venerdì, 25 aprile 2008

(R)onda  su (r)onda


tricolore

Che bello vivere in un Paese libero e democratico! Spesso, presi da vis polemica e scetticismo, ce lo dimentichiamo.
Grazie a chi ha combattuto per questo e auguri a tutti noi perché sappiamo sempre amare concretamente il nostro paese.

E ora, una nota curiosa. Probabilmente qualcuno troverà un lato drammatico in questa notizia ma a me sinceramente fa più ridere che altro. Vi copio le prime righe di un articolo di cronaca locale (tratto da “La Repubblica” di oggi) che si riferisce, appunto, a Bologna:

A maggio partono le ronde targate Alleanza Nazionale, a giugno arriveranno le Guardie Padane della Lega Nord.

A settembre, dopo il bando pubblico, comincerà il pattugliamento delle ronde arruolate dalla giunta Cofferati.

Intanto continuerà il consueto “controllo” degli Assistenti Civici già reclutati dalla giunta Guazzaloca [la giunta precedente a quella attuale, nota mia]. E si prepara la controffensiva dei centri sociali, già pronti a fare “le ronde alle ronde”.

 Ehm… come dire… si salvi chi può!

Intanto, BUON 25 APRILE A TUTTI!

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categoria:curiosità, la mia città
lunedì, 04 giugno 2007

D’ora in poi non saremo più di questa terra, mendace, condominiale, illogica, giovanilista*

È successo che nel post precedente ho scritto che mi è piaciuto un libro e però leggendo il post sembra che il libro non mi sia piaciuto. Cose che capitano. Che poi, in realtà, la prima cosa che ho pensato dopo aver finito il romanzo di Nori è stata questa: sì, devo proprio andarmene da Bologna (e lo farò). È già da un po’ che lo penso, e poi ho letto questo romanzo e mi son detta: Vedi? Anche lui…

Io amo la mia città – ci sono nata – ma non la sopporto più. Troppo grande, caotica, inquinata, sporca e anche degradata.
Sono stanca di spostarmi nel traffico e avere continuamente dei flash nella mente in cui mi vedo spappolata contro l’automobile davanti o falciata da uno scooter in corsa.
Sono stanca di dover scegliere il parcheggio per la bici in base a dove ci sono meno probabilità che me la rubino e non sopporto di dovere usare – per andare in centro – la bici detta Scassona anziché la mia bici sportiva nuova e agile, proprio per evitare che me la rubino (come già accaduto).
Sono stanca di essere sempre assordata dal rumore dei motori quando sono per strada e di respirare il mio gas quotidiano.
Poi sono stanchissima di dover scavalcare punk-a-bestia stravaccati in piazza o sotto il portico davanti a dove lavoro, mezzi nudi e perennemente alienati da droghe, alcool e vita grama (grama dal mio punto di vista ma non dal loro, ché ne vanno fieri. Non sto parlando di poveri ma di sbandati), di dover sopportare le loro molestie fisiche e verbali (alle quali non posso reagire), i loro cani e i loro bisogni. Di dover rispondere No, grazie con un sorriso gentile quando mi offrono droga o bici rubate (perché se no si offendono e rischio le botte, come già capitato, non direttamente a me fortunatamente, che sono sempre comunque gentile).
Sono anche stanca del divertimento coatto “perché gli studenti si devono divertire”, alimentato dal falso ma resistente mito di una Bologna - Paese di Cuccagna e Mecca del comunismo (magari lo fosse ancora, ma non come lo intende la maggior parte di loro, cioè una sorta di anarco-libertarismo senza regole. Purtroppo, a sentire certi discorsi che sento o leggo io anche solo girando per l’università non mi stupisco degli attuali rigurgiti terroristici che partono proprio da qui).
Sono stanca di una città i cui abitanti si sentono infinitamente buoni (abbiamo la bontà nel DNA) e tolleranti e invece non è vero, siam come tutti gli altri.

Poi ci sono anche un sacco di cose belle, bellissime, che potrei dire sulla mia città. Sanità funzionante, per esempio, sperimentata sulla mia pelle. Servizi, biblioteche (tra cui una delle biblioteche pubbliche più belle e fornite d’Italia). Tutte cose a cui non rinuncerò neanche andandomene da qui, dato che sono un essere rigorosamente stanziale e radicato, non riesco a concepirmi a vivere fuori dalla mia regione. A me basta andarmene in provincia, anche solo a Ferrara, o a Reggio Emilia o in Romagna, che amo e conosco bene. Non sarà il paradiso ma un po’ meglio sarà (il mio ideale a dire il vero sarebbe trasferirmi in campagna ma per ora, da sola, non ce la posso fare).

