Si stava meglio quando si stava peggio
Quest’anno non possiamo lamentarci né del caldo né della siccità.
categoria:occasioni mancate
Si stava meglio quando si stava peggio
Quest’anno non possiamo lamentarci né del caldo né della siccità.
Forse

Un giorno di novembre quattro amiche – fino a pochi mesi prima liceali, ora da poco matricole all’università - salirono in macchina e si inoltrarono nella nebbia della Bassa Padana per cercare cormorani. Era nato tutto per scherzo, come spesso capita; una volta era stato nominato il cormorano, in una situazione giocosa, era a poco a poco divenuto un leitmotiv nelle loro conversazioni, fino a meritare una ricerca più approfondita e il desiderio di un incontro.
L’occasione di una gita sul Po, di un giorno passato a chiacchierare in intimità, strappato alla nuova vita vorticosa di universitarie, pareva poi un’occasione troppo ghiotta per essere sprecata.
Di quel giorno ricordo (una delle quattro ero ovviamente io) soprattutto il senso di infinita possibilità che si apriva con certezza davanti a ognuna di noi, come se quella nebbia che ci avvolgeva mentre la attraversavamo a fatica dovesse necessariamente dischiudersi, poco più oltre, su una realtà nitida e splendente: il nostro futuro.
Il giorno trascorse in riva al Po, tra risa, chiacchiere più e meno serie, esplorazioni e continui falsi allarmi (ogni secondo a qualcuna pareva di avere adocchiato un cormorano, il che causava trambusto, passaggi frenetici di binocoli e dispiegamento di macchine fotografiche, con successiva cocente delusione: il cormorano si rivelava sempre qualcosa d’altro, spesso neanche un uccello di altro tipo – di solito un tacchino - ma un riflesso sull’acqua o sulla riva opposta, dovuto ai capricci delle luci e delle ombre).
Ben presto, adocchiare finti cormorani si rivelò molto divertente. Sarebbe stata quasi una delusione trovare finalmente un cormorano vero, forse.
Infine, dopo esserci perse più volte tra le brume e avere vagato tra acquitrini e canneti, verso sera siamo tornate a casa; ci eravamo divertite moltissimo e soprattutto ci eravamo scambiate confidenze con un’intensità e una sincerità maggiore del solito, tra le quali spiccavano i Progetti per il Futuro, che, data la nostra età e il recente entusiasmo universitario, non sembravano avere quasi più niente a che fare con i sogni vaghi dell’adolescenza; parevano invece così concreti, e quindi autorevoli, e quindi pressoché certi.
Ora, dopo alcuni anni, ben pochi di quei progetti si sono realizzati e il futuro di allora, divenuto presente, non è affatto così nitido e colorato come pareva quel giorno. C’è ancora tanta nebbia, ci sarà sempre, e nessun cormorano; ma l’amicizia è rimasta la stessa e può darsi che i tacchini siano più divertenti dei cormorani, forse.
In odore di santità
Nella lotta ingaggiata fin dalla più tenera infanzia per conquistare l’anelato amore materno (o almeno un po’ di considerazione), credo che l’apice sia stato raggiunto quando, fallito ogni altro tentativo e giunta ormai alla ragguardevole età di otto anni (età in cui, come già narrato qui, avevo l’abitudine di spararle veramente grossissime) sostenni di avere avuto una visione mistica.
Dovete sapere che mia madre è una donna molto religiosa, ma quel tipo di religione che rasenta il bigottismo (avete letto La farisea di Mauriac?) e comporta spesso un fanatismo del tutto formale, però. Essendo tuttavia anche una donna intelligente e colta si è ben guardata dal voler imporre a me questo tipo di religiosità crudele che vive rigorosamente in solitudine. Eppure io intuii che l’unico modo in cui potevo cercare di toccarla era provare almeno a sfiorare quel suo rigido mondo interiore. E così, un giorno, di ritorno dalla messa, con aria trasognata e raggiante beatitudine, le raccontai che durante la recita del Padre nostro avevo avuto una visione: mentre guardavo verso l’altare, una luce intensissima e del tutto particolare, sprigionatasi dalle candele, aveva avvolto il celebrante e i chierichetti, i quali apparivano quasi trasparenti; avevo poi sentito una voce potente che chiamava il mio nome due volte (durante la recita del Padre nostro avevo effettivamente avuto l’accortezza di rivolgermi a mio padre chiedendogli con tono ansioso, facendo in modo che mia madre sentisse, se per caso mi aveva chiamata). Le dissi che avevo provato un’intensa emozione e che ancora mi sentivo strana.
