martedì, 04 marzo 2008

Storia ridicola di una tragedia mancata

Ogni tanto mia madre, presa da golosità, si fa comprare dei cioccolatini che poi nasconde (queste sarebbero le sue intenzioni, vane perché il “nascondiglio” lo conosciamo tutti) in un mobiletto della cucina. Anche se, appunto, quello non può più essere considerato un nascondiglio, il messaggio è chiaro: le cibarie che vi si trovano sono sue (guai a chi le tocca).

Ora è accaduto che la settimana scorsa mia madre si sia fatta comprare dei meravigliosi e scioglievolissimi cioccolatini Lindor al latte, li abbia “nascosti” e sia poi partita alla volta di Piacenza, dove sarebbe rimasta almeno fino a domenica.

Nella casa vuota, seduta alla mia scrivania, cercavo di dimenticare la presenza dei succulenti cioccolatini.

Non sono per me, intimavo a me stessa. Eppure… vi sembra giusto che una madre di famiglia sia così egoista da togliere il cioccolato di bocca ai suoi cari? A me no! Forte di questa convinzione - prima scacciata dalla mente, in seguito pian piano osservata con distacco, infine accolta con arrendevolezza prima e con determinazione poi – mi sono diretta verso il mobiletto proibito, sentendomi pienamente legittimata a questo esproprio filial-proletario (i tempi son cambiati e questo è ciò che possiamo permetterci). In realtà più che un esproprio mi riproponevo una innocua sottrazione; Se mangio un solo cioccolatino, non se ne accorgerà neanche, pensavo. E così ho fatto. Fin qui, tutto bene.
Il giorno dopo, stessa storia. L’immagine del sacchetto di cioccolatini abbandonato in un triste mobiletto ha ricominciato a tentarmi. Ne ho mangiato un altro (se anche ne mangio un altro, non se ne accorgerà).
È andata così ogni giorno, finché ormai restavano troppo pochi cioccolatini per non accorgersi delle ripetute sottrazioni, cioè del furto.

Be’, ormai li finisco; – mi son detta saggiamente – gliene ricomprerò un altro sacchetto prima che torni.

Sabato pomeriggio – mia madre era già in treno sulla via del ritorno – tranquilla e serena mi sono avviata al supermercato del mio quartiere. Approdata nella corsia cioccolatosa con la sicurezza di chi sa il fatto suo, ho scorso con tranquillità l’invitante scaffale per tutta la sua lunghezza; l’ho scorso una seconda volta con un po’ meno tranquillità; l’ho scorso la terza volta con impazienza mista a inquietudine. Non l’ho scorso una quarta volta solo perché il panico, il terrore e l’angoscia mi avevano completamente paralizzata e il sorriso serafico di pochi secondi prima era ormai irrigidito in una smorfia straziata: dei cioccolatini che cercavo, nessuna traccia. Finiti.
Non potevo neanche prendermela con gli avidi saccheggiatori che me li avevano inconsapevolmente sottratti, data la bontà dei cioccolatini stessi.
Uscita dal supermercato mi figuravo nella mente l’immagine di mia madre che quella sera stessa, dopo cena e prima di ipnotizzarsi davanti al televisore, si sarebbe diretta verso il suo mobiletto provando quel vivificante brivido di golosità all’idea di mangiarsi il suo cioccolatino, avrebbe aperto lo sportello e… sarebbe stata la mia fine. Vedevo già i titoli sui giornali del giorno dopo:

Solare professoressa uccide figlia. Il raptus scatenato da futili motivi.

Mi restava una sola speranza; provare in un altro mini-market poco distante. Ma era una speranza davvero flebile e infatti, alla prova dei fatti, si rivelò vana.
Ormai diretta verso casa, un’illuminazione mi trafisse; forse avevo ancora una possibilità.
Sono entrata nella “Bottega del caffè” come un fuggitivo che spera di avere trovato la salvezza. Con un’incontrollabile espressione di panico in volto ho chiesto alla commessa, con voce rotta dall’angoscia, se avevano i preziosi cioccolatini.

Li avevano.

L i  a v e v a n o !

