domenica, 06 gennaio 2008

Bilancio di fine feste

Che stress, le feste sono finite e da domani ricomincia la dura vita feriale.
Quest’anno me la sono proprio goduta, questa lunga bolla festiva che mi ha avvolto per queste due settimane, tant’è che, mentre tutti (o quasi) hanno fatto il loro bilancino di fine anno, io farò quello delle mie feste.

Durante le quali:

  • non ho toccato un libro di studio né scartoffie/volumi di lavoro neanche per sbaglio
  • in compenso ho letto quattro romanzi e cominciato il quinto
  • ho mangiato a quattro palmenti, soprattutto dolci di ogni tipo, qualità e consistenza
  • dormito un po’ più del solito
  • frequentato persone (senza esagerare, però, ricordiamoci che sono un Orso o come-cavolo-si-dice)
  • guardato filmetti leggeri però divertenti e rilassanti
  • ho ascoltato buona musica ma mi sono anche dedicata al revival di compilations adolescenziali scadentissime qualitativamente ma emotivamente sublimi
  • scritto su ben due diari diversi
  • vivendo in una famiglia un po’ nevrotica, ho trovato un nuovo espediente per calmarmi nel caos generale: restare in contemplazione del presepe africano portato da mia sorella, nel quale, per prima cosa, ci sono degli animali strani, dal nostro punto di vista, come per es. una giraffa. Poi, tutti i membri di questo presepe, compresi i tre protagonisti principali e i tre Re Magi, hanno lineamenti decisamente africani (Masai, per la precisione) – niente madonnine col nasino all’insù e fluenti capelli biondi - e un atteggiamento composto e ieratico molto diverso rispetto ad altri presepi nostrani dotati di pastori agitati che sventolano mani o spalancano le fauci, per esempio. Non dico che sia più bello o più brutto, ma mi colpisce la rigida immobilità di ogni personaggio; sono tutti in rigida adorazione, non ce n’è uno rappresentato in movimento, e tutto ciò mi ispira calma e serenità (oltre che una maggiore spiritualità)
  • mi son concessa anche una puntatina in ospedale e ho fatto due conti col mio corpo (del tipo: Non vorrai piantarmi in asso proprio durante le feste, vero?): indovinate chi ha vinto, per il momento? Eh eh… (sta’ a vedere che quella cosa del pensiero positivo un pochino funziona…)
  • Boh, poi ho fatto anche altre cose, per es. ho compiuto gli anni.

Va be’, la pianto qui perché i bilanci mi hanno sempre annoiata. Comunque, direi che la parola d’ordine di queste mie feste è stata: dolce far niente, anzi (nobilitiamoci): otium (Cicerone & C. sarebbero fieri di me).
Ah!, un’altra cosa che ho fatto è stata digitare trecentomila volte sul blog mio e altrui, la parola “auguri”.

Ma secondo me, più che degli auguri per le feste, c’è bisogno degli auguri per affrontare la ripresa della quotidianità. Quindi, buon ritorno alla normalità a tutti!

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categoria:feste
venerdì, 04 gennaio 2008

C’est une chanson qui nous ressemble

E dopo avervi narrato il triste epilogo di un anno invece felice, vi dirò cosa ci facevo alle ore nove del mattino, pedalando per una Bologna meravigliosamente fredda e deserta, una città silenziosa e addormentata in modo quasi irreale, il primo gennaio di quest’anno nuovo di zecca. Avevo dormito poco meno di tre ore, accartocciata su un divano, dopo essermi esibita in vari giochi di società. Mi ero alzata e, raccattando a casaccio le mie cose, scavalcando corpi addormentati, salutando il padrone di casa che comunque non si è svegliato, sono uscita in strada e, salita in bici, mi sono diretta come una sonnambula verso la stazione.
Avete mai avuto un colpo di sonno in bicicletta? Io sì.
Arrivata in stazione, ho parcheggiato la bici pregando con ardore di ritrovarla lì (intatta) al mio ritorno e di lì a poco mi sono ritrovata sul treno regionale, diretta a Piacenza, dove mi sarei riunita a tutta la mia famiglia.

