venerdì, 17 agosto 2007

Il prozio prodigo

[Questa storia è accaduta proprio di questi tempi, cinque anni fa, al mare]


- E adesso? Cosa gli diciamo? – chiese la mia prozia Nena a sua sorella, con voce angosciata.
- Gli diciamo Ciao -, le rispose mia nonna con tono seccato e colmo di rimprovero. Non valeva davvero la pena stare in ansia.
Eppure, i visi di entrambe erano tesi verso l’ingresso del giardino.
Tutte e due fingevano disinteresse ma la mano di mia zia tremava mentre cercava di aprire il ventaglio per farsi aria.
Finalmente, tre figure apparvero nella penombra del vialetto. Un uomo al centro tra due donne. Entrarono nel nostro giardino accolti da un silenzio carico di emozione.


Tutto era iniziato al mattino, quando la più giovane delle sorelle, mia zia Mara, solitamente persona mite e compassata, aveva fatto irruzione in casa nostra (la porta era aperta, come sempre nella casa del mare) urlando istericamente e senza sosta:
- Notizia bomba! Notizia bomba! Notizia bomba! - 
Eravamo tutti alle prese con le rispettive colazioni e ci bloccammo più o meno contemporaneamente.
- Be’, insomma – la interruppe mia zia Nena dopo un po’ – adesso calmati e spiega come si deve –
- Sta arrivando Umberto! Lo ospito a casa mia e stasera verremo qui da voi! – , rispose la zia tutto d’un fiato.
A questa notizia, credo che ogni molecola presente nell’atmosfera si sia paralizzata per un lungo momento, come ognuno di noi del resto.
Mia mamma ruppe il silenzio esclamando entusiasta:
- Ma è fantastico, zia! Racconta tutto per bene! –
Ma prima che la zia potesse cominciare, la zia Nena e mia nonna, la prima sbattendo per terra uno straccio e la seconda rivolgendo alla sorella minore uno sguardo pieno d’astio, si chiusero nella loro stanza sbattendo la porta.


Lo zio Umberto era il loro fratello minore. Circa una trentina di anni prima aveva abbandonato la moglie e la figlia piccolissima a Milano e le sorelle a Piacenza per sparire nel nulla, dopo avere spremuto i loro portafogli e averle quasi ridotte sul lastrico per pagare i suoi pesanti debiti di gioco.
Posto di fronte a un ultimatum da parte delle sorelle esasperate, aveva scelto la fuga.
Da allora, lui non aveva più dato sue notizie né le sorelle lo avevano cercato.
Solo da qualche anno Mara, la sorella più giovane (quella a lui più vicina per età e a lui più legata) si era decisa a rintracciarlo, con la collaborazione della figlia di lui, che voleva a tutti i costi conoscere il proprio padre.
Lo avevano trovato qualche anno prima; viveva a Roma, su una barca, si manteneva attraverso piccoli lavori e pubblicando racconti e brevi articoli su alcune riviste; era sereno e aveva accettato di conoscere la figlia e di rivedere la sorella, ma non di venire a Piacenza. Né le altre tre sorelle si sognavano di invitarlo, peraltro. Anzi, si erano arrabbiate con la zia Mara.
Adesso, infine, dopo alcuni anni di riavvicinamento, lo zio era pronto al grande salto: riallacciare i rapporti col resto della sua famiglia.


Io ero curiosissima di conoscerlo. Lo avevo visto in tanti filmini (siamo pieni di filmini di famiglia, girati a partire dagli anni ’50 con la cinepresa - poi trasferiti su videocassette e dvd - grazie ai quali mi pare di avere sempre conosciuto anche parenti morti prima che io nascessi!). Era giovane, nei filmini, e molto bello e simpatico. Di lui si era sempre comunque parlato con nostalgia, in famiglia, sottolineandone appunto la grande simpatia, la prestanza fisica e la vena creativa.


