sabato, 14 giugno 2008

Il punto della situazione

Che giorni intensi sono stati questi ultimi per me!

Tralasciando le cose più tragiche e realmente serie, ecco un piccolo resoconto.

  • per cercare di placare lo stress che mi stava letteralmente torcendo le budella (scusate la raffinatezza), ci sono ricascata: mi sono recata in erboristeria e ne sono uscita con un boccettino di “erbe della notte”, un mix di sette erbe calmanti (biancospino, valeriana, escolzia – questa mai sentita – e altre). Aggiunte alla camomilla serale e all’ascolto compulsivo di Mozart (che sembra avere poteri rilassanti, calmanti e nel contempo stimolanti l’intelligenza), il risultato è stato che alla fine ero così rilassata da sfiorare l’intontimento spinto. Non riuscivo più a studiare e rischiavo di addormentarmi sul testo che dovevo adattare…
  • Un altro efficace metodo anti-stress (e senza effetti collaterali) è la lettura dei Peanuts. Sto acquistando, man mano che escono, i volumi della raccolta definitiva delle storie dei Peanuts (contengono tutte le strisce dalla prima uscita – nel 1950 – all’ultima). Ve la consiglio, è un’edizione un po’ costosa ma curatissima – sia a livello grafico che di contenuti (c’è un apparato redazionale molto ricco) – curata da Seth (un fumettista americano che amo molto e la cui poetica è in piena linea con Charlie Brown & C., pur proponendo storie diverse). L’edizione italiana è la riproposizione fedele in tutto e per tutto (anche nel formato) dell’edizione americana. È davvero bello leggerli in ordine cronologico perché permette di seguire i personaggi dalla loro nascita, a volte restandone stupiti: Lucy, per esempio, da piccola mi è simpaticissima mentre “da grande” è effettivamente un po’ troppo autoritaria, scorbutica e pignola… Tutti i personaggi hanno subìto delle evoluzioni nel corso dei 50 anni ed è proprio coinvolgente poterli seguire passo passo!
  • Alle ore 4,30 del mattino, nella notte tra mercoledì e giovedì, ho capito Il disagio della civiltà di Freud (che fino a poche ore prima mi risultava incomprensibile in tutta la seconda parte). Ciò mi è servito per l’esame del giorno dopo ma forse era meglio se continuavo a non capirlo.
  • Ieri, mentre cercavo di passeggiare assieme a un amico sotto la pioggia in stile autunnale che ci allieta nelle ultime settimane, ho capito che io, le cose che mi succedono, ho proprio tanto bisogno di raccontarle, ma non è sempre facile trovare qualcuno che sia interessato ad ascoltarle (ecco perché ho un blog, ha detto lui)
  • Nei giorni scorsi ho anche conosciuto due persone molto simpatiche e ho avuto un brutto litigio con l’amico di cui sopra. Litigare è una cosa che mi capita molto raramente, ma sapete una cosa? Fare la pace, dopo, è stupendo! Ogni tanto un litigio ci vuole proprio!
  • E infine, gli Europei. Non per fare la disfattista, ma vi confesso che, da anni, ho un debole per l’Olanda (intesa come squadra di calcio), mi piace come gioca. I goal di ieri contro la Francia sono stati bellissimi! Che partita (soprattutto dopo quella “palla” di Italia-Romania)! Ho un unico appunto da fare a quella squadra: ma come si fa a mettere quei calzettoni azzurrini con una maglia arancione?! È un accostamento inguardabile!! Chi è il sarto che li manda in campo conciati in quel modo?? A parte questo, martedì ci sarà da divertirsi (speriamo) e invidio un po’ mia sorella che sarà a Napoli, dove sanno come festeggiare (o disperarsi) per queste cose (era lì anche durante i mondiali di due anni fa…).
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lunedì, 12 novembre 2007
Sorpresa!
bella1

Questa faccia dall’espressione “leggermente” stanca è la mia… e sono qui, pallida e ringobbita, perché le nuove Iene, alias Laura e Lory, hanno deciso di sottopormi a un’intervista doppia assieme all’amico blogger Jedredd. Intervista che potete leggere cliccando qui.

(Siccome tra i miei amici blogger ci sono fotografi provetti… abbiate pietà di me e della foto, scattata con la mini webcam del pc portatile. Non ho videofonini né macchine digitali…).