Mia madre mi credette (non so se questo testimonii più del suo fanatismo o della sua ingenuità e buona fede; probabilmente, di entrambi). Certo, prima mi sottopose a un lungo e dettagliato interrogatorio; ma io lo superai egregiamente (sentendomi tremendamente in colpa all’idea di ingannare un genitore, cosa che non mi perdonai per molto tempo). Non dimentico come il suo sguardo da incredulo si fece sempre più convinto e quindi felice: proprio a lei era capitato di avere una figlia cui era apparsa una visione. Mi abbracciò. E mi guardò a lungo con ammirazione. E infine, saggiamente, disse che poteva anche non significare nulla, che poteva anche essere solo una mia suggestione e di non pensarci più di tanto, ma di conservare questo fatto e il suo eventuale significato nel mio cuore, anche «come monito a essere più buona» (eh be’, il predicozzo non poteva mancare). Per un breve periodo mia madre mi trattò effettivamente in modo più benevolo e affettuoso; ma poi, ovviamente, tutto tornò come al solito.
La cosa mi si ritorse anche contro quando, nei vari litigi, mia madre rimproverandomi mi rinfacciava che una volta «Dio mi era apparso e io sembravo non tenerlo minimamente in conto!». In altre occasioni, invece, lei semplicemente mi ricordava l’episodio, e rivedevo nei suoi occhi quello stesso sguardo pieno di speranza: che toccasse proprio a lei, donna così devota, di avere una figlia santa? Sarebbe stato certo il giusto premio, sarebbe stata senz’altro lei la persona più adatta, sarebbe stata così ripagata di tante fatiche sopportate con fiducia.
Vorrei dirle che Dio non mi ha mai parlato e che anzi quella “visione” era il frutto di una messa in cui mi ero annoiata e distratta più del solito, tanto da lambiccarmi il cervello fino a escogitare un simile inganno; ma non ci sono mai riuscita e in fondo, ormai, non cambierebbe niente. L’ha già capito da sola che, visione o non visione, non ha una figlia santa.
Perché vi ho raccontato questo episodio? Per raccontarvi una cosa negativa su di me, innanzitutto. E poi perché, mettendo tra parentesi un attimo la mia “disonestà”, lo trovo anche buffo: che cosa non si arriva a fare per un po’ d’amore! E che cosa, infatti, mi capita di vedere, se mi guardo intorno! E questa è una cosa anche bella: non quando si arriva a perdere la dignità per ottenere amore, ma quando si è disposti a perdere un po’ se stessi per arrivare a un altro. Non si ottiene spesso altro che lo scoprirsi fragili e soli, eppure ci si è almeno messi in gioco.
Il piede in fallo, ogni tanto
Ieri sera, senza un vero motivo, mi sentivo molto molto infelice. Il risultato è che ho scritto delle cose esageratamente tristi e molto superficiali a una cara persona che non le meritava affatto.
Secondo me quando si è in preda allo sconforto – quello sconforto che assale a tradimento – capita di vedere se stessi con una lente distorta che di solito normalmente non usiamo. Nel mio caso, in quei momenti, un’altra persona si sostituisce a me: mi vedo con gli occhi di mio padre (e in parte di mia madre). È lui, con il suo metro di giudizio severo e inflessibile, a considerarmi spacciata per non essere stata in linea con certe aspettative. È guardandomi con i suoi occhi – gli occhi di una persona che amo e a cui mi sento legata profondamente – che mi sento una sconfitta. È come finire in un vortice in cui io divento piccola e sbagliata e lui grande e sterminato.
Ma quando questo buio che ogni tanto mi coglie passa – ed è già passato – e ritorno a osservarmi con i miei occhi fiduciosi e sorridenti, quelli che vedono la realtà come la leggete nei miei post, gli occhi insomma dell’Ilaria che conoscete, non mi vedo più così sbagliata e sconfitta.
È come fare ogni tanto un passo falso, come un battito a vuoto del cuore, come mettere un piede su un gradino che non c’è e per un attimo – poco o tanto – ci si sente disorientati, persi, prossimi all’abisso.
