SONO FELICE!
EVVIVA!
GIOIA E TRIPUDIO!
Oggi, sfidando le intemperie, sono salita su un autobus col cuore in gola. Tremavo perfino un po’.
Mentre guardavo la pioggia e il cielo plumbeo attraverso il finestrino tentavo una sorta di autolavaggio del cervello. Mi ripetevo (nella mente) cose di questo tipo (col tono che potrebbe avere Gary Cooper mentre rassicura qualche donzella spaventata):
Tranquilla, Ilaria, andrà tutto bene.
Se anche non te lo approva, non sarà la fine del mondo (però sarebbe molto triste, aggiungeva una vocina ribelle)
C’è ben di peggio a questo mondo.
Con tutte le scemenze che è abituata a sentire tutto il giorno non si scomporrà per le tue eventuali idee balzane. Non puoi fare nessuna figuraccia.
Coraggio.
TRA DUE ORE È TUTTO FINITO! (questa, di solito, è l’unica frase che riesce davvero a calmarmi, assieme alla sua variante: “Tra dieci anni ci riderò sopra”).
Però non funzionavano molto.
Allora ho fatto ricorso a un’arma infallibile per scacciare la tensione: mi sono ripetuta un racconto di Nathan Englander che conosco praticamente a memoria (mi serve spesso…). Questo racconto s’intitola Il gilgul di Park Avenue* ed è la storia di un uomo, un analista finanziario newyorkese, che non si è mai interessato di religione ma un giorno, all’improvviso, si convince di essere ebreo e comincia, di conseguenza, a vivere come un ebreo ortodosso. Tutto ciò gli crea un sacco di ridicole complicazioni, soprattutto con la moglie e con il suo psicanalista, che affronta spalleggiato da un rabbino. Be’, l’incipit del racconto mi fa sbellicare e ve lo copio:
Il giorno ebraico inizia nella calma della sera, quando non sconvolgerà il sistema col suo arrivo. Così, mentre nel cielo di Manhattan brillavano tre stelle e una nuova giornata moriva, Charles Morton Luger comprese di contenere un’anima ebrea.
Ping! Fece questo rumore. Come un coltello che urta contro un vetro.
E Charles Luger seppe, senza ombra di dubbio, che dentro di lui c’era una neshama yiddish.
Non era tipo da impegnarsi in conversazioni coi tassisti, ma una cosa di quel genere si sentiva costretto a condividerla. […] La sua non era forse una vera e propria rinascita? Si trattava di un fatto speciale, questo era chiaro. Così si protese dal sedile, alzò un pugno e picchiò sul divisorio di plexiglas.
Il tassista guardò nello specchietto retrovisore.
– C’è un ebreo, – gli disse Charles. – C’è un ebreo, seduto qui dietro.
Il tassista alzò una mano e fece scivolare il vetro divisorio che sbatté rumorosamente contro la scanalatura opposta.
– È una cosa assurda, me ne rendo conto ma, vede, io sono ebreo. C’è un ebreo sul suo tassì.
– Non c’è problema. Il tassametro gira uguale per tutte le religioni –. E col dito indicò il display digitale.
Charles […] guardò Park Avenue dal finestrino, era un ebreo che osservava il mondo. I colori non gli sembrarono né più scuri né più chiari, benché i suoi occhi già cercassero, se ne rese conto, qualcuno con in testa lo zucchetto, un correligionario che lo notasse, ammiccasse, e confermasse ciò che dentro di sé già sapeva.
Il tassì rallentò fino a fermarsi davanti all’edificio dove abitava Charles, e Petey, il portiere, uscì sul marciapiede. Charles allentò il fermasoldi e sfilò un biglietto da cinquanta dollari. Allungò il braccio oltre il sedile, stringendo forte la banconota fra le dita.
– Un ebreo, – ripeté Charles, schiacciando i cinquanta dollari nella mano del tassista. – Un ebreo, qui, sul suo tassì.
Ma torniamo a me.
In qualche modo sono arrivata davanti allo studio della prof. Si tratta di quella professoressa pazza, isterica, nevrotica e bellicosa che mi terrorizzò tempo fa quando dovetti sottoporle la mia relazione di tirocinio. Oggi le ho chiesto di essere relatrice della mia tesi. Non potevo chiederlo ad altri che a lei perché tre anni fa mi sono iscritta all’università, con grande sofferenza, solo per laurearmi in letteratura per l’infanzia (e poter svolgere un lavoro conseguente). Quindi, sarei disposta anche a fare la tesi per un Orco. Solo che non era affatto scontato che lei accettasse. Primo, perché non accetta quasi nessuna tesi. Secondo, perché il tema che intendevo proporle, e che per ora resterà top secret, è audace e non molto nelle sue corde, mentre per me significa moltissimo. Non avevo intenzione di rinunciare facilmente.
Ecco perché ero così agitata.
E invece non ho dovuto combattere.
Ce l’ho fatta.
Semplicemente.
CE L’HO FATTA!
Mi sono mostrata convincente, l’ho messa spalle al muro con i miei voti (accetta di dare la tesi solo a chi ha il massimo dei voti e non è fuori corso), il mio tema lo trova originale, coraggioso e ben impostato.
Quando sono uscita da lì mi sembrava di volare. Pioggia, vento, non mi accorgevo di niente, sorridevo soltanto, avevo l’impulso di abbracciare chiunque, ho preso il cellulare (io che non lo uso quasi mai) e ho cominciato a diramare la notizia.
Poi mi sono gustata quel momento di perfezione, dopo un periodo per me così triste.
Da ogni parte del mio corpo e della mia mente è risuonato un Grazie la cui eco non si è ancora spenta.
Poi mi sono fiondata in biblioteca per recuperare nuovi libri che la prof. mi ha consigliato e quando sono tornata a casa mi sono accorta di avere dimenticato lì l’ombrello a causa dell’emozione.
Volevo condividere questa gioia anche con voi, cari amici, dato che ultimamente avete sopportato tanti post tristanzuoli! 
*Gilgul: un individuo la cui anima si è incarnata ma anche un tipo dal comportamento irrazionale e un po’ stupido.
[Il libro di Englander da cui è tratto il racconto che ho citato si intitola Per alleviare insopportabili impulsi, l’edizione che ho io è Einaudi ma mi pare che ora sia stato ristampato da Mondadori. È un autore che ovviamente vi consiglio, soprattutto se amate l’umorismo intelligente]