Naturalmente vi consiglio di leggere anche le altre interviste delle nuove Iene, sempre sul sito di Laura e Lory!

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martedì, 18 settembre 2007

Otto cose di me…

Raccolgo l’invito della blogger-amica Caterina Pin a raccontare otto cose su di me che ancora non sapete… E pensare che qui non faccio altro che parlare di me! Comunque… eccole:

 
1.  Ho l’abitudine di inventare delle storie e di raccontarmele. Lo faccio soprattutto nei cosiddetti “tempi morti”: mentre a letto aspetto di addormentarmi, mentre sono in bici o in autobus e così via. A volte queste storie prendono una piega così tragica e melodrammatica che mi commuovo e scoppio a piangere per la disperazione. Sono inconsolabile, e capirete che è un po’ imbarazzante se mi trovo su un mezzo pubblico o in coda all’ufficio postale (e mi è successo!). Allora in questi casi faccio in modo di raccontarmi storie umoristiche (meglio ridere da sola che piangere, no?).

2.  Tra i miei riti quotidiani, quello irrinunciabile è il rito del tè. A metà pomeriggio, dovunque mi trovi e in qualunque condizione, devo bere una tazza di tè. Non solo: rispetto con grande cura (cioè: cronometro alla mano) il tempo di infusione (non più di tre minuti, affinché sia bello potente), quando uso le bustine non mi limito a estrarle ma le strizzo bene in modo da spremerne tutto il succo e di solito, quando lo bevo a casa, accompagno al tè cucchiaiate di miele, ma non lo sciolgo nel tè, me lo mangio direttamente. D’inverno, dopo il tè bevo anche due dita di Vov!

3.  Quando al mattino, dopo che mi sono alzata, passo davanti allo specchio, di solito sono così felice di rivedermi che mi vien voglia di abbracciarmi.

4.  Ho paura del buio (solo dentro casa mia, però, non altrove) e quando sono in casa da sola, la sera, quando devo andare a letto accendo tutte le luci, poi, quando arriva il fatidico momento in cui, dopo essermi lavata i denti, le devo spegnere per mettermi a letto e l’unica stanza illuminata resta la mia camera, faccio una corsa forsennata nel buio per raggiungerla e finché non sono a letto con le braccia coperte dalle lenzuola non mi sento tranquilla (a quel punto potrebbe anche entrare nella stanza un esercito di Zombie ma, essendo coperta, non so perché mi sentirei comunque al sicuro). Il problema è che, correndo in quel modo e dovendo fare un percorso tortuoso per raggiungere il letto, sbatto contro mobili e pareti e il giorno dopo mi ritrovo con un bel po’ di lividi…

5.  Un giorno, quando avevo 17 anni, mi sono svegliata e improvvisamente, e con grande sgomento, mi sono scoperta atea. È stato uno dei giorni più brutti della mia vita; da lì sono iniziati ben otto lunghi anni di ateismo sofferto, pieni di nostalgia e ribellione (non c’è stato un solo giorno in cui sono stata felice di non credere in Dio o  mi sia sentita per questo più libera), al termine dei quali una mattina mi sono svegliata e non ero più atea. Ho minacciato Dio che piuttosto mi fulmini o mi privi di una gamba ma non mi faccia mai più un simile scherzo.

6.  Quando ero piccola e mi svegliavo al mattino nel mio letto, sentivo dei rumori di stoviglie provenire dalla cucina ed ero convinta che ci fossero delle scimmie che venivano ogni mattina a giocare nella mia cucina. Poi un giorno ho scoperto che sfortunatamente erano solo i miei genitori che preparavano la colazione.
All’epoca, poi, soffrivo di allucinazioni notturne: durante la notte mi svegliavo e vedevo e sentivo degli insetti rossi e neri percorrermi tutto il corpo! Non potevo scacciarli, era orribile, mi salivano fino in faccia ed erano tantissimi (ogni benedetta notte). Però se allungavo un braccio e toccavo con la mano la sponda del letto di mio padre (senza svegliarlo) sparivano subito.

7.  Una fantasia che ho da sempre è quella di restare chiusa per tutta la notte, da sola, in un edificio pubblico (una chiesa, una scuola, una biblioteca…). Ogni tanto (magari mentre sono a messa o in una scuola o in coda in qualche ufficio comunale) studio come potrei fare a restare dentro dopo la chiusura senza farmi scoprire e immagino come potrebbe essere. Temo che questa mania derivi dai cartoni animati di Scooby Doo che guardavo da piccola (Scooby Doo e i suoi amici passavano sempre la notte in un castello a cercare fantasmi).