Piacenza: nonna e prozia, infanzia, calore, parenti strampalati, resti di un mondo ormai vinto.
A Reggio Emilia è salita mia sorella, con la sua chitarra e il suo sacco a pelo, il suo sorriso di chi sta bene nel mondo.
Mi lasciavo cullare dal rumore del treno, lungo questo percorso che conosco a memoria, desiderando e temendo il mio ingresso in casa. La mia prozia non è più lucida, ormai, e cercavo di immaginare cosa avrei provato trovandomi davanti a una persona che mi ha sempre amata più della sua stessa vita e che ora non mi riconosce più.

A volte provo il desiderio di morire prima dei miei cari, anche se d’altra parte non vorrei morire mai.

Poi, come sempre, la forza delle abitudini - quella ritualità familiare che a volte si odia e altre volte ci protegge come una coperta calda dagli urti del mondo – ha reso tutto più facile: trovare mia nonna, benché stanca, in attesa sulla soglia, sorridente, come sempre; sprofondare nel suo abbraccio, avvolta nel suo profumo; rivedere gli ambienti familiari - il salone sempre perfetto, immobile nel tempo – e correre con gioia lungo il corridoio verso la saletta, per abbracciare mia zia, come al solito: trovarmela davanti, seduta sulla sua poltrona, chinarmi verso di lei e baciarla come ho fatto per tutta la vita. Sì, mi riconosceva a sprazzi (o meglio, intuiva che fossi una di famiglia) ma era felice di essere abbracciata, perché lei per tutta la vita ha sempre goduto moltissimo nel ricevere baci e abbracci; da persona espansiva e passionale qual è, in una famiglia invece piuttosto contenuta dal punto di vista delle effusioni fisiche, ci ha sempre affettuosamente rimproverato di essere poco affettuosi.

Non è che si riuscisse a fare discorsi molto logici, ma a parlare, sì. E l’aspetto è sempre il suo, le sue espressioni, il suo modo di guardare e sorridere. È sempre la mia cara zia Nena, insomma.
Dopo il pranzo tradizionale tipicamente piacentino, sono arrivati gli altri zii, compreso lo zio “artista” con un registratore.
A un certo punto, mentre cantavamo tutti insieme alcune vecchie canzoni francesi, ho sentito mia zia cantare anche lei; sempre stonata come una campana, ma le parole erano giuste, e il sorriso inconfondibilmente suo.

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categoria:amore, feste, prozia
mercoledì, 02 gennaio 2008

Concludere l’anno depressi è il modo migliore per iniziarne un altro allegri

[questo non è un post triste; è umoristico (meglio precisare…)]

L’ultimo giorno dell’anno mi son svegliata depressa (per alcuni motivi ben precisi che nulla hanno a che vedere con lo snobismo da ricorrenze; sono favorevole ai festeggiamenti nelle “feste comandate”!).

Be’, magari porta fortuna essere tristi l’ultimo giorno dell’anno, mi son detta, e su questa ondata d’ottimismo (l’unica della giornata) ho trovato la spinta per alzarmi dal letto.
Ho cominciato a ricevere telefonate d’auguri e mi sono sforzata di risultare allegra e positiva, con scarsi risultati, credo (chiedo scusa agli sventurati interlocutori). L’unica persona da cui desideravo essere sommersa di messaggini non me ne mandava. In compenso ero travolta da Timspot giornalistici riportanti orribili notizie su eccidi in Kenya o donne fatte a pezzi in Italia.

Nel corso della mattinata i miei familiari sono partiti chi per Piacenza chi per Reggio Emilia, dove avrebbero festeggiato l’arrivo del nuovo anno. Sono così rimasta sola in casa e mi sono esibita in alcuni monologhi consolatorii passeggiando per il corridoio.
Poi mi son messa a cucinare il mio dolce, immersa in varie recriminazioni tra me e me.

