mercoledì, 04 aprile 2007

Caro diario

Oggi vi propongo uno dei miei quesiti: voi tenete un diario? Intendo non un diario-blog, ma proprio un diario (un quaderno, un’agenda o simili) su cui scrivete con la penna. L’avete mai tenuto? E, se no, perché? Secondo voi il blog sostituisce/può sostituire un diario?

Vi dico intanto cosa ne penso io:
ho iniziato a tenere un diario da quando ho imparato a scrivere decentemente (seconda elementare, più o meno); non mi sono mai imposta di scrivere tutti i giorni, e infatti in alcuni periodi (adolescenza in primo luogo) scrivevo non solo tutti i giorni ma anche più volte nello stesso giorno; in altri periodi invece poteva anche passare un mese o due tra una “puntata” e l’altra.
Non ho mai smesso del tutto, però, né mai (credo) smetterò.
Intanto, è quasi una questione di igiene mentale: appuntare su un quaderno qualcosa su di me mi aiuta a ragionare e a capirmi meglio, “oggettivandomi” su una pagina.

[Sull’oggettivarmi: forse ragiono come gli uomini primitivi, per i quali la parola era pericolosa, era vista come separazione da sé, taglio e ferita, con un valore magico (io istintivamente l’ho sempre vissuta così e infatti ci sono stati periodi, da piccola, in cui ho smesso addirittura di parlare. Capirete come sia contraddittorio il fatto che io viva praticamente di parole – per via del mio lavoro, oltre che dello studio – e che, come se non bastasse, scriva pure regolarmente su un blog)].

Poi, soprattutto, serve per non perdermi di vista. Attraverso i miei diari (che sono dei semplici quaderni e sono ormai una quantità davvero temibile, se per esempio li disponessi uno sull’altro a formare una torre) io ripercorro quasi tutta la mia vita (o il modo in cui l’ho vissuta). Non racconto fatti (a meno che non sia accaduto qualcosa di eclatante e straordinario) ma anche solo rileggere le mie riflessioni mi aiuta. Quando, attorno ai vent’anni, ho passato un periodo tremendo di crisi totale, rileggere l’Ilaria adolescente che qualche anno prima aveva riversato entusiasmi, progetti e paure sul diario che ora, depressa, tenevo tra le mani, mi aiutava a restare salda, a resistere, a non perdermi appunto.

[Questa cosa continua a commuovermi: dal passato la mia voce ritorna e mi aiuta. La frattura iniziale si ricompone. Una nuova magia che si sovrappone a quella, pericolosa, di prima].

Ci sono molti motivi che spingono a tenere un diario, e molti modi diversi di scriverlo: chi scrive due righe, chi pagine e pagine per volta; chi racconta minuziosamente esperienze vissute, chi annota riflessioni e pensieri.

Mi spaventa un po’ il fatto che molte persone (a volte capita di leggerlo) abbiano sostituito il diario col blog.
Non è la stessa cosa, secondo me. Intanto il diario lo si scrive per se stessi e nessuno lo deve leggere (se non, eccezionalmente, col nostro permesso); nel blog si scrive sapendo che altri leggeranno.

Poi, il blog non è eterno. Basta un niente perché scompaia e tutto vada perduto (questa è una riflessione che gli storici fanno per esempio a proposito della conservazione dei documenti, pensando agli storici futuri: i papiri sono arrivati fino a noi, ma si teme che i dati elettronici non avranno affatto una lunga durata. Rischiamo di tramandare molto poco di noi ai nostri posteri).

Il blog non lo si tiene in mano, non lo si sfoglia, non ci si ritrova la propria calligrafia, che varia a seconda delle emozioni provate (per es., certe volte ero così arrabbiata che scrivevo malissimo, si capiva il mio stato d’animo anche senza leggere il testo, solo guardandolo), le cancellature, gli scarabocchi.

Che grave perdita sarebbe non possedere i diari di Kafka, o di altri grandi autori, ai quali mi accosto sempre con un po’ di imbarazzo. Se un Kafka odierno (esisterà?) scrivesse un blog anziché un diario, probabilmente un tale tesoro rischierebbe di andare perduto.