Io ho capito che a me di Bologna ormai piace solo il mio quartiere, tranquillo, verdeggiante e dove ci si conosce un po’ tutti; un piccolo paese, insomma. La mia dimensione è questa. Non sono fatta per la grande città.

Voi siete contenti di dove vivete? O avete il sogno di trasferirvi – un giorno – altrove? Ed è solo un sogno o lo farete? Io aspetto solo di laurearmi. Dopodiché cercherò direttamente lavoro fuori di qui, lascerò quello che ho ora e me ne andrò; così, poi, sarà bello tornare a Bologna per vedere gli amici o i genitori, o per fare un giro non sentendola più così mia. Mio cugino lo ha appena fatto - si è trasferito a Ferrara per gli stessi miei motivi - ed è contentissimo.

 

*Il titolo è una frase tratta da Storia naturale dei giganti, di Ermanno Cavazzoni. Dato che, come avrete notato dal tono insolitamente lugubre e disperato del post, mi sento un attimo soffocare, mi sento giusto un tantino stretta, questo libro fantastico, surreale, erudito e leggero insieme, spero mi aiuti a scalfire un po’ quel macigno che porto sulla testa. E, a scanso di equivoci, dico: mi sta piacendo tantissimo

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venerdì, 04 maggio 2007

Problemi di megalomania

In questi giorni sono molto impegnata nello studio e come avrete notato non riesco ad aggiornare spesso il blog, ma oggi dopo lunghe ore china sui libri ho fatto una passeggiata liberatoria nei dintorni e mi sono accorta di vivere in un quartiere affetto da megalomania acuta, almeno per quanto riguarda i suoi commercianti. Soltanto nella stessa via si susseguono:

un normalissimo e piccolo negozio di ottica dall’altisonante insegna: Istituto ottico;

un altrettanto piccolo negozio che vende materassi (ha un’unica vetrina), boriosamente denominato: Centro bedding – Tecnologia del riposo;

una semplice profumeria spacciata per Istituto di bellezza.

Nella via a lato leggo: Lo stilista dei capelli (e si tratta di un parrucchiere che non mi pare si differenzi dagli altri in nulla di particolare) e da qualche parte c’è pure una Boutique del salume (strana associazione e non molto invitante, a mio parere). Per non parlare di un mini-raggruppamento di negozietti che si definisce Centro Commerciale. Insomma, la modestia non è una virtù molto contemplata da queste parti… oppure si tratta di seguaci della filosofia di mia madre sul “sapere vendere la propria merce” (cioè presentarla al meglio nonostante in effetti sia scadente o meno importante di quel che sembra).

Alla fine mi sono rifugiata in un’onesta edicola e ne sono uscita con un discreto numero di fumetti che non so quando riuscirò a leggere. È abbastanza impressionante la quantità di cose da leggere che si sta accumulando senza alcuna possibilità di essere smaltita al momento e per chissà quanto ancora, ma non posso farne a meno. Ecco, forse questo è un vizio che ho (a proposito del post di prima): l’acquisto compulsivo di libri e fumetti (e, in misura un po' minore, di cd e dvd)! Trovato!

E con questa brutta o bella notizia auguro almeno a voi un buono e felice e riposante weekend.
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mercoledì, 28 marzo 2007

Tra antiche memorie bolognesi, contagiata da un Mistero etrusco

[Sempre per la serie Vi porto sui miei luoghi (e nei miei libri)]

Nell’atmosfera liquida del mattino di questo marzo novembrino, mentre il profumo di fiori agonizzanti si confonde con l’eterno smog, ho pedalato verso la sede mattutina del mio inutile lavoro di custode di mostre ignorate da tutti. In queste mattine dunque il dovere mi porta qui:



Si tratta della bellissima villa settecentesca Aldrovandi Mazzacorati, residenza estiva delle nobili famiglie da cui ha ricevuto il nome che porta anche ora che, appartenendo al comune, è aperta al pubblico. La sala della mostra è al piano terra, nella parte laterale dell’edificio, in una zona appartata.
Mi accomodo su una sedia e la prima cosa che faccio è restare immobile e godermi il silenzio. Un silenzio assoluto e meravigliosamente riposante. Poi estraggo un libro dalla borsa e leggo beatamente (di visitatori neanche l’ombra). Non leggo tutto il tempo, però, perché l’ambiente che mi ospita non merita indifferenza.
Oggi guardandomi intorno ho cominciato a pensare a quando un tempo l’intera villa e il terreno intorno appartenevano a questi nobili, per i quali era la loro casa. Mi sono vista, con gli immaginari occhi del passato, passeggiare per quelle grandi stanze o recitare e ballare nel grande teatro privato nel quale i padroni di casa inscenavano divertenti commedie, recitate in un misto di francese e bolognese.
Ho sostato a lungo vicino alla porta finestra che immette nel grande parco, ordinato e ricco di varia vegetazione, che si estende tutt’intorno alla villa allungandosi poi fino a congiungersi con i colli sovrastanti. Sul davanti, invece, c’è (e c’era, ai tempi) un bel giardino all’italiana, con alberi e siepi tra cui anche delle bellissime rose. Di fronte a me – sono uscita nel verde perché non potevo proprio resistere – una vecchia quercia mostrava due grossi rami distesi come in un abbraccio. Mi dispiace saper riconoscere per nome solo pochi alberi, dato che gli alberi mi piacciono molto (e da tempi non sospetti, pre pre pre new-age, per intenderci). L’aria umida, satura di pioggia, e il cielo grigio, opprimente, regalavano al tutto quella patina di morbida malinconia che ottunde e allontana ogni impellente preoccupazione.

Ma cos’è questo raptus descrittivo che oggi si è impossessato di me? Esistono miei post nei quali descrivo così puntigliosamente e liricamente ciò che mi circonda? No, perché non è nel mio stile. E però oggi, mentre indugiavo tra una quercia e un leccio, queste descrizioni mi si formavano da sole nella mente.

E io so perché! Descrizioni accurate… una villa settecentesca (con inquilini molto interessanti)… un grande parco, stridii di uccelli… ragazze riflessive in procinto di preparare tesi di laurea… l’arte e la cultura che ci parlano dal passato… questo e molto altro è presente nel libro in cui sono stata immersa tutta la mattina… e cioè (rullo di tamburi) Mistero etrusco, di Paolo Ferrucci!

Finché non l’avrò finito di leggere non ne parlerò, però intanto vi dico che:

potreste forse identificarvi in una giovane donna alle prese con l’ingresso nella vita vera (tra amori sbagliati e scelte importanti);

oppure vi trovereste meglio negli elegantissimi panni dell’affascinante professore gallese Lester Howe, diviso tra la sofferenza per un amore finito e l’attrazione per una solare direttrice di museo?

Forse siete curiosi di conoscere un raffinato gioco da tavola dal nome esotico che personalmente proporrò a mia nonna e alle sue amiche snob al posto del solito bridge;

o potreste scoprire che invece di una banale bicicletta preferireste possedere un ecologico manipede;

magari vi chiedete che cosa gli etruschi abbiano (ancora) da dirci;

può darsi che vi interessino quei romanzi in cui viene rappresentato con maestria un piccolo microcosmo in cui ogni personaggio acquista vita e spessore tanto da risultarci presto familiare;

potreste rimanere sorpresi dalle possibili implicazioni del fotografare il cielo o da quanto un cassonetto dell’immondizia possa svelare su di voi più verità di quante non ne diciate apertamente;

o forse siete lettori che amano andare al sodo e vi interessa capire chi è l’assassino.

In tutti questi casi, questo romanzo potrebbe darvi interessanti risposte (o ulteriori domande?).
Ah! Non posso parlarne adesso che sono solo a metà!
Ma mi sta piacendo e penso che, di questi tempi, mostri abbastanza bene la differenza che c’è tra un blogger che pubblica un libro e uno scrittore che tiene un blog.

(Qui potete trovare le prime pagine con gli incipit dei vari capitoli e sottocapitoli)

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venerdì, 23 marzo 2007

Giocare col tempo

Dato che sui blog siamo distanti e immateriali, oggi voglio almeno farvi vedere quello che vedo io con i miei occhi in questo periodo per quattro ore al giorno. Infatti passo i pomeriggi a Palazzo d’Accursio (il palazzo del Comune, in piazza) in qualità di sorvegliante di una mostra di giovani disegnatori. Non è male perché in quelle quattro ore ho tempo per leggere e anche l’ambiente mi piace. Di visitatori ce ne sono pochissimi ma non mi sento sola perché mi basta sollevare lo sguardo per vedere davanti a me Irnerio, l’illustre giurista del XII secolo che tanto impulso diede all’afferrmazione dell’università di Bologna. Lui però non mi guarda perché è intento a studiare il Codice di Giustiniano, come potete notare:

(Se cliccate qui, lo vedete meglio).