8.  È da quando andavamo ancora a scuola che le mie amiche hanno l’abitudine di sottopormi le lettere che scrivono, affinché io le corregga. In particolare alle superiori la mia migliore amica si innamorò perdutamente di un ragazzo più grande che probabilmente non sapeva neanche della sua esistenza e cominciò a bombardarlo di lettere d’amore (corrette e rielaborate da me su suo canovaccio) che, modestamente, ottennero anche, dopo litri d’inchiostro, l’effetto voluto. Ecco perché non mi sono stupita del fatto che quando nella mia casa editrice si dovette affidare a qualcuno il compito di correggere le bozze, fui scelta io!

 

Ecco. Io la catena non la passo a nessuno in particolare, però, dato che è un modo simpatico per farsi conoscere un po’ di più, invito chi ne ha voglia e non l’ha già fatto a postare le otto curiosità che lo/la riguardano. Che ne pensate delle mie?

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martedì, 01 maggio 2007

Ipotesi su me

Per la legge del “Chi la fa l’aspetti”, Laura e Lory mi hanno passato un nuovo gioco, quello del “Se fossi”. E così, ecco le mie risposte:

SE FOSSI…

Un dolce: meringata (è tanto dolce, chiaro, delicato e gustoso)

Un frutto: mela verde (ha una bella forma e un sapore un po’ aspro ma non fastidioso, e compensa la zuccherosità della meringata)

Una città: Bologna (sono proprio radicata nella mia città paciosa e accogliente!)

Un indumento: un “abito” profumato e fresco fatto solo di fiori ed elementi naturali… niente tessuti!

Un cibo: pizza! Con tanto pomodoro e mozzarella e succosa e con tanto condimento e colorata!

Un numero: il cinque (è il numero preferito di mia sorella)

Un colore: verde (come i miei occhi e come l’erba e le piante)

Un vizio: non ho vizi. Diciamo la gola (il più gioioso), intesa anche come curiosità.

Un animale: la chiocciola (è timida ma tenace, dolce e cauta, curiosa, morbida e delicata, ha il sangue freddo, con le sue antennine sensibili esplora il mondo e si lascia toccare per poi ritrarsi un po’ e rifare capolino. Ma quando è stanca o sola si rintana nel suo guscio che la protegge tanto e ci resta finché vuole. E poi ama l’ombra fresca e l’umidità della terra e la brina. E sa stare bene da sola ma non disdegna la compagnia dei suoi simili. Conduce una vita semplice e sa apprezzare una grande foglia d’insalata come fosse un angolino di Paradiso sceso in terra).

Una stanza: la mansarda (perché è eccentrica rispetto al resto della casa, è solitaria e può contenere tesori. Inoltre è la più esposta al sole e al freddo, al mondo fuori).

Uno sport: pallavolo (e ciclismo)

Una materia scolastica: storia (amo sapere da dove vengo)

Un mestiere: l’educatrice

Un film: un po’ “Ghost world” e un po’ “La pianista” (non per gli aspetti masochistici ma per la sua solitudine interiore). E anche “Big Fish”!

Una fiaba: la Sirenetta (versione anderseniana, purtroppo, non disneyana)

Una canzone: Luglio!

Una bevanda: tè (perché ne bevo tantissimo e poi è una bevanda amichevole e “a modo”, ma anche meditativa, a seconda dei momenti!)

Uno strumento musicale: pianoforte (magari suonato romanticamente da Chopin)

Un profumo: profumo alla violetta

Un fiore: papavero (è rosso, vivace, simpatico e umile, cresce ovunque e si adatta serenamente a tutto)

Un albero: be’, io vorrei essere una quercia ma forse sono un pioppo o un albero esile insomma (sempre che il pioppo sia esile, perché a dire il vero non lo so, però ha un nome simpatico. Mi piacciono gli alberi ma non li riconosco!)

Un pianeta: eeh… vorrei rispondere Venere perché è il pianeta dell’amore e della femminilità, ma forse ho un temperamento un po’ saturnino e quindi per onestà dirò Saturno… un Saturno che vuole cambiare orbita, però.