Mi sentivo anche obbligata a pubblicare un post d’auguri: mi son messa a scrivere e mi veniva fuori un augurio più triste dell’altro; alla fine ci sono più o meno riuscita e l’ho postato (sostituendo all’ultimo momento la parola “orrore” con la parola “dolore”).

A questo punto, dovevo prepararmi per uscire. E non ne avevo voglia. L’unica cosa che mi andava di fare era accasciarmi sul divano del salotto e restare lì immobile fino a ora indefinita, lasciando che attorno a me calassero dolci le ombre della sera, portando via il giorno, l’anno e la mia coscienza. Ma non potevo farlo: il divano è completamente cosparso di reperti africani - tutti duri e appuntiti, tra l’altro - portati e abbandonati lì da mia sorella; e anche le poltrone.

Per un fugace istante una sbornia solitaria mi è parsa un’alternativa non disprezzabile; il necessario l’avevo. Mi è bastato però ricordare come sono stata male l’unica volta che mi sono pesantemente ubriacata in vita mia (purissima vodka) per rinsavire immediatamente dall’insano proposito.

Precipitando ulteriormente, ho dato un’occhiata alla programmazione televisiva della serata: trasmettevano “Il diario di Bridget Jones”.
Non ho mai visto Il diario di Bridget Jones. - mi son detta - Conosco un sacco di giovani donne che vanno pazze per questa Bridget Jones e io non so neanche chi sia. Adesso do buca alla festa e resto a casa a guardare Il diario di Bridget Jones, anche se presumo che non mi piacerà e forse mi verrà anche voglia di suicidarmi.
Infatti l’unica cosa che sapevo di Bridget Jones era che si trattava di una tipa imbranata (e non immaginavo quanto) e a me, di tutti i film che ho visto, con protagoniste giovani donne imbranate e anche un po’ isteriche, finora non me n’è piaciuto neanche uno.

Sinceramente, mi sembrava davvero un’idea vomitevole, restare a casa a guardare "Il diario di Bridget Jones".

Alla fine, le mie mani ustionate mi hanno riportata alla realtà e ho deciso di andare alla festa; se no, perché cavolo avrei dovuto passare il pomeriggio a ustionarmi le mani?

Perché – piccola parentesi – dovete sapere che questo dolce che so fare io comporta che la cuoca nell’impastarlo si ustioni le mani, ma quante cuoche conoscete al giorno d’oggi che siano disposte a ustionarsi le mani la sera di S. Silvestro? (per cuoche intendo giovani donne magari con le mani tutte ben curate, e perfino un po’ schizzinose, non le massaie come mia nonna che tiene sempre in cucina Foille, la soccorrevole pomata contro le ustioni). Ed è questo il segreto per cui il mio dolce viene così bene, perché non sarebbe la stessa cosa impastarlo aiutandosi con qualche utensile, come ha fatto chi ha provato a cucinarlo dopo che le ho dato la ricetta. E c’è un momento, quando tengo le mani sollevate al di sopra dell’impasto bollente e fumante e mi preparo psicologicamente a sentire il bruciore quando le calerò, che è un momento divertentissimo, secondo me, perché mi sembra davvero ridicola questa attività dell’ustionarsi le mani pur di fare un buon dolce (ed è poi un metodo inventato da me, non c’è scritto su nessuna ricetta) ed è ancor più ridicolo il modo da me escogitato per sopportare il dolore: cantare a squarciagola le tre sillabe Lallallà in tutte le possibili variazioni, finché le mani si abituano al calore e allora diventa piacevole modellare l’impasto. 

Perciò, per rispetto alle mie mani doloranti, mi sono vestita, ho impacchettato il mio dolce, buttato nello zaino pigiama e accessori varii (il giorno dopo, senza tornare a casa, sarei andata a Piacenza), preso la bici e pedalato fino a casa del mio amico, dove si è tenuta una simpatica e semplice festicciola tra amici intimi che alla fine, come sempre, si è rivelata divertente.

