lunedì, 23 giugno 2008

Perfezione

Ora non è che posso mettermi a raccontare tutto, non ora, perché sono troppo felice.
Però lo devo annunciare: nello scorso weekend ho vissuto una delle esperienze più belle della mia vita!

Qui.
E ringrazio di cuore chi mi ha incoraggiato in questi ultimi giorni ed è stato capace di gioire per me… aiutandomi tantissimo! 

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martedì, 15 aprile 2008

Profumo di felicità

Dato che due lavori in due città diverse (più studio e preparazione tesi) sono pochi, nella settimana appena trascorsa ho accettato di svolgere un terzo lavoro in una terza città (anzi, una repubblica) e così ho progettato e condotto una serie di laboratori di educazione ambientale (tema: il consumo critico) rivolti a classi di scuole elementari, in quel di San Marino. Ammetto che la molla principale che mi ha spinto ad accettare è stato il fatto che fossero ben pagati (con tutto il lavoro che ho non avevo davvero voglia di sobbarcarmi anche questo) ma ora che ho terminato (proprio ieri sera) devo dire che è stata un’esperienza molto bella e divertente. Trattandosi di laboratori (tra l’altro rivolti a persone così piccole e bisognose di concretezza), la parte più divertente era l’attività manuale finale. La prima parte era teorica: dopo avere introdotto il tema raccontando una storia, ricostruivo poi, tramite una presentazione in power point (preparata in una mia “sessione” di lavoro notturna due sabati fa…), le storie di vari prodotti che troviamo abitualmente sulle nostre tavole: cacao, caffè, zucchero e banane, cercando di coinvolgere i bambini con tante domande. Successivamente, recitavamo una specie di “gioco della spesa” nel quale, tra un frizzo e un lazzo, cercavo di calare me nei panni di consumatrice sprovveduta e i bambini in consumatori critici e avveduti (uno dei punti cardine del laboratorio era: ragazzi, gli adulti mostrano di saperne sempre una più di voi, e in molti casi è vero. Ma su questi temi ecologici, voi ne sapete più di tutti, perché anche solo ai miei tempi l’educazione ambientale non sapevamo neanche cosa fosse, figuriamoci ai tempi dei vostri genitori. Su queste cose siete voi che potete insegnare a loro. E allora dateci dentro e scatenate il puntiglioso rompiscatole che è in voi per una buona causa, una volta tanto! ). E già qui ci divertivamo, a giudicare almeno dalla partecipazione dei bambini. Ma il bello cominciava solo dopo, quando con aria fintamente compìta, dopo avere riunito i mocciosi attorno a una tavola piena di tazze e piattini colmi di cacao in polvere e non, zucchero, grani di caffè eccetera, distribuivo a ognuno una mappa del mondo su cui dovevano incollare i vari alimenti nel paese di provenienza. Naturalmente era il classico pretesto per impiastricciarsi mani, bocca, vestiti e qualunque suppellettile su cui ci appoggiassimo.

Ci sono bambini così poco abituati a poter essere liberi di sporcarsi e sporcare creativamente che fanno quasi pena. Bambini che di fronte a una pagina su cui disegnare, appiccicare, creare, restano incerti e spaventati; altri, invece, si buttano a capofitto nell’avventura senza il timore di “fare bene” o “male”.
Io lo conosco il timore di sbagliare. Quel gelo sospeso che ti coglie quando pensi che ogni tuo piccolo gesto potrà deludere l’adulto di riferimento o potrà essere seccamente classificato come sbagliato.

Perciò, tutte le volte che devo organizzare laboratori o gestire situazioni educative per me è vitale che si respiri aria di libertà, divertimento e intraprendenza: non sai dov’è il Brasile? Azzarda! Se sbagli non succede niente! E vedi il piccolo timoroso fare forza su se stesso per esporsi e rischiare di sbagliare, e il più delle volte, tra l’altro, non sbaglia. O vedi il ragazzino che non riesce ad affondare la mano nella montagna di cacao che ha davanti perché non può sporcarsi e tu gli spieghi che è cacao, non è niente di grave, lo spingi ad assaggiarlo con la punta del dito, gli disegni i baffi o lo trasformi in un capo indiano con i suoi simboli tatuati in faccia e dopo un po’ ci si ritrova sorridenti e scatenati, tutti imbrattati di colla, zucchero e cioccolato, e alla fine però, dopo tutto questo, le mappe sono state realizzate, i bambini te le mostrano orgogliosi senza più chiedere se hanno fatto bene ma semplicemente per il gusto di mostrarti quant’è bella la loro cartina.