Un elettrodomestico: uhm… io sono silenziosa e discreta come un fornetto a microonde (però odio il forno a microonde… be’, io non potrei essere un elettrodomestico, non c’è niente nella mia natura che possa somigliare a un elettrodomestico)

Un personaggio storico: un Padre Pellegrino del ‘700 sbarcato in America pieno di speranza.

Un elemento: terra. Io quando mi viene la paura della morte penso (e guardo) alla terra e mi consolo, mi piace sentirmi "terra".

Un odore: odore di erba bruciata dal sole estivo.

Un evento atmosferico: una brezza tiepida in una giornata estiva.

Un telefilm: non li guardo…

Un mezzo di trasporto: la bicicletta!!!! Una bellissima bicicletta sportiva e veloce ma leggera e aggraziata, di colore azzurro!

Una stagione: primavera inoltrata!

Un genere musicale: musica classica (preferibilmente Mozart o Schubert; o un concerto di Vivaldi, anche)

Un romanzo: Cime tempestose

Un personaggio biblico: Giona (purtroppo! Ho un caratterino un po’ simile al suo, tranne che per le rivendicazioni finali; quelle no…)

Una poesia: Romagna di G.Pascoli

Un sentimento: stupore

Come vi sembrano le mie risposte? Voi come siete? A dire il vero io sono felice di essere quella che sono, anziché un pianeta o un colore o un elettrodomestico.

Io questa catena non la passo a nessuno in particolare… ma se qualcuno ha voglia di continuare il gioco è libero di farlo…

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domenica, 01 aprile 2007

Fino a quando nell’anima mia proverò affanni?

[Ancora 40 anni, almeno]

Attenzione! Questo non è un post vero e proprio. I post veri e propri ricominciano da domani sera!

Questo è un post che non avrebbe motivo di esistere ma che esiste invece solo perché nel caso vi sia qualcuno sofferente come me o di più nelle circostanze che ora dirò, questo qualcuno possa sentirsi un po’ confortato. Sì, questo è un post di sfogo e lamentazione ed è l’unico che trovate su questo blog. Del resto anche i nostri esimi padri, profeti e patriarchi non ci hanno risparmiato lamentazioni e sfoghi perfino blasfemi, quindi sarà concesso anche a me di poter elevare un grido di dolore. Voi eventualmente non leggetelo.

Bene, ho hotato che quando arriva il venerdì le persone, sia nella vita normale sia in quella virtuale, cominciano ad augurarsi un buon weekend o buon w.e. o buon fine settimana (che poi secondo me dovrebbe essere “buona fine settimana”). E anch’io mi adeguo, cioè auguro questa cosa a tutti, pur con scarso entusiasmo. Perché esistono anche lavori o attività che non hanno orari e che uno si porta sempre dietro. Io per esempio la maggior parte del lavoro me lo trovo da svolgere a casa durante il fatidico w.e.
In questi ultimi due giorni, per esempio, non ho avuto neanche il tempo per pensare (anche solo un pensierino stupido) perché sono sempre stata agganciata a questo computer per adattare un fumetto. Devo consegnarlo domattina alle nove e prevedo di passare anche stanotte in bianco. E tutti i weekend io li passo così. Se non lavoro studio e viceversa (contravvenendo, in parte, pure al terzo comandamento, l’unico veramente gradevole ). Anche gli amici li vedo molto più, magari di sfuggita, durante la settimana che non il sabato o la domenica.

Sarà anche per questo che o il venerdì sera o il sabato mi sale una tristezza devastante che mi avvolge tutta e cresce finché, senza neanche accorgermene perché sto lavorando, mi ritrovo a un certo punto un groppo in gola, non respiro più e mi si affacciano agli occhi delle lacrime che però raramente scendono, mentre tra l’altro penso anche che dovrei essere, se non a divertirmi, almeno a Piacenza, al capezzale della mia prozia morente (io sono la sua nipote preferita); e così nel cuore del sabato sera io mi metto a piangere e non posso neanche farlo in pace perché devo andare avanti col lavoro e così mi do qualche schiaffetto in faccia e mi rimetto da capo a fare quel che devo. L’apice dello sconforto lo raggiungo di solito la domenica mattina durante/dopo la messa (commettendo quindi un gravissimo peccato, dato che è l’occasione in cui si dovrebbe gioire, benedire ed esultare più che mai ). Poi pian piano miglioro (adesso per esempio sono già a posto) e il lunedì mattina io sono la persona più felice di questo mondo.

