Cinque libri per una vita?
L’amico Paolo Ferrucci è curioso di sapere come cominciano i 5 romanzi della mia vita… Io dico subito che i romanzi che mi hanno segnata sono ben più di cinque e che con le classifiche sono una frana, però i seguenti cinque sono stati tra quelli più importanti per me.
Procediamo (l’ordine è quello in cui li ho letti per la prima volta):
Il vento, venendo in città da lontano, le porta doni inconsueti, di cui s’accorgono solo poche anime sensibili, come i raffreddati del fieno, che starnutano per pollini di fiori d’altre terre.
Un giorno, sulla striscia d’aiola d’un corso cittadino, capitò chissà donde una ventata di spore, e ci germinarono dei funghi. Nessuno se ne accorse tranne il manovale Marcovaldo che proprio lì prendeva ogni mattina il tram.
Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città: cartelli, semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti, per studiati che fossero a colpire l’attenzione, mai fermavano il suo sguardo che pareva scorrere sulle sabbie del deserto. Invece, una foglia che ingiallisse su un ramo, una piuma che si impigliasse a una tegola, non gli sfuggivano mai: non c’era tafano sul dorso d’un cavallo, pertugio di tarlo in una tavola, buccia di fico spiaccicata sul marciapiede che Marcovaldo non notasse, e non facesse oggetto di ragionamento, scoprendo i mutamenti della stagione, i desideri del suo animo, e le miserie della sua esistenza.
Italo Calvino, Marcovaldo
A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e traversare la strada, per diventare come matte, e tutto era così bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che qualcosa succedesse, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, o magari venisse giorno all’improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare camminare fino ai prati e fin dietro le colline. – Siete sane, siete giovani, - dicevano, - siete ragazze, non avete pensieri, si capisce -.
Eppure una di loro, quella Tina ch’era uscita zoppa dall’ospedale e in casa non aveva da mangiare, anche lei rideva per niente, e una sera, trottando dietro gli altri, si era fermata e si era messa a piangere perché dormire era una stupidaggine e rubava tempo all’allegria.
Cesare Pavese, La bella estate
Gregorio Samsa, svegliandosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo. Riposava sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un poco il capo vedeva il suo ventre arcuato, bruno e diviso in tanti segmenti ricurvi, in cima a cui la coperta da letto, vicina a scivolar giù tutta, si manteneva a fatica. Le gambe, numerose e sottili da far pietà, rispetto alla sua corporatura normale, tremolavano senza tregua in un confuso luccichio dinanzi ai suoi occhi.
Franz Kafka, La metamorfosi (e in generale tutti i suoi racconti, che preferisco ai romanzi)
Nel grande edificio del palazzo di giustizia, durante la sospensione dell’udienza al processo Melvinskij, i giudici e il pubblico ministero s’erano raccolti nel gabinetto di Ivan EgoroviÄ Šebek e stavano parlando del famoso affare Krasovskij. Fedor Vasil’eviÄ s’affannava a sostenere l’incompetenza, Ivan EgoroviÄ non si lasciava convincere, e Petr IvanoviÄ, che non era entrato nel discorso da principio, non vi prendeva parte e scorreva la Gazzetta di Pietroburgo appena arrivata.
- Signori! – disse a un tratto, - Ivan Il’iÄ è morto.
- Davvero? –
- Ecco, leggete, - disse lui a Fedor Vasil’eviÄ, porgendogli il giornale fresco e ancora odorante di stampa. Entro una fascia nera era scritto: «Praskov’ja Fedorovna Golovina annuncia con profondo cordoglio ai parenti e agli amici la morte del suo adorato sposo Ivan Il’iÄ Golovin, consigliere di Corte d’Appello, seguita il 4 febbraio di quest’anno 1882. Il trasporto avrà luogo venerdì alle ore 1 pomeridiane».
Ivan Il’iÄ era collega dei signori lì raccolti, e tutti lo amavano.
Lev N. Tolstoj, La morte di Ivan Il’iÄ
GLI UCCELLI VOLANO IO INVECE MI AVVIAI A PIEDI VERSO LA STAZIONE DELLE FERROVIE
C’era una guerra in Africa. I soldati attraversavano la città con le divise di tela massaua e le teste di sughero, la testa imbottita di sughero, i caschi di sughero sulla testa. Cantavano quella canzone là che tutti sanno, marciando sulla strada Garibaldi verso la Stazione delle Ferrovie. Che cosa fanno? Dove vanno? Che cosa vanno a fare? Devono essere molto contenti se cantano, mi dicevo. La canzone mi risuonava nelle orecchie cantata o fischiettata per la strada, anche dai caffè e dalle finestre delle case attraverso la voce della radio. La radio continuava a cantare anche di notte, quando smetteva di cantare parlava, continuava a parlare e poi cantava di nuovo, non si fermava mai.
Agli angoli delle strade comparvero carretti carichi di banane che mia madre non comprava per paura delle infezioni (sulla punta della banana c’è il cadavere di un insetto).
“Le banane sono pericolosissime,” diceva mia madre a suo figlio e lo portava a vedere i bambini che mangiavano il gelato.
Luigi Malerba, Il serpente
Bene. Avrei potuto tranquillamente mettere solo autori dell’Ottocento, dato che sono stati loro a formarmi. Ma l’idea di dover scegliere tra Austen e Brontë, Dickens e Balzac, Flaubert, Dostoevskij, Sthendal, Hugo… no no, vada per i cinque che ho scelto.
Adesso spiego brevemente le mie scelte:
Marcovaldo: perché chi legge da un po’ questo blog si sarà forse accorto che io sono un po’ una Marcovalda!
La bella estate: è il primo romanzo di Pavese che lessi e che mi fece innamorare di lui, uno dei grandi autori della mia adolescenza e tuttora uno dei miei preferiti in assoluto (da leggere, rileggere, amare…).
La metamorfosi (ma, in generale, tutto Kafka, compresi diari, lettere eccetera): perché io sono Kafka, senza ovviamente il suo genio, il suo talento e la sua arte…
La morte di Ivan Il’iÄ: perché questo brevissimo romanzo (o lungo racconto) è una piccola stilettata al cuore; una specie di monito a cercare di vivere una vita autentica, prima che sia troppo tardi.
Il serpente: perché è un romanzo che non è un romanzo, perché dice tutto e il contrario di tutto, perché è scritto in un modo superbo, perché negli anni ’60 Malerba era già dove sono oggi gli Eggers e i Foster Wallace di turno. E perché mi fa morire dal ridere!
Ora devo passare il testimone… Scelgo cinque nomi di cui mi piacerebbe sapere i libri preferiti, ma rispondete solo se ne avete tempo e voglia. E poi chiunque altro voglia farlo, lo faccia!
Allora io passo il testimone a Laura (e ovviamente anche a Lory, se vuole, ma so che non le piacciono i questionari!), a Diego (se ha tempo dato che è sempre super-indaffarato!), alla simpaticissima Cappelli a Volute (poiché ci sono tante affinità tra noi, sono proprio curiosa!), a Ellee (perché ammiro moltissimo la sua cultura e la sua sensibilità) e a Melchisedec (caro Mel, forse non sei il tipo da “catene” ma mi piacerebbe accettassi perché non riesco a prevedere cosa potresti scrivere!). Avevo pensato innanzitutto a Massimo, ma la sua “redazione” è in vacanza (però i vari redattori potrebbero cimentarsi in questo esercizio, al termine dell’ammodernamento della redazione…). E, ripeto, a chiunque piaccia l’idea.
Cosa pensate dei libri che ho citato? Li conoscete? Li amate? Li odiate? Cosa avreste messo voi?