mercoledì, 20 febbraio 2008

Margini

naufragio_speranza


A volte mi si sgretola il terreno di sotto ai piedi e in qualche modo, affrontando la sospensione tra uno strato e l’altro, mi riassesto su qualche nuova certezza e ricomincio a definire i margini.
A volte margini che racchiudono solitudine, altre volte amore.
Ma sempre contengono sofferenza.
Per anni ho soffocato il mio cuore e poi l’ho lasciato libero, giustificandomi, in entrambi i casi, con una favola diversa che però finiva sempre bene.
Quando sono stata troppo amata mi sono sentita oppressa ma anche essere una ruota di scorta, una cosa superflua, a volte è difficile da accettare.
L’amore è un coltello puntato contro di me. A ogni brivido di gioia mi scolpisce una ferita, un vuoto che non guarirà mai.

 
P.S.: nonostante le apparenze, questo non è né vuole essere un post demoralizzante. Esprime solo uno stato d’animo che chiunque può provare in certi momenti e che, quando si perdono pezzi (e vivere è perdere pezzi, dal mio punto di vista), si affaccia prepotente alla mente e al cuore…

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categoria:amore, morte
mercoledì, 15 agosto 2007

Dopo il temporale

[Aere perennius]

Dopo il temporale che ha imperversato per buona parte della giornata su tutta la zona (si sentiva il fragore del mare fino a casa mia), ora il cielo si presenta terso e l’aria limpida. La luce obliqua del sole che è rimasto nascosto tutto il giorno e che ora, appena affacciatosi, si appresta già a tramontare, crea un strano senso di sospensione nell’aria.
All’improvviso e tutti insieme – cadevano ancora le ultime gocce nell’aria già chiara – i villeggianti si sono riversati per strada (come piccoli animali pronti a uscire rapidi dai loro rifugi per riprendere la vita di sempre dopo una breve e già dimenticata pausa forzata) e il paese è tornato a brulicare come al solito di persone vocianti. Anch’io monto in bici e pedalo verso il porto: recarmici è tradizione, per me, dopo un temporale.

Pedalando, respiro l’aria rinfrescata dalla pioggia; profuma di pini e di mare.

Arrivata all’ingresso del porto devo rallentare: davanti a me vedo una persona correre con un cane al guinzaglio, dandomi le spalle.
Perplessa mi chiedo: è un vecchio o un bambino? Ha la gobba e cammina storto come un vecchio, ma corre verso il mare con l’entusiasmo di un bambino. È anche vestito come un bambino: calzoncini corti rossi, una maglietta gialla con una larga striscia rossa al centro, scarpe da tennis e calzettoni bianchi fino al ginocchio. Non lo vedo in faccia ma sono sicura che sorride. Però ha la testa canuta e spelacchiata: è un vecchio.
Corre verso il molo (verso la mia stessa meta dunque) occupando esattamente il centro del viottolo; perciò non ho spazio per superarlo né voglio mettergli fretta. Gli sto dietro tranquilla, pedalo lentamente, osservo le sue gambe storte, il passo non sicurissimo (ogni volta che appoggia un piede a terra la caviglia sembra doversi incrinare) e tuttavia energico, la gobba prominente e, immagino, faticosa da portare.

Arrivati sul molo, entrambi ci spingiamo proprio fin sulla punta. Immobili, affiancati, guardiamo il mare e soprattutto il cielo; davanti a noi la luce si esibisce in una serie di effetti ottici che creano un’atmosfera irreale: un semicerchio di nubi bianche, compatte, trasfigurate dalla luce rossa del sole che tramonta alle loro spalle, sembra appoggiarsi proprio sull’orizzonte, come una soffice e luminosa corona. Il resto del cielo è limpidissimo e sereno, trafitto dai raggi del sole a loro volta filtrati dalle nuvole. Sembra di essere dentro un quadro di Magritte.

Il vecchio sorride come un bambino, immaginavo giusto. Anche lo sguardo è esattamente quello sorpreso e felice di un bambino non ancora abituato a certi spettacoli. Si appoggia a un muretto (al contatto col quale, per un attimo, intravedo una smorfia di dolore) e resta lì a contemplare l’orizzonte. La cagnolina, accucciata ai suoi piedi, ogni tanto reclama l’attenzione del padrone e lui, con infinita tenerezza, la fa giocare (chinandosi a fatica), le dice qualche parolina affettuosa. Quando vede che osservo la scena sorridendo, mi sorride anche lui; gli faccio i complimenti per la sua cagnolina e lui orgoglioso me la presenta per bene:
- Si chiama Sissi! -.
Dopo poco, mi saluta, volta le spalle al mare e torna sui suoi passi.

