lunedì, 18 giugno 2007

Arbusta iuvant humilesque myricae

[Un guizzo chiama, un palpito risponde]

Un giorno, in terza media, la mia prof. di lettere, durante una lezione, iniziò a muggire e a fare altri versi più o meno ameni. Non era impazzita, semplicemente riteneva necessario leggere Pascoli in quel modo, sottolineando le onomatopee (prendendolo in giro). Ritenne indispensabile anche parlarci del rapporto tra Pascoli e le sue sorelle, con allusioni di cui non capii niente (capii solo che alludeva e, soprattutto, che odiava il poeta).

Ma mentre la prof. muggiva e gracidava tra le risa dei miei compagni, quelle parole, benché deformate benché straziate, riuscirono a farsi largo fino a una certa zona inesplorata del mio cuore, fino a toccarla, col risultato che quel giorno tornai a casa con tutti i sintomi dell’innamoramento poetico.

Dopo pranzo, anziché guardare il solito programma di cartoni animati (di cui non perdevo mai una puntata), mi chiusi subito in camera col libro di antologia aperto al settore Pascoli. Lessi avidamente tutte le sue poesie contenute nel libro (non certo le migliori del poeta), imparandole a memoria una dopo l’altra, senza alcuno sforzo.
Quello che avevo colto immediatamente fin dalla mattina in classe, e che ora mi si confermava in tutta la sua potenza, era soprattutto questo elemento: quasi tutte le poesie iniziavano con immagini felici, di serenità e tranquillità quotidiana; poi, nel corso della poesia (nel giro di pochi, a volte pochissimi versi) tutto mutava colore, tono, intensità: lentamente o improvvisamente, ma sempre in modo inesorabile e fatale, arrivava la delusione delle aspettative, il crollo delle certezze, lo sradicamento, la perdita, l’abbandono, la morte. Restava, però, di quella gioia, il ricordo, indelebile.

A me, leggendo, batteva forte il cuore perché questo miscuglio di gioia e dolore, queste rapide metamorfosi dell’una nell’altro e il desiderio che almeno qualcosa restasse saldo, rispecchiavano perfettamente il mio stato d’animo dell’epoca. E anche i rapporti familiari così presenti nelle poesie, l’amore e la perdita, il legame e la separazione, rappresentavano bene, credo, ciò che stavo cominciando a vivere rispetto alla mia famiglia e al mondo: da un lato l’esigenza di una maggiore autonomia, dall’altro il desiderio di sentirmi ancora piccola.
Credo che siano stati proprio questi, all’inizio, i nuclei pulsanti che mi fecero innamorare. Oltre al fatto che Pascoli fosse romagnolo (Romagna è ancor oggi la mia bandiera; sarà retorica, sarà melensa o patetica, ma è così) e che le sue poesie fossero popolate di fiori, piante, uccellini, tutti amati, tutti chiamati col loro nome, tutti messaggeri però, nonostante l’apparente normalità, di un mondo altro.

Ora, avevo notato che quasi tutte le poesie dell’antologia erano tratte dal libro intitolato Myricae. Dovevo possederlo immediatamente e corsi in cucina da mia madre per dirglielo.
- Oggi tuo padre è ad Arezzo. Devi aspettare almeno fino a domani – ha risposto lei.
- Fino a domaniii?! Ma non posso resistere, ne ho bisogno. Ti pregooo!!! –
Il problema era che tutte le librerie erano in centro e io, dodicenne, non c’ero mai stata da sola; mia madre non aveva nessuna voglia di uscire, né io intendevo cedere: ero già pronta a buttarmi sul pavimento strillando come un’oca semisgozzata quando mia madre senza dire niente prese Tuttocittà, lo aprì cercando la pagina giusta, mi fece cenno con la mano di raggiungerla e mi indicò dove avrei dovuto prendere l’autobus, dove scendere, come raggiungere la libreria una volta in centro, e come tornare a casa.
- Te la senti? –
- Sì! -  (tuffo al cuore, salto di gioia)

E così la scoperta della poesia ha coinciso per me con il mio primo viaggio in centro completamente sola (una sorta di piccola iniziazione).