E voi cosa ne pensate? Che rapporto avete (o non avete) col diario?

 

P.S.: Sull’argomento “diario/scrivere di sé” segnalo due meravigliosi saggi di Duccio Demetrio, in particolare: Raccontarsi (1996) e Autoanalisi per non pazienti. Inquietudine e scrittura di sé (2003), entrambi editi da Cortina. L’autore è un professore di filosofia che ormai da anni si dedica allo studio e alla valorizzazione della pratica dello scrivere di sé, e per sé (diario, quindi, non blog). Scrive in modo poetico e suggestivo, ma anche preciso e analitico. Io lo consiglio tantissimo, se vi piace tenere un diario o se vi chiedete a cosa serva farlo.

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martedì, 27 marzo 2007

Perplessità

[Un pomeriggio tra giornalisti]

Ieri pomeriggio c’è stata una seduta del consiglio comunale e io mi trovavo proprio nell’anticamera della sala del consiglio nella quale ci sono altoparlanti che trasmettono l’intera riunione a favore dei giornalisti e di eventuali cittadini interessati. I giornalisti erano parecchi, ne ho anche riconosciuto qualcuno.
Sul momento, un po’ intimidita, ho cercato di rimpicciolirmi il più possibile nell’angolino di divano che occupavo, aggrappata al mio libro (sempre Il male oscuro, che mi sta piacendo tantissimo). Ma poi, guardandomi attorno, mi sono resa conto che tutti quei giornalisti che sul momento mi avevano intimorita con la loro sola presenza, invece di ascoltare gli interventi dei consiglieri chiacchieravano e scherzavano tra loro. Facevano addirittura un tale chiasso che perfino io, pur tendendo le orecchie, faticavo ad ascoltare la riunione. Erano tutti giovani, più o meno miei coetanei; ognuno con taccuino e penna in mano; vestiti in modo sportivo, tranne due dall’aria rampante e con una faccia molto supponente e quindi sgradevole per i miei gusti; quasi tutti uomini.

Avranno sicuramente sviluppato un modo particolare di ascoltare e prendere appunti pur contemporaneamente scherzando rumorosamente tra loro. – ho pensato – Una sorta di deformazione professionale.

Ogni tanto qualcuno di loro mi è venuto vicino per fare conoscenza: credevano che fossi una nuova giornalista. Questo perché, oltre a stare compostamente seduta in ascolto, tenevo anch’io sulle ginocchia un quaderno e in mano una penna: ma era il mio diario, non un taccuino di lavoro! (Figuratevi come sono ridotta se mi ritrovo a scrivere il mio diario nell’anticamera di un consiglio comunale anziché nell’intimità serale della mia camera…).
Uno di questi si è seduto accanto a me e ha attaccato a parlare. E così, dopo un po’ di chiacchiere e sorrisi e avendomi lui anche gentilmente offerto un caffè, ho trovato il coraggio per chiedergli con delicatezza come facevano a fare il loro lavoro se chiacchieravano tra loro o con me (nel suo caso) e lui si è messo a ridere divertito e ha risposto che sarebbe mortalmente noioso (be’, non ha usato proprio queste parole) ascoltare tutto per bene e che poi in ogni modo qualcosa da scrivere saltava fuori.

E infatti ne ho avuto presto la dimostrazione: il “qualcosa” che saltava fuori erano in realtà assessori e consiglieri che, dopo una certa discussione da loro animata o dopo il voto di una tale mozione, uscivano dall’aula sbuffando e, nella maggior parte dei casi, con una sigaretta in mano. Allora, d’improvviso, i giornalisti dispersi fino allora in piccoli crocchi ridanciani si compattavano in sciame e circondavano l’assessore di turno il quale raccontava loro quel che era successo. Ovviamente lo raccontava dal suo punto di vista, cosa di cui ho potuto rendermi conto più volte confrontando gli interventi che avevo ascoltato con le mie orecchie e i relativi resoconti degli assessori.
Lì sì che i giornalisti scribacchiavano impetuosamente ogni parola pronunciata. Poi afferravano il cellulare con mani tremanti e chiamavano subito le rispettive redazioni per ragguagliarle su quanto finora raccolto.
Un assessore ne ha sparata una grossissima: ha dato una lettura assolutamente ideologica e a mio parere falsa di una discussione avvenuta prima, traendone conclusioni del tutto personali e opinabili, per quanto legittime. Se i giornalisti non hanno ascoltato direttamente la discussione, mi chiedo come faranno a distinguere i fatti dalle interpretazioni personali, trattandosi anche di una questione abbastanza importante.