Si tratta di un dipinto del 1886 di Luigi Serra che, volendo celebrare le glorie cittadine, ha scelto di rappresentare un volontario anacronismo: alle spalle di Irnerio, infatti, si nota l’esercito bolognese che rientra in città trionfante dopo la battaglia della Fossalta (1247), in cui Bologna guelfa sconfisse Modena ghibellina (Irnerio a quell’epoca era già morto e sepolto). Sul carroccio, simbolo del Comune, c’è il famoso re Enzo, vestito d’oro, figlio di Federico II, fatto prigioniero dai bolognesi che lo rinchiusero poi in un palazzo che ancora oggi porta il suo nome ed è anch’esso in piazza.

Questo fatto dell’anacronismo mi piace molto, finché restiamo nel campo dell’arte: il pittore aveva voglia di mostrare una cosa che nella realtà, per via del duro incedere del tempo storico, non era potuta avvenire, e l’ha disegnata: così, per chi guarda, quel desiderio è diventato realtà. Proprio come in letteratura, o nel cinema (be’ però parlo di anacronismi voluti e non dovuti a ignoranza…).

L’altra cosa che mi piace tantissimo di questo quadro è il fatto che Irnerio, sul suo scranno, dà le spalle all’esercito e alle scene di trionfo bellico ed è invece tutto assorto nei suoi studi come se fosse nel chiuso di una tranquilla stanzetta anziché all’aria aperta nel frastuono della festa. Per lui, che là dietro trionfino o si disperino, non cambia niente. E se notate, non solo tiene alcuni libroni sul tavolo ma ne ha anche due accanto a lui, per terra, come sarà capitato a tutti noi durante certi disperatissimi studi. Mi piace anche com’è vestito: con una veste verde con qualche ricamino d’oro sulle spalle e poi calza degli stivali scamosciati molto simili a quelli della mia amica Chiara. Di statura pare veramente molto piccolo.

Non sarà un grande quadro ma mi tiene compagnia e comunque, quando le persone entrano nella sala (che in realtà è un lungo corridoio) guardano solo quello anziché i disegni della mostra. Alcuni mi hanno anche chiesto spiegazioni, compresi dei turisti sia francesi sia, in un’altra occasione, inglesi. Avendo quasi più dimestichezza con le lingue morte che con quelle vive, credo di aver fatto degli strafalcioni orrendi in entrambe le lingue ma penso che i concetti base siano passati. Se li conosco è perché me li ha spiegati un signore il primo giorno, mentre contemplavo il quadro ipotizzando tra me e me strampalate interpretazioni della scena (avevo riconosciuto solo Irnerio - perché c’è scritto il suo nome - e Bologna sullo sfondo). Questo signore ho poi capito che è una guida perché lo vedo spesso accompagnare classi riottose o gruppetti di turisti a visitare il palazzo.

Da ieri però mi sono spostata nella sala attigua al corridoio, che è riscaldata. È l’anticamera della sala del consiglio comunale e vi passano, o si fermano a crocchi, assessori, consiglieri, il sindaco, i giornalisti. Io me ne sto rannicchiata su un divanetto dal quale riesco a tenere sotto controllo la mostra e mentre attorno a me c’è un tale viavai di personalità e seccatori al seguito, io imito il mio antico illustre concittadino: mi immergo nei miei libri e viaggio, come lui, in un altro tempo.

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mercoledì, 14 marzo 2007

Madama Ironia

Sono stanchissima, ma oggi la signora Ironia mi si è manifestata in tutto il suo splendore e non posso non parlarvene.

