sabato, 14 giugno 2008

Il punto della situazione

Che giorni intensi sono stati questi ultimi per me!

Tralasciando le cose più tragiche e realmente serie, ecco un piccolo resoconto.

  • per cercare di placare lo stress che mi stava letteralmente torcendo le budella (scusate la raffinatezza), ci sono ricascata: mi sono recata in erboristeria e ne sono uscita con un boccettino di “erbe della notte”, un mix di sette erbe calmanti (biancospino, valeriana, escolzia – questa mai sentita – e altre). Aggiunte alla camomilla serale e all’ascolto compulsivo di Mozart (che sembra avere poteri rilassanti, calmanti e nel contempo stimolanti l’intelligenza), il risultato è stato che alla fine ero così rilassata da sfiorare l’intontimento spinto. Non riuscivo più a studiare e rischiavo di addormentarmi sul testo che dovevo adattare…
  • Un altro efficace metodo anti-stress (e senza effetti collaterali) è la lettura dei Peanuts. Sto acquistando, man mano che escono, i volumi della raccolta definitiva delle storie dei Peanuts (contengono tutte le strisce dalla prima uscita – nel 1950 – all’ultima). Ve la consiglio, è un’edizione un po’ costosa ma curatissima – sia a livello grafico che di contenuti (c’è un apparato redazionale molto ricco) – curata da Seth (un fumettista americano che amo molto e la cui poetica è in piena linea con Charlie Brown & C., pur proponendo storie diverse). L’edizione italiana è la riproposizione fedele in tutto e per tutto (anche nel formato) dell’edizione americana. È davvero bello leggerli in ordine cronologico perché permette di seguire i personaggi dalla loro nascita, a volte restandone stupiti: Lucy, per esempio, da piccola mi è simpaticissima mentre “da grande” è effettivamente un po’ troppo autoritaria, scorbutica e pignola… Tutti i personaggi hanno subìto delle evoluzioni nel corso dei 50 anni ed è proprio coinvolgente poterli seguire passo passo!
  • Alle ore 4,30 del mattino, nella notte tra mercoledì e giovedì, ho capito Il disagio della civiltà di Freud (che fino a poche ore prima mi risultava incomprensibile in tutta la seconda parte). Ciò mi è servito per l’esame del giorno dopo ma forse era meglio se continuavo a non capirlo.
  • Ieri, mentre cercavo di passeggiare assieme a un amico sotto la pioggia in stile autunnale che ci allieta nelle ultime settimane, ho capito che io, le cose che mi succedono, ho proprio tanto bisogno di raccontarle, ma non è sempre facile trovare qualcuno che sia interessato ad ascoltarle (ecco perché ho un blog, ha detto lui)
  • Nei giorni scorsi ho anche conosciuto due persone molto simpatiche e ho avuto un brutto litigio con l’amico di cui sopra. Litigare è una cosa che mi capita molto raramente, ma sapete una cosa? Fare la pace, dopo, è stupendo! Ogni tanto un litigio ci vuole proprio!
  • E infine, gli Europei. Non per fare la disfattista, ma vi confesso che, da anni, ho un debole per l’Olanda (intesa come squadra di calcio), mi piace come gioca. I goal di ieri contro la Francia sono stati bellissimi! Che partita (soprattutto dopo quella “palla” di Italia-Romania)! Ho un unico appunto da fare a quella squadra: ma come si fa a mettere quei calzettoni azzurrini con una maglia arancione?! È un accostamento inguardabile!! Chi è il sarto che li manda in campo conciati in quel modo?? A parte questo, martedì ci sarà da divertirsi (speriamo) e invidio un po’ mia sorella che sarà a Napoli, dove sanno come festeggiare (o disperarsi) per queste cose (era lì anche durante i mondiali di due anni fa…).
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domenica, 25 maggio 2008

Dio, ti ringrazio per avere creato B.B. King

Questa è l’ispirata preghiera che mi sale dal cuore, dal corpo e dalla mente ogni volta che ascolto, ballo, canto, vivo la musica del mio amato B.B. King.