Sicuramente la commessa mi avrà scambiato per una pazza o per una poveretta affetta da golosità maniacale, da come mi ha guardato, ma credete me ne importasse qualcosa, in quel momento?
Tutto quello che ho fatto è stato stringere a me il prezioso sacchetto, avviarmi verso casa con un sorriso di beatitudine in volto e riporre i cioccolatini al loro posto nel mobiletto.
Quando la sera, come previsto, la loro legittima proprietaria si è avviata verso quel mobile e ne ha aperto lo sportello, ha trovato esattamente ciò che si aspettava. Naturalmente non ho potuto trattenere una risata e le ho raccontato tutto, il che le ha sollevato un po’ il morale (in questo periodo parecchio avvilito, e a ragione).
E così, anche questa è andata. Anzi, si è risolta perfino in una buona azione…

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categoria:mia mamma, paura
domenica, 09 settembre 2007

L’angelo (alcolizzato) del focolare

Stamattina, su Repubblica, ho letto la notizia dell’imminente ri-pubblicazione de Il saper vivere di Donna Letizia, manuale di galateo uscito per la prima volta nel 1953 con lo scopo di insegnare le buone maniere alle donne italiane perché restassero, sì, Angeli del Focolare, ma raffinati e al passo con i tempi.
Conosco abbastaza bene la mentalità dell’epoca dato che mia madre, nata nel 1951, si comporta da sempre come se negli anni ’50 avesse avuto vent’anni e da allora il tempo non fosse più passato. Non ho mai ben capito perché sia prigioniera di tale paradosso cronologico, so solo che non c’è niente da fare, bisogna accettarla così ed entrare nella “sua” epoca per comprenderla. Ecco perché, come ho già raccontato qualche mese fa, fin da piccola mi sono sorbita la lettura di tutta L’enciclopedia della fanciulla più i film hollywoodiani anteriori al 1962. Ho provato anche a leggere un romanzo di Delly ma lì non ce l’ho proprio fatta… c’è un limite a tutto.
Credevo ormai di essere vaccinata, dunque, e invece oggi ho riso per mezzora, leggendo a chiunque mi capitasse sotto tiro i piccoli brani che ora vi riporto.

Il primo è dedicato al grosso problema di accasare le figlie che cominciano a inacidire causa età avanzata:

Se, passati i ventitré o i venticinque anni, la ragazza che fino a ieri era un fiore incomincia improvvisamente ad appassire, si fa acida e nervosa, la madre accorta non tarda a “capire”. Capisce cioè che quello che angustia la poverina è il fatto di non aver ancora trovato marito, e che è giunto il momento, per lei, di intervenire. Con estrema discrezione comincerà a darsi da fare: riaggancerà i rapporti con la signora X, che forse non le è simpatica ma ha tre figli in gamba, tutti scapoli. Solleciterà il consiglio e l’aiuto dell’immancabile amica che “conosce tutti”. Spronerà il marito a invitare a teatro il giovane ingegnere Rossi che è povero ma ha una zia ricchissima e zitella, o l’avvocato Bianchi che non è più di primo pelo ma ha una vasta clientela e un appartamento arredato.

Noterete che la figlia non deve fare nulla, si limita a inacidire; è la madre che si dà da fare (e come!) per quell’ebete della figlia, spronando pure il povero marito, e mostrando un cinismo degno di Crudelia De Mon (lunga vita alla zia dell’ingegner Rossi!). L’amore poi, non esiste: cosa volete che sia di fronte a un “appartamento arredato”?

Tra l’altro questa figlia, oltre a non essere in grado di trovare un fidanzato in modo autonomo, non è neanche capace di vestirsi, benché abbia ormai superato i 25 anni (come potrà essere una buona moglie, mi chiedo io, e reggere da sola un’intera casa, allora? Meglio che non si sposi, una tale ebete!).
Leggete qui:

Giustamente persuasa che da una vacanza estiva possa fiorire l’agognato fidanzamento della figlia, la madre previdente prima di decidere la villeggiatura sottopone la sua ragazza a un lucido, spassionato esame. Ha le gambe stortine? Alta un metro e sessanta pesa ottanta chili? Montagna e gonne a campana. Ha le gambe affusolate e un busto da statua? Spiaggia e bikini. Ma anche su questo punto la madre accorta ha idee precise. Il reggiseno del “due pezzi” non avrà le proporzioni di un paio di occhiali da sole e le mutandine non saranno così piccole da potersi confondere con quelle di un neonato. La signorina protesta? Le verrà ricordato che l’immodestia, se attrae i mosconi, mette in fuga i partiti seri.

Sembra una parodia, ma è tutto vero. E c’è ben di peggio, tra l’altro, per es. un bel capitoletto dedicato a come raccomandare il proprio figliolo presso il commendatore di turno (che bel galateo!).