Ma la tristezza cosmica e il senso di solitudine, abbandono e vuoto che provo in questi due giorni sono una cosa sconvolgente. Kierkegaard confronto a me era un uomo felice.

Poi mi vengono delle idee brutte. Ieri per esempio mi è venuta in mente una cosa banalissima ma a cui finora non avevo mai pensato in questo modo quantitativo: per arrivare a 70 anni (età per la quale nutro grande ammirazione) mi mancano ancora QUARANTA anni. Qua-ran-ta. Cioè tutta la mia lunghissima vita finora più altri interminabili dieci anni. È abbastanza impressionante come prospettiva (anche se ovviamente mi auguro di vivermela tutta, sia chiaro). Ancora quarant’anni prima di andare a spaparanzarmi al circolo Arci a giocare a briscola con le amiche, a bocce con gli amici, fare gite e mangiate, ballare il liscio e flirtare finalmente in libertà come solo i/le settantenni (con un minimo di salute) sanno fare.
Poi ho pensato a quanto da piccola mi piaceva disegnare le nuvolette di fumo che fuoriuscivano da camini o ciminiere e oggi invece so che è tutto veleno e se vado sui colli e guardo il panorama invece di vedere Bologna vedo tutta una nuvola grigioazzurra che è lo smog creato da quelle nuvolette falsamente innocenti.
Poi ho pensato a tutta una serie di cose abbastanza orribili su me stessa e sul mio precario futuro e che non ce la farò mai e cose del genere (cose di cui resto comunque abbastanza convinta in generale).
Poi mi sono accorta che il traduttore coreano si è dimenticato di tradurmi un bel po’ di frasi e ho dovuto scannerizzargli un sacco di pagine e mandargliele in Corea.
E adesso finalmente questo weekend sta per finire e stanotte non dormo e domani starò a perdere tempo a quella stupida mostra vuota (tutti i pomeriggi di questa settimana tranne giovedì…) ma almeno domani è lunedì!

Bene, fine della Lamentazione, ciao a tutti e a domani con un post serio (sugli Snob, credo).

P.S.: naturalmente non fatevi scrupoli e continuate pure ad augurarmi buon weekend (o b.w.e.) perché non mi offendo mica!

Piccola precisazione:
rileggendo il post mi sono accorta che può essere frainteso. Ovviamente non sto dicendo che mi metto a piangere a causa del lavoro (se no sarei davvero scema, considerando anche che mi piace) ma che probabilmente il tipo di situazione che si crea mi scatena delle angosce e del dolore che normalmente, durante la settimana, sono più sotto controllo e, ormai per abitudine, si liberano nel weekend…
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venerdì, 16 marzo 2007

Zelig o del bisogno di benevolenza

Oggi ho ripensato a “Zelig”, il film di Woody Allen. Il protagonista è un uomo chiamato “il camaleonte umano” per la sua capacità di imitare le caratteristiche fisiche e caratteriali di ogni suo interlocutore. Quando la psichiatra che lo ha in cura gliene chiede il motivo, lui risponde che lo fa per sentirsi benvoluto dagli altri. Preferisce nascondere la propria personalità pur di assecondare, e dunque non dispiacere, l’interlocutore di turno. Intanto il suo caso diventa mediatico, le folle lo acclamano, vengono messi in commercio i soliti gadgets a lui ispirati, viene perfino inventato il ballo del camaleonte. L’unica che lo considera un essere umano da aiutare è la sua psichiatra, che riuscirà nel suo intento; alla fine i due si sposeranno, mentre la voce del commentatore (il film è strutturato come fosse un documentario) chiosa così: alla fine non fu l’approvazione delle folle ma l’amore di una donna a salvargli la vita.

A volte, soprattutto in passato, anche a me sarebbe piaciuto comportarmi come Zelig; penso sia naturale, almeno ogni tanto, desiderare di piacere a tutti; sentirsi amati, accettati, anche a costo di diventare dei conformisti e degli individui privi di personalità. Però so che non sarebbe giusto. Mio padre mi ha educata a essere sincera e secondo lui mostrarsi diversi da come si è, benché per un “buon” motivo, è un atto disonesto, quindi un comportamento molto grave. Io gli do ragione. A volte però mi pare quasi di vederla quell’espressione che non riesco a trattenere, una muta richiesta di tenerezza che so benissimo dipingersi sul mio viso nei momenti più inattesi. E la vedo anche in molti visi altrui, tra l’altro.

