Tragedia comica dal parrucchiere-padrone
[Eccessi emotivi incontrollati]
Cari amici, questo post è troppo lungo e racconta insignificanti fatti miei, io però avevo bisogno di scriverlo per via del trauma subito, voi al massimo non leggetelo, e siamo tutti felici.
Quando sono entrata nel negozio del parrucchiere ero già provata dalla solita ansia che mi prende in questi casi, riassumibile principalmente nella domanda: di cosa parlerò col parrucchiere mentre lui armeggerà con la mia testa? Di solito infatti esiste questo problema. Ma ieri ero anche abbastanza tranquilla; da due mesi (cioè dall’ultima volta che avevo messo piede in quel luogo ostile) mi ripetevo ogni tanto nella mente un nome, per poterlo ricordare al momento opportuno: Andrea. Era stato lui a tagliarmi i capelli l’ultima volta e il risultato era stato un taglio perfetto e una conversazione abbastanza fluente; era stato gentile, simpatico e premuroso.
E invece, appena entrata, non ho fatto neanche in tempo a cercarlo fiduciosa con lo sguardo; mi si è parato davanti il titolare del negozio (che porta il suo nome e che è famoso a Bologna): un omone alto, largo e massiccio, che le altre volte ero sempre riuscita a evitare accuratamente, avendolo visto all’opera ed essendone rimasta parecchio terrorizzata (se leggete, capirete che avevo ragione).
Le prime parole che ha pronunciato, accompagnate da una smorfia a esse intonata, sono state di disprezzo per i miei poveri capelli; neanche avesse uno sguardo a raggi x ha cominciato a elencarmi che cosa non andava e che tipo di capelli ho e quali prodotti occorrono e così via. Fin qui, tutto bene. So che i parrucchieri cercano di demolirti l’autostima per poterti vendere i loro shampoo costosissimi. Però quel tipo parlava con un po’ troppa sicumera e soprattutto con un tono aggressivo; quando ho provato a dirgli che se ho i capelli fragili è a causa di una medicina che sto prendendo lui mi ha fatto una sfuriata urlando che invece sbaglio tipo di balsamo. Ho provato a ripetere che, oltre al balsamo (ma figuriamoci!), era la medicina; macché, l’ha presa come una cosa personale, ha alzato la voce ancora di più. Allora sono stata zitta e mi sono sorbita docilmente una predica su come lavare i capelli e sui danni del balsamo, dopo la quale l’ho pure ringraziato con un sorriso mite guardandolo da sotto in su. E va bene...
Dopo il lavaggio, praticatomi da una signora gentile, mi sono di nuovo ritrovata tra le grinfie di lui, benché avessi cercato di scappare alla ricerca di Andrea o di chiunque altro. Mi ha fatto sedere (anzi, mi ha spinto giù, premendomi le sue manone sulle spalle) sulla poltroncina e ha cominciato a tagliarmi i capelli senza chiedermi come li volevo. Ho iniziato gentilmente a parlare per spiegarglielo, ma mi ha subito interrotto:
- No no no! – ha detto appena ho pronunciato la prima sillaba – Ti farò un taglio delizioso, vedrai, zitta lì e fidati di me! –
E ha ripreso a trafficare con i miei capelli.
Ho riprovato due volte a parlare e me lo ha sempre impedito, la seconda volta con impazienza.
- Sono il titolare qui! – ha esclamato sbuffando – Ti farò un taglio che ti invidieranno tutte, così ti chiederanno dove sei stata e tu mi farai una bella pubblicità. Quindi lasciami fare!
Vedrai che bella pubblicità che ti faccio!, ho pensato mentre cominciavo a sentire un certo magone formarsi in fondo al cuore.
Lui nel frattempo, mentre sforbiciava, parlava di tasse con un signore e ogni tanto, arrabbiato, urlava qualche parolaccia contro il governo.
Cercavo di guardarlo, tramite lo specchio, volevo affrontarlo, ma mi sentivo già scoraggiata, mi sembrava una situazione assurda e poi, non potendo tenere indosso gli occhiali per non ostacolarlo nelle sue operazioni, non riuscivo a vederlo bene e questo accresceva la mia impotenza.
A un certo punto un’inserviente si è accostata e gli ha detto che la Contessa Balanzoni (cognome inventato, titolo nobiliare vero) esigeva di essere pettinata solo e soltanto da lui.
Oh, ti prego, vai da lei, è una contessa! Che da me venga un altro!, ho implorato interiormente. Ma niente.
- Falla accomodare nella poltroncina qui di fianco, me ne occupo dopo che ho finito qui. Intanto comincia a metterle il trattamento –
Il magone, ormai consistente, ha cominciato a risalire un po’ dal fondo del cuore.
La contessa Balanzoni, con la sua bella chioma tinta del color biondo-altoborghese e il suo bel vestito intonato, si è seduta accanto a me, con un’inserviente che le sbrodolava della roba in testa e un’altra che le faceva la manicure.