Un’altra cosa che ho notato è la grande familiarità che molti di loro avevano con gli intervistati. Saluti, scherzi, battute e sorrisi compiacenti si sono sprecati. Non mi è parso molto corretto neppure questo. Ho pensato che se fossi giornalista mi guarderei bene dal diventare amica delle persone (e personalità) di cui devo parlare.

Forse parlo così perché non sono del mestiere e non capisco cose che altrimenti capirei. E poi sono anche ingenua o soffro di quell’idealismo tipico di chi non vive certe situazioni nella loro concretezza e quotidianità.

Ma mi è tornato in mente un racconto fattomi da una cara amica, anche lei giornalista: la sera in cui uccisero Marco Biagi lei fu mandata sul posto. C’era ovviamente una folla di giornalisti. Lottavano per conquistare il posto in prima fila sulla scena dell’omicidio; si spintonavano e litigavano tanto che la polizia ha dovuto rimproverarli. Se uno doveva disgraziatamente andare in bagno, dopo ore di freddo nel cuore della notte, era un dramma perché “perdeva il posto”. Anche lei, pur vergognandosi, ha partecipato alla “competizione”.

I due episodi non c’entrano niente ma un po’ sì.

Dato che leggo due quotidiani al giorno e gli unici programmi che seguo alla tv sono programmi d’informazione o inchieste giornalistiche, ci tengo a questo mestiere e a capire come funziona.
Ho pensato anche a certi post appassionati di Laura, che ama e rispetta molto la sua professione.
Forse come in tutti i lavori ci sono molti che si impegnano e altri che tirano a campare, o non è necessario impegnarsi sempre allo spasimo (io però lo farei - anche per un consiglio comunale - come lo faccio nel mio lavoro).

Insomma ci sono rimasta un po’ male e volevo raccontarvelo; forse mi sapete spiegare qualcosa.

(Non voglio certo fare di tutta un’erba un fascio; ho solo descritto un episodio, per quanto secondo me abbastanza significativo, considerando anche racconti ed esperienze altrui).

[Domani scrivo un post brevissimo, prometto!]

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sabato, 10 marzo 2007

Di una botta in testa e delle sue conseguenze

Oggi ho un bernoccolo in testa e un ginocchio che sembra un palloncino.

Stamattina, mentre in bilico su una sedia cercavo un libercolo orrido imbucato in qualche terza fila di qualche scaffale della mia libreria, mi è caduto addosso, colpendomi proprio al centro della fronte, il primo volume de L’uomo senza qualità, seguito dal secondo volume de I miserabili più altra roba meno pesante. Ho rischiato di rompermi l’osso del collo perché, preoccupata per la salute dei miei libri, mi sono lanciata giù dalla sedia trascinandomela dietro (e cadendo proprio sul ginocchio destro). I tonfi plurimi causati da tutte queste cadute sono stati così impressionanti da far accorrere dal suo studio mio padre, che è entrato in camera mia chiedendo angosciato:
- Sono caduti dei libri? – (che fervido esempio di amore paterno, eh…?)
Ma non gli ho risposto. Giacevo per terra controllando freneticamente che le copertine non si fossero sgualcite. Quei due libri sono tra i miei preferiti in assoluto; hanno contribuito, assieme ad altri, a plasmarmi nell’epoca della mia precaria adolescenza e sono per me come degli zii, se non di più. Accertatami che gli zii tutto sommato non avessero ricevuto danni e rimessili scrupolosamente al loro posto elevando un sospiro di sollievo e riconoscenza, ho percepito finalmente un lento pulsare nella fronte e sollevando lo sguardo ho notato una sporgenza che solitamente non ho. Sono andata davanti allo specchio e sono scoppiata a ridere: ero una cosa a metà tra un unicorno e un’ottuagenaria con problemi di circolazione: il ginocchio sul quale ero atterrata somigliava a quello di mia nonna quando le si gonfiano le gambe come due prosciutti. E quel vulcano sulla fronte cresceva quasi a vista d’occhio. Poi però si è fermato, per fortuna.