Per curiosità, però, ho registrato “Il diario di Bridget Jones” e ieri l’ho guardato, in compagnia di mia nonna, poveretta (ero a casa sua): se fossi rimasta a casa a guardare quel film sarebbe stato il modo peggiore per concludere l’anno.

Bridget Jones è odiosa. Il fatto che parecchie trentenni o giù (o su) di lì si identifichino in lei (ogni giorno incappo del tutto casualmente in blog ispirati a questa tipa, per non parlare di certa devozione al personaggio udita con le mie orecchie in varie circostanze) mi deprime, anzi mi spaventa. Non vorrei avere un'amica uguale a Bridget Jones e se scoprissi di somigliarle avrei un valido motivo per suicidarmi. Bridget Jones è un’inetta per eccellenza: l’unica cosa che le interessa è farsi portare a letto da un uomo possibilmente mascalzone (usiamo un eufemismo). Per il resto: non sa parlare, non le interessa il suo lavoro (eppure lavora in una casa editrice e potrebbe gustarselo molto di più), è imbranata, goffa, impacciata e incapace di migliorarsi (anzi, non può neanche proporsi di migliorarsi, perché non sembra molto consapevole del suo stare al mondo). E in più, non fa neanche ridere, con tutti i suoi comportamenti stupidi; perché anche per far ridere di sé occorre una certa consapevolezza. Boh, capisco che qualcuno possa trovarlo un film divertente, ma farne quasi un ideale di vita mi pare un po’ degradante.

E voi, amici? Passato bene l’ultimo dell’anno?
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categoria:cinema, feste
lunedì, 24 dicembre 2007
presepeangelico

Cari amici, un anno fa avevo iniziato da poco a scrivere su questo blog e non mi leggeva praticamente nessuno… Poi a poco a poco ci siamo conosciuti. Quest’anno ho tanti motivi per cui ringraziare, e tra questi ci siete anche voi.

Buon Natale di gioia e rinnovamento a tutti, e che non duri solo un giorno!  

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categoria:feste
sabato, 24 novembre 2007

Buone feste

Lunedì scorso, passando davanti al supermercato vicino a casa, ho visto che la facciata era tutta illuminata da un’insegna luminosa che augurava: Buone feste!

Buone feste?, mi son detta. Ma se siamo a metà novembre! A parte l’inizio col botto, novembre non è un mese di feste! Cosa mi sono persa?

Poi, notando che accanto alla scritta splendeva a intermittenza una stella cometa ho capito; in anticipo di un mese e sei giorni si festeggiava il natale…
Scuotendo la testa col disappunto di un vecchio ottuagenario son arrivata a casa mia, imprecando contro il consumismo, la fretta dei nostri tempi eccetera eccetera e proclamando che quest’anno per Natale non comprerò regali per nessuno.
La notte seguente ho sognato me stessa nell’atto di acquistare regali di natale. Nel sogno spiegavo tutta contenta alla commessa che siccome ogni anno mi riduco a comprarli all’ultimo momento [con lo stress che potete immaginare o che forse conoscete bene anche voi] quest’anno avevo deciso di darmi da fare con un mese d’anticipo. La commessa approvava.

Non ero io, mi son detta al risveglio. Ma non c’è dubbio: ero proprio io.

Ho l’inconscio consumista…

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categoria:feste
domenica, 15 luglio 2007

Come fu che andai a un matrimonio e mi sembrò di essere stata al bar sotto casa

Era da un mese che attendevo con timore la giornata di ieri: un matrimonio a cui ero stata invitata, assieme a tutta la mia famiglia, ma dove, a parte un po’ gli sposi, non conoscevo quasi nessuno (solo qualche persona, in modo superficiale).
Era il ricevimento che mi spaventava (prevedevo un pranzo interminabile durante il quale non sarei riuscita a spiccicare parola) mentre ero molto contenta di partecipare alla cerimonia, che è stata molto semplice e intensa.