Come ormai saprete, oggi è iniziato questo benedetto Festival internazionale del fumetto, organizzato dall’associazione presso cui sto facendo uno stage. Il festival comprende un convegno e una mostra su Magnus più mostre, incontri ed eventi vari dedicati a svariati autori italiani e stranieri (con la presenza degli stessi).
Ora, penso che tutti noi ogni tanto visitiamo mostre, partecipiamo a convegni, assistiamo a incontri con autori amati. Ma quanti di noi pensano a quello che c’è dietro? Cioè a tutto il faticoso lavoro di organizzazione di tali eventi? Io confesso di avere sempre sottovalutato questi aspetti. Li ho rivalutati però negli ultimi tempi, dato che da almeno due settimane pedalo per tutto il centro di Bologna, da un ente all’altro, da un museo a una libreria per consegnare manifesti, locandine, inviti eccetera. E quando non pedalo, piego manifesti, svuoto o riempio scatoloni, prendo misure e così via.
Oggi poi, dalle nove del mattino fino a sera abbiamo dovuto allestire le mostre, che saranno inaugurate venerdì mattina. L’emozione di trovarmi tra le mani i disegni originali di un autore amato o di vedere in anteprima le tavole inedite di un altro è stata messa a dura prova dalla fatica fisica dovuta al posizionamento dei quadri (con tutte le complicazioni e i piccoli imprevisti del caso) ma non è stata certo sconfitta: sono felice della fatica che abbiamo fatto e dei risultati ottenuti. È bello vedere come dal niente (o quasi) si riesca a creare qualcosa di bello e finora soltanto sognato. Anche le mani sanguinanti ti sembrano belle, dopo tutto.

Un’altra cosa che ho notato è come certe occasioni siano particolarmente propizie alla materializzazione del Qualunquista spocchioso (e un po’ reazionario) che c’è in noi. Non so se vi capita a volte, quando siete parecchio indaffarati, di guardarvi intorno con l’impressione che gli altri non abbiano niente da fare dalla mattina alla sera. Questo pensiero mi ha colto mentre, con un carrello a due ruote di quelli da facchino, portavo dei pesanti scatoloni alla libreria Feltrinelli (e io non sono propriamente un tipo muscoloso) e intanto incrociavo lungo il percorso, venendone ostacolata: una manifestazione di studenti fuori sede (a Bologna c’è quasi una manifestazione al giorno, dei più disparati soggetti sociali); un corteo di gente in festa che attorniava un tipo chiaramente ubriaco con una corona d’alloro in testa (un novello laureato) cantando una nota canzone molto volgare; varie persone sedute ai tavolini dei bar o a passeggiare per strada. E borbottavo dentro me che mi sembrava di essere l’unica o quasi a lavorare. Dopo mi sono accorta della grettezza di tale pensiero e mi è tornato il sorriso nonostante il peso degli scatoloni.

Però questo pensiero che a Bologna viviamo in modo molto rilassato rispetto ad altre città non ce l’ho mica solo quando sono alterata; un po’ lo penso davvero…

E infine, l’ultima ironia della giornata: è da giorni che aspettavo le 18 di oggi per assistere all’incontro con Antonio Faeti.
Antonio Faeti è il mio idolo. Il mio teen-idol e anche adult-idol. È da quando andavo alle medie che amo e venero quell’uomo, professore per tanti anni di Letteratura per l’infanzia all’università e ora di Grammatiche della Fantasia all’Accademia di Belle Arti. Ho divorato e divoro tutti i suoi saggi, i suoi articoli, i suoi romanzi (be’, i romanzi solo per amore perché sono obiettivamente orrendi). C’è tanto di lui nel mio modo di pensare e anche di scrivere.
Insomma, all’epoca in cui le mie amiche si appendevano in camera il poster dei Take That, io mi appendevo nella testa e nelle pareti collose del cuore l’immagine del mio grande Ispiratore.

Ogni occasione che ho per ascoltarlo parlare (e comunque ne ho molte, ma mai abbastanza) mi dà vita.
E oggi invece mi ha dato sonno.

Dopo aver passato otto ore a lavorare sono arrivata all’incontro con forte ritardo (disperavo ormai di riuscirci). Mi sono finalmente trovata in posizione seduta e praticamente mi sono addormentata.

Domani poi non potremo ascoltare il convegno perché dobbiamo finire di allestire le mostre.

Morale ironica della storia: gli organizzatori di un Festival sono gli unici che non avranno il bene di assistere a quel meraviglioso evento che hanno creato con tanta fatica.

Io però Venerdì, crolli il mondo, all’incontro con Toffolo ci vado.