06-142g

Ascolto e amo tutto ciò che è blues, da quello più tradizionale (direttamente dai campi di cotone di cent’anni fa...) a quello contemporaneo. Il blues è la mia musica del cuore, il Delta del Mississippi il mio locus amoenus emotivo.
E in tutto ciò, B.B. è sempre e comunque una spanna più su di tutti gli altri.

 

bbkingMi emoziono con Mozart, “soffro” con i Radiohead, mi “spappolo” con Vasco, mi consolo con i Mercury Rev, ascolto classica, rock, pop, qualche italiano. Ascolto pure il canto gregoriano, la musica medioevale e quella rinascimentale.

Ma B.B. è l’unico che mi prende, mi solleva e mi fa volare.

Quando sono felice amplifica la mia gioia e la trasforma in giubilo. Quando sono triste o stritolata dall’ansia (come oggi, che non so perché mi è venuta un’ansia generalizzata strizzabudella) mi toglie il peso dal cuore e lo scioglie in leggera ebbrezza.

Ascoltare B.B. King è la mia piccola grande benedizione a portata di mano.

The King of the Blues quando canta e suona con la sua Lucille (la sua amata chitarra) è gioia pura, si sente proprio la felicità di vivere che ha nel cuore, me la sento scorrere nel corpo, mi sento esplodere i sensi, le emozioni e lo spirito tutti insieme. Vicina alla terra e vicina al Cielo. Per me è il massimo. Grazie B.B., che Dio ti benedica sempre.

Questa è una pura, esaltata, appassionata dichiarazione d’amore. Quando ci vuole ci vuole!

bb_king

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martedì, 15 gennaio 2008

Gentlemen canterini

Oggi ho pensato che se anche, per caso, ne avessi l’opportunità, non sposerei mai un cantautore, per un milione di buoni motivi ma soprattutto perché, in caso di tradimento da parte sua (atto già in sé terribile, atroce, ferale e umiliante – non so se mi sono spiegata! - ) non vorrei poi vedermi anche svergognata davanti a tutto il Paese; perché non so se avete notato l’esistenza di questa curiosa regola: ogni comune marito è pronto a negare fino all’inverosimile l’avvenuto tradimento, e di certo non lo pubblicizza; il cantautore invece ci scrive su una canzone, ufficialmente per chiedere perdono ma nella quale, tra le righe, si giustifica e si glorifica, presentandosi alla fine come uomo sensibile, romantico e innamorato. Il cantautore sente questo incoercibile bisogno di informare il mondo della sua spregevole azione, facendola passare per il contrario di ciò che è, e così facendo si sente anche particolarmente buono e meritevole in automatico di perdono, se non di santificazione. Che la povera moglie venga in tal modo ulteriormente tradita e umiliata non gli passa neanche per la testa; del resto lui sarà troppo occupato a rilasciare interviste sull’argomento e scalare posizioni in classifica (di solito questo tipo di canzone piace tantissimo, soprattutto alle donne - vai a capire perché - e quindi stravende). Alla fine pretenderà pure di essere ringraziato

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mercoledì, 29 agosto 2007

Walking to New Orleans



Il 28 agosto di due anni fa, mio padre e io scendemmo in cortile per scattare delle fotografie. Dovevamo finire un rullino; mio padre fotografò me sulla mia bici azzurra e io fotografai lui, diritto, tra l’erba, fiero di indossare la sua maglietta preferita.
- Fa’ in modo che si veda bene la maglietta! -, insisteva.

Due giorni dopo, tutta la famiglia osservava impotente alla televisione le immagini di New Orleans distrutta non tanto da un uragano quanto dall’indifferenza di chi avrebbe dovuto provvedere a costruire argini adatti a proteggere la città e, in seguito, a garantire un’assistenza dignitosa agli sfollati.