Per tutta la giornata, mia mamma cercò in tutti i modi di calmare sua madre e sua zia: ma le due erano irriducibili; per loro era insopportabile l’idea di rivedere quel fratello che avevano amato tantissimo e da cui erano state ripetutamente ingannate e truffate. Erano convinte che fosse ancora un giocatore (Da quel vizio non si guarisce!, tuonava mia nonna) e temevano addirittura che avesse accettato di rivederle solo per spillare loro altri soldi (È senza vergogna!, rincarava mia zia).
Neppure gli accorati appelli di mia madre alla carità cristiana sembravano servire.
Tuttavia, dato che tutto il resto della famiglia era entusiasta all’idea di rivedere - o di vedere per la prima volta (come nel caso mio, di mia sorella e di mio padre) - lo zio scapestrato, nonna e zia dovettero rassegnarsi, cedendo anche alla propria sottaciuta curiosità.


Ecco perché quella sera, dopo cena, stavamo seduti in giardino, tutti composti e vestiti bene, silenziosi ed emozionati, in attesa, ascoltando quel fatidico scambio di battute tra mia nonna e mia zia Nena.

- E adesso? Cosa gli diciamo? -, chiese dunque mia zia intravedendo avvicinarsi il fratello con le altre due sorelle.
- Gli diciamo Ciao! -.

E accadde proprio così. Dopo il primo silenzio imbarazzato, durante il quale lo zio e le due acerrime sorelle si scrutarono lungamente a vicenda, prima con diffidenza poi accennando tenui sorrisi, scoppiò la festa. Saluti, baci e abbracci, presentazioni. Poi, di colpo, il tuffo nel passato. Fratello e sorelle si lanciarono nella rievocazione dei ricordi d’infanzia, di come si divertivano nonostante la guerra in corso e, man mano che ricordavano, la tensione si scioglieva e le voci e gli sguardi si coloravano di sincero affetto.
Quando si misero a cantare tutti insieme certe strampalate canzoni della loro giovinezza, fu chiaro a tutti che ormai non si sarebbero separati più.
E infatti, già a partire dal giorno dopo (e dico sul serio) fu normalissimo vedere lo zio entrare e uscire liberamente da casa nostra come qualunque altro parente.

Ben presto, proprio mia zia Nena scoprì di essere così simile a lui, sia in alcune caratteristiche fisiche sia nel carattere, da non poter fare quasi a meno della sua compagnia. Da quando lei e mia nonna si sono ammalate e hanno bisogno di assistenza, e da quando è diventato nonno, lo zio passa sempre meno tempo nella sua casa di Roma (dalla barca si è da poco trasferito in un appartamento) e sempre più tempo a Piacenza, ravvivando l’atmosfera con le sue barzellette, le sue storie e le sue canzoni.

Durante le feste, quando ci troviamo tutti insieme, osservo mia zia ridere di gusto alle battute del fratello e sorrido, ripensando a come una ferita che sembrava destinata a non guarire si è invece ricomposta così serenamente e giusto in tempo per non lasciare troppi rimorsi, e troppi rimpianti.

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categoria:nonna, riccione, prozia
giovedì, 09 agosto 2007

La tortora disperata

Le tortore sono quegli uccelli dal verso lugubre e intermittente: quel fastidioso uh-uh che non può dirsi certo allegro. Io ci sono abituata perché sia nella casa di Piacenza sia in quella di Riccione (cioè le case legate a mia nonna e prozia, cui ormai il verso della tortora è nella mia mente inequivocabilmente collegato) vengo svegliata al mattino da questo monotono lamento (tale è dal mio punto di vista umano). Quest’anno, però, la tortora che mi ha tenuto compagnia a Riccione (e non solo al mattino ma anche al pomeriggio) aveva un che di disperato nella voce, una sfumatura angosciata, come se il verso le si strozzasse in gola. E io, fedele alla mia interpretazione poetica della vita, ho stabilito che quella disperazione era dovuta al fatto che anche lei sentiva la mancanza delle legittime abitanti della casa, cioè mia nonna e mia zia. E fu così che – cosa inaspettata - mi sentii solidale con una tortora.
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martedì, 10 luglio 2007

