venerdì, 27 giugno 2008

Il mostro in cantina

Oggi sono scesa in cantina per cercare uno zaino.
Ho sceso le scale, ho aperto la porta della cantina, ho rovistato tra le varie cose per una discreta quantità di tempo, ho preso lo zaino più qualche altro cimelio e sono tornata in casa.
Tutto normale, no?
Appunto!
Troppo normale.
Ho rimpianto il terrore che la discesa in cantina mi ha sempre ispirato fino a qualche anno fa.
E ora invece niente; neanche un brividino di passaggio.
Un po’ mi dispiace.

Era fantastico scendere gli scalini sentendo l’aria diventare man mano più fresca, vedere la porta che introduce nel corridoio stretto e odoroso sul quale si affacciano allineate le porte delle varie cantine, tenendo la mano pronta ad accendere l’interruttore della luce mentre le gambe scattavano per oltrepassare l'ingresso ed entrare nella mia cantina: una volta lì, pur sola e immersa nel silenzio, la paura cessava, per ritornare non appena chiudevo la porta e, veloce come un fulmine, mi precipitavo lungo il corridoio, oltre la porta comune, su per le scale, col fiato corto e sbattendo contro ogni spigolo disponibile: che goduria!

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categoria:paura, tempus fugit
lunedì, 05 maggio 2008

L’indirizzo ce l’ho…

[rintracciarti è un gran problema…]

Sono reduce da un tremendo stress, adesso mi sfogo, così vi spiego anche come sia possibile peggiorare una situazione mentre si sta cercando di migliorarla… eh eh, io, modestamente, sono una specialista in questo genere di cose!

Dovete sapere che i membri della mia famiglia non sono accomunati da niente se non dall’affetto reciproco e da una profonda avversione verso l’automobile. Mia madre ha la patente ma non l’ha mai usata, mia sorella ce l’ha ma non guida quasi mai, io non ho la patente. L’unico motorizzato è mio padre, il quale però odia guidare e usa la macchina solo quando è assolutamente costretto. In pratica, l’automobile viene utilizzata per piccoli percorsi ben conosciuti (tipo per accompagnare mia madre alle visite mediche o al centro commerciale) e, una volta l’anno, per andare a Riccione.
Per tutti gli altri spostamenti vengono usate le gambe, la bicicletta e i mezzi pubblici. E viviamo benissimo.

MA… l’imprevisto può sempre capitare! E, quando capita, mio padre rischia il collasso, l’infarto e la morte sul colpo. Ecco perché di solito l’unica a infliggergli tali colpi è mia madre – con le sue pretese di essere accompagnata dappertutto – mentre io e mia sorella abbiamo pietà e ci organizziamo in altro modo, anche a costo di percorrere itinerari scomodissimi e arzigogolati con i mezzi pubblici nonostante in automobile impiegheremmo un terzo del tempo. Pur di non vedere mio padre strangolato dall’angoscia sono pronta a sacrificarmi (o a prendere la patente, incubo che prevedo di dover affrontare a breve).

Anche stavolta ho cercato in ogni modo di evitare il ricorso al mio povero genitore ma purtroppo non ci sono riuscita. Non sto tanto bene e ho dovuto prenotare con urgenza delle analisi del sangue. Pensate che in tutta Bologna e provincia non c’è posto fino al 12 maggio! Siamo tutti molto controllati a livello di salute, devo pensare… L’unico posto libero era mercoledì (dopodomani) a Bentivoglio, un paese della provincia. Messa alle strette, ho prenotato l’appuntamento, pensando: male che vada prenderò una corriera. Ma poi ho scoperto che le corriere passano a orari assurdi, e io mercoledì devo anche andare a Rimini, quindi era impossibile ricorrere alla corriera e perfino un amico che si era reso disponibile ad accompagnarmi ha scoperto di avere un impegno proprio mercoledì, quindi… mi son sentita morire.

Ho perso mezza mattina a trovare su internet tutti gli itinerari più facili e lineari per arrivare a Bentivoglio, dopodiché, armata di cartine, mappe stradali, satellitari e astrali, ho bussato allo studio del mio ignaro padre e, esordendo con un
– Papi, non preoccuparti, è tutto programmato e facilissimo! –, gli ho poi comunicato la ferale notizia.