Mentre mia sorella si attaccava invano al telefono per rintracciare la famiglia che l’aveva ospitata per due mesi l’anno prima (riuscì a comunicare con loro solo mesi dopo, erano finiti in Texas, avevano perso TUTTO); mentre mia mamma pregava spolverando i regali un po’ pacchiani che avevano suscitato le nostre risa quando Linda ce li aveva portati dalla Louisiana, e che ora sembravano così preziosi; mentre io e mio padre cercavamo notizie dei nostri bluesman e jazzisti preferiti per sapere se almeno loro si erano salvati (e per casa risuonavano le note di Fats Domino, di Professor Longhair, Son House e così via), andai a ritirare le foto che avevamo scattato due giorni prima: la maglietta di mio padre si vedeva benissimo: il disegno di un sassofono giallo con tante note colorate e la scritta New Orleans campeggiavano sul tessuto nero, ben teso sul petto di papà.

Solo alcuni dati: milleseicento vittime; la gente che non aveva potuto abbandonare la città per giorni e giorni reclusa in uno stadio senza servizi igienici, cibo e medicine; cadaveri lasciati a galleggiare o abbandonati in strada per giorni; i superstiti separati gli uni dagli altri e dispersi – vorrei dire deportati – in stati diversi; le compagnie di assicurazione che non risarciscono un solo dollaro; ricostruzione lentissima, con offerte che fioccano da parte di chi vuole comprare a poco i terreni dei quartieri più distrutti (i distretti più poveri) per trasformarli in ricche aree residenziali… e così via.
Se al governo statunitense ci fosse stato qualcun altro, le cose sarebbero state diverse? Forse sì, forse anche no (sinceramente, non credo che Bush sia l’unico a disinteressarsi dei suoi cittadini più poveri e colorati). Fatto sta che purtroppo tanto l’11 settembre quanto Katrina sono arrivati sotto il signor Bush.

Mi dispiace tanto… ma come insegna il funerale jazz: dopo il triste compianto, la gioia e la rinascita scoppiano giuste e inarrestabili, e nessun uomo può fermare questo. Io  ci credo.

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categoria:musica
venerdì, 06 luglio 2007

Il prodigio

Superate le tristezze, vado al mare per qualche giorno, anche se solo nominalmente (starò chiusa nella casa del mare a studiare, ma almeno saprò di essere al mare, pur non vedendolo).

Ma per concludere il discorso mozartiano, vi lascio con una frase che ogni tanto rileggo perché mi fa ridere (è troppo esagerata per crearmi complessi d’inferiorità). È tratta dalla biografia di Mozart scritta dallo storico Peter Gay, pubblicata da Fazi. Nel primo capitolo leggo la seguente affermazione:

Poco dopo aver compiuto cinque anni Wolfgang fece l’inevitabile salto – inevitabile per lui – da esecutore a creatore.

Capite? A cinque anni, fu inevitabile per lui cominciare a comporre musica anziché limitarsi a eseguirla!

Non so a voi, ma a me – sarò stupida – questa frase fa ridere (oltre a riempirmi d’ammirazione).
Io a cinque anni avevo grossi problemi e patemi nel cercare di memorizzare le canzoni da cantare alle feste della scuola materna… e anche adesso non va molto meglio, in effetti.

Buona fine settimana a tutti, genî e non!

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martedì, 12 giugno 2007

Voglio andare a vivere in campagna

Esperimento: se dico che voglio andare a vivere in campagna, qual è la prima cosa che vi viene in mente?