L’estasi nel quotidiano

Non è vero poi che non ho visto il mare. Così era nei progetti, ma chi può resistere chiusa in casa sapendo che a poca distanza c’è quell’immenso accogliente grembo d’acqua, sentendone il profumo portato dall’aria (pur in mezzo all’immancabile, anche in riviera, odore di benzina)? Io no di certo.
Così, indossato il costume e la divisa da mare, corro verso la spiaggia per celebrare il rito del Primo Bagno di Stagione, che consiste nel prendere la rincorsa dall’inizio della passerella e correre, possibilmente con le braccia aperte, incontro al mare, senza la minima pausa o esitazione al momento fatale dell’ingresso in acqua, nella quale poi l’abbandono accade, totale e inebriante.
Ovviamente tutto ciò andrà fatto in un orario consono (poca gente in spiaggia) o in una zona in cui si sia conosciuti (e, possibilmente, benvoluti) un po’ da tutti: condizioni, nel mio caso, soddisfatte entrambe.

Immersa nel mare, nuotando verso l’orizzonte fin dove le forze mi sorreggono, vivo una grande felicità.
Sono quei momenti di estasi che ognuno di noi può ritagliarsi nel suo quotidiano.
Per me il mare è sempre stato anche un grande Consolatore; spesso la sera, estate dopo estate, gli ho portato le gioie e le tristezze della giornata.


È stato bello, all’arrivo, trovare nel viale, nei dintorni e in spiaggia le stesse persone che incontro da un anno all’altro, con le quali scambiare saluti calorosi o anche retorici convenevoli.
È stato molto triste entrare in casa e non dovermi come al solito precipitare verso la poltrona per baciare la mia prozia né vedere mia nonna corrermi incontro sorridente e stringermi forte in un abbraccio (facendomi provare la deliziosa sensazione di avere cinque anni o poco più).
La casa era vuota, per la prima volta. Nonna e prozia sono rimaste a Piacenza, a spegnersi lentamente e inesorabilmente di fronte alla malattia che le ha colpite entrambe. Avevano sempre detto che, dopo avere vissuto una vita insieme, sarebbero certamente morte insieme. Mia mamma rideva, quando lo dicevano, ma io ho sempre creduto che sarebbe andata proprio così. E infatti. E dico che questa mi sembra una cosa buona e giusta, anche se per noi che restiamo è un duro colpo perderle insieme, ma dal loro punto di vista – che è ciò che conta – è la cosa migliore di tutte.

Non hanno voglia di spargere troppo la notizia in giro; da orride borghesi quali si definiscono tengono alle apparenze, al decoro e alla riservatezza.
Con understatement invidiabile mia nonna, quando al telefono qualche conoscente (non intimo) chiede Come va?, risponde invariabilmente:
- Non ci possiamo lamentare –
E anch’io, in effetti, mentre mi approprio come ogni anno della mia solita camera o mentre mi avvoltolo goduriosamente nel mare – mentre penso a loro due – so che non mi posso lamentare, nonostante sia strano questo vivere divisa su due binari con direzioni opposte: la mia felicità di vivere da un lato, la loro morte in arrivo, dall'altro.

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lunedì, 14 maggio 2007

«Io sono come un cipresso sempre verde; grazie a me tu porti frutto»