Sbiancamento improvviso del volto, contrazione dei lineamenti in una maschera d’angoscia, espressione spersa all’idea che proprio io – la figlia che non lo mette mai in questi guai – lo gettassi in un simile incubo…

Superato lo shock, gli ho indicato, col dito sulla mappa e con mille spiegazioni dettagliate, il percorso nel modo più preciso e rassicurante; gli ho garantito che sarò un Secondo impeccabile, aguzzando la vista per individuare i cartelli direzionali a grande distanza (farò finta di non essere miope!) in modo da comunicargli con largo anticipo quando deve svoltare (perché fondamentalmente è questo il suo problema, quello di trovarsi sperduto in un dedalo di strade sconosciute a riflettere su dove svoltare mentre una fila di automobilisti impazienti strombazzano e lo mandano a quel paese per la sua indecisione); gli ho ricordato che io, al contrario di mia madre, non gli metto ansia, comprendo il suo blocco psicologico (è normalissimo avere un blocco psicologico!, ho garantito) e che se anche sbagliassimo strada o ci ritrovassimo ad affrontare trenta volte la stessa rotonda o a dover rientrare in tangenziale per dieci volte per non avere imbroccato l’uscita giusta non mi scomporrei minimamente, non ci sarebbe nessun problema, arriviamo quando arriviamo, non ci corre dietro nessuno… be’, alla fine mi sembra che si sia calmato. Sono io che ora sono ansiosa, agitata e angosciata! Tutto ciò mi ha messo in una situazione di stress incontrollabile e, stando già poco bene, lo stress è la prima cosa da evitare, nel mio caso. Quindi, col senno di poi, traggo la conclusione che sarebbe stato molto meglio pazientare e prenotare gli esami il 12 ma stando col cuore tranquillo, piuttosto che riuscire a fissarli presto ma creando tutto questo scombussolamento psicologico a mio padre, scombussolamento che, come un boomerang atomico, si è completamente ripercosso su di me perché mi è dispiaciuto averlo messo in ansia e perché lui mi ha trasmesso tutta quella tensione.

Bene, ora spero di calmarmi (e spero anche di arrivare mercoledì alle 8,15 all’ospedale di Bentivoglio… spero di non trascorrere quella mattina dispersa nella pianura padana con un padre fuori di testa rinchiusi nella nostra povera e innocente Punto).

Una cosa è certa: a mio padre occorrerebbe un navigatore satellitare, ma usando così poco l’automobile mi pare una spesa inutile, tuttavia, dopo questo episodio, ci faccio davvero un pensierino.

Voi avete qualche blocco psicologico? Vi auguro di no!

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categoria:paura
martedì, 15 aprile 2008

Profumo di felicità

Dato che due lavori in due città diverse (più studio e preparazione tesi) sono pochi, nella settimana appena trascorsa ho accettato di svolgere un terzo lavoro in una terza città (anzi, una repubblica) e così ho progettato e condotto una serie di laboratori di educazione ambientale (tema: il consumo critico) rivolti a classi di scuole elementari, in quel di San Marino. Ammetto che la molla principale che mi ha spinto ad accettare è stato il fatto che fossero ben pagati (con tutto il lavoro che ho non avevo davvero voglia di sobbarcarmi anche questo) ma ora che ho terminato (proprio ieri sera) devo dire che è stata un’esperienza molto bella e divertente. Trattandosi di laboratori (tra l’altro rivolti a persone così piccole e bisognose di concretezza), la parte più divertente era l’attività manuale finale. La prima parte era teorica: dopo avere introdotto il tema raccontando una storia, ricostruivo poi, tramite una presentazione in power point (preparata in una mia “sessione” di lavoro notturna due sabati fa…), le storie di vari prodotti che troviamo abitualmente sulle nostre tavole: cacao, caffè, zucchero e banane, cercando di coinvolgere i bambini con tante domande. Successivamente, recitavamo una specie di “gioco della spesa” nel quale, tra un frizzo e un lazzo, cercavo di calare me nei panni di consumatrice sprovveduta e i bambini in consumatori critici e avveduti (uno dei punti cardine del laboratorio era: ragazzi, gli adulti mostrano di saperne sempre una più di voi, e in molti casi è vero. Ma su questi temi ecologici, voi ne sapete più di tutti, perché anche solo ai miei tempi l’educazione ambientale non sapevamo neanche cosa fosse, figuriamoci ai tempi dei vostri genitori. Su queste cose siete voi che potete insegnare a loro. E allora dateci dentro e scatenate il puntiglioso rompiscatole che è in voi per una buona causa, una volta tanto! ). E già qui ci divertivamo, a giudicare almeno dalla partecipazione dei bambini. Ma il bello cominciava solo dopo, quando con aria fintamente compìta, dopo avere riunito i mocciosi attorno a una tavola piena di tazze e piattini colmi di cacao in polvere e non, zucchero, grani di caffè eccetera, distribuivo a ognuno una mappa del mondo su cui dovevano incollare i vari alimenti nel paese di provenienza. Naturalmente era il classico pretesto per impiastricciarsi mani, bocca, vestiti e qualunque suppellettile su cui ci appoggiassimo.

