venerdì, 22 febbraio 2008

Eccessi di distrazione

Ma come si fa a essere depressi se si vive in una succursale del circo? È praticamente impossibile!

Adesso vi racconto l’ultima: due giorni fa, mia sorella, in procinto di partire nuovamente per Nairobi, ha chiesto a mio padre di andarle a recuperare una videocassetta preziosissima, contenente suoi filmini d’infanzia, lasciata da nostra zia. L’ho sentita con le mie orecchie raccomandarsi fino allo sfinimento con mio padre affinché avesse cura di non perdere la videocassetta, non farla cadere, non dimenticarla chissà dove eccetera.

Se mai la mia famiglia aveva una certezza, in questi ultimi giorni così confusi e disordinati, questa consisteva nell’importanza di quella benedetta videocassetta.

Bene, mio padre, così ammaestrato, si è recato da mia zia, ha prelevato la videocassetta, è risalito in macchina e si è diretto verso casa.
A metà strada, fermo a un semaforo, ha sentito strombazzare al di sopra della sua testa: sollevato il capo e notato che i colpi di clacson provenivano da un furgone pieno di giovani militari sghignazzanti, i quali oltretutto si sbracciavano e lo chiamavano per attirare la sua attenzione, mio padre, credendo che lo stessero prendendo in giro, ha dapprima finto indifferenza. Ma dato che questi insistevano, ha deciso di approfondire la cosa. Uscito dall’automobile per interpretare meglio i segnali di quei ragazzi, cosa credete che abbia visto?
La preziosa videocassetta era appoggiata, in equilibrio ovviamente precario, sul tetto della macchina! Mio padre fino a quel momento aveva guidato (attraversando mezza città) con la sacra videocassetta in bilico sulla vettura, esposta ogni secondo al pericolo di cadere e sparire per sempre!

Evidentemente non era ancora giunto il suo momento, dato che se la videocassetta fosse andata persa in quel modo, mio padre non sarebbe sopravvissuto all’ira funesta della giovane figlia.

(Immagino anche la scena vista dalla posizione sopraelevata dei militari: un’automobile che avanza, in pieno traffico cittadino, con una videocassetta sul tetto! Lo credo che sghignazzavano!)

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giovedì, 06 settembre 2007

L’ignoto che avanza

La mia è una famiglia di canterini. Siamo in quattro e ognuno ha l’abitudine di canticchiare i suoi motivetti preferiti mentre svolge le proprie attività. Tra questi non c’è la musica lirica eppure oggi, per ovvii motivi, girando per casa passavo da mia mamma che cantava La donna è mobile mentre puliva il piano cottura a mio padre che si esibiva nel Nessun dorma, mentre a me scappava un O sole mio (dopo averle ascoltate in ogni telegiornale da questa mattina, mi sembra il minimo). Tutto ciò per dire che la morte di Luciano Pavarotti mi ha rattristata, anche se quando una persona se ne va dopo una vita piena e bella come la sua c’è dispiacere ma non quel senso di palese ingiustizia che si prova di fronte ad altre morti.

Detto questo, e cambiando argomento, devo dire che sono giunta alla conclusione che in casa mia ci dev’essere un drogato in incognito. Un drogato di acido acetilsalicilico, per la precisione. Perché non è possibile che ogni volta che ho bisogno di un’aspirina, questa non ci sia. Ogni volta ne compro una nuova confezione, di cui uso una compressa o due, ma la volta dopo potete star certi che anch’essa sarà di nuovo sparita, senza che nessuno ne sappia niente.
Essendosi tale misterioso fenomeno verificato anche stamattina, sono pazientemente uscita per recarmi in farmacia ad acquistare l’ennesima nuova confezione ma, quando l’ho chiesta alla farmacista, lei mi ha proposto di acquistare la nuova aspirina, quella che si scioglie in bocca senza bisogno di acqua (mi ha detto che ne fanno anche la pubblicità). E nel suggerirmela mi ha indicato un box, proprio sul bancone, sotto il mio naso, dal quale occhieggiavano, in buon ordine, tante piccole confezioni della nuova aspirina.

Restia come sono (per istinto) alle novità, ho squadrato quelle piccole scatoline con aria diffidente; tuttavia non mi andava di passare per retrograda, così ne ho presa una in mano per acquistarla ma non ho potuto evitare di porre meccanicamente alla farmacista la domanda più stupida del mondo (neanche una vecchia di 90 anni si sarebbe tradita così clamorosamente):
- Funziona come l’altra, vero? –
(Mi sono vergognata nel momento stesso in cui lo dicevo ma non potevo evitarlo, è la conservatrice che è in me che deve proprio farsi sentire pur sapendo in partenza di perdere).
- Certo -, mi ha risposto la farmacista con un prevedibile sorriso di sufficienza.
- Ma bene, proviamola! -, ho esclamato allora con eccessivo entusiasmo.
E me ne sono uscita un po’ vergognosa con la mia scatolina tra le mani.