Era dai tempi delle risse maschi-contro-femmine delle elementari che non avevo più bernoccoli di questo tipo. Me ne sono quasi compiaciuta e ho deciso di andare un po’ a sfoggiarlo in giro. Tanto gli abitanti del mio quartiere sono stati abituati, dalla mia nascita in poi, a vedermi apparire nei modi più diversi e nessuno fa più una piega e io li amo tutti. Non lascerò facilmente questo posto. Ho traslocato tre volte finora, ma sempre da una via a quella a fianco. Tipo da via Ravenna a via Ferrara a via Modena (nella simpatica disposizione toponomastica della mia città, al mio quartiere spettano le vie con nomi di città e regione; è spassosissimo dare le indicazioni ai tanti spaesati – è il caso di dirlo – che si perdono in questo groviglio di viuzze).
Ho incontrato un po’ di persone conosciute, ricevuto qualche buffetto e mangiato un bombolone, che è una cosa per cui vado pazza (anche se qui non li faranno mai buoni come a Riccione).

Mentre cammino, dopo un po’ mi succede sempre di percepirmi come materia pensante e in movimento, più che come precisa persona dotata di nome cognome e carta d’identità. Mi sembra di fondermi con l’ambiente circostante, insomma, più che altro perché questo sarebbe proprio il mio desiderio. Sdraiarmi per terra e diventare asfalto. O tra l’erba e diventare terra. E saranno anche miei vaneggiamenti, ma è un desiderio così forte, come quello di volare, che certe volte si realizza nei miei sogni. Cioè io spesso nei sogni subisco delle metamorfosi pazzesche e anche molto realistiche, per le sensazioni che provo. Poi, con queste percezioni, nella testa mi ronzava un disappunto, pensando a come è brutto essere un individuo quando avresti voglia di regalarti a ogni persona che incontri.

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sabato, 03 febbraio 2007

Elogio dell’amanuense

[Post moralistico e quindi noioso e inutile; e perfino un po’ lugubre]

Un tempo la cultura era soprattutto ripetizione. L’intellettuale (ma questa parola è sbagliata, è un concetto moderno, insopportabile ormai) era colui che leggeva, studiava e commentava le grandi opere classiche. E quando produceva qualcosa di suo lo faceva all’interno di un certo stile e di codici e regole precise. Fino a non molti secoli fa ciò che definiva un’opera d’arte non era la sua originalità, ma al contrario la sua conformità ai criteri stilistici del genere in cui si inscriveva, all’interno dei quali la creatività poteva dispiegarsi. 

Oggi invece c’è la smania dell’originalità. Spesso poi essere originali coincide, nella mentalità di molti, con l’essere trasgressivi, il che spesso si riduce all’atto narcisistico e infantile del giocare a spararla più grossa, come i bambini piccoli che si divertono a provocare dicendo/facendo cose che gli adulti hanno loro vietato, restando comunque invischiati nell’ottica bambino/adulto, con gli adulti che di fronte a tali stupide provocazioni sorridono indulgenti anche quando fingono di arrabbiarsi.

Anche solo tra i blog non si contano quelli che promettono pensieri “alternativi”, “anticonformisti”, “controcorrente” eccetera. Costoro sembrano decisissimi a tenersi ben lontani dalla tanto temuta uniformità, ma spesso è proprio in questo tipo di scritti e (nella vita reale) di discorsi, che trovo il massimo del conformismo. Mi capita molto più spesso di ascoltare pensieri interessanti e fecondi proprio da persone che non si propongono “liberi pensatori” e non vogliono insegnare niente a nessuno ma vivono semplicemente la loro vita con impegno, con fatica, con gioia anche, trovando in questo loro vivere quotidiano e imperfetto il proprio sguardo, la propria voce, a cui restano fedeli.