Ci sono bambini così poco abituati a poter essere liberi di sporcarsi e sporcare creativamente che fanno quasi pena. Bambini che di fronte a una pagina su cui disegnare, appiccicare, creare, restano incerti e spaventati; altri, invece, si buttano a capofitto nell’avventura senza il timore di “fare bene” o “male”.
Io lo conosco il timore di sbagliare. Quel gelo sospeso che ti coglie quando pensi che ogni tuo piccolo gesto potrà deludere l’adulto di riferimento o potrà essere seccamente classificato come sbagliato.

Perciò, tutte le volte che devo organizzare laboratori o gestire situazioni educative per me è vitale che si respiri aria di libertà, divertimento e intraprendenza: non sai dov’è il Brasile? Azzarda! Se sbagli non succede niente! E vedi il piccolo timoroso fare forza su se stesso per esporsi e rischiare di sbagliare, e il più delle volte, tra l’altro, non sbaglia. O vedi il ragazzino che non riesce ad affondare la mano nella montagna di cacao che ha davanti perché non può sporcarsi e tu gli spieghi che è cacao, non è niente di grave, lo spingi ad assaggiarlo con la punta del dito, gli disegni i baffi o lo trasformi in un capo indiano con i suoi simboli tatuati in faccia e dopo un po’ ci si ritrova sorridenti e scatenati, tutti imbrattati di colla, zucchero e cioccolato, e alla fine però, dopo tutto questo, le mappe sono state realizzate, i bambini te le mostrano orgogliosi senza più chiedere se hanno fatto bene ma semplicemente per il gusto di mostrarti quant’è bella la loro cartina.

E così, dopo tutto, se ne andavano ognuno con la sua mappa (che in teoria dovrebbe ricordare loro da quali zone lontane del mondo provengono i prodotti che essi mangiano abitualmente e quale lungo viaggio devono compiere per arrivare sulle nostre tavole) e io restavo poi nell’aula allegramente devastata, a mettere in ordine. La sera, tornando a casa, in treno, mi portavo addosso profumo di cacao, zucchero, caffè, in pratica profumo di felicità.

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categoria:paura, felicità
martedì, 04 marzo 2008

Storia ridicola di una tragedia mancata

Ogni tanto mia madre, presa da golosità, si fa comprare dei cioccolatini che poi nasconde (queste sarebbero le sue intenzioni, vane perché il “nascondiglio” lo conosciamo tutti) in un mobiletto della cucina. Anche se, appunto, quello non può più essere considerato un nascondiglio, il messaggio è chiaro: le cibarie che vi si trovano sono sue (guai a chi le tocca).

Ora è accaduto che la settimana scorsa mia madre si sia fatta comprare dei meravigliosi e scioglievolissimi cioccolatini Lindor al latte, li abbia “nascosti” e sia poi partita alla volta di Piacenza, dove sarebbe rimasta almeno fino a domenica.

Nella casa vuota, seduta alla mia scrivania, cercavo di dimenticare la presenza dei succulenti cioccolatini.

Non sono per me, intimavo a me stessa. Eppure… vi sembra giusto che una madre di famiglia sia così egoista da togliere il cioccolato di bocca ai suoi cari? A me no! Forte di questa convinzione - prima scacciata dalla mente, in seguito pian piano osservata con distacco, infine accolta con arrendevolezza prima e con determinazione poi – mi sono diretta verso il mobiletto proibito, sentendomi pienamente legittimata a questo esproprio filial-proletario (i tempi son cambiati e questo è ciò che possiamo permetterci). In realtà più che un esproprio mi riproponevo una innocua sottrazione; Se mangio un solo cioccolatino, non se ne accorgerà neanche, pensavo. E così ho fatto. Fin qui, tutto bene.
Il giorno dopo, stessa storia. L’immagine del sacchetto di cioccolatini abbandonato in un triste mobiletto ha ricominciato a tentarmi. Ne ho mangiato un altro (se anche ne mangio un altro, non se ne accorgerà).
È andata così ogni giorno, finché ormai restavano troppo pochi cioccolatini per non accorgersi delle ripetute sottrazioni, cioè del furto.

Be’, ormai li finisco; – mi son detta saggiamente – gliene ricomprerò un altro sacchetto prima che torni.