Perché insomma, dovete sapere che da anni mi succede questa cosa; quando pronuncio la frase Voglio andare a vivere in campagna, o Vorrei vivere (o trasferirmi) in campagna, oppure Basta! Prima o poi me ne andrò a vivere in campagna! (a seconda dell’umore) c’è sempre stato, c’è, e forse ci sarà sempre qualcuno attorno a me che si mette a cantare questa frase (Voglio andare a vivere in campagna) e basta, perché un’altra cosa curiosa è che questa canzone tutti (tranne me) la conoscono ma nessuno la conosce per intero (anzi, tutti ne conoscono questa sola frase).
E questo fenomeno si ripete da anni e con persone diversissime tra loro (per età, classe sociale, provenienza regionale) e nei contesti più disparati; be’, adesso non immaginate che io ripeta ovunque e sempre questa frase; però, le volte in cui l’ho pronunciata (e ormai la pronuncio apposta, per vedere se il fenomeno si ripete, e si ripete), si è sempre elevato, immancabilmente, automaticamente, il suddetto canto.
Trattasi, appunto, di riflesso automatico esteso a buona parte della popolazione italiana (assumendo che il mio campione di riferimento sia abbastanza significativo, e secondo me lo è, trattandosi di ricerca longitudinale, protrattasi negli anni e in posti e contesti differenti).
Ora: già considero preoccupante il fatto che in generale esistano simili automatismi verbali, per cui, al sentire una parola, pigramente le accostiamo subito una e una sola altra parola.
Ma ancor più preoccupante è il fatto che questa canzone – ho scoperto - è stata cantata da Toto Cutugno in non so quale Festival di Sanremo e da allora il suo ritornello si è inspiegabilmente scolpito nel cervello di persone giovani o vecchie (ma soprattutto giovani, molto giovani) e sembra destinato a venire tramandato di generazione in generazione e ora non è più possibile pronunciare una certa frase senza che qualcuno la musichi in tal modo (quasi sentisse il bisogno irrefrenabile di farlo, perché il canto non avviene come battuta che uno fa scherzando, ma parte proprio in automatico, come se uno cantasse tra sé e sé, senza intenzione, senza quasi accorgersene) e, devo dire, questa cosa mi sconvolge un po’ (Toto Cutugno come Dante Alighieri?).

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lunedì, 05 marzo 2007

L’amor io canto…

Vi dico solo che ieri ho passato buona parte del pomeriggio cantando madrigali amorosi cinquecenteschi a quattro voci, di un autore fiammingo di cui non ricordo il nome (è il classico autore sconosciuto che la musicologa che ci ospitava dice di avere scoperto, o quasi. Ma perché i musicologi devono per forza scoprire qualcuno, non lo so. Forse lo sa Giacomino).

Cosa ci facessi io lì, in quel bell’appartamentino in centro, in mezzo a giovani musicofili a me sconosciuti, è difficile da spiegare. So solo che, varcata la soglia in compagnia di un’amica, mi sono ritrovata uno spartito in mano, mi è stata saggiata la voce, ho ricevuto l’etichetta di contralto e mi sono poi ritrovata in cerchio a sfoggiare le mie (inesistenti) doti canore. Da un certo punto di vista era una situazione meravigliosa, il mio ideale, perché amo la musica rinascimentale; in particolare i madrigali (composizioni polifoniche su temi amorosi o naturali) venivano cantati nelle corti rinascimentali o nelle famiglie borghesi come momento ricreativo e gioioso, e io adoro questo genere di attività in cui si unisce il piacevole al bello. Solo che avrei preferito assistere seduta su un divano. A un certo punto, presa dalla disperazione, ho provato pure a “cantare” in playback (anche perché ogni voce in realtà era costituita da una coppia di voci), ma sono stata inesorabilmente scoperta e rimproverata da uno spione che mi stava a fianco. Alla fine ci siamo gustati tè e pasticcini ma anche lì non capivo niente perché essendo tutti musicologi parlavano in gergo stretto e mi sembravano una setta di gente piuttosto inquietante.

Uscita di lì, però, pedalando verso casa nell’aria tiepida della sera, ho ripetuto quei canti nella mente e in effetti ero bravissima…
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lunedì, 12 febbraio 2007

Il vuoto

[Ti darò a una rondine in volo]