Quando, dopo la messa e un breve viaggio in macchina, siamo approdati presso il luogo dei festeggiamenti, in aperta campagna, l’ansia aveva lasciato il posto alla rassegnazione; avevo deciso che mi sarei stampata sulla faccia un sorriso che niente al mondo - né imbarazzo né noia né disperazione - avrebbe potuto togliermi (pensavo che sarebbe stato davvero brutto se gli sposi, guardandosi intorno, avessero visto un’invitata con un’espressione palesemente afflitta).
Mentre cameriere accaldate servivano antipasti a base di pollo fritto (bollente) in mezzo a un prato assolato e senza ombra (e quello era solo l’antipasto, una sorta di buffet di riscaldamento, è il caso di dire) mi chiedevo, osservando le varie invitate che si scoprivano le spalle mostrando per lo più abbondanti scollature, come noi donne abbiamo potuto vivere finora senza coprispalle, dato che a parte me e mia sorella, la quale pur di non indossare tale subdolo indumento si era avvolta in una sciarpona, tutte in chiesa avevano il loro bel coprispalle indosso.

Finalmente, dopo circa un’ora di antipasti bollenti, è arrivato l’ordine di avviarci verso i tavoli; iniziava il pranzo. Giungeva dunque il momento fatidico, quello che da un mese visualizzavo nella mente con scenari l’uno più imbarazzante dell’altro; lo so, sembra esagerato, ma son fatta così, tuttavia non mi tiro neanche indietro, vado e soffro, piuttosto.
Sotto un tendone bianco erano dunque disposti parecchi tavoli rotondi, ai quali gli invitati si sarebbero accomodati seguendo le disposizioni decise in anticipo dagli sposi ed esplicitate su un cartellone. E qui, una sorpresa: ogni tavolo era stato battezzato con il nome di una cima importante del Giro d’Italia (lo sposo è un appassionato di ciclismo). Trovare qualcosa di familiare in un contesto così alieno mi è sembrato molto confortante, tanto che ho esclamato – rivolta a nessuno in particolare, ma ho pensato che un’invitata sorridente ma muta non era comunque un bello spettacolo, allora era meglio parlare, anche se da sola – che mi sembrava una bellissima idea, questa dei tavoli dedicati al giro d’Italia, e che ero proprio curiosa di sapere a quale cima ero stata assegnata. E dal nulla alle mie spalle una voce mi ha risposto, una voce dal tono entusiasta, tra l’altro; e si rivolgeva proprio a me.

- Ma dai! Ti interessi di ciclismo?! – mi ha detto questo ragazzo con gli occhi che gli brillavano.

- Sì! – ho cinguettato io pensando Forse sono salva!.

Dopo tre secondi eravamo già lanciati in un’appassionante conversazione su tappe e campioni, interrotta da esclamazioni compiaciute (come quando abbiamo scoperto che nell’estate ’98 eravamo entrambi a Cesenatico alla festa per Pantani o quando abbiamo rievocato le tappe che ci hanno commosso fino alle lacrime).

Speravo che fossimo stati assegnati allo stesso tavolo – sarebbe stato perfetto – invece io ero al Passo Rolle, lui allo Zoncolan, non lontano dal mio.
Mi sentivo comunque così sollevata e rasserenata che sono stata in grado di conversare abbastanza disinvoltamente con i miei commensali per tutta la durata del pranzo. Se mi tornava lo smarrimento sbirciavo il mio salvatore al tavolo a fianco; sapere che lì in mezzo esisteva almeno una persona con cui potevo parlare mi rassicurava, ho questo carattere qui, io, ho sempre bisogno di un punto di riferimento che sia incoraggiante, poi vado avanti da sola, devo solo sapere che c’è, anche se è un appiglio precario come un giovane appassionato di ciclismo pressoché sconosciuto.