Sabato pomeriggio – mia madre era già in treno sulla via del ritorno – tranquilla e serena mi sono avviata al supermercato del mio quartiere. Approdata nella corsia cioccolatosa con la sicurezza di chi sa il fatto suo, ho scorso con tranquillità l’invitante scaffale per tutta la sua lunghezza; l’ho scorso una seconda volta con un po’ meno tranquillità; l’ho scorso la terza volta con impazienza mista a inquietudine. Non l’ho scorso una quarta volta solo perché il panico, il terrore e l’angoscia mi avevano completamente paralizzata e il sorriso serafico di pochi secondi prima era ormai irrigidito in una smorfia straziata: dei cioccolatini che cercavo, nessuna traccia. Finiti.
Non potevo neanche prendermela con gli avidi saccheggiatori che me li avevano inconsapevolmente sottratti, data la bontà dei cioccolatini stessi.
Uscita dal supermercato mi figuravo nella mente l’immagine di mia madre che quella sera stessa, dopo cena e prima di ipnotizzarsi davanti al televisore, si sarebbe diretta verso il suo mobiletto provando quel vivificante brivido di golosità all’idea di mangiarsi il suo cioccolatino, avrebbe aperto lo sportello e… sarebbe stata la mia fine. Vedevo già i titoli sui giornali del giorno dopo:

Solare professoressa uccide figlia. Il raptus scatenato da futili motivi.

Mi restava una sola speranza; provare in un altro mini-market poco distante. Ma era una speranza davvero flebile e infatti, alla prova dei fatti, si rivelò vana.
Ormai diretta verso casa, un’illuminazione mi trafisse; forse avevo ancora una possibilità.
Sono entrata nella “Bottega del caffè” come un fuggitivo che spera di avere trovato la salvezza. Con un’incontrollabile espressione di panico in volto ho chiesto alla commessa, con voce rotta dall’angoscia, se avevano i preziosi cioccolatini.

Li avevano.

L i  a v e v a n o !

Sicuramente la commessa mi avrà scambiato per una pazza o per una poveretta affetta da golosità maniacale, da come mi ha guardato, ma credete me ne importasse qualcosa, in quel momento?
Tutto quello che ho fatto è stato stringere a me il prezioso sacchetto, avviarmi verso casa con un sorriso di beatitudine in volto e riporre i cioccolatini al loro posto nel mobiletto.
Quando la sera, come previsto, la loro legittima proprietaria si è avviata verso quel mobile e ne ha aperto lo sportello, ha trovato esattamente ciò che si aspettava. Naturalmente non ho potuto trattenere una risata e le ho raccontato tutto, il che le ha sollevato un po’ il morale (in questo periodo parecchio avvilito, e a ragione).
E così, anche questa è andata. Anzi, si è risolta perfino in una buona azione…

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categoria:mia mamma, paura
venerdì, 09 novembre 2007

Post nato da un problema e terminato con una soluzione (forse)

Sono alle prese con una relazione da scrivere su uno stage appena terminato (quello che mi ha vista folleggiare tra festival del fumetto, fiera del libro e incontri con adolescenti più o meno brufolosi ma in ogni caso lettori – volenti o nolenti – di romanzi). Lo stage è stato bello, intenso, appassionante (qualcosa ne è trapelato in qualche post). Ma la trafila burocratica che devo seguire per farmelo riconoscere è sfiancante (nell’ufficio apposito sono stati reclutati impiegati geneticamente modificati ai fini di terrorizzare chiunque si avventuri presso di loro). Il risultato è che ho il blocco dello scrivano. Non riesco a scrivere questa benedetta relazione e la scadenza è ormai alle porte, non posso più aspettare. La cosa strana è che tale relazione non deve essere asettica e descrittiva – come credevo e come mi apprestavo a fare – ma deve trasudare di sentimento, insomma deve essere scritta in modo soggettivo, devo raccontare il mio vissuto. Non so perché ma questo mi imbarazza. So perfettamente che il supervisore (che poi è una donna terribile e sempre furiosa) non perderà certo tempo a leggere la mia relazione che sarà solo una tra tante altre; probabilmente la sfoglierà appena. Ma non importa, io sono lo stesso bloccata, scrivo due righe e cancello. Sto scrivendo qui sul blog senza sapere cosa dire, giusto per sfogarmi un po’, per vedere se mi sblocco.