Io sono decisamente a favore delle virtù quotidiane rispetto a quelle eroiche.

Apprezzo (e coltivo) la capacità di vivere anonimi (senza diventare frustrati o depressi) tra l’esercito di aspiranti famosi che ci circondano; le virtù del fare rispetto a quelle del mero essere, in un’epoca in cui l’essere se stessi sembra la massima aspirazione dell’esistenza individuale.

Mi piace leggere i libri di Nuto Revelli in cui le vite delle persone si affiancano tra loro, con i loro linguaggi ormai sconfitti, in una coralità che è ciò che fa la storia e ci ricorda che siamo solo anelli di una lunga catena.

Mi dà un senso di pace pensare al monaco amanuense che nel chiuso del suo monastero, mentre fuori si scatenava l’orrore che ci ha sempre accompagnati dal principio dei tempi (carestie, epidemie, guerre, gente che si scannava eccetera), con pazienza e caparbietà ricopiava e commentava, strappandole all’oblio e nascondendosi dietro di loro, quelle opere che riteneva giusto giungessero fino a noi.

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venerdì, 02 febbraio 2007

Il tutto è, il niente non è

[insofferenza filosofica]

E mentre milioni di cose accadono nel mondo e perfino ogni minimo granello di polvere vive la sua avventura, io mi sdraio per terra e gioco all’immobilità. Mi concentro a fissare il vuoto e dopo un po’ son convinta di vedere le molecole. Com’è che diceva Montale? Mi sono voltato e ho visto il nulla? Macché nulla, aveva ragione Cartesio: qui è tutto un pullulare di esistenza, non puoi neanche guardare il niente che vedi un tutto. Anche chiudere gli occhi, stessa cosa. Insomma, dico io, non si può proprio stare tranquilli a questo mondo!

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categoria:riflessioni, curiosità, esercizi spirituali
martedì, 30 gennaio 2007

Il luogo degli Orrori

[Meno male esiste Gombrowicz]

E così è iniziato l’ultimo semestre del mio lungo incubo personale che, se tutto va bene – e di questo, non essendo un’ottimista, non posso certo essere sicura – terminerà a luglio (o ottobre, se non mi decido a scrivere quello schifo di tesi). Più si avvicina la meta, meno me ne importa (non che me ne sia mai importato molto, in verità), più dubito delle apparenze.

Per me l’università è come il matrimonio per Kafka.

Io l’università fino all’anno scorso non la chiamavo università ma il Problema dell’università; davvero, non sto scherzando, se do un’occhiata ai miei diari vedo che io l’università l’ho sempre chiamata in quel modo lì, che tra l’altro non rende minimamente l’idea di cosa veramente io provo quando penso a quell’orrore. Provo delle cose che non sono neanche capace di verbalizzare, non sono neanche dei sentimenti quelli che provo, sono delle ferite delle piaghe degli scorticamenti interiori tremendi.

Io è da dieci anni che vado in giro con un masso sulla testa, ma di quelli enormi, così pesante che neanche Hulk riuscirebbe a portarlo. Ognuno ha quello che si merita, Atlante reggeva la terra io reggo il pianeta del mio Fallimento. E non mi ribello neanche perché io tutto questo e molto altro che m’è capitato e che non racconterò lo vivo e l’ho sempre vissuto come la mia punizione. Punizione per che cosa? Ah, non lo so, c’è sempre un motivo per essere puniti, lo diceva anche Mark Twain (un uomo per cui nutro una certa venerazione).

Io da sempre quando entro all’università mi cade la faccia, mi si irrigidiscono le membra e mi cambia la voce, diventa inspiegabilmente metallica e incolore. Poi io che di solito quando cammino per strada sorrido molto, quando entro lì dentro mi viene una paresi facciale e se provo a ridere mi viene una smorfia che fa scappare chi mi vede. Così, per non creare traumi a nessuno e per non vergognarmi, io taccio e mi rimpicciolisco. Mi prenderei e mi chiuderei nel mio astuccio se potessi. Io lo chiamo il complesso spazzatura; è bruttissimo sentirsi un mucchietto di spazzatura, sinceramente non lo auguro a nessuno.