Quando la luce si riaccende e ci si accorge che il gradino non c’è perché si è già a terra e non nel nulla, con un piccolo, fremente sospiro il viso riprende colore e il cuore si riscalda di nuovo.
Ma anche il piccolo episodio di ieri sera/notte non fa che consolidare la mia teoria secondo la quale quando si è tristi, soprattutto in modo così vago e al tempo stesso così intimo (circondati da fantasmi personali che solo noi pre-sentiamo, non afflitti da un dolore oggettivo e misurabile) è meglio stare soli e zitti finché non passa. Inutile andare a rattristare un’altra persona scaricandole addosso pensieri che non sono neanche i nostri ma di quel mostro (mio padre per me, chissà chi per voialtri) che nel dolore ci toglie parola e sguardo e si sostituisce a noi. Il dolore spesso produce falsità, non verità, al contrario di quanto spesso si crede. Secondo me, ovviamente. Può darsi che la vostra esperienza sia molto diversa.
Comunque secondo me è anche un po’ colpa di Giuseppe Berto! Ieri pomeriggio ho iniziato a leggere Il male oscuro il cui tema è, come annunciato fin dalla prima riga, la lotta col padre, così la definisce lui. L’ho letto ininterrottamente per quattro ore di seguito e di sicuro mi ha influenzato. Avete presente quando, usciti da un cinema, si tende a parlare come i personaggi del film appena visto, fossero pure dei gangster o dei ragazzini col vocino a trombetta? Succede lo stesso anche coi libri. Io, a dieci anni, dopo aver letto Cuore parlavo come il padre di Enrico Bottini. O come Elizabeth, dopo la lettura di Orgoglio e pregiudizio; e così via.
Insomma, oggi splende un bellissimo sole e penso proprio che Giuseppe Berto e ogni altra incombenza resteranno a casa; nel pomeriggio vado a Faenza a incontrare un amico e a fare il pieno di allegria; mi sono accorta che sto veramente troppo da sola; dopo non c’è da stupirsi se scrivo stupidaggini a una persona cui sono affezionata.
Buona fine settimana anche a voi, cari amici.
Una pugnalata al cuore
[Improvviso attimo di riflessione]
Adesso scusate ma sto per parlare di me e non nel solito modo ridicolo che mi piace e che uso nei post a carattere personale per non annoiarvi troppo.
Il fatto è che poco fa ho dato una scorsa al mio blog (che normalmente non leggo mai) e dopo mi sono sentita come se mi fossi data una pugnalata da sola.
[Adesso l’Ilaria addolorata è stata debitamente allontanata e qui sono io nella mia razionale lucidità a parlare.]
Ho dato un’occhiata al mio blog, dicevo, e sono rimasta impressionata dal fiume di parole che ho rovesciato su queste pagine. Da tre mesi a questa parte ho scritto un post al giorno (ho saltato solo due o tre domeniche). E non sono post di poche righe, ma tutti pezzi medio – lunghi.
Ma da dove vengono queste parole quando io normalmente sono la persona più silenziosa che conosca?
Ho pensato a me nella mia vita normale. Non si può dire che incontri poche persone o che non abbia amici. Ma a quali di queste persone ho potuto raccontare le esperienze e le riflessioni scritte sul blog?
Chi è che mi ascolta nella vita normale?
Le risposte a queste domande mi imbarazzano.
Anche solo poco fa, ero in macchina con mio padre che gentilmente mi accompagnava al lavoro. Gli raccontavo con entusiasmo degli ultimi preparativi per il Festival e di come da domani sarò in Paradiso fino a domenica. E lui non mi ascoltava, come sempre del resto. Si vedeva benissimo che era immerso nei suoi pensieri e coglieva una mia parola ogni tanto. Lui fa sempre così (ma è la persona che più amo al mondo).
Normalmente io parlo veramente poco. In compenso sono la classica “buona ascoltatrice”. Una volta, per Capodanno, tra amici, ci siamo scritti reciprocamente bigliettini in cui ognuno sottolineava i pregi dell’altro. Nei bigliettini che ho ricevuto io, la qualità più elogiata era proprio la capacità di ascoltare e consigliare, cosa di cui peraltro vado fiera.