Io non credo all’epilogo del film, cioè a quella frase che ho riportato (l’amore di una donna gli ha salvato la vita); non credo molto nell’amore come medicinale salvavita. Però mi sono rimaste impresse le parole di un commentatore cui sono molto affezionata che nel mio post triste di qualche giorno fa mi ha raccontato di come a lui non interessasse parlare realmente con nessuno finché dopo anni ha trovato una persona con cui inaspettatamente ha cominciato a trovarsi benissimo nel parlarle e nell’ascoltarla, e da allora non ha più smesso.  

A me ora non interessa sapere se incontrerò una simile persona (e non penso necessariamente all’amore, anzi non ci penso affatto, ma a quella forma d’amore sopraffina che è l’amicizia), mi basta sapere che c’è questa possibilità. Mi basta solo questo (oltre al monito di mio padre) per non diventare mai una Zelig.

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martedì, 13 marzo 2007

Una pugnalata al cuore

[Improvviso attimo di riflessione]

Adesso scusate ma sto per parlare di me e non nel solito modo ridicolo che mi piace e che uso nei post a carattere personale per non annoiarvi troppo.
Il fatto è che poco fa ho dato una scorsa al mio blog (che normalmente non leggo mai) e dopo mi sono sentita come se mi fossi data una pugnalata da sola.

[Adesso l’Ilaria addolorata è stata debitamente allontanata e qui sono io nella mia razionale lucidità a parlare.]

Ho dato un’occhiata al mio blog, dicevo, e sono rimasta impressionata dal fiume di parole che ho rovesciato su queste pagine. Da tre mesi a questa parte ho scritto un post al giorno (ho saltato solo due o tre domeniche). E non sono post di poche righe, ma tutti pezzi medio – lunghi.

Ma da dove vengono queste parole quando io normalmente sono la persona più silenziosa che conosca?

Ho pensato a me nella mia vita normale. Non si può dire che incontri poche persone o che non abbia amici. Ma a quali di queste persone ho potuto raccontare le esperienze e le riflessioni scritte sul blog?
Chi è che mi ascolta nella vita normale?
Le risposte a queste domande mi imbarazzano.
Anche solo poco fa, ero in macchina con mio padre che gentilmente mi accompagnava al lavoro. Gli raccontavo con entusiasmo degli ultimi preparativi per il Festival e di come da domani sarò in Paradiso fino a domenica. E lui non mi ascoltava, come sempre del resto. Si vedeva benissimo che era immerso nei suoi pensieri e coglieva una mia parola ogni tanto. Lui fa sempre così (ma è la persona che più amo al mondo).
Normalmente io parlo veramente poco. In compenso sono la classica “buona ascoltatrice”. Una volta, per Capodanno, tra amici, ci siamo scritti reciprocamente bigliettini in cui ognuno sottolineava i pregi dell’altro. Nei bigliettini che ho ricevuto io, la qualità più elogiata era proprio la capacità di ascoltare e consigliare, cosa di cui peraltro vado fiera.
Non è che io non abbia niente da dire; ma parlo solo quando ho qualcosa da dire e infatti partecipo alle conversazioni, quando c’è da conversare. Ma se ci faccio caso, la maggior parte delle mie giornate è dominata proprio dal chiacchiericcio, non dalla conversazione. E non è che io deprechi questa cosa, anzi mi va benissimo, solo che non lo considero uno scambio comunicativo profondo. Perciò durante il giorno magari si parla anche tanto, ma senza dire (raccontare) niente.
Oppure sono io che mi tiro indietro? Forse sono come un cane di Seligman. Seligman era uno psicologo che fece degli esperimenti sui cani: li sottoponeva a delle scariche elettriche ogni volta che facevano un gesto. Dopo un po’ di tentativi i cani, vedendo che qualunque mossa facessero ricevevano la scarica, smisero completamente di muoversi. Questa si chiama impotenza appresa: a forza di venire scoraggiato, un poveraccio si arrende, si fa piccolo piccolo e non fa/dice più niente.
Poi sono sempre in imbarazzo: quando sono triste, sto zitta perché non mi va di rattristare gli altri; poi c’è sempre qualcuno più triste di me. Normalmente sono felice (considerate che io sono sempre felice anche quando sono profondamente triste, e questo è difficile da capire) e una persona felice pare abbia meno diritto di essere ascoltata.
Spesso è anche una questione di tempo: con i miei migliori amici riusciamo magari a (intra)vederci spesso, ma senza il tempo di poter parlare con calma.
Le uniche persone al mondo che abbiano sempre ascoltato con interesse (e senza giudicarmi) i miei pensieri (anche quelli più strampalati o disdicevoli) e che abbiano sempre avuto tempo per me sono state le mie due nonne e la mia prozia. Adesso due di queste persone sono gravemente malate e stanno per lasciarmi, la terza anche lei non sta benissimo (naturale: la meno anziana ha 84 anni, non c’è da far dei drammi).