(Non riesco ad accettare che questo vecchio – molto vecchio – prima o poi debba morire)

Mi auguro che a casa trovi una moglie o una figlia affettuosa ad aspettarlo e intanto, anche se non so niente di lui – mi hanno solo colpito quello sguardo e quell’andatura infantili e gioiosi – sento che devo assolutamente scriverne. In questi momenti, mi piacerebbe saper scrivere: mi piacerebbe saper inventare una bella storia in cui collocare quel vecchio, per esempio, regalandogli la possibilità di un’eterna avventura; e non riesco a credere che le persone possano attraversare la mia vita – per pochi secondi o per decine di anni – senza rimanere incastrate in qualcosa – un foglio, uno schermo – che le possa ricordare oltre me e oltre loro stessi.
Anche quando leggo, concepisco sempre i romanzi come monumenti a persone (reali o meno, ma qualcosa di reale immagino ci sia sempre, e senz’altro di vero) che hanno meritato di sfuggire al tempo e di sovra-starlo. Anche se magari erano semplici passanti.

[Tutto questo fa parte della mia inutile lotta contro la morte]

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categoria:morte, riccione, tempus fugit
martedì, 10 luglio 2007

L’estasi nel quotidiano

Non è vero poi che non ho visto il mare. Così era nei progetti, ma chi può resistere chiusa in casa sapendo che a poca distanza c’è quell’immenso accogliente grembo d’acqua, sentendone il profumo portato dall’aria (pur in mezzo all’immancabile, anche in riviera, odore di benzina)? Io no di certo.
Così, indossato il costume e la divisa da mare, corro verso la spiaggia per celebrare il rito del Primo Bagno di Stagione, che consiste nel prendere la rincorsa dall’inizio della passerella e correre, possibilmente con le braccia aperte, incontro al mare, senza la minima pausa o esitazione al momento fatale dell’ingresso in acqua, nella quale poi l’abbandono accade, totale e inebriante.
Ovviamente tutto ciò andrà fatto in un orario consono (poca gente in spiaggia) o in una zona in cui si sia conosciuti (e, possibilmente, benvoluti) un po’ da tutti: condizioni, nel mio caso, soddisfatte entrambe.

Immersa nel mare, nuotando verso l’orizzonte fin dove le forze mi sorreggono, vivo una grande felicità.
Sono quei momenti di estasi che ognuno di noi può ritagliarsi nel suo quotidiano.
Per me il mare è sempre stato anche un grande Consolatore; spesso la sera, estate dopo estate, gli ho portato le gioie e le tristezze della giornata.


È stato bello, all’arrivo, trovare nel viale, nei dintorni e in spiaggia le stesse persone che incontro da un anno all’altro, con le quali scambiare saluti calorosi o anche retorici convenevoli.
È stato molto triste entrare in casa e non dovermi come al solito precipitare verso la poltrona per baciare la mia prozia né vedere mia nonna corrermi incontro sorridente e stringermi forte in un abbraccio (facendomi provare la deliziosa sensazione di avere cinque anni o poco più).
La casa era vuota, per la prima volta. Nonna e prozia sono rimaste a Piacenza, a spegnersi lentamente e inesorabilmente di fronte alla malattia che le ha colpite entrambe. Avevano sempre detto che, dopo avere vissuto una vita insieme, sarebbero certamente morte insieme. Mia mamma rideva, quando lo dicevano, ma io ho sempre creduto che sarebbe andata proprio così. E infatti. E dico che questa mi sembra una cosa buona e giusta, anche se per noi che restiamo è un duro colpo perderle insieme, ma dal loro punto di vista – che è ciò che conta – è la cosa migliore di tutte.

Non hanno voglia di spargere troppo la notizia in giro; da orride borghesi quali si definiscono tengono alle apparenze, al decoro e alla riservatezza.
Con understatement invidiabile mia nonna, quando al telefono qualche conoscente (non intimo) chiede Come va?, risponde invariabilmente:
- Non ci possiamo lamentare –
E anch’io, in effetti, mentre mi approprio come ogni anno della mia solita camera o mentre mi avvoltolo goduriosamente nel mare – mentre penso a loro due – so che non mi posso lamentare, nonostante sia strano questo vivere divisa su due binari con direzioni opposte: la mia felicità di vivere da un lato, la loro morte in arrivo, dall'altro.