E così, dopo tutto, se ne andavano ognuno con la sua mappa (che in teoria dovrebbe ricordare loro da quali zone lontane del mondo provengono i prodotti che essi mangiano abitualmente e quale lungo viaggio devono compiere per arrivare sulle nostre tavole) e io restavo poi nell’aula allegramente devastata, a mettere in ordine. La sera, tornando a casa, in treno, mi portavo addosso profumo di cacao, zucchero, caffè, in pratica profumo di felicità.

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lunedì, 24 marzo 2008

Come si fa a non essere felici?

Questa è stata la prima pasqua trascorsa in compagnia di mia nonna ma senza mia zia. È stato stranissimo entrare in casa e non trovare la zia sulla sua poltrona; era sempre lei la prima che baciavo all’arrivo e l’ultima che salutavo quando dovevo ripartire.
Adesso c’è un suo ritratto incorniciato, appoggiato sul mobile del salotto in mezzo ad altre fotografie. Una delle poche foto che possediamo di lei, dato che non amava farsi fotografare; era troppo vanitosa e sosteneva di non essere per niente fotogenica: nessuna foto avrebbe potuto renderle veramente giustizia.
Ma questo vale per tutti ed è una cosa bellissima, secondo me: non puoi mai ingabbiare lo splendore delle persone, neppure con le migliori intenzioni.

In treno ho incontrato l’Uomo più Gentile del Mondo: essendo chiaramente deciso a porgere aiuto benché io non avessi bagaglio, si è offerto di aiutarmi a sollevare (per appoggiarlo sull’apposito ripiano)… il mio cappottino!
– Grazie, ce la faccio da sola –, è stata la mia ridicola risposta (appartengo anch’io alla categoria dei Gentili-a-ogni-costo).
Non contento, il gentleman, dopo che mi sono seduta di fronte a lui, mi ha offerto più volte di scambiarci di posto, nel caso l’essere seduta al contrario rispetto alla direzione del treno mi desse fastidio. Non riusciva a convincersi che invece non mi dava nessun fastidio, e siccome credeva che io mi impuntassi per gentilezza nei suoi confronti siamo stati impegnati in queste profferte e dinieghi per alcuni minuti (alla fine ognuno, esausto, è rimasto al suo posto).
Poi entrambi ci siamo messi a leggere; io un romanzo per ragazzi, lui un libro erudito di argomento filosofico.
A metà del viaggio si è accomodata al suo fianco una signora, dotata di voluminoso bagaglio che il nostro cavaliere è stato ben contento di poter sistemare (con mia grande gioia, dato che mi ero sentita quasi in colpa per non essermi potuta fare aiutare prima, considerando che tra l’altro adoro essere aiutata in queste circostanze); poi questa signora, chissà perché, ogni volta che oltrepassavamo un corso d’acqua – fiume o rigagnolo che fosse – ci chiedeva se ne conoscevamo il nome, mettendoci così di fronte alla nostra terribile ignoranza (il gentleman cadeva nello sconforto più puro, quando non sapeva la risposta, e io stavo sulle spine per lui): è da quando sono nata che percorro in treno, più volte l’anno, la tratta Bologna – Piacenza eppure ho saputo riconoscere solo il fiume Parma e il Po. Mi sto ancora chiedendo come si chiami il fiume che attraversiamo vicino a Reggio (che sia l’Enza?). Tra un fiume e l‘altro questa signora recitava il rosario e sembrava perdersi in deliquio ma era prontissima a risvegliarsi all’approssimarsi di ogni nuovo fiume.
Il viaggio è stato scandito dalla suoneria di un cellulare che riproduceva il verso del gallo (no comment).