Sabato mattina sono andata da mia nonna (quella che sta bene), che poi abita dall’altra parte della strada. Mi sono messa in testa che devo imparare alcune cose che solo lei può insegnarmi, come fare l’orlo ai pantaloni e, soprattutto, cucinare (cucinare veramente, a partire dal fare la sfoglia della pasta con le proprie mani). Ho sempre  disprezzato questo genere di attività femminili, ma mi sono resa conto che se non imparo adesso che lei è ancora in forma (con i suoi 92 anni!), dopo potrei rimpiangerlo amaramente. Anche se non mi piace cucinare non voglio che il sapere di mia nonna vada perso nel nulla dopo la sua morte.
E così, insomma, mi sono ritrovata un mattarello in mano. Com’è come non è, mi sono subito sentita più potente. Tra l’altro ho fatto una scoperta che vi comunico subito: inutile spendere soldi per andare in palestra quando per stendere la sfoglia occorre muoversi in un modo per cui tutti i muscoli lavorano, da quelli delle gambe fin su alle braccia passando per schiena e addominali; nel mio caso lavorava anche il cervello perché mentre tiravo e stendevo la sfoglia riottosa mia nonna mi leggeva un suo scritto che io secondo lei dovevo correggerle. Mia nonna frequenta il “gruppo anziani” in parrocchia, s’incontrano due volte alla settimana, leggono e discutono la bibbia, poi ricamano centrini (le donne; i pochi uomini invece cercano disperatamente di sedurre una vedova per salvarsi dalla badante). E lei deve spesso preparare il commento alla lettura di volta in volta prestabilita, cosa che l’angoscia moltissimo, dato che ha studiato solo fino alla terza elementare. Quindi da un lato, sentendosi inadeguata, convoca il primo figlio o nipote libero perché la aiuti, d’altra parte però in realtà non accetta alcun consiglio e non cambierebbe di una virgola quello che ha scritto. E così sabato tra un’infarinatura e l’altra mi son ritrovata a disquisire di un predicozzo (molto bello e anche un po’ comico, a dire il vero) del profeta Osea, proponendo suggerimenti che ovviamente non sono stati accolti. E come al solito sono rimasta ammirata dalla saggezza di mia nonna, che non è solo quella meravigliosa saggezza pratica che molti anziani hanno in sé connaturata. Mia nonna possiede una tale sensibilità e una tale intelligenza che pur non avendo neanche il diploma elementare è però diventata negli anni un’appassionata lettrice e mostra di possedere una tale qualità di lettura da lasciarmi ogni volta sorpresa ed entusiasta. Forse proprio perché non è condizionata come tutti noi dalle lenti “scolastiche” lei ha una grande libertà nell’accostarsi a un testo, e il suo sguardo acuto unito al suo senso pratico le permette di trarne interpretazioni profonde e pensate. E questo vale per tutto, per esempio anche per le notizie del telegiornale: “lette” e filtrate da lei assumono tutte un altro sapore; le sue riflessioni sull’attualità non sono mai scontate.
Alla fine, tra tagliatelle, vecchi profeti e storie di famiglia (può una nonna astenersi dal raccontare almeno una storia di famiglia – per quanto già detta e stradetta – di fronte a un nipote? Credo di no, è più forte di lei!), guardandola ho provato una grande commozione e l’ho abbracciata praticamente stritolandola. E lei, che non è un tipo incline alle smancerie, fingeva di protestare ma un po’ si è commossa anche lei. E tutta la mia stanchezza di questi giorni per una mattina è sparita.

Per la cronaca: le tagliatelle, considerando che era la mia prima volta, erano (secondo me) abbastanza buone. E la prossima lezione sarà sui tortellini!

[Il titolo del post l’ho rubato al simpatico Osea perché perché mi sembra descriva bene mia nonna!]

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categoria:nonna
giovedì, 15 febbraio 2007

L’ingegnere M

[Come invecchiare male]

Oggi vi parlerò di un singolare personaggio, una sorta di amico di famiglia anche se è in realtà piuttosto inviso a tutta la famiglia, l’ingegnere M. Il titolo di ingegnere è fondamentale per descriverlo, giacché suo sempiterno motivo di vanto (vai a capire perché) è l’essere stato in passato ingegnere dell’Enel, così come suo motivo di afflizione è il non esserlo più (causa pensione. Ed è in pensione da più di vent’anni, avendo passato da tempo gli 80…).

L’ingegnere M sei anni orsono è rimasto vedovo di una moglie che ha sempre maltrattato davanti a tutti e di cui, da quando è morta, decanta le lodi angelicandola tardivamente.
Nel frattempo trascorre le sue giornate con una badante ucraina che maltratta come la moglie quand’era viva.