Ecco, proprio adesso, pensando alla supervisora furiosa, mi è venuto in mente uno degli ultimi incontri cui ho partecipato: dovevamo decidere, assieme a insegnanti e bibliotecari, la bibliografia da proporre quest’anno ai ragazzi; per questo durante l’estate ognuno di noi aveva letto alcuni romanzi e ora, tutti attorno a un tavolo, se ne discuteva. Quando si parla di libri sono serena e motivata, è una delle poche occasioni in cui l’entusiasmo ha fin da subito la meglio sulla timidezza; ma quel giorno ero invece un po’ in ansia perché volevo bocciare un libro e sapevo di dover difendere questa mia opinione contro un tipo particolarmente agguerrito e fan del romanzo in questione. Quando arrivò per me il momento di prendere la parola e tutti i visi si voltarono a guardarmi (il mio giudizio valeva da ago della bilancia perché le opinioni finora erano per metà favorevoli e per metà contrarie) incrociai lo sguardo di una prof. di liceo di cui avevo già avuto modo di notare la dolcezza nel parlare. Be’, questo viso esprimeva una tale dolcezza nello sguardo – mite ma acceso d’interesse -, una serenità, una pace tali che semplicemente guardandolo mi sentii subito sicura e benvoluta. Cominciai a parlare, guardando lei, all’inizio un po’ intimidita ma sciogliendomi mano a mano; il suo sguardo mi aveva aiutata. Riuscii così a trovare le argomentazioni adatte per avvalorare la mia tesi, che venne accolta. Sostenni bene anche la discussione che, come previsto, il fan del romanzo scatenò.

Tornando verso casa e altre volte, dopo allora, ho ripensato a com’era bello quel viso e a come piacerebbe anche a me trasmettere tanta dolcezza e serenità con un semplice sguardo. Quella per me è la vera bellezza, nonostante a prima vista forse quel volto non avesse niente di appariscente o di particolare.

Mi sa che proverò a scrivere la relazione pensando di dovermi rivolgere a quella donna anziché alla supervisora furiosa. Poi vi farò sapere. Ma quello che volevo dire è che a volte, anche senza saperlo, possiamo aiutare persone sconosciute con un semplice sguardo, con un modo di fare accogliente.  

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giovedì, 19 aprile 2007

Il pensiero dominante

[La storia di Rata, diventata Rita]

Il pensiero dominante per Leopardi era l’amore, per molti, oggi, è la paura.

Conosco una persona che è convinta di avere un buco in testa. È anche convinta che sua madre complotti con non ben identificati santoni perché le facciano dei malefici (per evitare questo ha nascosto tutte le fotografie che la ritraggono ed evita di farsi fotografare; inoltre controlla ogni movimento della madre). È convinta di avere un corpo così fragile che basta toccarlo per deturparlo orribilmente. Per questo non andava dal dentista anche se ne aveva bisogno e quando l’ho costretta ad andarci (prendendole io l’appuntamento e accompagnandola di persona) si è convinta che il dentista le avesse fatto un buco in gola.

Se le faccio notare con argomenti razionali che non ha un buco in testa (né in gola) lei mi dice che sono pazza, oppure che complotto con i suoi genitori (che non conosco neanche) per farle del male.
Una volta l’ho vista al supermercato, da lontano. Si grattava ininterrottamente la testa; la gente che passava la evitava con disgusto, ma io sapevo perché lo faceva: cercava il buco.

I nostri rapporti sono sempre stati quasi esclusivamente telefonici.
Questa giovane donna, che ha trentatre anni, è un’ex alunna di mia madre. Qualche anno fa – mia madre non era più sua insegnante da parecchi anni – le ha telefonato e ha cominciato a parlarle di questo buco in testa. A volte veniva a suonare il nostro campanello (quando abitavamo nella casa vecchia e avevamo il videocitofono): dato che aveva una capigliatura riccia simile a quella di mia madre, è capitato che spesso distrattamente le aprissi la porta e me ne tornassi in camera mia; dopo un po’, non sentendo la solita confusione che fa mia mamma quando entra in casa ma un gelido silenzio, andavo in salotto a controllare e trovavo lei, Rita, seduta sul divano, rigida e muta, che mi fissava: una situazione da incubo.
Dopo un po’ mia mamma si è stancata di stare al telefono con lei; le faceva perdere tempo, diceva, e le faceva anche paura. Io invece, pur malvolentieri, non ho smesso di ascoltarla, così lei ha iniziato a non cercare più mia madre ma me, nonostante io in realtà la rimproverassi spesso, non le dessi mai ragione su niente e le ripetessi chiaro e tondo che doveva andare da uno psicologo. Mi è sempre stata antipatica, questa Rita, e infatti ho cominciato, dentro me, a chiamarla Rata (la mia rata per il paradiso, ironicamente parlando); non per la malattia, ma per il suo modo di fare, per il suo parassitismo innato, per il suo eterno vittimismo che va ben oltre la malattia e anche per le sofferenze causate ai suoi genitori.