Mentre (verso le ore 18!) aspettavamo il dolce e la maggior parte degli invitati ne approfittava per alzarsi e sgranchirsi le gambe, io ero alle prese con la mia camicetta che tendeva a spostarsi sul davanti lasciandomi una scollatura troppo osée per i miei gusti, però se la spostavo indietro mi scopriva troppo la schiena; ero lì che la tiravo avanti e indietro meditando sulle affinità tra il concetto di eleganza e quello di tortura, sulla sorellanza tra moda e morte di leopardiana memoria, quando il ciclofilo mi si è seduto a fianco e ha ripreso il discorso da dove lo avevamo interrotto; e mentre attorno a noi era in corso prima un karaoke, poi una serie di scherzi agli sposi, poi cori canti e balli, io ero sempre lì a ragionare su Cunego e Rasmussen (dopo un po’ mi ero anche stancata).

Alla fine è arrivata l’ora di tornare a casa, ho salutato gli sposi, ho pensato che del matrimonio, tranne la cerimonia al mattino, io non me n’ero neanche accorta, a me è sembrato di avere passato tutto il pomeriggio a un tavolino di un bar sport.
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categoria:sport, feste
venerdì, 19 gennaio 2007

Feste

Le feste mi imbarazzano.

[Per “feste” non intendo ritrovi tra amici che si conoscono bene, ma quelle situazioni in cui ti trovi in mezzo a una trentina o più di persone di cui ne conosci a malapena due o tre, sapevi benissimo che era meglio declinare l’invito ma per non fare l’asociale hai invece accettato. Così ti ritrovi a fare comunque l’asociale sentendoti molto più a disagio che non se avessi semplicemente avuto il coraggio di rifiutare l’invito].

Dicevo, le feste mi imbarazzano. Non so mai come comportarmi. Parlo con qualche persona che conosco, ma le feste non sono fatte per dialoghi a due o tre persone, così un bel momento mi ritrovo sola. Al centro della stanza, illuminata da un fascio di luce, il vuoto intorno. Non è vero ma è così. Ah, naturalmente con in mano un bicchiere mezzo pieno da cui non bevo e che tengo chissà come distante da me, in posizione innaturale. In più il vestito che ho indosso mi mette a disagio. Sono una persona rigida e conservatrice e ho da quando ero piccola l’idea che a una festa si va col vestito della festa. E il vestito della festa è (sempre nella mia testa) un vestito sobrio ma elegante, da sera insomma. Ma ormai nessuno si veste più elegante (anzi) e tantomeno sobrio. Almeno in questa città, non so altrove. Solo io mi vesto così, e ovviamente, dato che normalmente non mi abbiglio certo in quel modo questo accresce ulteriormente il mio imbarazzo. D’altra parte, anche se so che poi vorrò sprofondare, non posso non vestirmi così quando devo andare a una festa, perché altrimenti mi sentirei ancor più a disagio per il fatto di non essere vestita da festa.

Già normalmente non sono abile con le parole. Quando le persone mi chiedono qualcosa, per quanto banale possa essere la risposta potete stare certi che balbetterò, bofonchierò parole a caso e in modo sgrammaticato. Accade perché l’emozione mi sale al cervello e lo manda in tilt, fuori uso. Se questo succede normalmente, immaginatevi cosa può accadermi se qualche sconosciuto/a mi rivolge la parola a una festa. Occhi bassi, viso in fiamme, contemplo con totale attenzione il pavimento e le mie imbarazzanti scarpe da festa. Balbetto sì, no, cioè. Lo sconosciuto gira i tacchi. Io vorrei sparire.

Se andrò all’inferno, l’inferno sarà una festa. Intima ma con tanti invitati. E io lì, sempre al centro, con un fascio di luce su di me, un bicchiere in mano, e il vestito della festa. 

postato da: flalia alle ore 11:39 | Permalink | commenti (5) | commenti (5)(pop up)
categoria:feste, figuracce, occasioni mancate