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categoria:nonna, morte, felicità, prozia
lunedì, 28 maggio 2007

Bolognese con bufala

[Una vita]

Quando, alcuni anni fa, li abbiamo visti arrivare, impossessarsi del locale (allora molto piccolo) e iniziare a lavorarci in modo indefesso, la curiosità era grande in tutta la zona.
- Vedremo quanto dureranno questi – aveva sentenziato il perfido Marmocchi mentre lucidava la sua macchina in garage.
Era da anni che quel locale veniva preso in gestione, tramutato di volta in volta in bar, pasticceria, pub infine, e dopo poco regolarmente falliva. Una volta fu anche incendiato; si parlò di racket. A Bologna? Sì.
Poi arrivarono loro, “i calabresi”, un vero clan familiare (nel senso migliore del termine), e lo aprirono come bar – pizzeria. Fu davvero difficile ingranare, un po’ per la brutta fama di cui quel locale aveva sempre goduto, un po’ per la concorrenza impietosa di un  ristorante – pizzeria storico, e molto famoso a Bologna, situato nella stessa via. Che bisogno c’era di un’altra pizzeria?

Ma poi, a poco a poco, i primi curiosi assaggiarono le pizze dei “calabresi” e le trovarono molto buone. Venne aperta la nuova biblioteca di quartiere a due passi dal bar e costruiti nuovi palazzi nei dintorni; nuovi clienti affluirono nel locale.
Si sparse la voce che la pizza era buona, che il posto era semplice ma simpatico.
Quando mia madre trovò uno scarafaggio arrostito in una pizza alle verdure comprata nel glorioso e antico ristorante all’angolo, anche noi ci convertimmo al nuovo locale, così comodo, poi, sottocasa.

Tutta la famiglia ci lavorava: fratelli, mogli; perfino i bambini, nel tempo libero, dopo aver fatto i compiti, davano una mano, in un clima di grande allegria benché nessuno battesse la fiacca.
Gli affari cominciarono ad andare a gonfie vele e recentemente è stato fatto il grande salto: l’ampliamento del negozio tramite l’acquisto dei locali a lato e la sua trasformazione in vero e proprio ristorante (pur restando sempre anche bar e pizzeria). Finalmente, nonostante il lavoro fosse aumentato, si poteva tirare un respiro di sollievo: ormai era fatta.

Chi non tirò alcun respiro fu il principale artefice di questo grosso successo, il motore di tutto, colui che ci aveva sempre gioiosamente creduto: il signor Alfonso, sua maestà il Pizzaiolo, nonché il più “anziano” della famiglia, con i suoi 49 anni. Era lui il capo ed era quello che lavorava di più e più faticosamente: sempre a preparare pizze, infornarle e sfornarle meravigliosamente appetitose, e sempre col sorriso, nonostante soprattutto d’estate il sudore lo facesse soffrire. Essere parecchio sovrappeso non lo aiutava.

Quando entravo nel locale col mio sorriso pavloviano (mi affiorava sul viso al solo aprire la porta della pizzeria, pregustando già la bontà che di lì a poco avrei assaporato) e lui mi vedeva, sorrideva osservandomi ed esclamava cose come: Ecco la mia stellina! o Ciao piccola! (nonostante io abbia la mia ragguardevole età e non sia neanche bassa di statura. Ma anche il fornaio e il meccanico e molte altre persone mi apostrofano così quindi ho qualcosa di strano sicuramente che richiama il vezzeggiativo); se segnava lui la mia ordinazione mi prendeva in giro ridendo come un matto perché chiedevo quasi sempre la stessa pizza: Bolognese con bufala (cioè: pomodoro, mozzarella di bufala, prosciutto cotto, wurstel, olive e funghi). Se ero a portata di mano mi dava un buffetto sulla guancia (io sono a favore dell’abbattimento o almeno dell’assottigliamento delle barriere tra gli individui e pertanto gradisco i buffetti e simili espressioni fisiche di simpatia e anche questo devo averlo scritto in faccia perché ne ricevo molti dalle persone più disparate). Mentre cucinava le pizze mi piazzavo davanti a lui e osservavo curiosa il procedimento; lui ogni tanto sollevava lo sguardo e mi sorrideva divertito; a volte, ammiccando, mi faceva vedere che mi metteva un po’ di condimento in più. Chiacchieravamo di calcio e dei suoi figli (a uno di loro avevo insegnato le moltiplicazioni a due cifre una sera che stava facendo i compiti seduto poco distante da me e per molto tempo, prima che ci conoscessimo meglio, per lui fui Quella delle moltiplicazioni!).

Mentre preparava le pizze, il signor Alfonso riusciva anche a tenere tutto il resto sotto controllo: gridava ordini a destra e a manca perché nessun cliente venisse trascurato e i familiari eseguivano. Era sempre sorridente e bonario, nonostante tanto affanno.
Di sicuro andava fiero della sua famiglia, del suo lavoro e del locale che dopo tanti sforzi finalmente consentiva loro di vivere una vita serena.

Sabato mattina, mentre era al lavoro come sempre, si è accasciato dietro la cassa; l’ambulanza è stata chiamata immediatamente ed è giunta subito ma lo stesso troppo tardi: era già morto. Un infarto.