Non è che io non abbia niente da dire; ma parlo solo quando ho qualcosa da dire e infatti partecipo alle conversazioni, quando c’è da conversare. Ma se ci faccio caso, la maggior parte delle mie giornate è dominata proprio dal chiacchiericcio, non dalla conversazione. E non è che io deprechi questa cosa, anzi mi va benissimo, solo che non lo considero uno scambio comunicativo profondo. Perciò durante il giorno magari si parla anche tanto, ma senza dire (raccontare) niente.
Oppure sono io che mi tiro indietro? Forse sono come un cane di Seligman. Seligman era uno psicologo che fece degli esperimenti sui cani: li sottoponeva a delle scariche elettriche ogni volta che facevano un gesto. Dopo un po’ di tentativi i cani, vedendo che qualunque mossa facessero ricevevano la scarica, smisero completamente di muoversi. Questa si chiama impotenza appresa: a forza di venire scoraggiato, un poveraccio si arrende, si fa piccolo piccolo e non fa/dice più niente.
Poi sono sempre in imbarazzo: quando sono triste, sto zitta perché non mi va di rattristare gli altri; poi c’è sempre qualcuno più triste di me. Normalmente sono felice (considerate che io sono sempre felice anche quando sono profondamente triste, e questo è difficile da capire) e una persona felice pare abbia meno diritto di essere ascoltata.
Spesso è anche una questione di tempo: con i miei migliori amici riusciamo magari a (intra)vederci spesso, ma senza il tempo di poter parlare con calma.
Le uniche persone al mondo che abbiano sempre ascoltato con interesse (e senza giudicarmi) i miei pensieri (anche quelli più strampalati o disdicevoli) e che abbiano sempre avuto tempo per me sono state le mie due nonne e la mia prozia. Adesso due di queste persone sono gravemente malate e stanno per lasciarmi, la terza anche lei non sta benissimo (naturale: la meno anziana ha 84 anni, non c’è da far dei drammi).
E poi, dopo tutto questo, scopro che io ho così tante parole dentro da riempirci quotidianamente un blog.
E che tra l’altro non mi piace scrivere, odio scrivere, e guarda caso, senza sapere perché, scrivo tutti i giorni un post, anche quando non ho tempo; neanche me l’avesse ordinato il dottore.
E leggo questi post e noto che mi rispecchiano proprio, cioè lì ci sono i miei pensieri e il mio modo di esprimermi, lo stesso che ho quando riesco a parlare anche fuori, prima di essere interrotta dal prepotente di turno (e io non sono di quelli che poi si riattaccano come niente fosse al loro discorsetto) o di cadere nell’impotenza appresa, preoccupata di essere la solita diversa.
Quindi, in pratica, io mi racconto più a delle gentili persone che però conosco solo per nickname (e a cui sono molto grata, perché certe volte, leggendo i vostri commenti, mi chiedo davvero perché stiate a leggere i miei sbrodolamenti di egocentrismo) che non alle persone in carne e ossa che mi circondano e con cui regolarmente scambio sorrisi, convenevoli e battutine.
A me sembra davvero una cosa molto triste, se non proprio fallimentare.
Non mi sembra per niente una buona cosa.
Non sono neanche riuscita a spiegarmi in questo post, non si capisce cosa volevo dire.
Non è questione di vero o di falso (argomento frequente nei blog): io sono vera tanto qui che nella vita normale. È solo che nella vita normale sono molto più silenziosa che in quella virtuale. E non capisco cosa significa. Uffi. Scusate lo sfogo. Magari capita qualcosa del genere anche a voi, non so.
Meno male che domani parteciperò a un meraviglioso incontro sul fumetto col prof. Faeti che è il mio grande ispiratore e mi sentirò una volta tanto a mio agio.
Scusate la lunghezza e la confusione.