Ora non mi stupisco proprio del fatto che un altro consiglio sia il seguente:

La signora bene attrezzata avrà sempre a disposizione nel mobiletto bar:
una bottiglia di Carpano;
una bottiglia di Campari;
una bottiglia di Martini (secco);
una bottiglia di anisette;
una bottiglia di cognac;
una bottiglia di gin;
una bottiglia di whisky;
una bottiglia di sherry;
una bottiglia di rabarbaro per chi non beve alcolici.

Per vivere una vita come quella, soffocata tra una brillante e nuova cucina americana, qualche perfidia scambiata con le amiche e le peripezie per accasare la figlia lobotomizzata, un goccetto (anche più di uno) la brava casalinga deve pure averlo a disposizione, con la scusa ufficiale di tenerlo pronto per gli amici del marito, certo.

Ora non mi stupisco neanche del fatto che mia madre al posto dell’espressione “trovare un fidanzato” tenda normalmente a dire “accalappiare un tontolone”!

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categoria:libri, mia mamma, crudeltà
martedì, 05 giugno 2007

Oggetti smarriti

Mia mamma, rassegnata insegnante di lettere, ha perso - e dico: perso – i compiti in classe dei suoi alunni. Si tratta dell’ultimo compito in classe prima della fine dell’anno scolastico, il compito col voto decisivo insomma, quello che potrebbe affossare del tutto o al contrario innalzare di quel tanto che basta le medie traballanti dei suoi abbastanza svogliati alunni. Domani è l’ultimo giorno di scuola, quindi i compiti devono essere trovati. Gli alunni trepidanti hanno già minacciato di fare una violenta irruzione in casa nostra se i compiti non salteranno fuori (per molti di loro si tratta dell’unico compito per il quale hanno un po’ studiato, proprio quello doveva andare perso?!).
La casa è stata messa sottosopra, modo migliore per non trovare ciò che si cerca.
Poco fa, passando in corridoio di fronte alla sua camera da letto, ho visto mia madre infilata per metà sotto il letto matrimoniale (emergeva solo il fondoschiena).
- Non vorrai farmi credere che c’è il rischio che i compiti dei tuoi alunni siano lì sotto! – ho esclamato sdegnata (dopotutto sono stata un’alunna anch’io).
- Non si sa mai – è stata la risposta.
I compiti non erano neanche lì. E non sono ancora riapparsi.

Io, invece, ho perso il sonno, o meglio mi viene regolarmente sottratto da datori di lavoro & C., perché io di mio dormirei benissimo, se potessi.
Così, per curiosità, immaginando di non essere l’unica in questa snervante situazione, vi pongo questa piccola domanda: voi, in media, quante ore dormite per notte? E quante ve ne basterebbero? A me ne basterebbero anche solo 6 o 7 per notte (non sono una dormigliona) invece attualmente ho una media di 5 ore, ma a volte anche meno; qualche volta mi capita perfino di passare la notte completamente in bianco (dopo è ovvio che scrivo post esasperati come il precedente!).

E voi? 
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categoria:mia mamma
lunedì, 07 maggio 2007

Quando c’è la salute…

Mia madre è un medico mancato, lei ci sguazza nelle malattie, sue e altrui, vere o presunte che siano; perciò non perde una sola puntata del Tg2 Salute e, quando c’è, di Elisir. Non solo guarda e ascolta in religioso silenzio (fulminando con occhiate spaventose o minacciando con gesti inconsulti ogni familiare che incautamente si arrischi a turbare il sacro evento), ma soprattutto prende appunti. E dirò di più: in alcuni casi, videoregistra il programma. Se veniste nel salotto di casa mia e vi avvicinaste al reparto VHS, vedreste impilate numerose videocassette riportanti etichette minacciose come: sciatica, cataratta, cervicale, gastrite eccetera; sono le registrazioni delle puntate della gloriosa trasmissione Più sani più belli, che, in beati tempi di scarso o nullo allarmismo sanitario-televisivo, irruppe con le sue scomode verità e aprì la strada ai vari programmi salutistici che oggi imperversano da mattina a sera e perfino nel weekend sulle nostre reti televisive.

(Di Rosanna Lambertucci mia madre acquistò anche ben due libri di ricette salutari che tentò poi di propinare a marito e figlie, i quali però insorsero uniti vincendo la loro battaglia, che persero però anni dopo di fronte alle ricette di Suor Germana).