Mentre osservavo scorrere dal finestrino la nostra piatta, monotona, acquosa pianura avvolta in un clima particolarmente grigio – una terra ormai rovinata perché tutta quanta costruita e lavorata dall’uomo, senza più uno spazio in cui lo sguardo possa perdersi senza incontrare fabbricati, campi delimitati, cumuli di auto demolite, azienducole e centri commerciali – mi sentivo così piccola rispetto a tutto; in questi casi mi viene sempre in mente una delle mie frasi-mantra: il mondo può fare benissimo a meno di me, sono io che non posso fare a meno del mondo; una certezza, questa, che mi mette sempre di buon umore (della serie: Sono viva! Yuppiii!), mi fa sentire sempre al posto giusto, anche di prima mattina, in uno scompartimento occupato da un gentile compulsivo e da una fervente religiosa, mentre attraversiamo nella nebbia una pianura puzzolente di odori industriali e solcata da vari fiumi di cui non conosco il nome.

Spero che anche voi abbiate trascorso una buona Pasqua, cari amici.

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mercoledì, 05 marzo 2008

SONO FELICE!

EVVIVA!

GIOIA E TRIPUDIO!

Oggi, sfidando le intemperie, sono salita su un autobus col cuore in gola. Tremavo perfino un po’.
Mentre guardavo la pioggia e il cielo plumbeo attraverso il finestrino tentavo una sorta di autolavaggio del cervello. Mi ripetevo (nella mente) cose di questo tipo (col tono che potrebbe avere Gary Cooper mentre rassicura qualche donzella spaventata):

Tranquilla, Ilaria, andrà tutto bene.
Se anche non te lo approva, non sarà la fine del mondo
(però sarebbe molto triste, aggiungeva una vocina ribelle)
C’è ben di peggio a questo mondo.
Con tutte le scemenze che è abituata a sentire tutto il giorno non si scomporrà per le tue eventuali idee balzane. Non puoi fare  nessuna figuraccia.
Coraggio.
TRA DUE ORE È TUTTO FINITO!
(questa, di solito, è l’unica frase che riesce davvero a calmarmi, assieme alla sua variante: “Tra dieci anni ci riderò sopra”).

Però non funzionavano molto.

Allora ho fatto ricorso a un’arma infallibile per scacciare la tensione: mi sono ripetuta un racconto di Nathan Englander che conosco praticamente a memoria (mi serve spesso…). Questo racconto s’intitola Il gilgul di Park Avenue* ed è la storia di un uomo, un analista finanziario newyorkese, che non si è mai interessato di religione ma un giorno, all’improvviso, si convince di essere ebreo e comincia, di conseguenza, a vivere come un ebreo ortodosso. Tutto ciò gli crea un sacco di ridicole complicazioni, soprattutto con la moglie e con il suo psicanalista, che affronta spalleggiato da un rabbino. Be’, l’incipit del racconto mi fa sbellicare e ve lo copio:

Il giorno ebraico inizia nella calma della sera, quando non sconvolgerà il sistema col suo arrivo. Così, mentre nel cielo di Manhattan brillavano tre stelle e una nuova giornata moriva, Charles Morton Luger comprese di contenere un’anima ebrea.

Ping! Fece questo rumore. Come un coltello che urta contro un vetro.

E Charles Luger seppe, senza ombra di dubbio, che dentro di lui c’era una neshama yiddish.

Non era tipo da impegnarsi in conversazioni coi tassisti, ma una cosa di quel genere si sentiva costretto a condividerla. […] La sua non era forse una vera e propria rinascita? Si trattava di un fatto speciale, questo era chiaro. Così si protese dal sedile, alzò un pugno e picchiò sul divisorio di plexiglas.

Il tassista guardò nello specchietto retrovisore.

– C’è un ebreo, – gli disse Charles. – C’è un ebreo, seduto qui dietro.

Il tassista alzò una mano e fece scivolare il vetro divisorio che sbatté rumorosamente contro la scanalatura opposta.

– È una cosa assurda, me ne rendo conto ma, vede, io sono ebreo. C’è un ebreo sul suo tassì.

– Non c’è problema. Il tassametro gira uguale per tutte le religioni –. E col dito indicò il display digitale.

Charles […] guardò Park Avenue dal finestrino, era un ebreo che osservava il mondo. I colori non gli sembrarono né più scuri né più chiari, benché i suoi occhi già cercassero, se ne rese conto, qualcuno con in testa lo zucchetto, un correligionario che lo notasse, ammiccasse, e confermasse ciò che dentro di sé già sapeva.