Per difendermi di solito porto dei libri con me, di solito porto qualcosa a caso di Walser, perché mi piace e poi perché è molto appropriato: quello, che un tempo ingenuamente credevo fosse il regno della cultura, è il tempio del vuoto e Walser sa descrivere il vuoto rendendolo innocuo e perfino divertente talvolta. Ieri però avevo Ferdydurke che è un libro bellissimo che metterei in programma al posto dei manuali di pedagogia e anche di sociologia. Un educatore secondo me non può non leggerlo e poi in certi casi può proteggerti dal male. Come ieri, che quando la prof. blaterava di dimorfismo sessuale e di filosofi maschilisti io mi rileggevo la lezione del prof. Pallore e per poco non mi mettevo a ridere ad alta voce. Sognavo solo la fine dell’ora, quando sarei andata al lavoro al doposcuola impegnandomi a non emulare io stessa il prof. Pallore. Il doposcuola mi dà delle soddisfazioni. Lì ritorno normale, con il mio sorriso, la mia voce allegra e tutto il resto a posto. Mi vien quasi da piangere da quanto ci sto bene.

Dio, ti ringrazio che quest’incubo sta per finire.

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categoria:riflessioni, libri, crudeltà, io
sabato, 27 gennaio 2007

Avevo intenzione di non scrivere niente sulla giornata della memoria, oggi, dato che almeno per quanto mi riguarda, la memoria di quel che è successo nel cuore della nostra Europa e anche in Italia ormai più di 60 anni fa, è sempre nel mio cuore.

Ma leggendo vari blog, ascoltando commenti in giro, mi sono accorta che da molte persone questa giornata è vissuta in modo polemico.

Qualcuno è stanco di ricordare che poco più di mezzo secolo fa più di sei milioni di ebrei innocenti e da secoli perseguitati, sono stati umiliati e poi uccisi e bruciati secondo un metodo perfettamente (purtroppo) scientifico e con un modello “industriale”. Tutta la ricchissima cultura degli ebrei orientali di lingua yiddish è stata spazzata via dall’Europa.

I sopravvissuti che ancora, nonostante la tarda età, continuano a raccontare (e per loro questo raccontare significa anche rendere omaggio ai loro morti, non dimenticarli in un nulla crudele, farli rivivere attraverso le parole) vengono sempre più visti come importuni.

- Che barba questi ebrei! Quanto ancora ci rinfacceranno quel che è successo? L’abbiamo capita, basta! – Queste parole non le ha pronunciate un adepto di qualche oscura combriccola filonazista attuale, bensì mia madre, donna normalmente equilibrata e civile. Le sto leggendo anche su tanti blog. E mi fanno male, un gran male.

Intanto vado al lavoro e sento i ragazzini a scuola offendersi l’un l’altro dandosi reciprocamente dell’”Ebreo” (detto col tono di chi vuole insultare). Vedo poi che quando si parla della questione palestinese c’è sempre chi, oltre a reclamare giustamente uno stato per i palestinesi, mette automaticamente in discussione lo stato israeliano.

Nei paesi arabi uno dei libri più venduti sono i Protocolli dei Savi di Sion (un falso storico clamoroso).

E l’antisemitismo non sarebbe più un problema, oggi?

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categoria:riflessioni, attualità
mercoledì, 24 gennaio 2007

Nella via dove abito c’è un balcone dal quale sventolano due enormi bandiere una accanto all’altra: la bandiera italiana e quella americana. Ognuna ritta sul suo bel pennone (non sono attaccate alla bell’è meglio con cordini o incastrate tra le finestre).

Queste bandiere hanno fatto la loro comparsa nel lontano 2003, quando la mia via, come quelle di molte altre città italiane, fu infestata dalle cosiddette bandiere della pace. Mia sorella fu la prima a esporne una (nonostante la resistenza di mia madre, secondo la quale la bandiera arcobaleno sventolante dal balcone era antiestetica). Ben presto anche altri seguirono questa nuova tendenza e così la nostra via divenne un tripudio di queste bandiere colorate.