I miei amici che erano nella biblioteca hanno sentito delle urla e dei pianti fortissimi; sono usciti di corsa e hanno visto i familiari del signor Alfonso che si disperavano.  

Il locale è chiuso per lutto. Sono partiti tutti per la Calabria, dove verrà sepolto.

Si dice che siano una famiglia di cardiopatici e che lui infatti soffrisse di cuore. Aveva solo 49 anni ed era un pizzaiolo e, da quel che ho potuto vedere, un uomo e un padre di famiglia eccellente.

Io mi sento triste come mi fosse mancato un parente, una persona amica. E volevo almeno che anche voi sapeste che è esistito questo pizzaiolo che adorava il suo mestiere e che sapeva preparare ridendo una meravigliosa Bolognese con bufala e chissà quante altre meravigliose pizze.

Uffi!
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categoria:persone, morte
martedì, 10 aprile 2007

Noi, orridi borghesi

Come da tradizione, ho trascorso le vacanze pasquali a Piacenza, dove risiede gran parte della mia famiglia materna, in particolare nonna e prozia.
Al mio arrivo ho l’abitudine di aggirarmi per l’appartamento in una sorta di giro di ricognizione. Fino a qualche tempo fa questo aveva un senso: c’era sempre qualcosa di nuovo da scoprire, perché mia zia vive praticamente per abbellire la casa arricchendola con oggetti sempre nuovi. Ma ora mia zia è in ospedale e a mia nonna non interessa nulla di avere un ninnolo in più o in meno.

Seduta sull’ampio divano rosso antico mi guardo attorno. Ricordate le buone cose di pessimo gusto di gozzaniana memoria? Ne sono circondata. Non a caso, durante le mie ribellioni adolescenziali quella casa rappresentava per me il peggio del peggio. L’istituzione da abbattere. Tavolini e tappetino da bridge innanzitutto.

Ma mia zia sta male, ora. Prima di peggiorare e di essere ricoverata prima all’ospedale poi in un hospice (dove tuttora si trova, in attesa di tornare a casa) mi ha fatto venire da Bologna per mostrarmi l’eredità, pur sapendo benissimo che non me ne importa niente (voglio solo le fotografie di famiglia, io). Eppure, per farle piacere, ho girato con lei tutta la casa, ispezionando ogni oggetto di valore, di cui ho ascoltato la storia; ho stilato elenchi dell’argenteria, dei quadri e di ogni altra cosa preziosa. Ho sostato di fronte ai quadri degli antenati ascoltandone per la milionesima volta l’intera biografia.

Tornata a casa mia, ho poi riguardato i vecchi filmini di famiglia, che ormai conosco a memoria: mia mamma e i miei zii erano bambini piccoli, mia nonna aveva poco più degli anni che ho io adesso. Erano gli anni’50 e ’60 e tutta la famiglia era in villeggiatura a Riccione. Uno zio riprendeva tutto con la cinepresa. Mia zia giocava a posare da diva, e le veniva benissimo.

Questi filmini quand’ero piccola venivano proiettati su un muro, poi sono stati trasferiti su videocassetta e ora su dvd.
Questo significa che sopravvivono e sopravviveranno ai loro interpreti. Purtroppo non basta trasferire le vite umane da un supporto all’altro per farle durare di più.

Mia zia (che è poi la mia prozia) ha avuto una vita avventurosa e anticonformista.
L’ho sempre sentita iniziare tante frasi con l’espressione Noi orridi borghesi; frasi in cui stigmatizzava i tanti difetti di quella grande borghesia lombardo-veneta cui in realtà è sempre stata orgogliosa di appartenere. Non mi è mai sfuggito il sottile compiacimento con cui si definiva orrida.

Anche nel letto dell’ospedale, lei si deve distinguere: sempre in ordine (benché con flebo e tubi per l’ossigeno a invaderle il corpo), con la sua camicia elegante, il foulard in testa; ha voluto che comprassimo chili di ovetti di cioccolato che poi lei stessa ha elegantemente distribuito alle infermiere che si alternano al suo letto.

A casa sono pronte delle lenzuola di raso blu. Quelle in cui vuole chiudere gli occhi per l’ultima volta.
È dalla scorsa estate che ci scherziamo tutti su (lei compresa): lo chiamiamo “il baldacchino”, quel letto in cui vuole la sua bella morte.

E se poi ci sbagliamo e mettiamo le lenzuola in anticipo, tu le vedi e muori per lo spavento?
Questa stupida battuta la fa sempre ridere. Gliel’ho ripetuta anche domenica, quando abbiamo festeggiato la pasqua tutti insieme nella sua stanzetta.
E di nuovo lo ha detto :
-Noi orridi borghesi ci teniamo alla forma, anche in punto di morte. È più forte di noi.-

Ed ecco perché ci stiamo tutti dando da fare perché possa tornare a casa sua; non può morire lontano dalla casa a cui ha dedicato gran parte della vita, lontano dalle sue cose, dalle sue lenzuola e dai suoi quadri.
Non può mancare l’ultimo appuntamento con la sua morte da splendida borghese.