Io rispetto i suoi gusti, ovviamente, ma quando inizia il Tg salute di solito ho già finito di pranzare e tendo a dileguarmi; la mia teoria è: già la vita è pesante e purtroppo può capitare di ammalarsi; perché deprimersi inutilmente ascoltando in anticipo disgrazie e malanni vari? [Perché, se per caso ti vengono, sai già cosa fare e a chi rivolgerti, risponderebbe mia madre].

A volte tuttavia mi capita di arrivare a pranzo molto tardi e così mi tocca sorbirmi anch’io il temibile supplemento salutistico del tg. Oggi però mi ha fatto proprio ridere. Perché si parlava d’insonnia, e un neurologo presente in studio (di cui mia mamma ha prontamente annotato il nome, nonostante nessuno in famiglia soffra d’insonnia) ha sentenziato, con aria grave ed esageratamente mesta, che purtroppo non c’è al mondo (finora) alcun medicinale in grado di curare definitivamente questo disturbo (si metta il cuore in pace chi soffre d’insonnia. Amen). Secondo lui, l’unico rimedio valido consiste nel trascorrere tutto il giorno preparandosi a dormire, cioè: tenere ritmi blandi e lenti (grazie, se potessimo, lo faremmo tutti), evitare le occasioni di stress, evitare – soprattutto verso sera – discussioni e litigi, e predisporci fin dalla mattina al sonno che ci aspetta la sera. In pratica, come ha sintetizzato divertito mio padre, anche lui presente, bisognerebbe vivere per dormire… Di fronte a una soluzione così evidentemente ridicola neanche mia madre è riuscita a trattenere il riso, e per una volta il tremendo oracolo televisivo è stato finalmente zittito da sane, sanissime e tuttavia contagiosissime risate!

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categoria:mia mamma, tv
giovedì, 26 aprile 2007

In odore di santità

Nella lotta ingaggiata fin dalla più tenera infanzia per conquistare l’anelato amore materno (o almeno un po’ di considerazione), credo che l’apice sia stato raggiunto quando, fallito ogni altro tentativo e giunta ormai alla ragguardevole età di otto anni (età in cui, come già narrato qui, avevo l’abitudine di spararle veramente grossissime) sostenni di avere avuto una visione mistica.

Dovete sapere che mia madre è una donna molto religiosa, ma quel tipo di religione che rasenta il bigottismo (avete letto La farisea di Mauriac?) e comporta spesso un fanatismo del tutto formale, però. Essendo tuttavia anche una donna intelligente e colta si è ben guardata dal voler imporre a me questo tipo di religiosità crudele che vive rigorosamente in solitudine. Eppure io intuii che l’unico modo in cui potevo cercare di toccarla era provare almeno a sfiorare quel suo rigido mondo interiore. E così, un giorno, di ritorno dalla messa, con aria trasognata e raggiante beatitudine, le raccontai che durante la recita del Padre nostro avevo avuto una visione: mentre guardavo verso l’altare, una luce intensissima e del tutto particolare, sprigionatasi dalle candele, aveva avvolto il celebrante e i chierichetti, i quali apparivano quasi trasparenti; avevo poi sentito una voce potente che chiamava il mio nome due volte (durante la recita del Padre nostro avevo effettivamente avuto l’accortezza di rivolgermi a mio padre chiedendogli con tono ansioso, facendo in modo che mia madre sentisse, se per caso mi aveva chiamata). Le dissi che avevo provato un’intensa emozione e che ancora mi sentivo strana.
Mia madre mi credette (non so se questo testimonii più del suo fanatismo o della sua ingenuità e buona fede; probabilmente, di entrambi). Certo, prima mi sottopose a un lungo e dettagliato interrogatorio; ma io lo superai egregiamente (sentendomi tremendamente in colpa all’idea di ingannare un genitore, cosa che non mi perdonai per molto tempo). Non dimentico come il suo sguardo da incredulo si fece sempre più convinto e quindi felice: proprio a lei era capitato di avere una figlia cui era apparsa una visione. Mi abbracciò. E mi guardò a lungo con ammirazione. E infine, saggiamente, disse che poteva anche non significare nulla, che poteva anche essere solo una mia suggestione e di non pensarci più di tanto, ma di conservare questo fatto e il suo eventuale significato nel mio cuore, anche «come monito a essere più buona» (eh be’, il predicozzo non poteva mancare). Per un breve periodo mia madre mi trattò effettivamente in modo più benevolo e affettuoso; ma poi, ovviamente, tutto tornò come al solito.

