giorni più tristi), che sulla morte (e sulla vita) scrive delle cose stupende.

Come questa:

“Tutti i nostri cari dobbiamo amarli, ben sapendo che non ci è stata fatta promessa di sorta sulla loro longevità. Dobbiamo ripetere continuamente a noi stessi che le cose vanno amate, ben sapendo che ci verranno meno, anzi, che cominciano già a mancarci: possiedi tutto ciò che la fortuna ti ha dato, come un bene non coperto da nessuna malleveria”.

E’ un pensiero così semplice, ma così vero.


Be', ci sono riuscita. Tutto sommato è andata bene. Ha accettato, senza farsi pregare, di venire a BO la prossima settimana per farsi visitare. E' già molto. Quando sono tornata a casa, la sera, mi sono sentita a posto con la mia coscienza e, una volta tanto, sicura di avere fatto la cosa giusta. Sono riuscita a dimostrarle tutto il mio affetto e ho avuto il coraggio di assumermi la responsabilità di dirle la verità senza toglierle la speranza. Ora quello che conta è continuare così, starle vicino.
 

postato da: flalia alle ore 17:07 | Permalink | commenti | commenti (pop up)
categoria:esercizi spirituali
giovedì, 09 dicembre 2004
Tra i miei maestri di vita, oltre al prof. Antonio Faeti, ci sono i filosofi stoici, soprattutto latini. Per esempio spesso e volentieri leggo le lettere dell'amato Seneca, molte delle quali erano da lui dirette a un certo Lucilio, ma se al posto di Lucilio metto il mio nome funziona lo stesso. In queste lettere il severo ma prudente (nel senso autentico del termine) filosofo spiega pacatamente tante cose, per esempio che non è necessario abbigliarsi da straccioni per essere filosofi. Anzi è meglio vestirsi e comportarsi in modo anonimo, perché l'intelligenza e la cultura non hanno bisogno di questi stratagemmi per imporsi. Inoltre è inutile essere polemici a tutti i costi, perché si rischia di diventare ridicoli e, peggio, di non dire nulla che possa esser preso sul serio. La virulenza, la rabbia, l'astio con cui si dicono cose anche vere e importanti, finisce per assumere più evidenza delle cose dette, scavalcandole e facendole passare in secondo piano. Insomma, non giova, impedisce di raggiungere lo scopo e, aggiungo io, è antiestetico e fa ammalare. Inoltre oggi molti fanno coincidere il pensare liberamente col criticare a tutto spiano qualunque cosa per partito preso. L'essere perennemente polemici, musoni e catastrofisti solo per non essere politicamente corretti o omologati. Francamente non so cosa sia peggio. L'idea che solo descrivendo il lato schifoso delle cose si renda giustizia al mondo mi sembra decadente e inutilmente disfattista. Soprattutto mi sembra profondamente sbagliata e falsa. Mi sembra un alibi per perenni adolescenti scazzati e a lungo andare parecchio frustrati. A chi giova?
postato da: flalia alle ore 18:50 | Permalink | commenti | commenti (pop up)
categoria:esercizi spirituali