sabato, 19 aprile 2008

Le brave ragazze restano minorenni sempre

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Lunedì, ore 15: terminato l’ultimo giorno di laboratori a San Marino. Tutto molto bello ma anche terribilmente stancante; l’unico desiderio che al momento la mia mente riusciva a visualizzare riguardava il treno che mi avrebbe riportata a Bologna; la mia camera, il mio letto, una cena vera – dopo giorni passati pendolando avanti-indietro – mi sembravano più che abbastanza.
Il problema era arrivare alla stazione di Rimini, senza macchina, perché l’unica disponibile, usata nei giorni precedenti, non l’avevamo. Confidando fiduciose nella corriera, io e la mia collega Simona abbiamo raggiunto l’apposita fermata solo per scoprire che la corriera sarebbe passata alle 17,30 (due ore dopo: troppe).
Primo pensiero, dopo avere appurato che nessuno poteva venire a prenderci da Rimini: autostop. Certo, non l’avevo mai fatto in vita mia e proprio due giorni prima ero rimasta colpita dalla notizia della sventurata ragazza uccisa da un automobilista in Turchia ma, insomma, osservando tutte quelle automobili che sfrecciavano luccicanti in pieno sole verso la meta a cui agognavo, non mi sembrava un’eventualità particolarmente pericolosa.

Solo che sono troppo timida. Insomma, come faccio a mettermi sul bordo della strada col pollice alzato quando gran parte della mia vita viene quotidianamente spesa nell’evitare di attirare l’attenzione altrui o – orrore – di creare disturbo?

Per Simona valeva lo stesso. Eppure, quando abbiamo visto un automobilista accostare a pochi metri da noi per telefonare col cellulare, ci è sembrato quasi un segno del destino. Un po’ tentennanti ci siamo avvicinate ma proprio quando eravamo a portata di voce lui svelto ha rimesso in moto ed è ripartito rapido.

Che umiliazione! Voglio sperare che lo abbia fatto solo perché aveva finito di telefonare e non perché si fosse accorto delle nostre intenzioni.
Comunque, questo smacco – vero o presunto che sia – ha messo fine, ancor prima che iniziasse, alla mia potenziale carriera di autostoppista.

In mancanza di ruote, ci restavano pur sempre le gambe, e così eccoci camminare sul margine della superstrada che collega San Marino all’Italia, una strada ovviamente priva di marciapiedi e trafficatissima. Mi era venuto in mente che la sera prima, a casa di Simona, guardando il televideo avevamo proprio commentato con sdegno le notizie ormai ricorrenti sui pedoni uccisi dai pirati della strada anche quando camminano sul marciapiede o attraversano sulle strisce. Figuriamoci su una strada come quella che stavamo percorrendo.
– Ce la siamo proprio tirata! –, ha esclamato Simona.
Io ero troppo concentrata a pregare che non ci piombasse addosso un automobilista ubriaco, un camionista cocainomane o un raver inacidito e in ritardo; bah, alla fine sono tutti luoghi comuni, sai come sono i giornalisti!, mi sono detta, e questa affermazione stranamente è bastata a rassicurarmi un po’. In più morire per dei laboratori, per quanto belli, mi sembrava un po’ eccessivo.

Ovviamente, non pretendevamo di raggiungere Rimini a piedi; sapevamo che, una volta superata la dogana e giunte in territorio italiano, avremmo trovato il capolinea dell’autobus italiano che – ci auguravamo – sarebbe passato più frequentemente rispetto alla corriera.

Lungo il cammino cominciavano ad arrivarmi sul cellulare vari messaggi che mi comunicavano con toni più o meno drammatici, a seconda del mittente, i primi exit-poll delle elezioni. Be’, vi assicuro che in quel momento, tra camion che mi sfrecciavano accanto e una lunga strada davanti a me, se anche mi avessero annunciato che era scoppiata la terza guerra mondiale non l’avrei considerato un argomento prioritario; figuriamoci Berlusconi o Veltroni.

Giunte finalmente al confine abbiamo chiesto ai doganieri dove fosse questo benedetto capolinea ma non abbiamo ricevuto un grande aiuto, se non un vago “più avanti”. Chi ci ha dato l‘informazione giusta è stato, non a caso, un ragazzo straniero poco oltre (tra “poveri” fruitori di mezzi pubblici ci s’intende).
Finalmente, dopo pochi minuti d’attesa, è apparso dietro l’angolo il caro, desiderato autobus arancione. Ma non era ancora finita: una volta salite, abbiamo scoperto che non si potevano acquistare i biglietti a bordo (e neanche fuori, dato che eravamo in una landa desolata priva di tabaccherie).