Ebbene, la conservatrice che è in me una volta tanto aveva ragione: dopo pranzo ho ingoiato, con una certa curiosità, il contenuto della minuscola bustina; è vero che si scioglie in bocca quasi istantaneamente, ma ha un sapore cattivissimo! Cattivissimissimo! Credo sia dovuto al fatto che tra gli eccipienti ci sia tanto l’aroma cola quanto quello arancio insieme. Non so voi, ma io non ho mai amato questi miscugli… Ricordate quando alle feste di compleanno alle elementari o medie si facevano miscugli impossibili tra coca, fanta, chinotto e altro ancora? E i miscugli alcolici o peggio delle superiori? Forse sono rimasta traumatizzata lì.

Insomma, almeno per quanto mi riguarda, oggi ho avuto un’ulteriore riprova che non sempre la reazionaria che è in me ha torto. Se qualcun altro ha assaporato la novità, mi faccia sapere!

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venerdì, 15 giugno 2007

Tragedia comica dal parrucchiere-padrone

[Eccessi emotivi incontrollati]

Cari amici, questo post è troppo lungo e racconta insignificanti fatti miei, io però avevo bisogno di scriverlo per via del trauma subito, voi al massimo non leggetelo, e siamo tutti felici.

Quando sono entrata nel negozio del parrucchiere ero già provata dalla solita ansia che mi prende in questi casi, riassumibile principalmente nella domanda: di cosa parlerò col parrucchiere mentre lui armeggerà con la mia testa? Di solito infatti esiste questo problema. Ma ieri ero anche abbastanza tranquilla; da due mesi (cioè dall’ultima volta che avevo messo piede in quel luogo ostile) mi ripetevo ogni tanto nella mente un nome, per poterlo ricordare al momento opportuno: Andrea. Era stato lui a tagliarmi i capelli l’ultima volta e il risultato era stato un taglio perfetto e una conversazione abbastanza fluente; era stato gentile, simpatico e premuroso.  
E invece, appena entrata, non ho fatto neanche in tempo a cercarlo fiduciosa con lo sguardo; mi si è parato davanti il titolare del negozio (che porta il suo nome e che è famoso a Bologna): un omone alto, largo e massiccio, che le altre volte ero sempre riuscita a evitare accuratamente, avendolo visto all’opera ed essendone rimasta parecchio terrorizzata (se leggete, capirete che avevo ragione).

Le prime parole che ha pronunciato, accompagnate da una smorfia a esse intonata, sono state di disprezzo per i miei poveri capelli; neanche avesse uno sguardo a raggi x ha cominciato a elencarmi che cosa non andava e che tipo di capelli ho e quali prodotti occorrono e così via. Fin qui, tutto bene. So che i parrucchieri cercano di demolirti l’autostima per poterti vendere i loro shampoo costosissimi. Però quel tipo parlava con un po’ troppa sicumera e soprattutto con un tono aggressivo; quando ho provato a dirgli che se ho i capelli fragili è a causa di una medicina che sto prendendo lui mi ha fatto una sfuriata urlando che invece sbaglio tipo di balsamo. Ho provato a ripetere che, oltre al balsamo (ma figuriamoci!), era la medicina; macché, l’ha presa come una cosa personale, ha alzato la voce ancora di più. Allora sono stata zitta e mi sono sorbita docilmente una predica su come lavare i capelli e sui danni del balsamo, dopo la quale l’ho pure ringraziato con un sorriso mite guardandolo da sotto in su. E va bene...

Dopo il lavaggio, praticatomi da una signora gentile, mi sono di nuovo ritrovata tra le grinfie di lui, benché avessi cercato di scappare alla ricerca di Andrea o di chiunque altro. Mi ha fatto sedere (anzi, mi ha spinto giù, premendomi le sue manone sulle spalle) sulla poltroncina e ha cominciato a tagliarmi i capelli senza chiedermi come li volevo. Ho iniziato gentilmente a parlare per spiegarglielo, ma mi ha subito interrotto:
- No no no! – ha detto appena ho pronunciato la prima sillaba – Ti farò un taglio delizioso, vedrai, zitta lì e fidati di me! –
E ha ripreso a trafficare con i miei capelli.
Ho riprovato due volte a parlare e me lo ha sempre impedito, la seconda volta con impazienza.
- Sono il titolare qui! – ha esclamato sbuffando – Ti farò un taglio che ti invidieranno tutte, così ti chiederanno dove sei stata e tu mi farai una bella pubblicità. Quindi lasciami fare!

Vedrai che bella pubblicità che ti faccio!, ho pensato mentre cominciavo a sentire un certo magone formarsi in fondo al cuore.

Lui nel frattempo, mentre sforbiciava, parlava di tasse con un signore e ogni tanto, arrabbiato, urlava qualche parolaccia contro il governo.
Cercavo di guardarlo, tramite lo specchio, volevo affrontarlo, ma mi sentivo già scoraggiata, mi sembrava una situazione assurda e poi, non potendo tenere indosso gli occhiali per non ostacolarlo nelle sue operazioni, non riuscivo a vederlo bene e questo accresceva la mia impotenza.

A un certo punto un’inserviente si è accostata e gli ha detto che la Contessa Balanzoni (cognome inventato, titolo nobiliare vero) esigeva di essere pettinata solo e soltanto da lui.
Oh, ti prego, vai da lei, è una contessa! Che da me venga un altro!, ho implorato interiormente. Ma niente.
- Falla accomodare nella poltroncina qui di fianco, me ne occupo dopo che ho finito qui. Intanto comincia a metterle il trattamento –

Il magone, ormai consistente, ha cominciato a risalire un po’ dal fondo del cuore.