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categoria:persone, morte, prozia
mercoledì, 28 febbraio 2007

Carlo disimpara a vivere

[L’anno della Grande Fuga]

Quando avvenne, esattamente, non si sa. Quello che si sa, quello che è stato ricostruito, è che dopo avere tanto meditato, dopo essersi scontrato più volte con la realtà, sentendosi impotente di fronte al peso terribile della sua vergogna (solo le persone serie si vergognano delle proprie colpe), Carlo decise che questo pianeta non era il posto adatto a lui, né lui era adatto a questo pianeta.

Che sia stata l’illuminazione di un momento o una consapevolezza fiorita lentamente nel corso di giorni vuoti e lunghe notti, Carlo, a 29 anni, decise di disimparare a vivere. E di programmare la Grande Fuga.

Essendo un tipo romantico, oltre che molto insicuro, l’addio fu lungo e meditato, la fuga accuratamente progettata.

Per prima cosa, si licenziò dallo zuccherificio in cui era stato costretto a lavorare.
Disdisse gli appuntamenti già fissati, tramite agenzia matrimoniale, con alcune signorine.
Di esami all’università era già da tempo che non ne dava più (fingeva soltanto).
Si congedò dolcemente dagli amici (ne aveva molti) senza che loro si accorgessero che era un congedo.
Suonò la chitarra l’ultima volta (con enorme fatica scorreva il plettro sulle corde), per il matrimonio del suo migliore amico (le promesse si adempiono, anche quando un buco nero ridisegna i confini del cuore).
Stabilì una data per la partenza: a fine mese, il giorno in cui avrebbe personalmente ritirato la pensione della madre e della zia (se ne sarebbe andato come un ladro, è il caso di dire).

Poi, sistemate queste faccende, quando mancava poco più di una settimana al grande viaggio, sollevò la cornetta del telefono e chiamò la sorella a Bologna. Le chiese di mandargli a Piacenza la nipotina prediletta, della quale appena due mesi prima aveva festeggiato l’undicesimo compleanno. I genitori della ragazzina dissero di no: la figlia non poteva perdere una settimana di scuola. Carlo implorò. La nipote, allertata dallo zio, inscenò un’esasperante sequela di pianti, digiuni e urla lancinanti. I genitori dopo due giorni di tale tortura cedettero e di lì a poco zio e nipote si abbracciarono alla stazione di Piacenza.

«Questa settimana staremo sempre insieme», fu la promessa.

E così fu. Uscivano insieme la mattina presto, tornavano a volte a pranzo per poi uscire di nuovo fino al tramonto. Spesso restavano fuori tutto il giorno, nonostante i rimproveri della madre di lui (e nonna di lei).
Cosa facevano? Camminavano instancabilmente tenendosi per mano. Parlavano e si confidavano timori, gioie e tremori come fossero due adulti. Percorrevano in lungo e in largo la città nella quale lui era cresciuto e che si apprestava a lasciare. Visitavano tutti i luoghi della sua infanzia in una dolorosa via crucis.
«Questa era la mia scuola elementare. C’era una maestra terribile, certe volte mi picchiava»;
«Questo il liceo classico. Se tornassi indietro non lo rifarei. Era stata la famiglia a insistere che dovevo andarci».

Ogni luogo un brutto ricordo, un rimpianto.

Poi, i posti belli, i loro posti.

Il Po. Ore e ore le passavano sugli argini del grande fiume, a tirare sassi e bastoni, a giocare ai contrabbandieri, a rotolarsi tra foglie e rametti scricchiolanti.
Il Facsal, un lungo viale pedonale alberato con annessi giardini pubblici e giostre.
Cinema, almeno un film al giorno, se non di più; film da grandi. In una settimana la ragazzina si fece una  cultura in tema di sesso e robe da adulti che, tornata a Bologna, elargì poi generosamente alle amiche conquistando una notevole popolarità a scuola (cosa di cui resta eternamente grata all’amato zio).
La sera si rintanavano nella cameretta di lui, dove ascoltavano i suoi dischi, leggevano fumetti e chiacchieravano per ore. Ogni tanto lui accennava al suo dolore, al bisogno di andarsene, e scrutava le reazioni di lei. Lei aveva capito tutto ma reggeva il gioco. Solo la notte ogni tanto piangeva. Di giorno, invece, risate sfrenate, tra una confidenza e l’altra. E regali su regali, lui le comprava qualsiasi cosa.