La cosa mi si ritorse anche contro quando, nei vari litigi, mia madre rimproverandomi mi rinfacciava che una volta «Dio mi era apparso e io sembravo non tenerlo minimamente in conto!». In altre occasioni, invece, lei semplicemente mi ricordava l’episodio, e rivedevo nei suoi occhi quello stesso sguardo pieno di speranza: che toccasse proprio a lei, donna così devota, di avere una figlia santa? Sarebbe stato certo il giusto premio, sarebbe stata senz’altro lei la persona più adatta, sarebbe stata così ripagata di tante fatiche sopportate con fiducia.

Vorrei dirle che Dio non mi ha mai parlato e che anzi quella “visione” era il frutto di una messa in cui mi ero annoiata e distratta più del solito, tanto da lambiccarmi il cervello fino a escogitare un simile inganno; ma non ci sono mai riuscita e in fondo, ormai, non cambierebbe niente. L’ha già capito da sola che, visione o non visione, non ha una figlia santa.

Perché vi ho raccontato questo episodio? Per raccontarvi una cosa negativa su di me, innanzitutto. E poi perché, mettendo tra parentesi un attimo la mia “disonestà”, lo trovo anche buffo: che cosa non si arriva a fare per un po’ d’amore! E che cosa, infatti, mi capita di vedere, se mi guardo intorno! E questa è una cosa anche bella: non quando si arriva a perdere la dignità per ottenere amore, ma quando si è disposti a perdere un po’ se stessi per arrivare a un altro. Non si ottiene spesso altro che lo scoprirsi fragili e soli, eppure ci si è almeno messi in gioco.

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categoria:mia mamma, occasioni mancate, devoti atei
domenica, 15 aprile 2007

Per uno stupido gabbiano

Sul mio comodino tengo alcuni libri (o meglio, una discreta fila di libri; ho un comodino lungo). Oltre al libro momentaneamente in lettura, ci sono i libri “permanenti”, cioè i miei preferiti, quelli particolarmente significativi per me e che voglio avere vicino anche fisicamente, i numi tutelari del mio sonno notturno e della mia anima. Tra questi ce n’è però uno che non mi piace per il suo contenuto, ma da cui non mi separerò mai. Un libro che, se scoppiasse un incendio e avessi solo venti secondi per afferrare qualcosa d’importante da sottrarre alle fiamme, io prenderei quello.

(Siete curiosi?)

Mia mamma non mi ha mai fatto un regalo. Cioè anche per il mio compleanno e per natale i regali ricevuti mi sono sempre stati presentati come da parte dei genitori, ma in realtà li sceglieva mio padre. Mia madre si è sempre limitata a comprarmi vestiti, che non ho mai considerato regali ma cose utili e lei, sapendolo, non me li ha mai presentati come tali.

Insomma, finora in tutta la sua vita mia madre mi ha fatto un solo regalo (parlo di cose che si comprano, attenzione…) e questo regalo è stato tra i più brutti che abbia mai ricevuto: Il gabbiano Jonathan Livingston; sì, quel librino sdolcinato pre-new age.

Trovai stranissimo che mia madre, a cui leggere non è mai piaciuto e che è priva di fantasia, avesse deciso di regalarmi proprio un libro, scegliendolo tra l’altro autonomamente. Lo interpretai come un tentativo di avvicinarsi a me, ai miei gusti. Perciò lessi tutto il libro anche se fin dalla prima pagina l’avevo trovato parecchio nauseante (per fortuna era breve), e a lettura ultimata le dissi che mi era piaciuto molto (una bugia, ma necessaria. Le si illuminarono gli occhi. So che temeva il mio giudizio). L’ho poi messo sul comodino e da anni (ero in prima media quando ricevetti questo regalo) è lì. Quando spolvero i miei libri e quello mi capita tra le mani, mi vengono sempre gli occhi lucidi. Il gabbiano lo abbatterei con un colpo preciso di fionda, ma al suo posto volo io.

 

[Poiché so che questo librino ha molti estimatori, nonché veri e propri fedeli, se per caso foste tra questi, spiegatemi pure le ragioni del vostro amore. Può darsi che meriti io di essere abbattuta con una fionda! ;-) ]

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categoria:libri, mia mamma
domenica, 28 gennaio 2007

Questa è troppo incredibile per non essere detta:

oggi a pranzo mia madre candidamente (e seriamente) mi ha chiesto:

- Ma Anna Karenina era l’amante di Napoleone? –

Non riesco a togliermelo dalla testa…

[Mia madre è un’insegnante di lettere in un istituto tecnico]

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categoria:mia mamma, curiosità, figuracce