La contessa Balanzoni, con la sua bella chioma tinta del color biondo-altoborghese e il suo bel vestito intonato, si è seduta accanto a me, con un’inserviente che le sbrodolava della roba in testa e un’altra che le faceva la manicure.
Così, oltre al parrucchiere che parlava di tasse strattonandomi nei momenti di particolare indignazione, ascoltavo anche il monologo della contessa, tutto incentrato sulla sua fatica di vivere (Eh, la mia vita! Entro in sala per prendere un documento e mi suona il telefonino, rispondo al telefonino e mi arriva una mail, leggo la mail, mi sono dimenticata dove ho messo il documento, torno a cercarlo, mi si rompe un tacco…) e, soprattutto, sulla sua eterna dieta (pensate che crudeltà: siccome lei è a dieta, costringe alla dieta anche il marito che non ne ha bisogno! Poverino. E osava lamentarsi del recente nervosismo di lui!). Proprio perché a dieta, non ha fatto altro che evocare con tono nostalgico manicaretti di tutti i tipi e io, che non sono a dieta anzi ho bisogno di mangiare, e avevo fame (erano le 13,30), ho cominciato a sentire un secondo magone all’altezza dello stomaco. Senza contare che continuavo a non capire cosa stesse combinando con la mia testa il parrucchiere-padrone.

Ormai comunque parlare mi sembrava impossibile, mi sentivo impotente e così ho cominciato a sentire il magone sciogliersi in un fiume in piena che risaliva inesorabilmente dalle profondità del cuore, la voce blaterante della contessa e quella infuriata del parrucchiere erano ormai confuse tra loro e lontane, cercavo disperatamente di resistere, di ricacciare tutto in fondo, di aggrapparmi a qualunque pensiero potesse aiutarmi ma niente, e così, quando l’omaccione, per tagliarmi i capelli sulla nuca, mi ha fatto chinare il capo (spingendolo giù con la sua manona), gli argini si sono rotti e, mi spiace ammetterlo so che non si dovrebbe fare, mi sono messa a piangere, silenziosamente ma con i lacrimoni che gocciolavano e qualche sussultino del corpo.

Piangevo perché quel comportamento mi sembrava violento e ingiusto e perché non sono capace di farmi rispettare. Ho cominciato a pensare che sono in grado di affrontare calma e intrepida le peggiori calamità naturali (dalle trombe d’aria alle malattie anche gravi ai sentimenti più devastanti) ma non gli esseri umani nelle loro manifestazioni anche minimamente irrispettose/aggressive. Solo sul lavoro riesco a farmi valere – pensavo piangendo – e ci riesco solo perché l’amore per la lingua italiana in me supera perfino la mia timidezza/fragilità (non recedo mai dalle mie posizioni quando si tratta di difendere l’adattamento di un testo o una determinata correzione) e solo perché ho dei forti pregiudizi positivi verso gli adolescenti (il che mi permette di affrontare platee bellicose senza insicurezza); ma per il resto, il primo che passa può prendermi a calci o impedirmi di parlare alzando la voce, e io non riesco a reagire (anzi, mi sento in colpa).

Ecco cosa pensavo, e più lo pensavo più piangevo, logicamente.
Così, quando Mister Arroganza mi ha tirato su la testa e mi ha guardato allo specchio, ha visto un viso inondato di pianto. E quando io stessa ho intravisto (senza occhiali…) il mio viso allo specchio, mi è venuto da ridere (obiettivamente c’era da ridere oltre che da piangere).
E quando lui mi ha chiesto (con un tono di voce un po’ più tenero) cosa succedeva, sapete cosa ho risposto (avevo il cervello in tilt, non capivo più niente, mi vergognavo, non sapevo neanche più parlare)?
- Oh, niente. Sono allergica –
E lui ha detto:
- Un’allergia potentissima, vedo. E a cos’è che sei allergica? –
Panico! Io non so neanche a cosa si può essere allergici e poi non so dire le bugie, divento rossa se le dico, perciò, non sapendo cosa dire, nell’angoscia in cui mi trovavo, ho detto la prima cosa che mi è venuta in mente – una cosa stupidissima, però un po’ vera - e cioè:
- Ai parrucchieri –
Allora lui si è messo a ridere con una risata da Mangiafuoco, e io pure, sbirciando allo specchio me col viso disperato, lui che si sganasciava agitando pericolosamente le forbici in aria, la contessa Balanzoni attonita e un po’ seccata, le inservienti anche loro immobili, mi sono semplicemente messa a ridere e sapete come succede, tutto il corpo, fino allora contratto, mi si è sciolto e all’improvviso tutta quella situazione assurda da disperata mi è parsa irresistibilmente comica. Mi sono sentita felice e capivo di avere sbloccato la situazione senza offendere nessuno.

Dopo è andato tutto bene; lui mi ha preso il viso tra le sue manacce finché non mi sono calmata (e mi sono calmata istantaneamente, dato che non ci tenevo a essere coccolata da uno che due secondi prima mi aveva fatto piangere) e voleva anche offrirmi un gelato - il suo negozio ha una convenzione con la gelateria vicina - che ho stoicamente rifiutato (sempre per il motivo di cui sopra).
Alla fine, pur con questi eccessi emotivi, la tortura è finita benché il taglio non sia affatto così delizioso, ma pazienza.