Come forse potete immaginare, non sono di quelli che salgono sugli autobus senza biglietto. Sono di quelli che lo timbrano sempre e che passano il viaggio desiderando ardentemente che salga un controllore e faccia la multa a chi lo merita (cioè alla maggioranza), cosa che non capita quasi mai (sono un po’ cattiva, lo so).

Be’, ragazzi, scendere era fuori discussione. Ho fatto un viaggio da abusiva e m’è andata bene (se fosse salito il controllore l’unica volta che non avevo il biglietto credo che sarei svenuta).

Ora, questo autobus sembrava uno scuola-bus ma in versione terza età. Quando, dopo aver discusso con l’autista a proposito dei biglietti, mi sono voltata per andare a sedere, mi sono trovata davanti a queste file di posti da due, in gran parte occupati da anziani uomini che chiacchieravano ad alta voce tra loro e prima ancora che potessi afferrare esattamente le loro parole (metà delle quali in dialetto), ancora da prima, quando stavo parlando con l’autista e sentivo solo un vago frastuono alle mie spalle, avevo già comunque capito che l’argomento non era esattamente casto.
Quando io e Simona ci siamo sedute di fronte a un vecchio esagitato e l’amico alle sue spalle gli ha detto ridendo:
– Ehi, Armando, zitto che hai davanti a te due minorenni! – ho capito che avevo intuito giusto.
Armando naturalmente non aveva nessuna intenzione di zittirsi, anzi, affermando che, su quelle cose, le minorenni di oggi ne sanno più di lui e di tutti i suoi amici messi insieme, ha proseguito nella narrazione delle sue avventure giovanili nei bordelli. Simona ha pensato bene di introdursi nel discorso per spiegare le nostre vicissitudini in modo che, se fosse salito il controllore, avremmo avuto tutti i passeggeri dalla nostra parte. Si sono dichiarati in effetti tutti pronti a difenderci, nel caso. Dopodiché, venuti a sapere che io dovevo raggiungere la stazione per tornare a Bologna, Attilio (quello che prima si era preoccupato di non turbare due “minorenni”) mi ha chiesto se sapevo cosa c’era un tempo in via delle oche a Bologna. Sì, lo sapevo (c’era – indovinate cosa? – una serie di postriboli).

– Ma come? Una ragazzina così giovane? –, mi ha chiesto lui, stupito ma anche soddisfatto.

– Be’, non sono minorenne da poco più di dieci anni (ma grazie per averlo pensato!); conosco bene la mia città e la sua storia; Lucarelli ci ha pure scritto un romanzo, intitolato appunto Via delle oche –.

A questo punto, Attilio, incalzato dagli amici, stava per lanciarsi anche lui nella descrizione delle sue avventure in via delle oche (ci andava quando era militare), ma a un tratto ha guardato verso me e Simona e gli è venuta un’espressione un po’ contegnosa e ha detto:

– Be’, non sarete minorenni ma le ragazze serie è come se fossero sempre minorenni per tutta la vita –.

E così ha lasciato perdere le nostalgie di gioventù e si è messo a parlare di Berlusconi che stava vincendo, trascinando ben presto nella discussione l’intero autobus.

Questa frase me la segno!, ho pensato tra me e me. Non so, mi fa ridere, suona strana, tipica di una  mentalità vecchia, ipocrita e sorpassata… Comunque, quella delicatezza mi ha fatto piacere.

Per il resto, mentre attorno a me si alzavano discussioni e soprattutto invettive contro chi stava vincendo le elezioni (e Simona, che è di Verona, rideva, dicendo che se fossimo state su un autobus del suo paese probabilmente avremmo ascoltato discorsi egualmente accesi ma in salsa leghista), io mi sono accorta che fuori dal finestrino scorreva un paesaggio bellissimo. L’autobus si era inoltrato su per le colline e sotto ai miei occhi si stendeva la vivace, ondulata e colorata campagna romagnola, esaltata, quel giorno, dalla limpidezza dell’aria, del cielo e del sole. Uno spettacolo così – pensavo – valeva anche i 40 euro della eventuale multa.

Tra il paesaggio fuori, il periglioso cammino di prima e l’animato caos nel quale stavo viaggiando e al quale ogni tanto mi univo, mi sono sentita come in un film. Non ho rimpianto le comodità dell’automobile, che mi avrebbe portata dritta alla meta ma impedendomi di vivere quei momenti. Però è stato bello, la sera, potermi finalmente riposare, con un ultimo pensiero ad Attilio e al modo caloroso con cui mi ha salutato arrivati in stazione a Rimini.