Così, oltre al parrucchiere che parlava di tasse strattonandomi nei momenti di particolare indignazione, ascoltavo anche il monologo della contessa, tutto incentrato sulla sua fatica di vivere (Eh, la mia vita! Entro in sala per prendere un documento e mi suona il telefonino, rispondo al telefonino e mi arriva una mail, leggo la mail, mi sono dimenticata dove ho messo il documento, torno a cercarlo, mi si rompe un tacco…) e, soprattutto, sulla sua eterna dieta (pensate che crudeltà: siccome lei è a dieta, costringe alla dieta anche il marito che non ne ha bisogno! Poverino. E osava lamentarsi del recente nervosismo di lui!). Proprio perché a dieta, non ha fatto altro che evocare con tono nostalgico manicaretti di tutti i tipi e io, che non sono a dieta anzi ho bisogno di mangiare, e avevo fame (erano le 13,30), ho cominciato a sentire un secondo magone all’altezza dello stomaco. Senza contare che continuavo a non capire cosa stesse combinando con la mia testa il parrucchiere-padrone.
Ormai comunque parlare mi sembrava impossibile, mi sentivo impotente e così ho cominciato a sentire il magone sciogliersi in un fiume in piena che risaliva inesorabilmente dalle profondità del cuore, la voce blaterante della contessa e quella infuriata del parrucchiere erano ormai confuse tra loro e lontane, cercavo disperatamente di resistere, di ricacciare tutto in fondo, di aggrapparmi a qualunque pensiero potesse aiutarmi ma niente, e così, quando l’omaccione, per tagliarmi i capelli sulla nuca, mi ha fatto chinare il capo (spingendolo giù con la sua manona), gli argini si sono rotti e, mi spiace ammetterlo so che non si dovrebbe fare, mi sono messa a piangere, silenziosamente ma con i lacrimoni che gocciolavano e qualche sussultino del corpo.
Piangevo perché quel comportamento mi sembrava violento e ingiusto e perché non sono capace di farmi rispettare. Ho cominciato a pensare che sono in grado di affrontare calma e intrepida le peggiori calamità naturali (dalle trombe d’aria alle malattie anche gravi ai sentimenti più devastanti) ma non gli esseri umani nelle loro manifestazioni anche minimamente irrispettose/aggressive. Solo sul lavoro riesco a farmi valere – pensavo piangendo – e ci riesco solo perché l’amore per la lingua italiana in me supera perfino la mia timidezza/fragilità (non recedo mai dalle mie posizioni quando si tratta di difendere l’adattamento di un testo o una determinata correzione) e solo perché ho dei forti pregiudizi positivi verso gli adolescenti (il che mi permette di affrontare platee bellicose senza insicurezza); ma per il resto, il primo che passa può prendermi a calci o impedirmi di parlare alzando la voce, e io non riesco a reagire (anzi, mi sento in colpa).
Ecco cosa pensavo, e più lo pensavo più piangevo, logicamente.
Così, quando Mister Arroganza mi ha tirato su la testa e mi ha guardato allo specchio, ha visto un viso inondato di pianto. E quando io stessa ho intravisto (senza occhiali…) il mio viso allo specchio, mi è venuto da ridere (obiettivamente c’era da ridere oltre che da piangere).
E quando lui mi ha chiesto (con un tono di voce un po’ più tenero) cosa succedeva, sapete cosa ho risposto (avevo il cervello in tilt, non capivo più niente, mi vergognavo, non sapevo neanche più parlare)?
- Oh, niente. Sono allergica –
E lui ha detto:
- Un’allergia potentissima, vedo. E a cos’è che sei allergica? –
Panico! Io non so neanche a cosa si può essere allergici e poi non so dire le bugie, divento rossa se le dico, perciò, non sapendo cosa dire, nell’angoscia in cui mi trovavo, ho detto la prima cosa che mi è venuta in mente – una cosa stupidissima, però un po’ vera - e cioè:
- Ai parrucchieri –
Allora lui si è messo a ridere con una risata da Mangiafuoco, e io pure, sbirciando allo specchio me col viso disperato, lui che si sganasciava agitando pericolosamente le forbici in aria, la contessa Balanzoni attonita e un po’ seccata, le inservienti anche loro immobili, mi sono semplicemente messa a ridere e sapete come succede, tutto il corpo, fino allora contratto, mi si è sciolto e all’improvviso tutta quella situazione assurda da disperata mi è parsa irresistibilmente comica. Mi sono sentita felice e capivo di avere sbloccato la situazione senza offendere nessuno.
Dopo è andato tutto bene; lui mi ha preso il viso tra le sue manacce finché non mi sono calmata (e mi sono calmata istantaneamente, dato che non ci tenevo a essere coccolata da uno che due secondi prima mi aveva fatto piangere) e voleva anche offrirmi un gelato - il suo negozio ha una convenzione con la gelateria vicina - che ho stoicamente rifiutato (sempre per il motivo di cui sopra).
Alla fine, pur con questi eccessi emotivi, la tortura è finita benché il taglio non sia affatto così delizioso, ma pazienza.
Uscita di lì, sono corsa in pasticceria a divorare due paste ripiene di crema, cioccolato e panna (alla faccia della contessa Balanzoni e in onore di suo marito, augurandogli che fosse anche lui alle prese con qualche antidietetico manicaretto alle spalle della crudele moglie).
Ristabilito così l’equilibrio psicofisico mi sono recata in libreria per trovarvi il conforto risolutivo e ne sono uscita con un libretto di Hrabal adatto a risollevarmi il morale.
Poi, con il mio taglio tanto sudato e lacrimato, ho pedalato verso casa ripensando all’accaduto e ridendo della sua assurdità. Adesso per altri due mesi almeno, non se ne parla più!