Uscita di lì, sono corsa in pasticceria a divorare due paste ripiene di crema, cioccolato e panna (alla faccia della contessa Balanzoni e in onore di suo marito, augurandogli che fosse anche lui alle prese con qualche antidietetico manicaretto alle spalle della crudele moglie).
Ristabilito così l’equilibrio psicofisico mi sono recata in libreria per trovarvi il conforto risolutivo e ne sono uscita con un libretto di Hrabal adatto a risollevarmi il morale.
Poi, con il mio taglio tanto sudato e lacrimato, ho pedalato verso casa ripensando all’accaduto e ridendo della sua assurdità. Adesso per altri due mesi almeno, non se ne parla più!

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lunedì, 21 maggio 2007

Amore (ridicolo) in biblioteca

Sono in partenza e starò fuori Bologna per due giorni, perciò, cari amici, se mi lascerete dei commenti non potrò rispondervi subito e non visiterò i vostri blog fino a giovedì! Ne approfitto per lasciarvi uno dei miei post lunghi (era da un po’ che non ve ne propinavo uno!). Vi racconterò questa storia ridicola che mi vede co-protagonista assieme a un altro imbranato del mio livello (be’, vi racconto solo l’inizio perché sarebbe troppo lunga ma spero basti per farvi quattro risate).

Dovete sapere che io abito praticamente sopra la biblioteca di quartiere (i libri sono proprio nel mio destino!), della quale faccio largo uso. Pensate che comodità: ogni volta che voglio prendere in prestito o anche solo consultare un volume o una rivista non devo fare altro che scendere le scale, aprire un portone, fare due passi e infilarmi in quella comoda filiale di Paradiso. Solo che, essendo appunto così vicina, mentalmente la considero quasi un’appendice di casa mia e questo significa che, se scendo direttamente da casa, non sto ogni volta a mettermi in ghingheri solo per andare a prendere un libro. Perciò è capitato che in quel luogo mi abbiano visto in condizioni non proprio ottimali (tipo con un’orribile tuta color grigio topo o anche con i capelli spettinati), cosa della quale fino a qualche tempo fa non mi importava niente.
Finché, un giorno, incrociandosi i miei occhi con quelli del bibliotecario al banco, ne rimasi inspiegabilmente folgorata. Inspiegabilmente perché era da settimane che quel giovane bibliotecario dall’aria timida registrava o ritirava i volumi che di volta in volta prendevo o restituivo, e avevo già notato e ammirato, in cuor mio, la sua gentilezza e il suo modo di fare sempre premuroso (un bibliotecario sgarbato è un ossimoro fin troppo frequente da incontrare, per i miei gusti); e avevo notato anche che mi fissava sempre a lungo e sorridendo con simpatia, quando mi vedeva (tanto che mi ero più volte chiesta se per caso lo conoscessi). Eppure, forse perché impegnata a estrarre il tesserino mantenendo in equilibrio ogni volta una pila pericolante di libri, non mi ci ero mai soffermata più di tanto. Quella volta, invece, la folgorazione: che sguardo dolce e gentile, che essere delicato, che bel viso, che voce gradevole, che modi timidi, che faccia simpatica! Eccomi d’un tratto leggera e felice galleggiare a un metro da terra mentre gli sorrido porgendogli i libri con trasporto.

Ma poi, puntuale e impietosa, una seconda folgorazione: fino a quel momento, quel pover’uomo mi aveva vista al peggio di me! Perfino in quel preciso istante! Non indossavo forse un giaccone sformato anziché il mio elegante cappottino blu? E mi ero appena alzata, ero scesa subito, senza fare colazione, senza neanche guardarmi allo specchio! Così, frettolosamente e quasi sgarbatamente, afferrai i miei libri, salutai velocemente e quasi scappai, piena di vergogna e come se tutto fosse già stato irrimediabilmente compromesso.
Salendo furiosa le scale di casa ripensai a tutte le persone di cui non m’importa niente e che pure sono abituate a vedermi al meglio del mio fulgore (be’, detta così suona un po’ altisonante, eh?) mentre proprio l’unica persona che avrebbe dovuto vedermi perfetta, e cioè lui, mi aveva vista spesso e volentieri in mises ridicole!

E così, il mattino dopo (lui c’è solo al mattino), quello stesso bibliotecario mi vide arrivare come non mi aveva mai vista prima: abbigliamento semplice ma grazioso, scarpe coordinate, il cappottino blu, e perfino un velo di rossetto (io non mi trucco mai); e i capelli senza un ciuffo fuori posto, neanche quello che normalmente mi cade sempre sugli occhi. Mi vide passargli di fianco salutandolo con un sorrisone e un tono di voce esageratamente affabile – lui se ne stava in piedi, con un bicchierino di caffè da 30 centesimi sospeso a mezz’aria – per poi aggirarmi rapidamente tra gli scaffali, prendere qualche libro a caso e appoggiarlo a una pila di sei volumi che tenevo già in mano, cercando di reggere il tutto comunque in modo aggraziato, e presentarmi poi al banco – a cui nel frattempo lui si era seduto – consegnandogli gli stessi sei volumi che avevo preso in prestito il giorno prima (questa voluta assurdità aveva lo scopo di lanciargli un segnale e cioè: sei tu che m’interessi, non i libri). Lui notò la cosa, mi guardò con aria interrogativa, poi come al solito mi sorrise, mi salutò molto gentilmente, io ricambiai e uscii.