Il tassì rallentò fino a fermarsi davanti all’edificio dove abitava Charles, e Petey, il portiere, uscì sul marciapiede. Charles allentò il fermasoldi e sfilò un biglietto da cinquanta dollari. Allungò il braccio oltre il sedile, stringendo forte la banconota fra le dita.

– Un ebreo, – ripeté Charles, schiacciando i cinquanta dollari nella mano del tassista. – Un ebreo, qui, sul suo tassì.

Ma torniamo a me.
In qualche modo sono arrivata davanti allo studio della prof. Si tratta di quella professoressa pazza, isterica, nevrotica e bellicosa che mi terrorizzò tempo fa quando dovetti sottoporle la mia relazione di tirocinio. Oggi le ho chiesto di essere relatrice della mia tesi. Non potevo chiederlo ad altri che a lei perché tre anni fa mi sono iscritta all’università, con grande sofferenza, solo per laurearmi in letteratura per l’infanzia (e poter svolgere un lavoro conseguente). Quindi, sarei disposta anche a fare la tesi per un Orco. Solo che non era affatto scontato che lei accettasse. Primo, perché non accetta quasi nessuna tesi. Secondo, perché il tema che intendevo proporle, e che per ora resterà top secret, è audace e non molto nelle sue corde, mentre per me significa moltissimo. Non avevo intenzione di rinunciare facilmente.
Ecco perché ero così agitata.
E invece non ho dovuto combattere.
Ce l’ho fatta.
Semplicemente.
CE L’HO FATTA!
Mi sono mostrata convincente, l’ho messa spalle al muro con i miei voti (accetta di dare la tesi solo a chi ha il massimo dei voti e non è fuori corso), il mio tema lo trova originale, coraggioso e ben impostato.

Quando sono uscita da lì mi sembrava di volare. Pioggia, vento, non mi accorgevo di niente, sorridevo soltanto, avevo l’impulso di abbracciare chiunque, ho preso il cellulare (io che non lo uso quasi mai) e ho cominciato a diramare la notizia.
Poi mi sono gustata quel momento di perfezione, dopo un periodo per me così triste.
Da ogni parte del mio corpo e della mia mente è risuonato un Grazie la cui eco non si è ancora spenta.
Poi mi sono fiondata in biblioteca per recuperare nuovi libri che la prof. mi ha consigliato e quando sono tornata a casa mi sono accorta di avere dimenticato lì l’ombrello a causa dell’emozione.

Volevo condividere questa gioia anche con voi, cari amici, dato che ultimamente avete sopportato tanti post tristanzuoli!


*Gilgul: un individuo la cui anima si è incarnata ma anche un tipo dal comportamento irrazionale e un po’ stupido.

[Il libro di Englander da cui è tratto il racconto che ho citato si intitola Per alleviare insopportabili impulsi, l’edizione che ho io è Einaudi ma mi pare che ora sia stato ristampato da Mondadori. È un autore che ovviamente vi consiglio, soprattutto se amate l’umorismo intelligente]

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mercoledì, 10 ottobre 2007

Il drago e la lucertola

drago2Amici, sapete una cosa? Volevo scrivere un post intelligente oggi, è da un po’ che scrivo dei post un po’ sciocchini, soprattutto per mancanza di tempo (vedete, faccio tre cose contemporaneamente, tra studio e lavori; e poi ho anche quel minimo di vita privata che mi preserva dal diventare monaca o eremita). Mi son messa davanti al computer con le più serie intenzioni, dunque, ho pensato a qualcosa di brutto e poi a qualcosa di più brutto ancora. Niente. Allora ho pensato a qualcosa di umoristico e mi sono venuti in mente tanti pensieri a forma di post, dovevano solo essere trascritti. Ma la verità è che in questo momento ho dentro me quel tipo di felicità straripante che mi impedisce di scrivere e di parlare. Sono felice, non so cosa farci! Insomma, ho un caratteraccio. Negli ultimi giorni, non è che non fossi felice, ma ero anche preoccupatissima; uscivo di casa al mattino come uno che va ad affrontare un drago e all’ultimo momento si accorge di aver dimenticato la spada e poi si ricorda anche di non averla mai avuta. Allora stranamente si rincuora e va avanti lo stesso, dicendosi: Sarà quel che sarà. E quando arriva il momento fatidico, scopre che non esiste nessun drago, bensì una lucertolina facilmente affrontabile. Sono circondata da innocue lucertoline, insomma. Mi succede sempre così. Sono un po’ insicura e tendo a sottovalutarmi.