Questo post nasce in modo estemporaneo (e, mi dispiace per voi, non lo rileggerò neanche) sull’onda dell’ascolto dell’ultimo cd di Battiato, appena acquistato, perché nonostante fossi anche un po’ distratta per via di cose che stavo rileggendo sul pc, a un certo punto mi è venuto il groppo in gola. Ma com’è possibile? Ero tanto felice e sono tornata a casa con un meraviglioso cappottino nuovo che mi rende così bella (a mio modesto avviso) che ho commesso un peccato di vanità per ogni vetrina che ho incontrato lungo il cammino, o meglio il volo, dato che sono così felice in questo periodo che anche se sembra che cammini in realtà volteggio. E poi arrivo a casa, metto il cd nello stereo, mi siedo al pc e inizialmente, quando la musica parte, penso anche che è uguale a Gommalacca e che quindi sì mi piace perché mi piace Battiato ma non è niente di speciale e inoltre questi contenuti filosofico-orientaleggianti non mi entusiasmano; e poi arriva questa canzone: Niente è come sembra, e senza neanche accorgermene mi sono ritrovata, io che ho il cuore marmoreo, con uno spuntone di pianto in gola. Mi è crollato un masso addosso. Non sono le parole, è la musica. C’è l’orchestra, un basso e una batteria che creano un tessuto sonoro ascendente che mi prende e mi solleva per aria, ma poiché in realtà non volo ecco che tutto si spezza e la gioia del volo precipita in una tristezza infinita. È da quando ho cominciato a ragionare che sostengo che la forza di gravità è la nostra vera dannazione, e ne sono sempre più convinta. Comunque, riascoltandoli, anche gli altri brani, soprattutto quelli dal 4 in poi, sono bellissimi. L’atmosfera dell’album, per parole, musica e anche per lo stile e i disegni del libretto interno, non è genericamente orientale, ma proprio giapponese, e questo lo gradisco parecchio. Ecco, Franco Battiato è uno dei pochi artisti che non mi hanno mai deluso, e dire che di cose ne ha fatte tante e parecchio diverse tra loro: dalle sperimentazioni elettroniche degli anni ’70 al pop, alla musica sacra e tanto altro. A pensarci bene sono di nuovo felice.  

[Franco Battiato, Il vuoto. Per chi ha la cartaPiù Feltrinelli/Ricordi costa 16,90€ anziché 20,90!]

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categoria:musica
venerdì, 29 dicembre 2006

Il 27 mattina, dopo tre giorni di mangiate natalizie e di atmosfera festiva, sono salita in bicicletta e mi sono diretta verso il centro. Arrivata in piazza Maggiore ho legato la bici a un palo e mi sono incamminata per via U. Bassi, in direzione “Ricordi”, con l’intenzione di spendere in cd un po’ dei soldi ricevuti tra compleanno e natale.

Passeggiando ho respirato l’aria a pieni polmoni (nonostante lo smog) guardandomi intorno con una certa soddisfazione. Nelle ultime settimane infatti spostarsi per il centro è stato davvero complicato. Una bolgia di gente intenta a fare compere ostacolava il benché minimo movimento: o camminavi al ritmo della folla e nella sua stessa direzione o venivi impietosamente calpestato. Ogni esitazione o minima deviazione dalla rotta comune era un’eresia da non potersi permettere. Ora invece potevo finalmente camminare spostandomi liberamente a destra e a sinistra sotto i portici. Potevo fermarmi di colpo senza venire spintonata e insultata, perché dietro di me non c’era nessuno, se non qualche passante tranquillo come me.

Poca gente, poche macchine in giro. Sembrava che la città improvvisamente respirasse dopo un lungo periodo di tensione, affaticamento e frenesia. Ho sorriso pensando a questa maratona annuale così stancante a cui ci sentiamo (chi più chi meno) obbligati a sottoporci ogni dicembre. Poi, superato il momento clou, ecco la quiete dopo la tempesta. Visto dall’esterno è un comportamento abbastanza ridicolo e insensato, come peraltro molte delle cose che facciamo.

Anche da “Ricordi” ho potuto girovagare tra gli scaffali indisturbata. E ho fatto un acquisto che ero tentata di fare da un anno e mezzo circa e che finora avevo sempre rimandato: l’ultimo album dei Baustelle (uscito nel 2005), La malavita, e mi sono decisa solo perché costava appena 10 euro. Arrivata a casa l’ho ascoltato inizialmente senza grandi aspettative e ne sono rimasta piacevolmente sorpresa (ha scalzato, temporaneamente, Mozart!). Che dire… non mi metterò qui a fare una recensione perché non ne sono capace, mi limito a scrivere qualche impressione sparsa.