Andò tutto bene tranne al ritorno, quando mi persi e tornai a casa a piedi (impiegandoci più di due ore), camminando trasognata per il tesoro che stringevo in mano e per l’impresa compiuta.

Da allora e per lungo tempo io e Myricae diventammo inseparabili; leggevo poesie nei momenti di pausa durante il giorno e la sera prima di addormentarmi, dopo le preghiere. Imparai a memoria senza farlo apposta la maggior parte delle poesie. Trascrivevo su un quadernino tutte le parole e gli accostamenti più dolci e musicali che trovavo (altro che i gracidii della prof.) ed era quasi una musica a sé quella che pronunciavo leggendo le parole in quel modo.

Le poesie di Pascoli sono state per me la porta verso la dimensione poesia, una porta che - ho scoperto - a volte resta chiusa anche a chi è comunque un gran lettore, ma di romanzi (le due cose non vanno necessariamente insieme). Se in quel preciso giorno di scuola le sue parole non mi avessero toccato il cuore, forse a quest’ora non sarei una lettrice di poesie.

A voi piace leggere poesie? Oppure vi annoia? Ricordate il primo poeta che vi ha teso la mano per portarvi in quel mondo, come ha fatto Pascoli con me e Petrarca con mia sorella? Oppure gli avete sbattuto la porta sul naso?

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giovedì, 08 marzo 2007

Intermezzo lirico

Oggi molte di noi avranno ricevuto o riceveranno un fiore, un bacio, un augurio gentile.
Anche se questa è una festa che a molte dà fastidio, io penso che faccia sempre piacere ricevere un’attenzione in più, anche l’8 marzo. Dico questo perché mi ha molto colpito la reazione inviperita di alcune quando oggi un collega ci ha fatto trovare un piccolo, grazioso rametto di mimosa per ognuna di noi. Per una volta che uno ha un pensiero gentile (lui, poi, non è gentile solo l’8 marzo)…

Io non festeggio questo tipo di ricorrenze (ma accolgo con entusiasmo gli auguri) però, come ho fatto per San Valentino, voglio dedicare alle mie lettrici e anche ai miei lettori (dato che sta anche a voi farci sentire amate e, soprattutto, rispettate) due poesie. Una, scritta da una donna che potrebbe essere un esempio per tutte noi, perché non si è mai lasciata ingabbiare (né dalle imperfezioni del suo corpo, né dai pregiudizi altrui, né dalle mura di un manicomio) pur continuando ad amare appassionatamente la vita e gli uomini; l’altra è una poesia d’amore, dolce e intensa, che un uomo dedica a una donna.

Secondo me infatti la festa della donna va condivisa con gli uomini.

[Chissà perché ci tengo a precisare che non amo le liriche d’amore, che tanto male han prodotto nella nostra cultura, ma oggi non riesco a esimermi, ohibò…]

 

E quando scende senza luce un velo
E distingue i contorni della sera
Quando si chiude sulla luna il cielo
E quando ogni paura sembra vera

Prendimi se mi vuoi, tienimi dentro,
Restami intorno come una coperta,
Non lasciarmi da solo senza centro
Come una stanza, una finestra aperta;

Fa in modo che non resti più sospeso
Al gancio del dolore, senza fiato
Signora mia mentre mi togli il peso
Di tutti i desideri del passato.