I giorni che seguirono mi videro assidua frequentatrice della biblioteca, magari anche solo per leggere un quotidiano che guarda caso mi era sfuggito, nascondendomi dietro al quale tenevo d’occhio la situazione, cosa che mi permise per esempio di accorrere in suo aiuto quando per estrarre un libro incastrato tra gli altri rischiò di tirarsi addosso uno scaffale o semplicemente di trovarmi alla macchinetta del caffè quando lui stava per fare una pausa (il che ci ha permesso di cominciare a scambiarci qualche prima timida e imbarazzata parola). Per non parlare di quando alla Fiera del libro per ragazzi (questa volta ero io a essere dietro il banco del mio stand), lo vidi all’improvviso venirmi incontro tra una folla di giapponesi, col suo sorriso timido, stupitissimo di trovarmi lì, e io ne approfittai finalmente per fare un discorso compiuto illustrandogli orgogliosa il mio lavoro. O di quando gli ho chiesto di aiutarmi a usare il computer della postazione internet anche se sapevo benissimo come si faceva e siccome era lui che non lo sapeva mi sono poi ritrovata a spiegarglielo io (“scoprendomi” clamorosamente, della serie: se non capisci, o sei il Re dei timidi o proprio non ti piaccio)! O insomma di tutte le occasioni in cui ci siamo rivelati per i due perfetti imbranati che siamo, arrossendo reciprocamente per delle stupidaggini o balbettando per qualche improvvisa insicurezza. Tutte cose ridicole che fanno sì che ormai ci mettiamo a ridere non appena ci vediamo (e sinceramente io fin dall’inizio mi son sempre divertita tantissimo, sentendomi molto la protagonista di quelle insulse commediole romantiche americane); ma nel frattempo a me è passata l’infatuazione anche se continuo a trovarlo simpatico e non riesco a rinunciare ai nostri siparietti. E così quando lui giorni fa mi ha offerto di uscire per un gelato non ho fatto i salti di gioia che da mesi ero pronta a fare in previsione di una simile occasione.

Insomma, non starò ad annoiarvi oltre con le nostre vicissitudini ma una cosa è certa: comunque vadano le cose, in quella biblioteca e anche altrove nessuno mi vedrà mai più con un solo capello fuori posto! Non si sa mai quando si rimarrà folgorati! Ricordatelo anche voi! O forse lo sapete già…? Sarà capitata anche a voi qualcosa del genere; vero…?

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venerdì, 02 marzo 2007

Questione di tempo

Un mio problema è che io sono la campionessa mondiale di masticamento lento.

Forse penserete che esagero; certo, ci son cose più gravi nella vita. Ma provate a pensare: quando vado a cena fuori sono sempre, e sottolineo sempre, l’ultima a finire di mangiare. Nessuno mi ha mai battuto in questo triste record. E dire che normalmente sono un tipo dinamico e veloce. Ma se si tratta di mangiare una pizza (o qualunque altra cosa) in compagnia, io sarò inesorabilmente l e n t a.

Questo ostacola la mia vita sociale, ponendomi di fronte a tragici quesiti, del tipo:
mi conviene mangiare tacendo, per mettermi in pari con gli altri che parlano mangiando?
Ma se taccio, passo per asociale, sembro una mummia, risulto un’insulsa, la mia presenza sarebbe del tutto inutile.
Allora parlo, rallentando in tal modo la mia già lenta masticazione? Ma così gli altri commensali si ritroverebbero ad accarezzarsi annoiati la pancia mentre io nel frattempo starò cercando di ingozzarmi, rossa e con gli occhi fuori dalle orbite, per vuotare il mio piatto mentre loro stanno già digerendo.

Non è che non m’impegni: io faccio pure gli allenamenti a casa per imparare a trangugiare una portata in cinque minuti, facendo intanto conversazione. Ma anche quando m’illudo di essere stata veloce, scopro invece di essere la solita ultima.

Tra l’altro, essendo io golosa, mi chiedo come facciano gli altri a ingollare un manicaretto alla velocità della luce e poi dire: “Che buono!”.
Come che buono? Non si sente nessun sapore mangiando velocemente, a me piace gustare il cibo che mangio e intanto conversare tranquillamente. Cosa assolutamente impossibile.

Insomma, io non vedo soluzioni e sono rassegnata all’imbarazzo perpetuo. Se qualcuno ha qualcosa da dire, o qualche sua inadeguatezza simile da raccontare, parli pure.
Io intanto vado ad allenarmi.

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giovedì, 15 febbraio 2007

L’ingegnere M

[Come invecchiare male]

Oggi vi parlerò di un singolare personaggio, una sorta di amico di famiglia anche se è in realtà piuttosto inviso a tutta la famiglia, l’ingegnere M. Il titolo di ingegnere è fondamentale per descriverlo, giacché suo sempiterno motivo di vanto (vai a capire perché) è l’essere stato in passato ingegnere dell’Enel, così come suo motivo di afflizione è il non esserlo più (causa pensione. Ed è in pensione da più di vent’anni, avendo passato da tempo gli 80…).