Fu in tutto ciò che un giorno apparvero le due bandiere succitate; sventolando orgogliose nella loro solitaria diversità erano per tutti gli idealisti della zona un severo monito che ricordava loro la dura realtà dei fatti, rimetteva le cose al loro posto.

Passarono i giorni, le settimane, i mesi.

La guerra infuriava, esplodevano bombe, cadevano teste; le bandiere arcobaleno penzolavano sempre più stanche, flosce, i bei colori brillanti rivestiti da una patina grigia e sporca, proprio come i sogni di cui erano intessute.

A poco a poco, a una a una, le bandiere vennero ritirate. I balconi tornarono spogli dei vessilli che tanto a lungo li avevano addobbati.

Solo le bandiere “alternative” continuarono a ergersi nella loro solitudine ed enormità. Tra l’altro, nonostante fossero sempre appese, non erano né sporche né sbiadite, e non lo sono tuttora. Che il loro proprietario ne possieda un intero stock e le sostituisca regolarmente con bandiere pulite mentre fa una bella lavatrice delle altre?  

Solo la scorsa estate, in occasione dei mondiali di calcio, la bandiera statunitense è stata ammainata, per lasciare l’intera scena a quella italiana. Ma ora è ricomparsa e non credo ne saremo privati a breve termine.

E così, ogni volta che, tornando a casa, svolto l’angolo e mi ritrovo nella mia via, mi trovo a passare sotto questi simboli così fieramente esibiti, di questi tempi più che mai (credo che questo signore sarebbe felice di avere una base americana nel suo stesso appartamento, se fosse possibile).

E ogni volta mi chiedo perché qualcuno debba ostentare dei simboli in cui tutti potremmo/dovremmo  riconoscerci (almeno in uno) come se fossero solo i suoi.

Capisco bene che senso hanno quelle bandiere, ma l’esporle in quel modo polemico lo trovo comunque un fatto che sotto sotto manca di logica. E questo, non il simbolo, mi dà un certo fastidio (perfettamente sopportabile, comunque…).

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sabato, 20 gennaio 2007

Vivere coi paraocchi rimpicciolisce l’esistenza (e danneggia l’intelletto)

Prendo il Mucchio di gennaio, nonostante già la copertina mi indisponga. Il titolone è “Pedofilia allarme rosso” e il protagonista della copertina è un prete con le braccia aperte e lo sguardo morboso da "porco violentatore di bambini". E vabbè. (Naturalmente il servizio corrispondente, all’interno, non è sulla pedofilia, ma sulla pedofilia nella Chiesa. E questa purtroppo esiste. Solo che è presentato in modo che sembra che tutti i preti siano dei potenziali (se non reali) pedofili . E questa mi giunge nuova).

Non so come sia possibile, ma praticamente in una pagina sì e una no (e non solo in questo numero) c’è un attacco alla religione. E alla Mondadori. Gente disperata perché magari un autore che gli interessa ha pubblicato un libro con Mondadori e allora basta: lui è un venduto e il fan deluso anche volendo non riesce proprio ad acquistare un libro Mondadori. Terribili problemi di coscienza. Poi c’è il disperante caso “Giovanni Lindo Ferretti”: ha pubblicato un libro con Mondadori (Argh), è andato ospite da Ferrara (Aargh!), ammira il papa attuale (Gasp!) e ha votato per il centro-destra alle ultime elezioni!!! (La giustificazione arrabattata per spiegare un simile eretico comportamento è che lui è molto malato e questo probabilmente lo porta ad avere certe assurde idee). Questo tipo di mentalità mi sembra sia parecchio diffusa (Mucchio a parte; tra l’altro, è un’ottima rivista musical-culturale e continuo a leggerla volentieri).

