domenica, 15 luglio 2007

Come fu che andai a un matrimonio e mi sembrò di essere stata al bar sotto casa

Era da un mese che attendevo con timore la giornata di ieri: un matrimonio a cui ero stata invitata, assieme a tutta la mia famiglia, ma dove, a parte un po’ gli sposi, non conoscevo quasi nessuno (solo qualche persona, in modo superficiale).
Era il ricevimento che mi spaventava (prevedevo un pranzo interminabile durante il quale non sarei riuscita a spiccicare parola) mentre ero molto contenta di partecipare alla cerimonia, che è stata molto semplice e intensa.

Quando, dopo la messa e un breve viaggio in macchina, siamo approdati presso il luogo dei festeggiamenti, in aperta campagna, l’ansia aveva lasciato il posto alla rassegnazione; avevo deciso che mi sarei stampata sulla faccia un sorriso che niente al mondo - né imbarazzo né noia né disperazione - avrebbe potuto togliermi (pensavo che sarebbe stato davvero brutto se gli sposi, guardandosi intorno, avessero visto un’invitata con un’espressione palesemente afflitta).
Mentre cameriere accaldate servivano antipasti a base di pollo fritto (bollente) in mezzo a un prato assolato e senza ombra (e quello era solo l’antipasto, una sorta di buffet di riscaldamento, è il caso di dire) mi chiedevo, osservando le varie invitate che si scoprivano le spalle mostrando per lo più abbondanti scollature, come noi donne abbiamo potuto vivere finora senza coprispalle, dato che a parte me e mia sorella, la quale pur di non indossare tale subdolo indumento si era avvolta in una sciarpona, tutte in chiesa avevano il loro bel coprispalle indosso.

Finalmente, dopo circa un’ora di antipasti bollenti, è arrivato l’ordine di avviarci verso i tavoli; iniziava il pranzo. Giungeva dunque il momento fatidico, quello che da un mese visualizzavo nella mente con scenari l’uno più imbarazzante dell’altro; lo so, sembra esagerato, ma son fatta così, tuttavia non mi tiro neanche indietro, vado e soffro, piuttosto.
Sotto un tendone bianco erano dunque disposti parecchi tavoli rotondi, ai quali gli invitati si sarebbero accomodati seguendo le disposizioni decise in anticipo dagli sposi ed esplicitate su un cartellone. E qui, una sorpresa: ogni tavolo era stato battezzato con il nome di una cima importante del Giro d’Italia (lo sposo è un appassionato di ciclismo). Trovare qualcosa di familiare in un contesto così alieno mi è sembrato molto confortante, tanto che ho esclamato – rivolta a nessuno in particolare, ma ho pensato che un’invitata sorridente ma muta non era comunque un bello spettacolo, allora era meglio parlare, anche se da sola – che mi sembrava una bellissima idea, questa dei tavoli dedicati al giro d’Italia, e che ero proprio curiosa di sapere a quale cima ero stata assegnata. E dal nulla alle mie spalle una voce mi ha risposto, una voce dal tono entusiasta, tra l’altro; e si rivolgeva proprio a me.

- Ma dai! Ti interessi di ciclismo?! – mi ha detto questo ragazzo con gli occhi che gli brillavano.

- Sì! – ho cinguettato io pensando Forse sono salva!.

Dopo tre secondi eravamo già lanciati in un’appassionante conversazione su tappe e campioni, interrotta da esclamazioni compiaciute (come quando abbiamo scoperto che nell’estate ’98 eravamo entrambi a Cesenatico alla festa per Pantani o quando abbiamo rievocato le tappe che ci hanno commosso fino alle lacrime).

Speravo che fossimo stati assegnati allo stesso tavolo – sarebbe stato perfetto – invece io ero al Passo Rolle, lui allo Zoncolan, non lontano dal mio.
Mi sentivo comunque così sollevata e rasserenata che sono stata in grado di conversare abbastanza disinvoltamente con i miei commensali per tutta la durata del pranzo. Se mi tornava lo smarrimento sbirciavo il mio salvatore al tavolo a fianco; sapere che lì in mezzo esisteva almeno una persona con cui potevo parlare mi rassicurava, ho questo carattere qui, io, ho sempre bisogno di un punto di riferimento che sia incoraggiante, poi vado avanti da sola, devo solo sapere che c’è, anche se è un appiglio precario come un giovane appassionato di ciclismo pressoché sconosciuto.