 

[Amici, se fossi in condizione di intendere e volere questo post sarebbe stato più sintetico e scritto meglio. Ma da qui fino a domenica credo che la qualità della scrittura sarà l’ultima cosa esistente su questo blog. Spero almeno ci sarà qualche pensiero decente]
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categoria:fumetti, la mia città
sabato, 13 gennaio 2007

A zonzo

[una romantica a Bologna]

Chi ama passeggiare per la propria città sa che esistono luoghi e persone cui non solo ci si affeziona ma che sembrano appartenere alla città come se fossero sempre stati lì e lì siano destinati a restare. Se parliamo di persone, sono presenze rassicuranti, numi tutelari che abbiamo bisogno di riconoscere, anche solo come figure liminali e sfiorate di tanto in tanto, nel nostro viaggio. Ognuno ha le sue e per quanto mi riguarda, tra coloro cui sono affezionata, ci sono due suonatori (uno di violino, l’altro di fisarmonica) che sono collocati di solito sotto il portico del Pavaglione (zona chic della città, ma non immaginatevi in realtà niente di particolarmente sfarzoso perché sarebbe incompatibile con lo spirito bolognese: a BO l’eleganza è merce rara). Non sono i classici suonatori un po’ “sgangherati” o improvvisati che capita di incontrare nelle nostre città. Sono vestiti in modo distinto, entrambi con un cappotto nero; uno ha in testa un cappuccio nero, l’altro un cappello nero a larghe tese. Suonano sorridendo e completamente immersi nella loro musica. Sembrano usciti da un racconto di Singer. Suonano arie popolari e anche valzer (io nutro una segreta passione per il valzer, anche se non lo so ballare) e quando torno dal lavoro, come ieri, spesso passo dalla piazza proprio per fermarmi un po’ ad ascoltarli. Dopo pago loro “il prezzo del biglietto” e ci salutiamo con grandi sorrisi. Non c’è dialogo tra noi  (tranne qualche reciproco complimento) ma solo ammirazione.

Anche ieri sono passata ad ascoltarli e dato che erano praticamente di fianco alla libreria Feltrinelli, naturalmente non ho potuto non entrarci. Ho trovato una raccolta di poesie di Raffaello Baldini che ancora non possedevo (Ad nòta, cioè: di notte), poi, vagolando per il negozio, dopo aver indirizzato un signore smarrito verso il reparto che cercava, sono capitata dalle parti del settore Psicologia, e qui mi son fatta le mie solite risate amarognole. Tale settore era così organizzato: a destra i libri “seri”, quasi solo psicoanalisi però: quindi opera omnia di Freud, Jung, un po’ di Lacan (più sua monumentale biografia), qualcosa della Klein e poco altro; a sinistra i “frutti deviati”, i prodotti della psicoanalisi volgarizzata a uso consumistico e popolare: quindi i vari manuali di “cura di sé”, autoanalisi eccetera; troneggiava, su tutto, l’inossidabile John Gray, un uomo ottimisticamente convinto che gli uomini siano abili nei lavori manuali e desiderosi di fare i cavalieri, mentre le donne sono romantiche e un po’ svampite. John Gray suggerisce alle donne in cerca del principe azzurro di recarsi in luoghi in cui possano per esempio acquistare mobili con lo scopo in realtà di farsi aiutare a montarli da un uomo conosciuto lì o che hanno adocchiato per es. sul lavoro: secondo John Gray gli uomini aspettano solo di potersi fare in quattro per assecondare i desideri femminili (non me lo sto inventando, lo ha proprio scritto lui nei suoi libri). Ecco. Io avrei voluto chiamare John Gray quando l’anno scorso io e mia cugina abbiamo montato completamente da sole quasi tutti i mobili Ikea destinati ad arredare il suo nido d’amore (il fidanzato, ora marito, e qualunque altro uomo di nostra conoscenza, si sono accuratamente tenuti alla larga…). John Gray secondo me, tanto per tornare in argomento, è un tipico paranoico, il quale si è creato un suo mondo positivo e felice nel quale, per il suo bene ma non per quello delle sue lettrici, è meglio lasciarlo.

Accanto a questi delicati manualetti, scorgo poi un volume dal titolo ambiguo: Fallo felice! (anche se io, tarda di comprendonio, ho colto il doppio senso solo sfogliandolo): tipico caso di psicologia applicata all’anatomia (maschile). Ovviamente, nella sua crudezza, scritto da una donna ben lontana dal romanticismo all’acqua di rose del povero John.

Al centro tra i libri seri e quelli scemi c’era (scelta non credo voluta, ma sicuramente azzeccata) un volumone minaccioso, dalla copertina tutta nera: Il libro nero della psicoanalisi. Mi ha fatto paura solo guardarlo.