Ecco, io queste cose non le capisco. Ho le mie idee politiche, etiche, religiose. Ammetto tranquillamente che altri abbiano idee diverse dalle mie. E che le persone queste loro idee possano cambiarle, anche in modo radicale (a patto che sia un cambiamento motivato, ragionato, e quindi razionalmente “difendibile”). Non considero un’idiota mia cugina perché vota Berlusconi, per dire. Dissento da lei, ma non mi ritengo superiore solo perché voto a sinistra. Amo i libri e nella mia libreria sono presenti volumi di qualunque casa editrice, Mondadori compresa. Se un regista che amo fa un film targato “Medusa” vado tranquillamente a vedermelo senza sentirmi in colpa. Sono credente ma non mi sento offesa o minacciata se un altro non lo è, né voglio imporgli la mia fede. Tutto questo mi sembra normale, banale, ovvio. Eppure mi accorgo che per molti, da qualunque parte stiano, non è così.

Quanto è libera una persona che prima di dire: “Hai detto una cosa interessante” o: “Sono d’accordo con te” deve prima sapere per chi voti o se sei ateo o credente?

Perché si sta affermando l’idea che dobbiamo frequentare chi la pensa come noi e biasimare a priori chi non la pensa come noi? (Come si fa poi a stabilire chi la pensa esattamente come noi o fino a che punto si può dire che uno la pensa come noi? E soprattutto: Chi mai siamo noi?). Che vantaggio può derivare da questo bisogno di intruppamento? Perché imbrigliare la nostra intelligenza? Tra l'altro è noiosissimo frequentare solo i nostri simili...

C’è qualcuno che vuole sentirsi in guerra e se la guerra non c’è se la inventa.

Secondo me sarebbe meglio imparare a confrontarsi, magari usando uno strumento che possediamo tutti, ma proprio tutti: la ragione (e anche un po’ il cuore, però).

[Chi non è d'accordo, commenti pure. Questa è una mia semplice riflessione]
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categoria:riflessioni, libri, attualità
giovedì, 18 gennaio 2007

Il silenzio è una cosa bellissima. Fin da quando ero bambina mio padre mi ha insegnato a conoscerlo, apprezzarlo, cercarlo.

Il silenzio, in genere, è una cosa da vecchi.

Esempio: quando vado a trovare i miei cugini, entrando in casa ci sono sempre la tv e lo stereo accesi anche se nessuno li sta ascoltando. Così, è un rumore di sottofondo (unito alle musichette di videogiochi, telefonini eccetera).

Quando, dopo aver salutato i cugini, scendo da mia nonna (che abita nello stesso condominio, a un piano diverso), entrando in casa sento, respiro, il silenzio. Ma proprio un silenzio vero, immobile. Unito a quel sapore antico di lavanda che si respira a casa di mia nonna. E mia nonna in questo silenzio totale ci sta benissimo. Non le sembra che manchi qualcosa.

La vedo muoversi a suo agio, facendo quel che deve fare, una cosa alla volta.

Mia nonna quando deve guardare qualcosa alla tv (cioè, di solito, il telegiornale) la accende e sta lì seduta ad ascoltare con attenzione, senza fare nient’altro. Poi la spegne e fa le sue cose, per esempio lavora all’uncinetto o cucina, ma in silenzio. Non ha bisogno di avere del rumore di sottofondo, e questa cosa mi ha sempre colpito, nella sua semplicità e giustezza.

Sì, mia nonna, decisamente, non sa neanche cosa sia il multitasking, e in ogni caso non le piacerebbe.

E io?

Ogni volta che mi immergo in questo silenzio particolare tipico di mia nonna (e, credo, di molte altre nonne non ancora contagiate dalla frenesia del divertimento che sta devastando ormai anche la cosiddetta Terza Età) mi accorgo che io, anche quando sono convinta di stare in silenzio, in realtà non ci sto. Sì, magari non ho continuamente elettrodomestici o aggeggi che mi suonano ronzano trillano intorno, ma non ho la sensazione del silenzio. E perché? Perché io spesso il brusio ce l’ho nella testa. No, non sento le voci, tranquilli; voglio solo dire che non basta stare in silenzio se non si è in pace. E io spesso anche quando sono apparentemente ferma, in realtà sono in transito. Sono già lì che penso Devo fare questo, devo fare quello, mi sembra di avere un criceto impazzito nella testa che gira gira sulla sua ruota.

Non è solo col suo silenzio, è con i suoi gesti calmi che mia nonna mi regala la pace e mi propone un esempio.
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