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venerdì, 12 ottobre 2007

La grande farsa

[E io voto Rosy Bindi]

Ma perché, ogni volta che mi serve, non riesco a trovare la mia tessera elettorale se non dopo ricerche sempre più lunghe? Eppure la tengo sempre nello stesso cassetto, so che è lì, ma ogni volta quella sciagurata riottosa trova il modo di infilarsi sotto altri preziosi documenti e sapete dove si era rifugiata oggi, quell’impertinente? Sotto il mio salvadanaio delle elementari (cimelio conservato nel medesimo Cassetto delle Cose Importanti; un cubo di plastica verde con sopra la scritta: Cassa di Risparmio in Bologna. Ricordo ancora l’emozione che provai quando ce lo distribuirono a scuola, in prima elementare, per metterci dentro i nostri “risparmi”). Bene, recuperata la tessera, mi sono collegata col sito di quell’antipaticaccio di un Partito Democratico per sapere in quale cavolo di seggio io e i miei familiari dovremo recarci a votare (si vede che sono entusiasta, vero?). Clicca di qua, clicca di là, inserisci dati, attendi la risposta, ora so dove, domenica 14, passerò una piccola (spero) parte della mia vita, in coda assieme a tanti vecchietti entusiasti. Finora tutte le Primarie cui ho partecipato (qui le abbiamo fatte anche nello sciagurato 1999 per “eleggere” il candidato sindaco – o meglio, per ratificare la nomina della candidata implicitamente imposta - che poi perse clamorosamente contro Guazzaloca) sono state una grande occasione ricreativa per pensionati felici di rendersi utili votando o facendo votare.

Forse sembro disfattista, qualunquista o non so che ma, sinceramente, l’unico motivo che mi spinge a mettermi in coda col mio obolo da donare a una causa che sento mia solo idealmente ma non concretamente (per il modo in cui il tutto sta nascendo e si sta formando), l’unico motivo, dicevo, è votare Rosy Bindi. Se qualcuno me lo avesse detto qualche anno fa, l’avrei presa come una barzelletta. E invece, anche se sarà tutto vano, un po’ ci tengo. Non m’interessa un fico secco il partito di provenienza (Margherita e, prima, la famigerata DC), io scelgo la persona, che mi piace e che trovo molto più libera, coraggiosa e attenta alla solidarietà sociale degli altri candidati (compreso quello “imposto”). È una persona concreta, laica benché personalmente cattolica, e la trovo più “a sinistra” di tutti gli altri. Mi dispiace solo che non sia giovanissima (ha l’età di mia mamma) ma pazienza. Se devo votare Letta o Adinolfi solo per votare un “giovane”… be’, io non ragiono così.

Ma perché non ho voglia di votare? Perché mi sento presa in giro e considerata una stupida dagli organizzatori di queste democraticissime elezioni, nelle quali un candidato imperversa, pompatissimo, da anni su tutti i canali d’informazione mentre gli altri hanno scarsa o scarsissima visibilità. Ma scusate… anche volendo… chi è Adinolfi? Sui giornali è sempre inesorabilmente presentato come blogger. Vabbè, e poi? Cosa propone? Dovrei forse andarmi a cercare il suo blog? E gli elettori (per es. i famosi succitati pensionati, ma non solo loro) che non sanno neanche cosa sia un blog? E quell’altro, Gawronski, che ha pure un nome complicato? Qualcuno lo ha visto in giro a presentare un programma? E allora, cosa andiamo a votare? Solo perché poi i dirigenti del nuovo partito possano dire, fieri, che il partito nasce democraticamente, su libera elezione dei suoi elettori? Democrazia per me non è andare a segnare una crocetta, è ben altro. E questo altro non c’è stato. Credevo che questi fossero forse pensieri scemi di un’ignorante, poi poco fa su “Repubblica” ho letto un articolo del prof. Pasquino che dice esattamente queste stesse cose e anche lui, indeciso fino all’ultimo se andare a votare o no, alla fine voterà Bindi. E sono rimasta sorpresa anche dal fatto che l’unico giornalista italiano che realmente stimo e seguo, Gad Lerner, è addirittura candidato alle primarie nel collegio 1 di Milano proprio nella lista di Rosy Bindi. Questo non lo sapevo e mi ha fatto piacere.

Se vado a votare, quindi, è: per dire, col mio piccolo voto, che non siamo tutti fan di Veltroni (non morirò veltroniana); secondo: è da quando posso votare che voto per L’Ulivo (tra i cui candidati quasi sempre ho votato quelli DS). Ho sempre desiderato che potesse nascere ‘sto benedetto partito. Non vedo proprio cos’altro potrei votare, date le mie convinzioni di principio: non la destra liberista né la cosiddetta “estrema” sinistra infantil-narcisista (io la reputo così, spero nessuno si offenda). E quindi, andrò a votare.

Ma dovevo pur sfogarmi di questo malessere e così ho scritto questo noioso post (poveri voi se l’avete letto tutto!).  
Se secondo voi ho scritto delle stupidaggini, ditemelo pure e tornerò a parlare di scemenze private.

postato da: flalia alle ore 20:06 | Permalink | commenti (18) | commenti (18)(pop up)
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