E poi, dopo tutto questo, scopro che io ho così tante parole dentro da riempirci quotidianamente un blog.
E che tra l’altro non mi piace scrivere, odio scrivere, e guarda caso, senza sapere perché, scrivo tutti i giorni un post, anche quando non ho tempo; neanche me l’avesse ordinato il dottore.
E leggo questi post e noto che mi rispecchiano proprio, cioè lì ci sono i miei pensieri e il mio modo di esprimermi, lo stesso che ho quando riesco a parlare anche fuori, prima di essere interrotta dal prepotente di turno (e io non sono di quelli che poi si riattaccano come niente fosse al loro discorsetto) o di cadere nell’impotenza appresa, preoccupata di essere la solita diversa.
Quindi, in pratica, io mi racconto più a delle gentili persone che però conosco solo per nickname (e a cui sono molto grata, perché certe volte, leggendo i vostri commenti, mi chiedo davvero perché stiate a leggere i miei sbrodolamenti di egocentrismo) che non alle persone in carne e ossa che mi circondano e con cui regolarmente scambio sorrisi, convenevoli e battutine.

A me sembra davvero una cosa molto triste, se non proprio fallimentare.
Non mi sembra per niente una buona cosa.
Non sono neanche riuscita a spiegarmi in questo post, non si capisce cosa volevo dire.
Non è questione di vero o di falso (argomento frequente nei blog): io sono vera tanto qui che nella vita normale. È solo che nella vita normale sono molto più silenziosa che in quella virtuale. E non capisco cosa significa. Uffi. Scusate lo sfogo. Magari capita qualcosa del genere anche a voi, non so.

Meno male che domani parteciperò a un meraviglioso incontro sul fumetto col prof. Faeti che è il mio grande ispiratore e mi sentirò una volta tanto a mio agio.
Scusate la lunghezza e la confusione.

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lunedì, 12 marzo 2007

Noi Ilarie

[Pirandellianamente parlando]

Con tutte le cose che devo fare di questi tempi, dovrei/vorrei sdoppiarmi, triplicarmi, moltiplicarmi insomma.
A ogni Ilaria un ruolo, un compito da svolgere. Poi la sera ci ritroveremmo tutte insieme, noi Ilarie, otto nove dieci, quante siamo, e ci aggiorneremmo sulle varie novità raccontandoci le rispettive giornate.

Esempio:
Io ho letto il tal libro ed è così e così.
Io ho partecipato all’incontro con le classi del liceo da cui è emerso questo e quest’altro.
Io ho corretto le tali bozze.
Io ho scritto la poesia quotidiana per la zia Nena.
Io ho spedito gli inviti per il Festival.
Io ho dormito, poi mi son fatta un tè e sono andata al cinema.
Io ho scritto un post.

Io ho scritto un capitolo della tesi.
Cose così, insomma.

Dite che sarebbe troppo caotico? Ma lo è certamente di più adesso, con tutte le Ilarie che mi litigano nella testa reclamando ognuna maggiore attenzione, e io che nel frastuono divento così piccola fino a non trovarmi più. 

Comunque, da domani, noi, tutte quante, saremo qui, al Festival internazionale del fumetto, a cui ho dato (e darò) anch’io il mio piccolo contributo organizzativo!