L’ultima sera, la sera del 27 febbraio, nella stanzetta di lui.
«Se domani ti dicono che me ne sono andato, non ti spaventare».
«Va bene».
«Non dire che lo sapevi. Fai finta di niente».
«Non sono mica scema».
«Può darsi che non ci vedremo più…».
«…».
«Mi prometti che non piangi?»
«Yessss!».
Sfregatina complice di nasi e ultimo round di lotta libera sul pavimento, con morsi a profusione.
Durante la notte lei si infilò nel suo letto e dormirono insieme, appiccicati.

La mattina dopo prepararono entrambi le loro valigie: lei sotto lo sguardo premuroso della nonna, lui in gran segreto.
La nonna la accompagnò in stazione, la mise sul treno e lei tornò a Bologna.
Lui andò a ritirare le pensioni, le intascò, salì su un treno e partì verso l’ignoto.
Sul tavolo della sua camera aveva lasciato una lettera in cui chiedeva scusa a tutti, per ogni minima cosa; chiedeva scusa perfino al nipotino nato un mese prima.
Quando verso sera la lettera fu scoperta e i parenti allertati, scoppiò un gran trambusto in famiglia. La ragazzina vide sua madre scoppiare in lacrime. Lei invece sorrideva tra sé e sé (Ce l’ha fatta!, pensava).

Un mese dopo il corpo dello zio fu trovato senza vita in una cittadina del centro Italia. Aveva vissuto, in quel mese, come un barbone.

La ragazzina non pianse mai per lui e per questo è stata spesso rimproverata («Sei senza cuore! E pensare che lui ti amava tanto!»).

Adesso quando va a Piacenza dorme nella stanzetta dello zio, dove tutto è rimasto come allora, anche il calendario è fermo alla stessa pagina: 28 febbraio 1988.

Se la ragazzina, che adesso è una donna, apre l’armadio e affonda il naso tra i vestiti dello zio, ne risente l’odore intatto.

 


[P.S.: il titolo di questo post l’ho “rubato” a Gadda. Il post nonostante il contenuto non vuole assolutamente rattristare nessuno, né sono triste io. Quando un uomo che si prepara a morire è capace contemporaneamente di trasmettere una cosa così grande come l’amore per la vita a una nipotina che ama, anche se muore non muore. È solo andato, come diceva lui, su un altro pianeta. Ma io, adesso che ho la sua età, ci tenevo a ricordarlo su questo pianeta (ecco perché ho scritto un post così personale sfidando il mio pudore, e se a qualcuno può avere dato fastidio, ha ragione e me ne scuso)].

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categoria:persone, morte
venerdì, 16 febbraio 2007

Dedicato a Dracula

[non il vampiro, un matto. Un amico]

La malattia mentale è come la legione straniera; accoglie chiunque, se ne frega della sua identità, gli dà una divisa, lo segue per tutta la vita.

Liberarsi dalla malattia – se uno ci riesce -, ritornare da una terra di nessuno… e accorgersi che per gli altri è sempre ancora lì. Lui è guarito, o almeno domina il suo male, ma tutti continuano a vederlo sempre e solo malato, perché si sono abituati così, poverini, e ci restano male se le cose cambiano.
Perciò nelle discussioni, anche in quelle che lo riguardano, non ha voce in capitolo, perché tanto è pazzo, o meglio “non può capire”, “non sa cos’è meglio per lui”. E il poveretto in questione non può a questo punto tentare di dimostrare la sua sanità mentale, perché come fai a dimostrare di non essere pazzo?

Questo perenne non ritorno cui gli altri ti condannano mi ricorda tanto alcuni cari versi di Cesare Pavese:

Uno crede che dopo rinasca la vita,
che il respiro si calmi, che ritorni l’inverno
con l’odore del vino nella calda osteria,
e il buon fuoco, la stalla, e le cene. Uno crede,
fin che è dentro uno crede. Si esce fuori una sera,
e le lepri le han prese e le mangiano al caldo
gli altri, allegri. Bisogna guardarli dai vetri.

Questo schifo di post sconclusionato è per il mio amico Dracula, un matto doc, che ha passato tutta la vita a guardare gli altri dai vetri, ieri si è stancato e si è ucciso. Così con questo tragico atto di volontà forse ha dimostrato, troppo tardi, di non essere un pazzo.

Non ho scritto questa roba per rattristare qualcuno, ma perché capita a tutti di avere paura di fronte ai matti, ai malati di mente, e perfino chi soffre “semplicemente” di depressione spesso è tenuto a distanza come fosse appestato. Non è che un matto non abbia un cuore (in giro c'è perfino l'idea che i matti siano sempre felici come dei bambini - come se i bambini fossero felici, poi - e non si accorgano delle prese in giro e degli sberleffi, o dell'indifferenza). Non è che la malattia mentale sia per forza una condizione permanente, senza variazioni. Nessuna condizione umana è immobile. L’immobilità non appartiene all’essere umano. Le persone cambiano, tutti cambiamo, non riconoscere questa semplice verità (per paura, ignoranza, comodità e non so che altro) ci trasforma in carcerieri di anime. Vogliamo davvero essere dei carnefici?