L’ingegnere M sei anni orsono è rimasto vedovo di una moglie che ha sempre maltrattato davanti a tutti e di cui, da quando è morta, decanta le lodi angelicandola tardivamente.
Nel frattempo trascorre le sue giornate con una badante ucraina che maltratta come la moglie quand’era viva.

Quando va a casa di mia nonna e di mia zia l’ingegnere M si siede in poltrona e comincia a parlare dell’Enel; mia zia si addormenta quasi subito e mia nonna la segue poco dopo. Quando l’ingegnere ha finito il suo discorso, si alza e se ne va, senza premurarsi di svegliare le due addormentate se queste continuano a dormire. Le volte in cui m’è capitato di entrare in casa di mia nonna durante questa curiosa scena sono le uniche in cui ho provato un po’ di simpatia per il personaggio, simpatia presto dissoltasi dopo che egli, non sembrandogli vero di vedere una persona sveglia, mi ha costretto ad ascoltare per l’ennesima volta le sue mirabolanti avventure ingegneristiche.

Il malinconico M ha due sogni, entrambi irrealizzabili, di cui parla spesso: il primo è quello di potere tornare a essere un ingegnere dell’Enel in attività (lui con la sua esperienza li batterebbe tutti i giovinastri di oggi); il secondo è quello di convolare a nozze o con mia nonna o indifferentemente con una delle sue tre sorelle. Ha fatto, seriamente, nel giro di quattro giorni la stessa proposta di matrimonio a tutte le sorelle (un giorno per una), riuscendo così a offenderle tutte e quattro (ecco perché si addormentano all’istante non appena lo vedono). Tutte si sono prima sentite lusingate (pur rifiutando subitamente la proposta), poi mortalmente indignate, quando parlando tra loro hanno scoperto di essere intercambiabili (pur essendo diversissime) per il perfido ingegnere. Erano i tempi in cui lui cercava assolutamente di evitare che gli venisse appioppata una badante dalle figlie, crudeli emule delle signorine Goriot. Comunque lui periodicamente torna alla carica e non pare intenda demordere, anche perché, diciamolo, mia nonna e le sorelle, pur avendo tra i 74 e gli 85 anni, si divertono a stuzzicarlo e illuderlo in tutti i modi: mia nonna, offrendogli il tè, lo coccola e lo rimprovera come fosse un bambino, un’altra gli sistema la giacca e gli dà consigli sul vestiario, quell’altra non sa resistere all’offrirgli stuzzicanti dolcetti all’ombra del suo giardino. Ma tutte si ritraggono sdegnose alle profferte che l’illuso rinnova.

E così continueremo ancora per un pezzo ad ascoltare gustosi racconti sull’epoca gloriosa dell’Enel, o argute osservazioni pseudosociologiche sulla corruzione della società moderna o lamentazioni sulla solitudine di un vedovo che rimpiange troppo tardi una moglie che non c’è più.

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sabato, 10 febbraio 2007

E caddi come corpo morto cade

[La sindrome di Odradek]

Una volta lessi su “Repubblica” un articolo di Natalia Aspesi in cui lei sosteneva, commentando un fatto di cronaca, che le donne hanno un’arma infallibile quando si tratta di trarsi fuori d’impaccio da situazioni insopportabili tipo, come in quel caso, un interrogatorio in un processo: svenire.
Sì, posarsi delicatamente il dorso della mano sulla fronte e abbandonarsi con un leggero sospiro a uno stato di assenza che ci garantirà un po’ di pace nel riaffermare tra l’altro quel misto irresistibile di fragilità e forza che ci rende donne.
Non è che questa spiegazione mi convincesse molto, a dire il vero, ma aveva svegliato in me il desiderio di svenire. Sì, una volta soltanto, per vedere che cosa si prova, per fare scena, per partecipare anch’io di questo insondabile mistero femminino.
Con mia somma invidia avevo tra l’altro appreso che mia madre in passato era svenuta non una ma parecchie volte, soprattutto quando era incinta di me. Ed era stata sempre soccorsa da uomini galanti: mio padre, il passeggero di un autobus, il fruttivendolo…
Svenire non è una cosa che si possa fare a comando, e comunque non varrebbe.
Nel frattempo leggevo i romanzi dell’Ottocento. Lì c’è sempre qualche pallida fanciulla che sviene e in certi casi le viene addirittura una alquanto misteriosa febbre cerebrale: non si sa se passerà la notte. Non mi auguravo la febbre cerebrale ma lo svenimento sì.

Ebbene, ieri ce l’ho fatta!
Sono svenuta, anche se per pochi secondi (o forse quasi un minuto)!

E forse Natalia Aspesi aveva ragione: infatti sono svenuta in un negozio d’abbigliamento femminile. Perché? Cosa ci facevo lì proprio io che dilapido i miei soldi esclusivamente in libri, cd e qualche film?
Be’, dovete sapere che nei giorni scorsi ho ottenuto un’importante promozione sul lavoro: mi sono state assegnate mansioni più impegnative e più cose da fare; in più la prossima settimana il super-mega-direttore (cioè non il referente bolognese, ma il Grande Capo di Milano) vuole vedermi. Gioia e tripudio! Ma cotanto tripudio ha presto lasciato spazio alla disperazione quando ho aperto il mio armadio e ho constatato che vi sono solo pochi vestiti decenti tra tanti ormai usurati e informi. Senza contare quelli adolescenziali, che quando li indosso incontro regolarmente qualche vecchietto che mi fa la predica perché «ho saltato la scuola
».
Insomma, mi sono detta, è ora di rinnovare un po’ il cosiddetto look!
Ecco perché ieri mi trovavo per le vie del centro a guardare vetrine e soprattutto ad addentrarmi nei negozi, sgomitando tra la fauna femminile che li popolava, fauna rabbiosa e aggressiva, pronta a calpestarti pur di arrivare prima di te all’agognata gonnetta adocchiata da lontano (ma come fanno? Io sono miope, ok, ma neanche coi superpoteri si riescono a vedere certe cose).