Ieri mattina ho assistito a questo episodio e ve lo racconto perché oltre ad avermi fatto sorridere è parecchio significativo:
A un tratto si libera un posto proprio accanto a loro tre. Tizio, con fare da cavaliere e con tono premuroso, invita la ragazza a sedersi, ma lei esita, suggerisce addirittura un: “Sedetevi voi” ai ragazzi. Tizio insiste, quasi la implora, si capisce che ci tiene a mostrarsi gentile. E mentre la ragazza, fintamente titubante, guarda con occhi da cerbiatta ora l’uno ora l’altro, sempre schermendosi e aspettando che uno dei due si sieda, Sempronio repentinamente le scivola a fianco e si siede lui sul sedile. Tizio comincia a protestare accusando Sempronio di mancanza di cavalleria ma ecco che la ragazza, con fare compiaciuto e sguardo birichino, si fionda a sedere sulle gambe di Sempronio che non perde tempo ad abbrancarla con le braccia, neanche fossimo sulle montagne russe e lei rischiasse di cadere. Così siamo seduti in due!, si giustifica lei ammiccando, mentre non mi sfugge lo sguardo trionfante che Sempronio lancia a Tizio, il quale invece ha assunto un’espressione così stupita, sconvolta e mortificata come non ne ho viste spesso in vita mia.
Noto che anche un signore lì vicino, che ha assistito come me alla scena, sorride comprensivo: si è sicuramente identificato con Tizio che, appena all’inizio (data la giovane età) del lungo apprendistato delle schermaglie amorose, credo si meriti tutta la nostra solidarietà (la mia sicuramente).
Feste
Le feste mi imbarazzano.
[Per “feste” non intendo ritrovi tra amici che si conoscono bene, ma quelle situazioni in cui ti trovi in mezzo a una trentina o più di persone di cui ne conosci a malapena due o tre, sapevi benissimo che era meglio declinare l’invito ma per non fare l’asociale hai invece accettato. Così ti ritrovi a fare comunque l’asociale sentendoti molto più a disagio che non se avessi semplicemente avuto il coraggio di rifiutare l’invito].
Dicevo, le feste mi imbarazzano. Non so mai come comportarmi. Parlo con qualche persona che conosco, ma le feste non sono fatte per dialoghi a due o tre persone, così un bel momento mi ritrovo sola. Al centro della stanza, illuminata da un fascio di luce, il vuoto intorno. Non è vero ma è così. Ah, naturalmente con in mano un bicchiere mezzo pieno da cui non bevo e che tengo chissà come distante da me, in posizione innaturale. In più il vestito che ho indosso mi mette a disagio. Sono una persona rigida e conservatrice e ho da quando ero piccola l’idea che a una festa si va col vestito della festa. E il vestito della festa è (sempre nella mia testa) un vestito sobrio ma elegante, da sera insomma. Ma ormai nessuno si veste più elegante (anzi) e tantomeno sobrio. Almeno in questa città, non so altrove. Solo io mi vesto così, e ovviamente, dato che normalmente non mi abbiglio certo in quel modo questo accresce ulteriormente il mio imbarazzo. D’altra parte, anche se so che poi vorrò sprofondare, non posso non vestirmi così quando devo andare a una festa, perché altrimenti mi sentirei ancor più a disagio per il fatto di non essere vestita da festa.
Già normalmente non sono abile con le parole. Quando le persone mi chiedono qualcosa, per quanto banale possa essere la risposta potete stare certi che balbetterò, bofonchierò parole a caso e in modo sgrammaticato. Accade perché l’emozione mi sale al cervello e lo manda in tilt, fuori uso. Se questo succede normalmente, immaginatevi cosa può accadermi se qualche sconosciuto/a mi rivolge la parola a una festa. Occhi bassi, viso in fiamme, contemplo con totale attenzione il pavimento e le mie imbarazzanti scarpe da festa. Balbetto sì, no, cioè. Lo sconosciuto gira i tacchi. Io vorrei sparire.
Se andrò all’inferno, l’inferno sarà una festa. Intima ma con tanti invitati. E io lì, sempre al centro, con un fascio di luce su di me, un bicchiere in mano, e il vestito della festa.
Occasioni mancate
Natale, messa di mezzanotte. La chiesa è stracolma di gente, molte persone sono rimaste in piedi tra cui io che, pur essendo arrivata abbastanza in anticipo, ho trovato le panche già completamente occupate. Mi colloco in posizione centrale, da dove posso vedere bene e partecipare.
Il corteo di preti, diaconi, accoliti e chierichetti fa il “giro lungo”, cioè attraversa tutta la chiesa passando dal fondo per poi immettersi nella navata centrale per raggiungere l’altare. Quindi mi passa davanti e vedo Paolo, il mio “secondo papà” che passa reggendo solennemente il grosso libro della Bibbia. Devo dire che questa parata di soli uomini intabarrati nei loro paramenti sacri mi emoziona sempre.