Anche a voi capita di prefigurarvi certe situazioni peggiori di quello che poi realmente sono? Io tendo automaticamente a immaginare il peggio del peggio; la cosa bella è che, dato che nessuna situazione si rivela mai così disastrosa come l’avevo immaginata, quando mi ci trovo, per quanto possa essere realmente complicata, la supero sempre facilmente perché rispetto all’incubo che avevo previsto mi sembra a quel punto un gioco da ragazzi! Bello, no? 

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lunedì, 03 settembre 2007

Non c’è problema!

[Comunicazione di servizio]

Nel caso a qualcuno interessasse, annuncio che oggi, alle ore 13,30 circa, la tenaglia che da circa una decina di giorni stringeva la mia testolina in una morsa minacciosa è sparita. Niente più macigni e spade di Damocle (almeno per un po’, e limitatamente a certa mia ansia costitutiva) pendono sul mio capo.
Completamente libera sarebbe troppo, e dunque falso, e impossibile per me (fortunatamente, perché ai miei malesseri mentali ci tengo anche un po’) ma inaspettatamente leggera e felice e volteggiante direi tranquillamente di sì.
E tutto per merito di mio padre (principale causa, peraltro, di ogni mia ansia, angoscia e depressione. Per troppo amore) che, vedendomi da giorni aggrovigliata su me stessa, senza appetito (strano!) e senza neanche la minima parvenza del mio abituale sorriso e buonumore, mi ha fatto, di sua iniziativa, un meraviglioso e razionalissimo discorsetto, un discorso lungo, analitico, obiettivo e preciso, riassumibile nel concetto:

NON C’È PROBLEMA.

Va tutto bene, hai fatto il massimo che potevi fare, non ti si può rimproverare nulla, non c’è motivo di angosciarsi, sono molto contento di te.

[E intanto io respiravo, gli organi contratti mi si distendevano tutti, mi riaccendevo a poco a poco]

Bene. Perfetto! In effetti ha ragione! Ma perché io non sono capace di ragionare così bene e mi perdo subito in una bufera emotiva?
Ero così paralizzata, nei giorni scorsi, che non riuscivo neanche a scrivere, né qui né sul diario!
Oltre a studiare, ho passato il resto del tempo a leggere angosciosissimi e paranoici romanzi noir (non so se avete presente David Goodis o Jim Thompson); una sorta di cura omeopatica (il simile cura il simile) che non ha molto funzionato, nonostante il piacere (pur devastante) di letture avvincenti.

Sono ancora un po’ sotto shock per la bella notizia ma… sono tornata normale! La solita, allegra, Ilaria.
Chiedo scusa se ho parlato solo di fatti miei ma dovevo proprio comunicarvelo  (la  gioia, più  del  dolore, va  condivisa, secondo me).

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venerdì, 20 luglio 2007

Dove ti trovi

Sono qui al mare da due giorni e il fatidico adattamento mi ha raggiunto. Dedico qualche ora al lavoro, per il resto me la spasso. Vado in giro, in bici e a piedi, aguzzando occhi e orecchie e notando i cambiamenti rispetto all’anno scorso. Pensate che è da quando sono nata che vengo qui a Riccione, sempre nella stessa casa, sempre dallo stesso bagnino, che mi ha vista neonata. Lo so che può apparire ridicolo o patetico, rispetto alle vacanze mirabolanti che ormai chiunque può permettersi, ma a me piace così. Ho semplicemente bisogno di rilassarmi un po’ dopo un anno intenso e qui ci riesco, perché abito in una zona tranquilla e silenziosa, lontana quanto basta dal fracasso turistico. Poi mi piace rivedere di anno in anno le persone di qui, che mi conoscono e mi vogliono bene. Sono i luoghi in cui ho passato tutte le mie estati, i vialetti in cui ho imparato a pedalare, in cui ho passato pomeriggi interi a giocare a calcio o a nascondino, il mare (brutto, è vero) in cui ho imparato a nuotare… mi piace stare qui, è la mia terra.