Una volta però ho ricevuto una sua telefonata particolare: aveva la voce strana, impastata, più ottusa del solito (già normalmente ha una voce d’oltretomba; se fossi un tipo impressionabile, basterebbe questo a spaventarmi). Mi telefonava dal reparto psichiatrico dell’ospedale: TSO (trattamento sanitario obbligatorio). Aveva dato in escandescenze a casa scagliandosi contro i suoi genitori che avevano chiamato i soccorsi; in seguito a questo episodio era stata ricoverata contro la sua volontà (il suo più grande terrore era stare in un posto che non fosse casa sua, dove pure sta male) e imbottita di farmaci: a ciò si doveva la voce impastata e un certo tono rassegnato; non era più convinta di avere un buco in testa, ma non voleva più uscire dall’ospedale. Finito il periodo di ricovero obbligatorio ha voluto restare lì.
Imprecando contro non so chi e cosa, ho preso la bicicletta e sono andata a trovarla, benché ogni fibra del mio corpo  e del mio spirito si ribellasse all’idea. L’ho vista, con l’aria ebete più del solito, odiosa più del solito, vinta più del solito. Non ho provato pena né compassione né simpatia. Solo un senso di rivolta che mi partiva dalla punta dei piedi, mi incendiava il cuore e mi pizzicava il cervello; non riesco ad accettare di vedere un essere umano ridotto così, anche se è il più antipatico della terra.
Tornata a casa, ho navigato un po’ su internet cercando informazioni. Ho letto siti e interminabili e iperdeprimenti forum in cui persone malate vomitavano le loro paranoie; ne sono uscita angosciata e un po’ paranoica anch’io, ma con un’informazione utile: il titolo di un libro miracoloso, a giudicare dall’esperienza di tanti ex fobici che che l’avevano letto: si intitola Il cervello bloccato, l’autore è J.M. Schwartz.
Nel frattempo Rata era uscita dall’ospedale e non prendendo più le medicine le erano tornate le solite fobie: da una gabbia all’altra.
Ho letto quel libro: molto interessante ma, come capita in questi casi, quando lo si legge ci si convince di soffrire di tutte le fobie descritte (e al massimo livello). Quello che conta è, però, che contiene una serie di indicazioni, di carattere eminentemente pratico, che sembra funzionino per tenere sotto controllo la fobia (si rifanno ai principi della psicoterapia cognitivo-comportamentale). Dato che Rata non voleva vedere psicologi e che peggio di così non poteva stare (secondo me) ho iniziato a suggerirle io, adattandole a lei, alcune di queste utili regolette. Poi abbiamo letto insieme alcune esperienze raccontate nel libro (quelle simili alle sue, ma non le più gravi affinché non si spaventasse ancora di più).
Confermo, amici: quel libro fa miracoli. Piano piano, l’ansia di Rata è un po’ diminuita, quel tanto da convincersi ad andare da uno psicologo. Ho riconsultato i forum disperati (un’esperienza che sconsiglio, fa stare veramente male: la paura risucchia la personalità di un individuo e la riconduce solo ed esclusivamente a un eterno pensiero ossessivo), ho chiesto in giro, ho trovato una psicologa: dopo mille titubanze e ripensamenti Rata ha iniziato ad andarci. Senza prendere medicine, ha cominciato a migliorare. Mi ha telefonato poco fa per dirmi che ha trovato lavoro come commessa, lei che aveva il terrore di mettere un piede fuori di casa e di affrontare le persone.

È ancora convinta di avere il buco in testa; ma si è anche convinta che si può convivere con un buco in testa. E io penso che questa sia una cosa fantastica. Mi sta quasi simpatica, questa Rita.

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categoria:libri, persone, paura
venerdì, 06 aprile 2007

Tra una spada e la libertà

Mia sorella Linda da piccola pareva soffrire di una strana sindrome d’assedio.

Fin dai tempi della scuola materna prese l’abitudine di tenere accanto al letto una spada (di plastica, che faceva parte del mio meraviglioso costume da moschettiere) “per difendersi dai ladri”.
A nove anni scrisse e sigillò il testamento (che tuttora è conservato nel cassetto dei calzini di mio padre).
Verso gli undici anni, sentendo al tg la notizia di persone risvegliatesi dal coma dopo avere ascoltato la loro musica preferita, registrò su una cassetta tutte le canzoni che avremmo dovuto farle ascoltare nel caso fosse caduta in coma; annotò poi su un taccuino le canzoni preferite di ogni membro della famiglia, nel caso il coma non fosse toccato a lei.
Infine, stilò una lista di oggetti a lei cari da portare via in caso di improvviso incendio della nostra casa. Ebbe cura di collocarli tutti insieme in un posto strategico in modo che fossero facilmente accaparrabili durante una fuga concitata dall’appartamento in fiamme.