Quando va a casa di mia nonna e di mia zia l’ingegnere M si siede in poltrona e comincia a parlare dell’Enel; mia zia si addormenta quasi subito e mia nonna la segue poco dopo. Quando l’ingegnere ha finito il suo discorso, si alza e se ne va, senza premurarsi di svegliare le due addormentate se queste continuano a dormire. Le volte in cui m’è capitato di entrare in casa di mia nonna durante questa curiosa scena sono le uniche in cui ho provato un po’ di simpatia per il personaggio, simpatia presto dissoltasi dopo che egli, non sembrandogli vero di vedere una persona sveglia, mi ha costretto ad ascoltare per l’ennesima volta le sue mirabolanti avventure ingegneristiche.

Il malinconico M ha due sogni, entrambi irrealizzabili, di cui parla spesso: il primo è quello di potere tornare a essere un ingegnere dell’Enel in attività (lui con la sua esperienza li batterebbe tutti i giovinastri di oggi); il secondo è quello di convolare a nozze o con mia nonna o indifferentemente con una delle sue tre sorelle. Ha fatto, seriamente, nel giro di quattro giorni la stessa proposta di matrimonio a tutte le sorelle (un giorno per una), riuscendo così a offenderle tutte e quattro (ecco perché si addormentano all’istante non appena lo vedono). Tutte si sono prima sentite lusingate (pur rifiutando subitamente la proposta), poi mortalmente indignate, quando parlando tra loro hanno scoperto di essere intercambiabili (pur essendo diversissime) per il perfido ingegnere. Erano i tempi in cui lui cercava assolutamente di evitare che gli venisse appioppata una badante dalle figlie, crudeli emule delle signorine Goriot. Comunque lui periodicamente torna alla carica e non pare intenda demordere, anche perché, diciamolo, mia nonna e le sorelle, pur avendo tra i 74 e gli 85 anni, si divertono a stuzzicarlo e illuderlo in tutti i modi: mia nonna, offrendogli il tè, lo coccola e lo rimprovera come fosse un bambino, un’altra gli sistema la giacca e gli dà consigli sul vestiario, quell’altra non sa resistere all’offrirgli stuzzicanti dolcetti all’ombra del suo giardino. Ma tutte si ritraggono sdegnose alle profferte che l’illuso rinnova.

E così continueremo ancora per un pezzo ad ascoltare gustosi racconti sull’epoca gloriosa dell’Enel, o argute osservazioni pseudosociologiche sulla corruzione della società moderna o lamentazioni sulla solitudine di un vedovo che rimpiange troppo tardi una moglie che non c’è più.

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categoria:persone, nonna, figuracce, uomini al lavoro, tempus fugit, prozia
lunedì, 29 gennaio 2007

La notte scorsa, verso le due, ero ancora qui, inchiodata al mio pc a scrivere della roba che devo consegnare entro pochi giorni al lavoro (mi riduco sempre all’ultimo con le scadenze e in questo periodo non mi sento neanche motivata). Nel letto che sarebbe di mia sorella dormiva mia nonna, arrivata nel pomeriggio da Piacenza. La mattina dopo (cioè stamattina) sarebbe stata ricoverata in ospedale.