Ora, io sarò fanatica o anche ossessiva o perfino paranoica, ma odio gli intruppamenti, odio questi negozi fatti in serie, con corsie strettissime in cui ti trovi incolonnata giocoforza, con la classica cicciona dietro che ti pesta i talloni con foga mentre davanti due aspiranti sosia di Paris Hilton bloccano il traffico provandosi canottierine in pieno inverno (va be’ che fa caldo, però…). E poi regolarmente quando vedo qualcosa che potrebbe piacermi e allungo il braccio per prenderla, qualche mano rapace me la toglie di sotto al naso ed è inutile protestare, non c’è tempo e la fila incalza e poi Se ti piace tanto tientela, Avvoltoio, penso ma non dico.

Ed è così che comincio a pensare cose come: Cosa ci faccio qui?, Cosa me ne faccio di una gonna nuova?, Ho davvero bisogno di una camicetta?, e divento Odradek, un coso inutile composto da roba sfilacciata, un affare che certe volte è iperattivo e dopo si chiude in lunghi silenzi, una cosa sgangherata e fuori posto, insomma, nel mondo in cui gli è capitato di vivere, poveretto.

A me questa sindrome qui mi viene in questi posti tipo i centri commerciali o luoghi comunque pieni di gente-che-spinge.

E ieri, un po’ questo, un po’ che mi mancava l’aria e respiravo solo anidride carbonica satura di profumi e sudori femminili emanati dall’orda infernale, un po’ che non avevo fatto in tempo a mangiare… a un tratto ho cominciato a sudare freddo, mi tremavano le gambe, con un palpito del cuore ho pensato: Che stia, finalmente, per svenire? Però mi vergognavo, sono timida e non volevo svenire lì in mezzo (ma forse non se ne sarebbero neanche accorte e sarei morta calpestata); con un residuo di forza mi sono sfilata di lato e ho fatto un cenno all’amico che era con me e che in teoria doveva farmi da consulente, ma come avrete capito si era defilato e fingeva di interessarsi a una collezione di cinture. Comunque, vedendomi pallida come un morto (parole sue) è accorso e mentre mi chiedeva cos’avessi a me è venuto tutto un buio davanti che mi sembrava di aver gli occhi chiusi ma sapevo che li avevo aperti, e dopo aver sospirato un: «Portami via» (ho detto proprio così!), sono crollata, svenuta, kaputt!!!

Mi sono svegliata pochissimo dopo e davanti a me c’era una commessa isterica che voleva a tutti i costi chiamare l’ambulanza mentre il mio amico la tratteneva e io vedevo e sentivo la scena come da dietro un vetro ed ero in uno stato che oserei definire di beatitudine.

Poi il mio amico mi ha portata al McDonald’s lì vicino e dopo avere mangiato un toast dal sapore di videocassetta fusa mi sono sentita bene.

Adesso anch’io ho nel mio curricolo di donna questa interessante esperienza.
È durata poco ma è stata bella. Forse penserete che io sia sciocca; be’, un po’, effettivamente, sì.
L’unico problema è che non ho comprato alcun vestito. Ritenterò.

[Scusate l’eccessiva lunghezza ma in fondo questo post vale anche per domani. Buon weekend! Io lo passerò immersa in certi libroni deprimenti che mi servono per la tesi…]

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categoria:moda, esperimenti, figuracce, camminando
martedì, 06 febbraio 2007

Help!

[Post semiserio di carattere entomofobico]

Aiutooo!!! SOS! Sono peggio di una femminuccia da romanzetto! Quando vedo un insetto mi paralizzo! Pensate che convivo in camera con un ragno perché non ho il coraggio di ucciderlo e faccio finta di non vederlo! Poco fa sono entrata in bagno e chi vedo sulla parete accanto al mio asciugamani? Un insetto orribile, una specie di scarafaggio beige! Mi si è gelato il sangue, bloccato il respiro, era bruttissimo, con delle zampacce e un’antennona lunga e filiforme. Ho preso un giornale e con scarsa convinzione gliel’ho sventolato un po’ vicino, sperando inutilmente che lui scendesse sul pavimento, ma sapevo già che se anche l’avesse fatto io comunque non avrei avuto il coraggio di calpestarlo perché è ciccione (e poi anche quando riesco a calpestare un insetto, dopo scrollo per mezzora la gamba col terrore - irrazionale, lo so -  che l’esseraccio ci sia salito sù anziché crepare sotto la mia suola). Comunque, lui non è sceso bensì è sgusciato lateralmente scomparendo dietro a un mobiletto. Furbo! Allora ho cercato di spingere il mobiletto contro il muro per schiacciare il mostro, ma sicuramente è vivo e vegeto e ora sarà lì, al sicuro, pronto a spuntare fuori quando meno me l’aspetto, gettandomi nel panico. Se appena metterò piede nel bagno so già che dopo un po’, anche se non lo vedo, comincerò ad avere le “allucinazioni”: mi sembrerà di vederlo dappertutto e di sentirmelo addosso. Aiutooo!