Potreste a questo punto pensare che mia sorella sia diventata una persona paurosa e assillata da fobie di ogni tipo.
E invece, mia sorella è una giramondo. All’età di 25 anni è già stata in tre continenti diversi (e non per turismo, ma per studio o volontariato), adattandosi e cavandosela in qualunque situazione. A Bordeaux le sono entrati più volte i ladri in casa e, nonostante non avesse nessuna spada con cui scacciarli, non si è scomposta più di tanto. In Etiopia si è trovata in condizioni anche più pericolose e di nuovo le ha superate tranquillamente. Adesso è andata a vivere a Napoli per studiare le lingue africane e quest'estate farà uno stage in Tanzania (vivendo in famiglia).
È, come me, una persona fragile che cerca di non lasciarsi ingabbiare dalle sue insicurezze.

La sua spada è rimasta qui in camera mia e quando la guardo non posso non sorridere pensando a una ragazza che ha imparato ad affidarsi al mondo senza portare armi con sé.

 
Nei prossimi due giorni sarò in “pausa pasquale”. Perciò auguro anche a voi di trascorrere una meravigliosa Pasqua. A presto!

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categoria:persone, paura
venerdì, 09 marzo 2007

Realismo e iperrealismo

Mia zia, che è sempre stata vanitosa, possiede uno specchio tondo, enorme, che ingrandisce la faccia di trenta volte. Lo tiene sul comò e lo usa ogni mattina per truccarsi. Se parte per le vacanze lo porta con sé, e perfino ora che è in ospedale con le vene rotte dalle flebo non ha rinunciato al suo prezioso specchio.
Capirete che anche il minimo difetto, ingrandito in quel modo, risulta mostruoso. Anche un viso perfetto non appare più tale tramite quel malefico strumento. Se considerate che mia zia (che poi è la mia prozia) è ottantacinquenne e ovviamente ha qualche ruga, potete facilmente immaginare cosa la poveretta debba vedere quando si specchia. Il risultato è che ogni volta che lo fa scoppia a piangere disperata e maledice la vecchiaia.  

L’ironia è che mia zia è convinta che quello specchio le restituisca un’immagine assolutamente obiettiva e veritiera della realtà; per me è esattamente il contrario: quando si pretende di scrutare le cose troppo da vicino, senza la giusta distanza, enfatizzando dettagli che in una visione d’insieme nessuno noterebbe, si è immersi nella falsità e non ce ne si rende neanche conto. Quando le pretese di “realismo” superano il segno, non si ottiene altro che l’effetto opposto. Se questo nell’arte funziona, nella vita può essere devastante.
E mia zia continuerà a piangere.

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categoria:paura, tempus fugit, prozia
venerdì, 16 febbraio 2007

Dedicato a Dracula

[non il vampiro, un matto. Un amico]

La malattia mentale è come la legione straniera; accoglie chiunque, se ne frega della sua identità, gli dà una divisa, lo segue per tutta la vita.

Liberarsi dalla malattia – se uno ci riesce -, ritornare da una terra di nessuno… e accorgersi che per gli altri è sempre ancora lì. Lui è guarito, o almeno domina il suo male, ma tutti continuano a vederlo sempre e solo malato, perché si sono abituati così, poverini, e ci restano male se le cose cambiano.
Perciò nelle discussioni, anche in quelle che lo riguardano, non ha voce in capitolo, perché tanto è pazzo, o meglio “non può capire”, “non sa cos’è meglio per lui”. E il poveretto in questione non può a questo punto tentare di dimostrare la sua sanità mentale, perché come fai a dimostrare di non essere pazzo?

Questo perenne non ritorno cui gli altri ti condannano mi ricorda tanto alcuni cari versi di Cesare Pavese:

Uno crede che dopo rinasca la vita,
che il respiro si calmi, che ritorni l’inverno
con l’odore del vino nella calda osteria,
e il buon fuoco, la stalla, e le cene. Uno crede,
fin che è dentro uno crede. Si esce fuori una sera,
e le lepri le han prese e le mangiano al caldo
gli altri, allegri. Bisogna guardarli dai vetri.