Mia nonna è lì che dorme, dunque, e io non so come faccia a dormire beatamente con la luce accesa che proviene da qui, dalla mia scrivania, ma ci riesce. Così a un certo punto, stanca e con i neuroni ormai già dormienti, mi alzo e, piano, mi avvicino al suo letto. Dorme su un fianco, tutta coperta, di lei emerge solo la testa, i suoi capelli biondo cenere. Non so perché – mia nonna non è bassa di statura – ma a vederla così sembra piccola e fragile. Sembra serena, il suo sonno pare quello di mia cugina piccola quando dorme, proprio abbandonata, fiduciosa. Chissà come sono io quando dormo, penso. Probabilmente tesa e per niente abbandonata (certe volte al mattino mi sveglio che mi fan male i denti; secondo me perché li ho tenuti serrati tutto il tempo). Insomma la guardo e penso a quante volte lei avrà fatto lo stesso con me quando da piccola dormivo a casa sua. Avrà provato almeno la stessa tenerezza che improvvisamente provo io adesso guardando lei. Mi sopraffà, questa tenerezza, tutt’a un tratto. Non mi si forma nemmeno il nodo alla gola perché stavolta, a differenza del solito, non faccio niente per trattenere le lacrime. Scorrono e basta, ma tranquille, senza singhiozzi o sussulti disperati. Infatti non sono disperata. Mia nonna sta morendo, lei lo sa e lo sappiamo tutti. Sì, una parte di me non lo accetta. Ma cosa devo fare? Arrabbiarmi? Chiedere a Dio che salvi mia nonna? Farmi venire una crisi isterica ogni cinque minuti? Più che andare dai medici e farle seguire tutte le cure possibili (che però ormai non possono essere risolutive), non posso fare proprio niente, tranne amarla.

E di fronte a questo tutte le scadenze, le beghe quotidiane, la tesi, tutto mi è sembrato incredibilmente piccolo, facile, affrontabile.

Sono andata a letto e al mattino mi sono svegliata senza mal di denti.
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categoria:persone, nonna, morte
giovedì, 18 gennaio 2007

Il silenzio è una cosa bellissima. Fin da quando ero bambina mio padre mi ha insegnato a conoscerlo, apprezzarlo, cercarlo.

Il silenzio, in genere, è una cosa da vecchi.

Esempio: quando vado a trovare i miei cugini, entrando in casa ci sono sempre la tv e lo stereo accesi anche se nessuno li sta ascoltando. Così, è un rumore di sottofondo (unito alle musichette di videogiochi, telefonini eccetera).

Quando, dopo aver salutato i cugini, scendo da mia nonna (che abita nello stesso condominio, a un piano diverso), entrando in casa sento, respiro, il silenzio. Ma proprio un silenzio vero, immobile. Unito a quel sapore antico di lavanda che si respira a casa di mia nonna. E mia nonna in questo silenzio totale ci sta benissimo. Non le sembra che manchi qualcosa.

La vedo muoversi a suo agio, facendo quel che deve fare, una cosa alla volta.

Mia nonna quando deve guardare qualcosa alla tv (cioè, di solito, il telegiornale) la accende e sta lì seduta ad ascoltare con attenzione, senza fare nient’altro. Poi la spegne e fa le sue cose, per esempio lavora all’uncinetto o cucina, ma in silenzio. Non ha bisogno di avere del rumore di sottofondo, e questa cosa mi ha sempre colpito, nella sua semplicità e giustezza.

Sì, mia nonna, decisamente, non sa neanche cosa sia il multitasking, e in ogni caso non le piacerebbe.

E io?

Ogni volta che mi immergo in questo silenzio particolare tipico di mia nonna (e, credo, di molte altre nonne non ancora contagiate dalla frenesia del divertimento che sta devastando ormai anche la cosiddetta Terza Età) mi accorgo che io, anche quando sono convinta di stare in silenzio, in realtà non ci sto. Sì, magari non ho continuamente elettrodomestici o aggeggi che mi suonano ronzano trillano intorno, ma non ho la sensazione del silenzio. E perché? Perché io spesso il brusio ce l’ho nella testa. No, non sento le voci, tranquilli; voglio solo dire che non basta stare in silenzio se non si è in pace. E io spesso anche quando sono apparentemente ferma, in realtà sono in transito. Sono già lì che penso Devo fare questo, devo fare quello, mi sembra di avere un criceto impazzito nella testa che gira gira sulla sua ruota.

Non è solo col suo silenzio, è con i suoi gesti calmi che mia nonna mi regala la pace e mi propone un esempio.
postato da: flalia alle ore 15:20 | Permalink | commenti (3) | commenti (3)(pop up)
categoria:riflessioni, persone, nonna, felicitÃ