Mentre (verso le ore 18!) aspettavamo il dolce e la maggior parte degli invitati ne approfittava per alzarsi e sgranchirsi le gambe, io ero alle prese con la mia camicetta che tendeva a spostarsi sul davanti lasciandomi una scollatura troppo osée per i miei gusti, però se la spostavo indietro mi scopriva troppo la schiena; ero lì che la tiravo avanti e indietro meditando sulle affinità tra il concetto di eleganza e quello di tortura, sulla sorellanza tra moda e morte di leopardiana memoria, quando il ciclofilo mi si è seduto a fianco e ha ripreso il discorso da dove lo avevamo interrotto; e mentre attorno a noi era in corso prima un karaoke, poi una serie di scherzi agli sposi, poi cori canti e balli, io ero sempre lì a ragionare su Cunego e Rasmussen (dopo un po’ mi ero anche stancata).

Alla fine è arrivata l’ora di tornare a casa, ho salutato gli sposi, ho pensato che del matrimonio, tranne la cerimonia al mattino, io non me n’ero neanche accorta, a me è sembrato di avere passato tutto il pomeriggio a un tavolino di un bar sport.
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categoria:sport, feste
domenica, 27 maggio 2007

Autodenuncia di stupidità

Una “perla” odierna di Auro Bulbarelli, telecronista del Giro d’Italia su rai 3:
Che tappa meravigliosa, questa, cari telespettatori! Spero che siate tutti davanti agli schermi delle vostre tv!
E dove, se no? Se siamo tele-spettatori, Auro mio… 

Da ciò comunque si desume che nonostante gli ultimi scandali e a dispetto anche di tutto il lavoro che devo fare e che mi impedisce di aggiornare il blog, anche quest’anno non riesco a resistere: a una certa ora del pomeriggio accendo la tv, benché con aria più scettica e rassegnata del solito, e seguo le ultime fasi della tappa quotidiana. A volte, come oggi, rischio quasi di emozionarmi leggermente; riesco quasi a dimenticare che sto guardando dei drogati su due ruote e a crederci: credere che sia tutto vero.

Non sono forse terribilmente stupida? Così, con questo post mi autodenuncio.

Aveva ragione Bulbarelli: se tutto fosse regolare, la tappa di oggi sarebbe stata davvero mozzafiato; solo qualche anno fa credo che mi sarebbero venute le lacrime agli occhi dall’emozione. Ma oggi, dopo il caso Basso (ultimo e non ultimo di una lunga serie) e soprattutto dopo la reticenza, anzi l’omertà, che ho osservato tra tutti i ciclisti intervistati sul caso (e che sono lì a sgambettare solo perché finora non sono stati “fregati”, per dirla alla Pantani, cioè: scoperti, per dirla correttamente), io non ci credo più. Certo, vivo lo stesso. Ma lo sport dovrebbe essere un gioco, un’esperienza piacevole ed emozionante, per quanto faticosa; sia per chi lo pratica, sia per chi lo segue da appassionato. E invece non è più così e un altro piccolo grande piacere – l’ennesimo – ci è stato tolto. Pensate che sono pure juventina e capirete in che stato mi trovo. Potrei darmi all’ippica; ma anche lì gonfiano i cavalli come mucche, poveretti. Tornerò ai miei studi, allora, e mi collegherò nostalgicamente al Giro giusto così, per avere un rimpianto, per nutrire la mia malinconia.