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mercoledì, 21 febbraio 2007

Nella grazia del mondo

Oggi ho passato quasi tutta la mattina dal dentista. È stato meraviglioso starmene lì sulla poltrona mentre attorno a me si avvicendavano prima l’igienista per la pulizia dentale e poi il dentista per il controllo, che non hanno fatto altro che parlarmi con simpatia e con affetto. Da fuori sentivo gli applausi delle scolaresche al Presidente Napolitano (lo studio del mio dentista si affaccia sulla piazza) e io intanto sedevo lì, pensando a quanto sono fortunata. Ho calcolato che durante ogni giornata ricevo tante piccole manifestazioni d’affetto: sorrisi, sguardi, abbracci, qualche carezza… E le ricevo dovunque (tranne che in famiglia): al lavoro, all’università, dal medico, perfino certi estranei qualche volta, magari vedendomi triste, si sono fermati per darmi un buffetto sulla guancia e dirmi una parola gentile. A me queste cose allargano il cuore e mi fanno affezionare subito alle persone. Mio padre e mia sorella mi prendono in giro; dicono che è un comportamento superficiale quello di gioire per delle piccole tenerezze come faccio io, che mi entusiasmo subito. Io non sono d’accordo, invece: certo, i rapporti profondi con le persone si basano su ben altro, e infatti di amici io ne ho pochissimi. Non è certo un atteggiamento superficialmente affettuoso che fa di una persona un vero amico. Ma, detto ciò, non vedo che male c’è a donare e ricevere un po’ di gentilezza e tenerezza in modo sincero (cioè non in quel modo ipocrita o meccanico che hanno alcuni, ma quando c’è un minimo di autentico trasporto): può fare solo bene; secondo me tutti noi, a meno che non siamo emuli di Scrooge, proviamo piacere nell’andare in giro e trovare persone che ci sorridono e ci salutano con affetto.

Nella mia famiglia sono tutti dei ghiaccioli, sono tutti persone un po’ austere e il contatto fisico non esiste, è dichiaratamente svalutato. Io per questo ho sempre molto sofferto e il contatto me lo sono sempre cercato fuori, trovandolo. Anch’io ero un pezzo di ghiaccio, inibita in tutto, poi piano piano e sforzandomi, mi è fiorito dentro un carattere affettuoso e felice (i miei genitori sono depressi e nevrastenici!). Ho ancora tante barriere, intendiamoci, vorrei essere molto meno timida e riservata (be’, senza eccedere dal lato opposto, s’intende: io apprezzo la riservatezza e la timidezza, ma non quando sono eccessive), però, considerando il punto di partenza, sono abbastanza soddisfatta.

È bello andare nel mondo con dentro questa grande fiducia negli altri, chiudersi alle spalle la porta di casa al mattino con la gioia degli incontri che farò.

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lunedì, 12 febbraio 2007

Ciò che è razionale non è reale

[Sono da ricovero o capita anche a voi?]

Quando penso a me stessa, o meglio quando concepisco nella mia mente l’immagine della mia simpatica faccia, me la figuro leggermente diversa da come è realmente. Cioè se mi guardo allo specchio scopro che il viso che osservo non combacia perfettamente con quello che ho nella mente. Non sto parlando di bellezza, cioè non fatemi dell’ironia sul fatto per esempio di immaginarmi più bella di come sono, perché il livello di bellezza di entrambe le facce è il medesimo. Inoltre non ci sono grandi differenze tra l’Ilaria reale e quella mentale, solo qualche imprecisione (e poi se mi sforzo e mi concentro le due facce combaciano; è istintivamente che mi viene in mente l’altra faccia).

È come se l’Ilaria mentale corrispondesse a un’Ilaria cristallizzata, un’Ilaria ideale, frutto dell’astrazione e successiva unione di diversi aspetti fisici delle diverse Ilarie nel tempo; il prodotto insomma di una progressiva sedimentazione di ere ilariologiche, destinato a modificarsi, certo, ma molto più lentamente e in modo diverso rispetto all’Ilaria che mi trovo davanti giorno dopo giorno.

Una volta Stephen King ha scritto che la maggior parte di noi, superati i 19 anni, tende sempre a pensarsi come un diciannovenne, anche quando di anni ne ha magari cinquanta. Nella mia immagine mentale in effetti lo sguardo è quello felice dei miei tredici anni.

Succede anche a voi di pensarvi istintivamente leggermente diversi da come siete?

Perché se non è normale, ho già la soluzione: mi costringerò a guardare una trasmissione per gente con disturbi dissociativi latenti (in realtà presentata come una trasmissione che insegna come accrescere la propria autostima), presente su una tv locale; si chiama Leader di te stesso (per essere leader di qualcuno bisogna essere almeno in due).
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