Io ho una certa avversione nei confronti di tale disciplina, tuttavia sono ben consapevole che senza Freud e tutto ciò che ne è conseguito non avrei potuto gustare alcuni adorabili film di Woody Allen, quindi ben venga la psicoanalisi.

Arrivata poi a casa, dopo aver pedalato in una fitta e alquanto suggestiva nebbia, mia madre mi ha informato, mentre gustavo il mio tè caldo, che aveva sentito alla tv che nel 2012 arriveranno gli alieni. Lo ha detto Marco Columbro e a lui lo ha detto la Madonna.

Perfetto, ben vengano pure gli alieni.

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lunedì, 25 dicembre 2006

Anche il mio tranquillo quartiere è stato contagiato dalla mania dei babbi natale in arrampicata libera sui muri condominiali, intenti a scavalcare balconi o aggrappati ai cancelletti delle finestre.

Non esiste un Comitato per la Liberazione dei Babbi Natale da Parete (analogo a quello, esistente, per la liberazione dei Nani da Giardino)???

Oggi ne ho visto perfino uno impiccato a un balcone. Pendeva strozzato dalla sua stessa scaletta di corda, che evidentemente non ne aveva retto il peso (era parecchio ciccione).

Non è possibile che i nostri infanti siano costretti a vedere cose del genere, oltre agli orrori che già vedono solitamente. Insomma, è pur sempre Natale!!!

E poi perché raffigurare questi pacifici Santa Claus come temibili topi d’appartamento? Qui c’è qualcosa che non quadra…

Ma comunque… BUON NATALE!!!

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mercoledì, 06 dicembre 2006
LIBRERIA SALABORSA
(Un saluto)

Oggi camminando per il centro, sotto i portici e in piazza, ho respirato finalmente l'aria fredda dell'inverno. C'era quel vento pungente, "duro", mi sentivo in pace con me stessa mentre camminavo così assorta... Mi piace così tanto vivere... Mi piace in ogni momento. Anche quando sono triste, nel profondo sono felice. Sono nata così, con la felicità incorporata, chissà da dove m'è venuta, dato che i miei familiari non sono certo, né mai sono stati, il ritratto dell'allegrezza!
Sono entrata in SalaBorsa, dove la libreria sta svendendo tutto perché se ne va. Ho comprato una pila di libri, la maggior parte di I. B. Singer, uno dei miei autori preferiti (ho svuotato l'intero scaffale dedicato a lui!), spendendo pochissimo.

Mi dispiace moltissimo che la libreria chiuda. Non è giusto che questo progetto sia stato osteggiato fin dall'inizio quando lo stesso progetto sarebbe stato sostenuto e supportato se si fosse trattato di Coop-Feltrinelli. Non sopporto che l'ideologia (tra l'altro, in questo caso, vetusta) condizioni scelte di questo tipo. A me, e penso a molti altri cittadini, quella libreria (su ben tre piani) piaceva molto. Sono utente da anni di SalaBorsa (biblioteca), prendo in prestito 5 libri ogni mese, non potrei farne a meno. Amo i libri, amo averli tra le mani e amo soprattutto LEGGERLI. Mi piace, quando esco dalla biblioteca, trovarmi di nuovo circondata da scaffali pieni di libri, dvd, graphic-novel... inevitabilmente ci passo un'altra mezzora buona ed esco in piazza col portafoglio inevitabilmente alleggerito e qualche libro in più da riporre sui miei scaffali. Tra un po' non potrò più farlo e perché? Per l'ottusità di certa arrogante bolognesità. OK, non casca il mondo, ho la tessera Feltrinelli e un'altra decina di tessere di altre librerie, non resto orfana... Però ero fiera che quasi contemporaneamente, nella mia città, a pochi metri di distanza, fossero state aperte due nuove grandi librerie (Salaborsa e Mondadori) oltre a quelle che, sempre lì vicino, ci sono già (Mel, tre Feltrinelli, quella "economica" in v. Rizzoli ecc.). Pensavo: fantastico, si vede che vivo in una città di gente che legge tantissimo, pensavo che ognuna di queste librerie andasse considerata come un fiore all'occhiello e invece no.
Pazienza, me ne farò una ragione, però ci sono rimasta male e dovevo proprio scriverlo (oltre che dirlo a tutti quelli che conosco, poveretti...).
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