Dei Baustelle conosco anche i due album precedenti, ascoltati grazie ad amici ma mai comprati perché non mi convincevano del tutto, forse perché io presto molta attenzione all’aspetto prettamente musicale e i primi due dischi non mi soddisfacevano molto da quel punto di vista; questo invece è suonato molto bene, forse, in un certo senso, anche troppo, nel senso che sembra tutto molto calcolato e preciso, ma d’altra parte tra i due estremi io preferisco questo, quando si tratta di musica pop; cioè, a mio parere in un disco di Blues o di puro Rock la sporcizia e anche una certa “rozzezza” del suono ci stanno benissimo, anzi sono necessarie, ma in un album pop io voglio il suono pulito: complesso, raffinato, sperimentale quanto si vuole ma pulito e curato. So che molti non la pensano come me e non pretendo di dire una verità assoluta, è semplicemente un mio gusto personale, dovuto forse anche al fatto che l’unico cantautore e musicista italiano che ammiro dall’inizio alla fine è Battiato, il quale sia nel suo lato più pop sia in quello più sperimentale (penso anche alle sue cose degli anni ’70, tipo Fetus) è sempre attento alla sonorità che usa. Ora in questo disco dei Baustelle il suono è corposo, ricco e fluido. Di solito non sono entusiasta dell’uso degli archi nelle canzoni di questo tipo (vedi l’orrido stile sanremese, tipo Vita spericolata con i violini sotto) ma in questo caso i violini a mio parere stanno benissimo (sono presenti in almeno sei brani), perché si mescolano con le chitarre e con una musicalità pop/rock ammorbidendola e dandole “aria” (sarà che non sono ancora uscita dal mio trip vivaldiano) e accentuandone i tratti melodici e “romantici” quando serve (in un riuscitissimo contrasto con l’asprezza dei testi). Comunque ci sono anche molte chitarre e qualche effetto elettronico, non aspettatevi melassa, anzi è decorosamente rock!

Piacevole musicalità, insomma, e melodie che sanno catturare ma non in modo facile e immediato (per apprezzare canzoni come Sergio, Perché una ragazza d’oggi può uccidersi? e Cuore di tenebra ho dovuto ascoltarle più di una volta, entrarci piano piano).

In alcuni punti ammetto di sentirmi proprio trascinata (devo alzarmi in piedi, allargare le braccia e ballare sospinta da quella che io chiamo gioia musicale: una sensazione di ebbrezza fisica che sento salirmi dalla punta dei piedi fino al cervello, con particolari e benefici effetti sul mio apparato cardiocircolatorio. Questo è un criterio molto poco razionale e scientifico, lo riconosco, ma è ciò che mi fa amare un disco (al di là del fatto che qualitativamente lo apprezzi o meno; di solito però le due cose vanno insieme).

Un’altra piacevole sorpresa è il modo in cui le parole si adattano alla musica (o viceversa). Parole e musica sono un tutt’uno, tutto scorre fluidamente e non c’è la “lotta” tra testi e melodie che spesso si sente nelle canzoni italiane a causa della struttura della nostra lingua. Uno dei motivi per cui, pur trovandola interessante, non riesco ad appassionarmi a Carmen Consoli è proprio il suo modo faticoso di inserire i testi nella musica, con tutti quegli avverbi lunghissimi e quei discorsi arzigogolati che a mio parere appesantiscono troppo le canzoni e fanno passare in secondo piano la melodia. Qui invece Bianconi (il cantante e autore dei testi) riesce davvero a fondere parole e musica in modo che si valorizzino a vicenda.

I testi poi sono un altro punto forte (ma questo vale anche per i primi due album): sono caratterizzati da una grande letterarietà, ma anche in questo caso non risulta pesante o troppo evidente (però è divertente riconoscere le varie citazioni): non c’è nessun esibizionismo intellettualeggiante, hanno una loro immediatezza e sono attraversati da una vena noir che caratterizza (già dal titolo) tutto il disco.

Mi sono un po’ dilungata, eh? E non ho parlato di difetti, perché di solito quelli emergono a poco a poco. Non so prevedere per es. se questo entusiasmo iniziale si protrarrà nel tempo o se dopo un po’ mi dimenticherò quasi di possedere questo disco. Solo il tempo lo dirà, come si suol dire. Per ora me lo ascolto, e, buona ultima (è uscito da un anno e mezzo!), lo consiglio.
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