Questo schifo di post sconclusionato è per il mio amico Dracula, un matto doc, che ha passato tutta la vita a guardare gli altri dai vetri, ieri si è stancato e si è ucciso. Così con questo tragico atto di volontà forse ha dimostrato, troppo tardi, di non essere un pazzo.

Non ho scritto questa roba per rattristare qualcuno, ma perché capita a tutti di avere paura di fronte ai matti, ai malati di mente, e perfino chi soffre “semplicemente” di depressione spesso è tenuto a distanza come fosse appestato. Non è che un matto non abbia un cuore (in giro c'è perfino l'idea che i matti siano sempre felici come dei bambini - come se i bambini fossero felici, poi - e non si accorgano delle prese in giro e degli sberleffi, o dell'indifferenza). Non è che la malattia mentale sia per forza una condizione permanente, senza variazioni. Nessuna condizione umana è immobile. L’immobilità non appartiene all’essere umano. Le persone cambiano, tutti cambiamo, non riconoscere questa semplice verità (per paura, ignoranza, comodità e non so che altro) ci trasforma in carcerieri di anime. Vogliamo davvero essere dei carnefici?

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categoria:poesia, persone, paura, morte
martedì, 06 febbraio 2007

Help!

[Post semiserio di carattere entomofobico]

Aiutooo!!! SOS! Sono peggio di una femminuccia da romanzetto! Quando vedo un insetto mi paralizzo! Pensate che convivo in camera con un ragno perché non ho il coraggio di ucciderlo e faccio finta di non vederlo! Poco fa sono entrata in bagno e chi vedo sulla parete accanto al mio asciugamani? Un insetto orribile, una specie di scarafaggio beige! Mi si è gelato il sangue, bloccato il respiro, era bruttissimo, con delle zampacce e un’antennona lunga e filiforme. Ho preso un giornale e con scarsa convinzione gliel’ho sventolato un po’ vicino, sperando inutilmente che lui scendesse sul pavimento, ma sapevo già che se anche l’avesse fatto io comunque non avrei avuto il coraggio di calpestarlo perché è ciccione (e poi anche quando riesco a calpestare un insetto, dopo scrollo per mezzora la gamba col terrore - irrazionale, lo so -  che l’esseraccio ci sia salito sù anziché crepare sotto la mia suola). Comunque, lui non è sceso bensì è sgusciato lateralmente scomparendo dietro a un mobiletto. Furbo! Allora ho cercato di spingere il mobiletto contro il muro per schiacciare il mostro, ma sicuramente è vivo e vegeto e ora sarà lì, al sicuro, pronto a spuntare fuori quando meno me l’aspetto, gettandomi nel panico. Se appena metterò piede nel bagno so già che dopo un po’, anche se non lo vedo, comincerò ad avere le “allucinazioni”: mi sembrerà di vederlo dappertutto e di sentirmelo addosso. Aiutooo!

Che poi, ragionando con calma, non capisco perché. Non sono una fifona, normalmente. Vado in giro da sola a qualunque ora della notte anche in posti isolati e non ho avuto tanta paura neanche quando da ragazzina ho incontrato un maniaco in cantina.

E poi gli insetti, anzi in generale le bestie di qualunque genere e tipo, mi spaventano solo in casa mia. Cioè se io vedo lo stesso insetto in campagna o in qualunque posto che non sia casa mia, non mi fa nessuno schifo, neanche se mi sale su un braccio, per dire. Tutto questo terrore, no diciamo pure isteria purissima, si impossessa di me solo in casa mia.

Cosa vorrà mai dire tutto ciò?

A voi non capita? C’è qualcosa che vi blocca come a me quello schifo che occupa il mio bagno in questo preciso momento?

E, soprattutto, che fare?

Mi è anche venuto un pensiero ignobile: per un attimo ho rimpianto il mio ex; lui quando vedeva un insetto prendeva un giornale e in quattro e quattro otto lo spiaccicava senza pietà. Anche mia nonna ne è capace, adesso che ci penso. Mio padre, invece, è come me: avete presente Woody Allen in Io e Annie quando lei trova uno scarafaggio nel bagno e nel cuore della notte chiama lui che in quel preciso momento, tra l’altro, è “impegnato” con una ragazza? Be’, lui molla la tipa e corre da Annie e si avventura tremebondo in bagno,  armato mi pare di una racchetta da tennis e varie armi improvvisate, e dopo una dura colluttazione riesce a far fuori il mostro. In questo caso, io sono come Annie e mio padre è come Woody. No, non siamo messi per niente bene. Uffi!

postato da: flalia alle ore 08:24 | Permalink | commenti (17) | commenti (17)(pop up)
categoria:paura, figuracce, io