Forse non vi interessa lo sport; allora pensate, per capire il senso del post, a come vi sentireste se scopriste che il vostro artista preferito (cantante, musicista, scrittore, pizzaiolo) vi ha costantemente ingannati; quelle opere che vi hanno emozionato e commosso fino alle lacrime non erano farina del suo sacco. Le canzoni le cantava in playback, i romanzi glieli scriveva un altro, le paradisiache pizze erano surgelate e riscaldate al momento. E provate a immaginare che questo non valga solo per il vostro artista preferito, ma per quasi tutti; cioè che tutto il sistema in cui il truffatore è collocato sia marcio in ogni sua parte. Anche se potete vivere senza quei romanzi o quella musica vi sentirete ingannati, defraudati delle vostre emozioni: delusi, insomma. Che poi il paragone è imperfetto: nel caso del finto romanziere, potreste sempre diventare ammiratori del “vero” romanziere (quello che scriveva i romanzi per conto del truffatore); ma nel caso dello sport cosa devo fare: ammirare una droga? O chi si droga meglio, riuscendo a farla franca? (A non farsi fregare?)

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categoria:sport
domenica, 11 marzo 2007

Puerperi all’attacco

[Vi sembra strana quella parola al maschile? Non è una svista…]

Ieri ho guardato la mezzora finale della partita di rugby Italia – Galles, vinta dall’Italia. Mi piace il rugby, da quando ho cominciato a capirci qualcosa grazie ai commentatori di La7. Ieri poi sapevo che allo stadio, tra il pubblico, c’era anche il nostro caro Massimo (alias Commediorafo) e quindi sono ancora più contenta che abbiamo vinto.
Dicevo che mi piace il rugby, ma quando lo guardo (preparatevi perché sto per dire una cosa assolutamente insensata) mi vengono in mente delle similitudini assurde ma per me vere. In particolare quando guardo una mischia mi viene in mente il parto. Insomma a me sembra quasi uguale. C’è questo gruppone di uomini avvinghiati gli uni agli altri che si spingono e si premono a vicenda: e tu, spettatore, sai che da un momento all’altro, da quell’intrico di gambe, verrà espulsa la palla ovale. E quando sbuca fuori all’improvviso (e c’è subito la mano di qualcuno pronta a raccoglierla amorevolmente) a me nella mente si sovrappone sempre l’immagine del neonato che esce e mi viene da ridere perché – ne convengo – è un paragone assurdo e quasi irriverente, ma mi viene spontaneo e automatico.

Non ci posso fare niente se ho una stupidità che ogni tanto sente il bisogno di manifestarsi creandomi delle spiacevoli interferenze.

Poi mi piace molto anche il momento del placcaggio: un giocatore non fa in tempo a prendere la palla tra le braccia (e, di nuovo, perdonatemi, ma la tiene stretta e la protegge col corpo come si fa con un neonato) e correre in avanti, che un avversario gli si lancia addosso per fermarlo. Poi da lì o nasce una mischia aperta (cioè tutti si buttano per terra uno sopra l‘altro cercando gli uni di proteggere e conservare l’ovale, gli altri di accaparrarselo) o, se il giocatore è veloce nel passare il bambino, pardon, la palla, a un compagno, l’attacco prosegue. E un’altra cosa bella è che bisogna correre in avanti, verso la meta, ma potendo passarsi la palla con le mani solo all’indietro, altrimenti si commette un fallo. Mi emoziona questo slanciarsi in avanti guardando indietro, come a tenere tutto insieme.

Conosco anche un ex giocatore di questo sport, che è poi il marito di una cugina di mia mamma (ramo piacentino), e lui all’inizio si è molto entusiasmato quando ha scoperto che mi interesso di rugby; ma dopo che, incoraggiata da tale entusiasmo, gli ho confidato queste mie idee, sono subito decaduta nella sua stima e lui si è anche un po’ offeso (ho pure motivo di credere, da alcuni indizi, che soffra di sindrome della virilità oppressa; insomma è un po’ complessato, su certi argomenti) e ora ogni volta che mi vede mi prende in giro additandomi al pubblico ludibrio. E io dentro me gli do anche un po’ ragione, sia chiaro.

Però, considerando che prima il rugby non se lo filava nessuno e ora invece, tramite servizi televisivi pettegolotendenziosi, si cerca di lanciare la moda del rugbista come sex-symbol, io mi premunisco vedendo quell’ammasso di omaccioni prima come campioni e sportivi, poi con la suddetta sfumatura di dolcezza materna di cui ho parlato. Più rassicurante, no?

postato da: flalia alle ore 16:58 | Permalink | commenti (11) | commenti (11)(pop up)
categoria:sport, curiosità, uomini al lavoro