                          (Riccardo Held)

 

Ascolta, il passo breve delle cose                                                          
- assai più breve delle tue finestre -                                                       
quel respiro che esce dal tuo sguardo                                                   
chiama un nome immediato: la tua donna.                                             
È fatta di ombra e ciclamini,
ti chiede il tuo mistero                                                                             
e tu non lo sai dare.                                                                                
Con le mani                                                                                             
sfiori profili di una lunga serie di segni                                                  
che si chiamano rime.
Sotto, credi,                                                                                             
c‘è presenza vera di foglie;                                                                      
un incredibile cammino                                                                            
che diventa una meta di coraggio.                                                          

                              (Alda Merini)

                                                                                                     

Secondo voi queste poesie, tra loro, si parlano? Battibeccano? Vanno a braccetto? Si cercano? Si trovano? Sono come le famose parallele che non s’incontrano mai?
Vi dicono qualcosa? Non vi dicono niente?

In ogni caso, i miei auguri alle donne e un bacio agli uomini che le amano.

 

P.S.: io il mio regalo più bello, per oggi, l’ho già ricevuto: ho acquistato l’ultimo romanzo dell’amato Ugo Cornia (Le pratiche del disgusto, ed. Sellerio), per merito di una tempestiva segnalazione del lettore Yari, che ringrazio davvero tanto!

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venerdì, 16 febbraio 2007

Dedicato a Dracula

[non il vampiro, un matto. Un amico]

La malattia mentale è come la legione straniera; accoglie chiunque, se ne frega della sua identità, gli dà una divisa, lo segue per tutta la vita.

Liberarsi dalla malattia – se uno ci riesce -, ritornare da una terra di nessuno… e accorgersi che per gli altri è sempre ancora lì. Lui è guarito, o almeno domina il suo male, ma tutti continuano a vederlo sempre e solo malato, perché si sono abituati così, poverini, e ci restano male se le cose cambiano.
Perciò nelle discussioni, anche in quelle che lo riguardano, non ha voce in capitolo, perché tanto è pazzo, o meglio “non può capire”, “non sa cos’è meglio per lui”. E il poveretto in questione non può a questo punto tentare di dimostrare la sua sanità mentale, perché come fai a dimostrare di non essere pazzo?

Questo perenne non ritorno cui gli altri ti condannano mi ricorda tanto alcuni cari versi di Cesare Pavese:

Uno crede che dopo rinasca la vita,
che il respiro si calmi, che ritorni l’inverno
con l’odore del vino nella calda osteria,
e il buon fuoco, la stalla, e le cene. Uno crede,
fin che è dentro uno crede. Si esce fuori una sera,
e le lepri le han prese e le mangiano al caldo
gli altri, allegri. Bisogna guardarli dai vetri.

Questo schifo di post sconclusionato è per il mio amico Dracula, un matto doc, che ha passato tutta la vita a guardare gli altri dai vetri, ieri si è stancato e si è ucciso. Così con questo tragico atto di volontà forse ha dimostrato, troppo tardi, di non essere un pazzo.

Non ho scritto questa roba per rattristare qualcuno, ma perché capita a tutti di avere paura di fronte ai matti, ai malati di mente, e perfino chi soffre “semplicemente” di depressione spesso è tenuto a distanza come fosse appestato. Non è che un matto non abbia un cuore (in giro c'è perfino l'idea che i matti siano sempre felici come dei bambini - come se i bambini fossero felici, poi - e non si accorgano delle prese in giro e degli sberleffi, o dell'indifferenza). Non è che la malattia mentale sia per forza una condizione permanente, senza variazioni. Nessuna condizione umana è immobile. L’immobilità non appartiene all’essere umano. Le persone cambiano, tutti cambiamo, non riconoscere questa semplice verità (per paura, ignoranza, comodità e non so che altro) ci trasforma in carcerieri di anime. Vogliamo davvero essere dei carnefici?

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mercoledì, 14 febbraio 2007

                                                          Ai miei lettori

Denis de Rougemont, nel suo saggio L’amore e l’Occidente, dedica queste simpatiche parole a Francesco Petrarca:

«Chiunque, anche l’abitatore del più sperduto scoglio battuto dal mare, sa che un uomo è stato superlativamente innamorato: Petrarca. […] Chiamandolo “semplicemente” un uomo innamorato non diremmo nulla: egli lo era in modo straordinario, incendiario, solare».