Intanto mia sorella si prepara a partire per l’Africa, dove resterà fino a fine dicembre, un po’ per lavorare come volontaria (fino a settembre) e poi per studiare (all’università di Dar es Salaam). Medicinali anti-malaria, shampoo contro i pidocchi, zanzariere, farmaci di ogni tipo… la maggior parte del suo bagaglio consiste in questo, perché andrà in zone povere e abbandonate, dove non potrà comunicare con l’estero e dovrà arrangiarsi da sola. Prima di raggiungere la missione in Kenia dalla Tanzania, affronterà, sola con la sua amica, un viaggio attraverso villaggi dispersi e zone “selvagge”, senza avere punti di riferimento precisi e senza neanche sapere ogni volta dove andrà a dormire (cosa che a me sembra molto pericolosa).

Vedete come siamo diverse: io fin troppo sedentaria, lo riconosco, lei perennemente in viaggio (spesso completamente sola e in posti non molto raccomandabili) fin da quando aveva tredici anni (adesso ne ha venticinque).

Ovviamente, per tutti, solitamente, la persona più affascinante della famiglia è lei, e non hanno tutti i torti. A me invece piace soprattutto il nostro essere così diverse, il nostro completarci a vicenda, il condividere gli stessi valori, esprimendoli in modi diversi, io qui, lei altrove.

Intanto, in questi giorni ci facciamo delle gran nuotate, ed entrambe abbiamo notato una cosa: quasi nessuno nuota sul serio. La maggior parte della gente si limita a stare a mollo nell’acqua, o tutt’al più a passeggiare avanti e indietro. Quasi nessuno, a parte me e lei, si spinge al largo, dove non tocca, e nuota per bene e a lungo. Invece mi ricordo come mi è sempre piaciuto, fin da piccola, osservare le persone che nuotavano bene, ammirandone lo stile, e c’era quasi la gara a chi si spingeva più lontano e resisteva di più. Io continuo a spingermi al largo, più lontano che posso (compatibilmente con le mie forze), dove, da sola nel grande mare, con lo sguardo all’orizzonte, trovo la gioia di sentirmi parte di qualcosa di immenso, di incommensurabile, infinitamente più grande di me, ma non completamente altro da me. È questa la grande forza consolatrice che può dare il rapporto con la natura, che avvenga nella super attrezzata Romagna o negli spazi quasi incontaminati dell’Africa remota. E in questo perfino mia sorella è d’accordo con me!

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martedì, 17 luglio 2007

A passo di danza

Io da oggi sono un po’ in vacanza! Dico un po’ perché tra qualche giorno un adattamento a cui lavorare mi verrà perfidamente inviato a Riccione (inseguita dal lavoro perfino al mare, ma confido biecamente nei disservizi delle Poste Italiane). E così dovrò portarmi lì il portatile, mentre speravo di poterlo lasciare a casa, se no che vacanza è una vacanza dove non c’è niente di vacante ma tutto mi segue marcandomi ben stretto?

Comunque, essendo un po’ in vacanza ed essendoci attualmente di giorno a Bologna 40 gradi, ho deciso di fare oggi pomeriggio le Grandi Pulizie di casa. Se c’è una cosa che non sopporto sono le pulizie domestiche, ordinarie o straordinarie che siano, eppure, si sa, almeno ogni tanto bisogna occuparsene. E io, per farlo, ho un metodo molto divertente ed efficace che consiste nel lanciarsi in balli scatenati usando scope e spazzettoni come cavalieri, e in canti accorati usando come microfono per esempio un piumino per spolverare. Ho delle apposite colonne sonore che adopero per l’occasione; non importa che musica si scelga, l’importante è che ci sia un buon ritmo, ma per quanto mi riguarda, dopo un po’ di rock tanto per entrare nel vivo, funziona benissimo il buon vecchio swing: metto su un disco di Glenn Miller & orchestra e via a spazzare lanciando la scopa da una mano all’altra al ritmo di In the mood (brano che conoscete tutti anche se forse il nome non vi dice niente: presente quando nei film neorealisti o nelle rievocazioni televisive si mostra il passaggio dal senso di oppressione durante la seconda guerra mondiale alla ventata di libertà del dopoguerra? Tale passaggio è sempre sottolineato da In the mood suonata da un’orchestra con la gente che balla felice). Il ritmo è perfetto per piroettare ma una volta mi sono lasciata così trasportare che per sbaglio facendo troppo volteggiare la scopa ho rotto un lampadario. Be’, incidenti del mestiere…
Il tutto si conclude sempre con la Marcia di Radetzky, non per insultare velatamente l’antico nemico che anzi ammiro e a volte rimpiango, ma perché mi sembra la giusta conclusione di tale faticosa impresa. Al ritmo della marcia detersivi, stracci, scope e piumini si ritirano dignitosamente e la loro tenutaria può abbandonarsi mollemente in poltrona spossata dalle danze pulenti. Ora devo dire che a volte mi concentro troppo sul ballo e poco nella pulizia ma una cosa è certa: il buonumore è assicurato!