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categoria:poesia, persone, paura, morte
giovedì, 08 febbraio 2007

Il campione e la vergogna

[Questo sentimento sconosciuto ai più]

Non trovo giusto che ormai un uomo non faccia in tempo a morire che già è pronta la fiction con la storia della sua vita! Io non posso abituarmi a questo.

Lunedì sera su rai 1 hanno trasmesso il film sulla vita di Marco Pantani. Ho provato a cominciare a guardarlo, ma dopo un po’ non sono riuscita ad andare avanti. Dopo soli tre anni, vedere al posto di Marco un altro con un’altra faccia e un’altra voce era assurdo (sarò strana, ma ho sentito crearsi un dislivello nella mente, che non riusciva a raccapezzarsi, a far combaciare attore e personaggio). E’ passato troppo poco tempo, ho ancora impressi nella mente il suo viso, i suoi movimenti, la sua voce. Ho registrato il film e forse lo guarderò in futuro, se mi andrà.

Noto che dopo lo choc iniziale il circo del ciclismo è andato avanti col suo doping e col suo marciume (basti pensare ai tristi casi della scorsa estate al Giro e al Tour). Proprio com’è sempre successo anche al mondo del calcio (quante volte dopo l’ennesimo morto abbiamo sentito le stesse parole di questi giorni?).

Ho cercato tra i miei diari e ho recuperato quello di tre anni fa. Non lo faccio mai (e non intendo cominciare adesso) ma farò un’eccezione solo per stavolta: ricopio qui quel che gli ho scritto il giorno dopo la morte. Roba in stile beceramente tardo-adolescenziale, vi avviso (del resto le sue imprese hanno accompagnato quella fase della mia vita). Ma se qualcuno, al di là dei luccichii dei trofei, gli ha voluto bene forse ci si riconoscerà. Altrimenti, perdonate lo sproloquio.

Quando cominciava la salita cominciava la tensione: Sta per scattare, mi ripetevo. E infatti, gli avversari già arrancanti, tu ti drizzavi sui pedali, inarcavi la schiena: era il segnale. Mi percorreva un brivido e ti vedevo partire, gli altri sempre più distanti e pesanti; risento la voce roca del vecchio De Zan accompagnare col suo entusiasmo la tua fatica.

Mi rivedo nell’estate del ’98, quella magica folle estate, pedalare, con la tua bandana in testa, sulla mia bici per le strade assolate di Romagna, diretta a Cesenatico per i grandi festeggiamenti in tuo onore. Il paese era tutto colorato di giallo e rosa, i colori dei tuoi trionfi. Abbiamo festeggiato come pazzi, sono tornata a casa che era già notte, pedalando ubriaca per tutto il vino trangugiato in tuo onore e per la gioia sfrenata e gli 80 km che avevo nelle gambe.

Ricordo quando a Riccione andavo su al paese vecchio a guardare con gli anziani nel bar le tappe del Tour, e si commuovevano anche loro. Tutte le lacrime di gioia, tutte le emozioni che mi hai fatto provare.

[…]

Il resto ve lo risparmio, resterà nel mio diario.

Come avrete capito, amo il ciclismo e a Pantani in particolare sono legati miei bellissimi ricordi sia dell’adolescenza sia del tempo strambo che è venuto dopo (l’attraversamento della linea d’ombra, per intenderci).

Certo, nel ’99, quando gli trovarono l’ematocrito alto e fu espulso dal Giro, provai una delusione e una rabbia tremende. Per tanto tempo in passato quando stavo male avevo guardato a lui, che dopo ogni incidente si era rialzato e ce l’aveva fatta. E ora mi sentivo tradita e non volevo più saperne niente.

Poi però ho cominciato a sperare che tornasse sui pedali, pulito, e quando ci ha riprovato ero di nuovo lì che tifavo per lui, mentre un sacco di gente (anche giornalisti che oggi saranno lì a commuoversi davanti al film) ironizzava e lo prendeva in giro (al grido di spompato! e simili).

Ho ricominciato a sperare perché mi ero resa conto che alla fine lui pagava per tutti, e sapete perché? Perché, se ci fate caso, lui è stato l’unico a provare un certo sentimento che oggi tutti schifano: la vergogna. Tutti quelli che gli stavano vicino dicevano proprio questo: che lui non riusciva a ricominciare perché si vergognava davanti ai suoi tifosi. Poi ha cominciato a prendere cocaina e si vergognava ancora di più. Nel frattempo ciclisti dopati venivano sospesi dalle gare e dopo un po’ tornavano col sorriso sulle labbra, con arroganza perfino. Non parliamo della droga; gente come Kate Moss gode di venerazione immeritata da quando si è rivelata per la drogata che è.