La riflessione su Petrarca s’inserisce nel più ampio discorso che de Rougemont porta avanti nel suo saggio, e quindi ha, in quel contesto, precise implicazioni.
Ma quello che interessa a noi è la parola innamorato e le qualità che la connotano in questo caso: straordinario, incendiario, solare. Chi non vorebbe provare (ed essere l’oggetto di) un amore spinto a questi livelli? Forse solo un pigro. E così, cari lettori, vi dedico uno dei miei sonetti petrarcheschi preferiti, in cui ardisco intravedere l’essenza dell’amore: non abbandonarsi all’umore altalenante tra i propri “successi” e “insuccessi”, ma concentrarsi solo sull’oggetto del proprio amore, proiettati fuori di sé. Così, anche nella solitudine o nell’angoscia non potremo dirci meno ricchi che nell’appagamento e nella pace, e potremo insomma tollerare questo ennesimo giorno di S. Valentino senza troppi nervosismi (tutta ‘sta pappardella per arrivare qui? Sì!). 

 

    Cantai, or piango, et non men di dolcezza
del pianger prendo che del canto presi,
ch’a la cagion, non a l’effetto, intesi
son i miei sensi vaghi pur d’altezza.
    Indi et mansüetudine et durezza
et atti feri, et humili et cortesi,
porto egualmente, né me gravan pesi,
né l’arme mie punta di sdegni spezza.
    Tengan dunque ver’ me l’usato stile
Amor, madonna, il mondo et mia fortuna,
ch’io non penso esser mai se non felice.
    Viva o mora o languisca, un più gentile
stato del mio non è sotto la luna,
sì dolce è del mio amaro la radice.

Vi è piaciuto? Questo sonetto (stavo per scrivere: “questo post”!) di Petrarca rispecchia abbastanza la mia filosofia di vita. E dato che molti (tra cui anch’io, che non ho mai festeggiato S. Valentino né da fidanzata né da sfidanzata) trovano giustamente insopportabile questa giornata, ho pensato che però, al di là delle ricorrenze, parlar d’amore è sempre interessante, e così io con questo post la mia dichiarazione d’affetto e simpatia la faccio a chi mi legge e soprattutto ai commentatori e commentatrici più o meno assidui: mi fa sempre molto piacere leggere i vostri pareri e visitare i vostri blog.

Quindi un bacio a

Diego, che è sempre così puntuale, gentile e spiritoso;

Massimo, l’unico commediorafo esistente al mondo e appassionato ciclista!

Edi, grazie per i tuoi commenti acuti e per i tuoi iniziali (e, chissà, futuri) “rimproveri”.

Higurashi, dal passo leggero.

Giacomino & Trippy, siete irresistibilmente simpatici (buon S. Valentino, voi che potete!).

Melchisedec, per le tue perle di saggezza e la tua dolcezza.

Paolo Ferrucci, per i tuoi commenti e per le cose che imparo dal tuo blog.

MariaStrofa, detentore del blog più divertente, ironico e colto della rete.

Paolo-Lucenellarete, che recupera notizie da tutto il mondo, oltre che dalla sua vita, e ce le offre.

Baggins, che ha un blog degno del suo nick.

Davide, che mi ha confortata quando ho scritto di mia nonna e che mi ha fatto scoprire Cuore di tenebra.

E un bacio a chi mi legge ma non commenta (so che qualcuno c’è…) e a chi lo ha fatto solo di passaggio…

E ora, altro che amore, io corro a iniziare il mio tirocinio, l’ultimo entusiasmante ostacolo prima della laurea (ehm, oltre alla tesi, ancora in alto mare…)! Sono un po’ emozionata. Ciao!

postato da: flalia alle ore 08:12 | Permalink | commenti (14) | commenti (14)(pop up)
categoria:poesia, amore