Prima che la messa abbia effettivamente inizio viene dato l’annuncio ufficiale della data (secondo i diversi calendari) in cui Dio si è incarnato nascendo nel mondo con una natura umana. E intanto io noto che in piedi poco distante da me c’è Giorgio S., un mio coetaneo, un ragazzo che ai tempi aveva frequentato il catechismo e poi il gruppo giovani con me. Come me aveva tenuto duro fino ai 18 anni circa, dopodiché si era allontanato dalla parrocchia e dalla religione.
Avevamo perso la fede. Caduti nell’ateismo. Succede a tanti.
Lo osservo di sottecchi. Sono felice di vederlo, anche perché quando, dopo aver ritrovato la fede, sono tornata in parrocchia ho notato che non c’è più nessuno di quelli della nostra età. Mi accorgo però che non partecipa: non recita le preghiere né le accompagna con i gesti previsti; tiene le braccia incrociate, è rigido, durante le letture l’espressione del viso è volutamente scettica, si guarda intorno con l’aria di uno che vuole giustificarsi di essere lì (Sono qui per caso, non c’entro niente).
Provo subito un gran moto di simpatia. Lo capisco perfettamente. Rivedo me stessa in ogni suo gesto, in quell’atteggiamento complessivo da pesce fuor d’acqua.
Non credi. Sei ateo/a (non ti nascondi dietro un tentennante agnosticismo) ma non sei anticlericale, non ce l’hai con nessuno. Non puoi. Perché gli anni più belli della tua vita li hai trascorsi giocando con gli amici di scuola e del quartiere in oratorio, dove ci sono: biliardini, ping pong, videogiochi elettronici, sala biliardo, bar, campi da calcio, basket, tennis e pallavolo; palestra coperta super attrezzata; organizzazione di gite in montagna e al mare; campi scuola avventurosi e divertenti; e soprattutto preti, suore e animatori giovani e sempre presenti (a volte un po’ pesanti, ma sostanzialmente indispensabili come punti di riferimento magari in quei momenti in cui perfino i tuoi genitori ti ripudierebbero volentieri). Fino a una decina d’anni fa non c’erano i centri commerciali e praticamente tutti i ragazzi del quartiere, credenti o no, frequentavano l’oratorio. Era il punto di riferimento per tutti, uno dei pochi posti in cui potevi sentirti accettato per come eri. Senza imposizioni e con tante persone pronte ad ascoltarti. Perciò, per chi ha avuto la fortuna di crescere in una parrocchia così viva e dedita ai giovani, è molto doloroso perdere la fede ed è praticamente impossibile diventare antireligiosi. Era bello credere in Dio e sentirsi parte di una comunità che esisteva grazie a lui. Ogni tanto ti assale la nostalgia. Qualche volta di soppiatto entri in chiesa, quando non c’è nessuno, ti siedi in un angolino e aspetti, sperando che magari succeda qualcosa. Ma normalmente non succede niente; non è così che funziona. Vai alla messa di natale e vedi, non visto, le persone che conosci: loro sono rimaste lì, fedeli. E tu ti senti fuori posto, vorresti tornare a sentirti a tuo agio come un tempo in mezzo a loro ma ti sembra impossibile. Ascolti le letture e ti sembrano favolette. Ti guardi intorno e pensi che non ce la farai mai a salutare quella gente che forse non si ricorda neanche di te. Non è più il tuo posto. Ti sanguina il cuore, eppure prendi e te ne vai, con un sentimento di sconfitta.
È quel che ha fatto Giorgio. A un certo punto, con aria sconsolata, si è voltato, si è diretto verso la porta, è uscito (solo, nel buio e nel freddo).
Avrei voluto fermarlo, fargli capire che lo comprendevo e lo riconoscevo, invece sono rimasta ferma. Forse perché in passato ci frequentavamo solo superficialmente, non eravamo amici. Ma ora (anzi quasi subito) mi sono pentita. Di sicuro gli avrebbe fatto piacere vedere che una persona tra tante lo aveva notato e si interessava a lui. Sicuramente era venuto in chiesa proprio sperando in qualcosa del genere. Non ho avuto coraggio.
Molte persone non lo sanno, ma la principale qualità che un cristiano deve possedere è il coraggio.