Non vi sembra un ottimo consiglio da “casalinga esasperata” (che non sono)? Perché, tra parentesi, quando è iniziato il telefilm “Desperate Housewives” io mi aspettavo di imparare qualcosa sulla vita da casalinga invece ho imparato come uccidere la gente, però in modo divertente. D’altronde è anche vero che sabato, durante il matrimonio, il prete ha pronunciato una formula in cui erano proclamati i rispettivi doveri della sposa e dello sposo, e mentre i doveri dello sposo erano gravidi di responsabilità, tra quelli della sposa (moglie e madre) spiccava il rendere gioiosa e lieta la vita domestica. Ho pensato che in fondo è un bellissimo “dovere”, mi piace molto.

Be’, il senso di questo post sconclusionato è: domani finalmente torno al mare, torno nella mia casetta riccionese, nella mia cameretta mansardata tutta blu e senza tapparelle (ma con delle spesse tende che però lasciano filtrare la luce di primo mattino, svegliandomi presto e in modo naturale)! Da lì potrò continuare a postare (se avrò l’ispirazione) e a seguire i vostri blog ma con meno assiduità del solito (sempre per il concetto che se no non è una vacanza).

Un caro saluto a tutti!

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categoria:felicità
martedì, 10 luglio 2007

L’estasi nel quotidiano

Non è vero poi che non ho visto il mare. Così era nei progetti, ma chi può resistere chiusa in casa sapendo che a poca distanza c’è quell’immenso accogliente grembo d’acqua, sentendone il profumo portato dall’aria (pur in mezzo all’immancabile, anche in riviera, odore di benzina)? Io no di certo.
Così, indossato il costume e la divisa da mare, corro verso la spiaggia per celebrare il rito del Primo Bagno di Stagione, che consiste nel prendere la rincorsa dall’inizio della passerella e correre, possibilmente con le braccia aperte, incontro al mare, senza la minima pausa o esitazione al momento fatale dell’ingresso in acqua, nella quale poi l’abbandono accade, totale e inebriante.
Ovviamente tutto ciò andrà fatto in un orario consono (poca gente in spiaggia) o in una zona in cui si sia conosciuti (e, possibilmente, benvoluti) un po’ da tutti: condizioni, nel mio caso, soddisfatte entrambe.

Immersa nel mare, nuotando verso l’orizzonte fin dove le forze mi sorreggono, vivo una grande felicità.
Sono quei momenti di estasi che ognuno di noi può ritagliarsi nel suo quotidiano.
Per me il mare è sempre stato anche un grande Consolatore; spesso la sera, estate dopo estate, gli ho portato le gioie e le tristezze della giornata.


È stato bello, all’arrivo, trovare nel viale, nei dintorni e in spiaggia le stesse persone che incontro da un anno all’altro, con le quali scambiare saluti calorosi o anche retorici convenevoli.
È stato molto triste entrare in casa e non dovermi come al solito precipitare verso la poltrona per baciare la mia prozia né vedere mia nonna corrermi incontro sorridente e stringermi forte in un abbraccio (facendomi provare la deliziosa sensazione di avere cinque anni o poco più).
La casa era vuota, per la prima volta. Nonna e prozia sono rimaste a Piacenza, a spegnersi lentamente e inesorabilmente di fronte alla malattia che le ha colpite entrambe. Avevano sempre detto che, dopo avere vissuto una vita insieme, sarebbero certamente morte insieme. Mia mamma rideva, quando lo dicevano, ma io ho sempre creduto che sarebbe andata proprio così. E infatti. E dico che questa mi sembra una cosa buona e giusta, anche se per noi che restiamo è un duro colpo perderle insieme, ma dal loro punto di vista – che è ciò che conta – è la cosa migliore di tutte.