Che poi, ragionando con calma, non capisco perché. Non sono una fifona, normalmente. Vado in giro da sola a qualunque ora della notte anche in posti isolati e non ho avuto tanta paura neanche quando da ragazzina ho incontrato un maniaco in cantina.

E poi gli insetti, anzi in generale le bestie di qualunque genere e tipo, mi spaventano solo in casa mia. Cioè se io vedo lo stesso insetto in campagna o in qualunque posto che non sia casa mia, non mi fa nessuno schifo, neanche se mi sale su un braccio, per dire. Tutto questo terrore, no diciamo pure isteria purissima, si impossessa di me solo in casa mia.

Cosa vorrà mai dire tutto ciò?

A voi non capita? C’è qualcosa che vi blocca come a me quello schifo che occupa il mio bagno in questo preciso momento?

E, soprattutto, che fare?

Mi è anche venuto un pensiero ignobile: per un attimo ho rimpianto il mio ex; lui quando vedeva un insetto prendeva un giornale e in quattro e quattro otto lo spiaccicava senza pietà. Anche mia nonna ne è capace, adesso che ci penso. Mio padre, invece, è come me: avete presente Woody Allen in Io e Annie quando lei trova uno scarafaggio nel bagno e nel cuore della notte chiama lui che in quel preciso momento, tra l’altro, è “impegnato” con una ragazza? Be’, lui molla la tipa e corre da Annie e si avventura tremebondo in bagno,  armato mi pare di una racchetta da tennis e varie armi improvvisate, e dopo una dura colluttazione riesce a far fuori il mostro. In questo caso, io sono come Annie e mio padre è come Woody. No, non siamo messi per niente bene. Uffi!

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categoria:paura, figuracce, io
domenica, 28 gennaio 2007

Questa è troppo incredibile per non essere detta:

oggi a pranzo mia madre candidamente (e seriamente) mi ha chiesto:

- Ma Anna Karenina era l’amante di Napoleone? –

Non riesco a togliermelo dalla testa…

[Mia madre è un’insegnante di lettere in un istituto tecnico]

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categoria:mia mamma, curiosità, figuracce
venerdì, 19 gennaio 2007

Feste

Le feste mi imbarazzano.

[Per “feste” non intendo ritrovi tra amici che si conoscono bene, ma quelle situazioni in cui ti trovi in mezzo a una trentina o più di persone di cui ne conosci a malapena due o tre, sapevi benissimo che era meglio declinare l’invito ma per non fare l’asociale hai invece accettato. Così ti ritrovi a fare comunque l’asociale sentendoti molto più a disagio che non se avessi semplicemente avuto il coraggio di rifiutare l’invito].

Dicevo, le feste mi imbarazzano. Non so mai come comportarmi. Parlo con qualche persona che conosco, ma le feste non sono fatte per dialoghi a due o tre persone, così un bel momento mi ritrovo sola. Al centro della stanza, illuminata da un fascio di luce, il vuoto intorno. Non è vero ma è così. Ah, naturalmente con in mano un bicchiere mezzo pieno da cui non bevo e che tengo chissà come distante da me, in posizione innaturale. In più il vestito che ho indosso mi mette a disagio. Sono una persona rigida e conservatrice e ho da quando ero piccola l’idea che a una festa si va col vestito della festa. E il vestito della festa è (sempre nella mia testa) un vestito sobrio ma elegante, da sera insomma. Ma ormai nessuno si veste più elegante (anzi) e tantomeno sobrio. Almeno in questa città, non so altrove. Solo io mi vesto così, e ovviamente, dato che normalmente non mi abbiglio certo in quel modo questo accresce ulteriormente il mio imbarazzo. D’altra parte, anche se so che poi vorrò sprofondare, non posso non vestirmi così quando devo andare a una festa, perché altrimenti mi sentirei ancor più a disagio per il fatto di non essere vestita da festa.

Già normalmente non sono abile con le parole. Quando le persone mi chiedono qualcosa, per quanto banale possa essere la risposta potete stare certi che balbetterò, bofonchierò parole a caso e in modo sgrammaticato. Accade perché l’emozione mi sale al cervello e lo manda in tilt, fuori uso. Se questo succede normalmente, immaginatevi cosa può accadermi se qualche sconosciuto/a mi rivolge la parola a una festa. Occhi bassi, viso in fiamme, contemplo con totale attenzione il pavimento e le mie imbarazzanti scarpe da festa. Balbetto sì, no, cioè. Lo sconosciuto gira i tacchi. Io vorrei sparire.

Se andrò all’inferno, l’inferno sarà una festa. Intima ma con tanti invitati. E io lì, sempre al centro, con un fascio di luce su di me, un bicchiere in mano, e il vestito della festa. 

postato da: flalia alle ore 11:39 | Permalink | commenti (5) | commenti (5)(pop up)
categoria:feste, figuracce, occasioni mancate