Io non vedo quasi nessuno provare vergogna per qualcosa di brutto che ha commesso.

Marco Pantani si è vergognato e ha pagato con la morte.

Grandi parole sul momento e tutto procede in modo schifosamente regolare. 

Io d’estate mi piazzo la bandana in testa e parto su per le salite di Romagna fino a sfiancarmi di fatica, finché non mi sento felice. Felice come un tempo.

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categoria:persone, morte, tv
lunedì, 29 gennaio 2007

La notte scorsa, verso le due, ero ancora qui, inchiodata al mio pc a scrivere della roba che devo consegnare entro pochi giorni al lavoro (mi riduco sempre all’ultimo con le scadenze e in questo periodo non mi sento neanche motivata). Nel letto che sarebbe di mia sorella dormiva mia nonna, arrivata nel pomeriggio da Piacenza. La mattina dopo (cioè stamattina) sarebbe stata ricoverata in ospedale.

Mia nonna è lì che dorme, dunque, e io non so come faccia a dormire beatamente con la luce accesa che proviene da qui, dalla mia scrivania, ma ci riesce. Così a un certo punto, stanca e con i neuroni ormai già dormienti, mi alzo e, piano, mi avvicino al suo letto. Dorme su un fianco, tutta coperta, di lei emerge solo la testa, i suoi capelli biondo cenere. Non so perché – mia nonna non è bassa di statura – ma a vederla così sembra piccola e fragile. Sembra serena, il suo sonno pare quello di mia cugina piccola quando dorme, proprio abbandonata, fiduciosa. Chissà come sono io quando dormo, penso. Probabilmente tesa e per niente abbandonata (certe volte al mattino mi sveglio che mi fan male i denti; secondo me perché li ho tenuti serrati tutto il tempo). Insomma la guardo e penso a quante volte lei avrà fatto lo stesso con me quando da piccola dormivo a casa sua. Avrà provato almeno la stessa tenerezza che improvvisamente provo io adesso guardando lei. Mi sopraffà, questa tenerezza, tutt’a un tratto. Non mi si forma nemmeno il nodo alla gola perché stavolta, a differenza del solito, non faccio niente per trattenere le lacrime. Scorrono e basta, ma tranquille, senza singhiozzi o sussulti disperati. Infatti non sono disperata. Mia nonna sta morendo, lei lo sa e lo sappiamo tutti. Sì, una parte di me non lo accetta. Ma cosa devo fare? Arrabbiarmi? Chiedere a Dio che salvi mia nonna? Farmi venire una crisi isterica ogni cinque minuti? Più che andare dai medici e farle seguire tutte le cure possibili (che però ormai non possono essere risolutive), non posso fare proprio niente, tranne amarla.

E di fronte a questo tutte le scadenze, le beghe quotidiane, la tesi, tutto mi è sembrato incredibilmente piccolo, facile, affrontabile.

Sono andata a letto e al mattino mi sono svegliata senza mal di denti.
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categoria:persone, nonna, morte
giovedì, 28 dicembre 2006

È bellissimo il crepuscolo visto dalla mia finestra. I rami degli alberi incrociandosi formano delle ragnatele che risaltano così nettamente sullo sfondo del cielo che da azzurro si fa violetto per poi, tra un po’, oscurarsi del tutto. Nel fondo una strana luce tra il rosso e il viola emana riflessi che danno profondità a questo quadro che ho davanti. Visto dalla mia finestra sembra la cupola di una grande cattedrale. Da qualche giorno l’atmosfera è stranamente tersa, il cielo limpido, freddo. I contorni delle cose risaltano in tutta la loro nettezza.

Oggi ho fatto una passeggiata nel quartiere. C’è meno gente per strada e poche macchine. Seduta su una panchina nel parco vicino a casa ho guardato il silenzio (sì, il silenzio si può guardare). La natura viveva la sua vita invernale fatta di stasi e pochi movimenti quasi impercettibili dall’esterno. Il trionfo della potenza sull’atto.

Sono questi i momenti in cui percepisco la durata delle cose a dispetto della precarietà della vita. Ed è una sensazione che mi conforta, perché in questo periodo sono assediata dalla Malattia (altrui) e dalla Morte. Eppure non riesco a sentirmi particolarmente triste o disperata. Anzi, una grande fiducia cresce in me e io non faccio altro che accoglierla.

(Ieri notte però ho pianto un po’)

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categoria:morte, felicità, camminando