Non hanno voglia di spargere troppo la notizia in giro; da orride borghesi quali si definiscono tengono alle apparenze, al decoro e alla riservatezza.
Con understatement invidiabile mia nonna, quando al telefono qualche conoscente (non intimo) chiede Come va?, risponde invariabilmente:
- Non ci possiamo lamentare –
E anch’io, in effetti, mentre mi approprio come ogni anno della mia solita camera o mentre mi avvoltolo goduriosamente nel mare – mentre penso a loro due – so che non mi posso lamentare, nonostante sia strano questo vivere divisa su due binari con direzioni opposte: la mia felicità di vivere da un lato, la loro morte in arrivo, dall'altro.

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categoria:nonna, morte, felicità, prozia
lunedì, 02 luglio 2007

Cari amici, innanzitutto, una piacevole segnalazione:

domani pomeriggio (martedì 3 luglio) sul blog di Laura e Lory avverrà la presentazione del loro romanzo intitolato Eibhlin non lo sa...
Dato che mi pare che i frequentatori di questo blog amino molto leggere, ve lo segnalo, anche perché una presentazione su blog in diretta è una novità, direi, no? Approfittiamone! In più le padrone di casa sono una garanzia (ospitali, brave e appassionate).

 

E ora un post triste (credo sarà l’ultimo di questa serie di post tristi, poi alla fine in realtà è anche felice e può essere utile).

Il respiro lungo

[Se momentaneamente non riesci a vivere, comincia col vegetare]

Dovete sapere che da qualche giorno, a causa di alcune tristezze, ho il respiro corto, la tachicardia, insomma! E non dormo, mi sembra di essere ubriaca! A volte rido per niente, più spesso piango, insomma sono isterica (presente quando sentite quel pizzicorino di esasperazione dentro il cervello? E in quel punto non puoi neanche grattarti!). E sto pure studiando Freud (più in tema di così)!

Perciò oggi il mio obiettivo non era tanto quello di ritrovare la felicità temporaneamente perduta, ma semplicemente quello di recuperare il respiro lungo, cioè di respirare insomma.  


R e s p i r a r e.


Ho provato a pensare qualcosa di felice.
Ho provato a fare una camminata.
Ho provato a studiare.
Ho provato a concentrarmi sul lavoro (per fortuna oggi non avevo mansioni molto impegnative).
Tutto inutile.
Ho giocato l’ultima carta, di solito infallibile: Mozart!
Tornata a casa dal lavoro ho inserito nello stereo la sinfonia 40 (la prima cosa che ho trovato; il mio ideale, in verità, è il primo movimento della “Posthorn Serenade”, provare per credere) e mi sono accasciata a peso morto sul letto, immobile senza muovere un muscolo senza pensare immergendomi nella musica e basta.

E piano piano, dolcemente, il battito del cuore si è normalizzato, gli organi interni da raggrinziti che erano si sono rilasciati, e finalmente (io fingevo di non farci caso) è arrivato il respiro lungo, non uno ma due poi tre, poi si è normalizzato.

Che bello respirare!

Mi è sembrato che la mia gioia di vivere fosse lì vicino a me, come un vestito lavato che aspetta di essere asciutto. Domani la indosserò e immagino che scriverò uno dei miei post felici (è da un po’ che latitano!). O forse non ne avrò tempo causa studio.
Tutto ciò ovviamente dopo essere stata da
Laura & Lory, non dimenticatelo!

Nel frattempo ho anche risolto (forse) il principale motivo di tristezza. Non per fare la Pollyanna della situazione ma a volte un po’ di angoscia e disperazione fa anche bene: quante volte normalmente ci concentriamo su come sia meraviglioso respirare?

(Ops, proprio adesso mi si è anche fulminata la lampada da tavolo!) 

postato da: flalia alle ore 20:22 | Permalink | commenti (16) | commenti (16)(pop up)
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