giovedì, 03 luglio 2008

Ogni cosa al suo posto

Ragazzi, sono commossa. Io, da sempre in lotta contro l’inesorabile passare del tempo che tutto travolge e porta via, oggi ho avuto la prova della persistenza delle piccole cose (ché quelle grandi sappiamo che possono persistere ma è la dissolvenza dei dettagli che solitamente mi sgomenta).

Stamattina, per cambiare la batteria del mio orologio da polso, sono andata da un orologiaio che si trova nella strada in cui ho abitato nei miei primi dieci anni di vita. Il negozio si trova in una mini-galleria, all’interno di un edificio, sulla quale si affacciano altri negozietti e al centro, lungo il corridoio, c’è un baretto, anzi un semplice bancone da bar con dietro il barista.
Fu davanti a questo bancone che vidi per la prima volta nella mia vita un’immagine un po’ erotica che mi turbò.

Giunta alla mia veneranda età mi rendo conto che tale immagine è praticamente innocente, ma all’epoca avevo circa quattro o al massimo cinque anni ed ero facile allo scandalo verso i comportamenti non ortodossi (dal mio limitato punto di vista) degli adulti, come ogni bambino che si rispetti.

Raffigurava una candelina accesa tenuta stretta tra un paio di seni prorompenti (non si vedevano integralmente ovviamente, al punto che da bambina all’inizio avevo pensato che si trattasse di un’altra parte del corpo e solo dopo attento studio pervenni alla verità) ed era appesa su una colonnina nel muro alle spalle del barista, in evidenza. All’epoca l’immagine mi provocò interrogativi piuttosto sconvolgenti, qualche sogghigno, alcune fantasie ardite, un modo diverso di guardare le mie Barbie e un certo stupore: non si vergognava, quel barista, di tenere davanti a tutti una foto di quel genere? (quel povero barista non sa di essere stato in quel momento considerato da me alla stregua di un criminale e tale il suo ricordo si è cristallizzato nella mia mente).
Considerate poi che, essendo quel posto di fronte alla mia casa di allora, ci passavo praticamente ogni giorno e davo sempre un’occhiatina divertita alla cartolina. Questa cartolina in qualche modo ha significato molto per me.

Da allora, di acqua ne è passata sotto i ponti ma il ricordo di quell’immagine (in quanto collegato a una “prima volta”) è rimasto vivo nella mia mente.

Bene, quando stamattina sono passata di lì, dopo anni, mi è venuto automatico lo stesso gesto di allora: girare la testa e cercare la cartolina con lo sguardo. Ma nel farlo ero convinta che non ci sarebbe stata.

E invece c’era.

Era lì. Sopra e sotto erano appese altre due cartoline da luoghi di vacanza, ma al centro restava lei, nella stessa identica posizione di allora. Mi sono sentita letteralmente investita da una cascata di ricordi e sensazioni direttamente dal passato, è stato inebriante, un'epifania piena di tenerezza.
Una fragile cartolina appesa a una parete ha resistito e resiste agli assalti del tempo.

 
Ora non chiediamoci cosa mai avrà pensato l’ignaro barista (era sempre lui, sempre vestito di bianco, con la stessa espressione un po’ malinconica!) vedendo una giovane donna soffermarsi a contemplare chiaramente quell’immagine per un lasso di tempo che spero sia stato breve nella realtà ma a me è parso lungo!

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venerdì, 27 giugno 2008

Il mostro in cantina

Oggi sono scesa in cantina per cercare uno zaino.
Ho sceso le scale, ho aperto la porta della cantina, ho rovistato tra le varie cose per una discreta quantità di tempo, ho preso lo zaino più qualche altro cimelio e sono tornata in casa.
Tutto normale, no?
Appunto!
Troppo normale.
Ho rimpianto il terrore che la discesa in cantina mi ha sempre ispirato fino a qualche anno fa.
E ora invece niente; neanche un brividino di passaggio.
Un po’ mi dispiace.

Era fantastico scendere gli scalini sentendo l’aria diventare man mano più fresca, vedere la porta che introduce nel corridoio stretto e odoroso sul quale si affacciano allineate le porte delle varie cantine, tenendo la mano pronta ad accendere l’interruttore della luce mentre le gambe scattavano per oltrepassare l'ingresso ed entrare nella mia cantina: una volta lì, pur sola e immersa nel silenzio, la paura cessava, per ritornare non appena chiudevo la porta e, veloce come un fulmine, mi precipitavo lungo il corridoio, oltre la porta comune, su per le scale, col fiato corto e sbattendo contro ogni spigolo disponibile: che goduria!

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giovedì, 13 marzo 2008

Malati terminali di gioventù

Oggi ho aperto un libro e ho letto questa cosa, questa nota introduttiva:

Questa è l’espressione di un punto di vista sull’universo giovanile. E per “giovani” qui si intende l’arco di vita fin verso i trent’anni, infanzia e adolescenza comprese, in un’accezione quindi un po’ particolare.

Chi scrive ha trentaquattro anni, al congedo dall’età giovanile ma probabilmente non ancora adulto, cioè a una distanza critica, per certi aspetti ideale, nell’osservare i fenomeni.

(Neretto, sottolineature, corsivo, ingrandimento sono miei…)

Vi risparmio tutte le considerazioni horror-sociologiche che mi vengono in mente, dico solo che mi ha un po' turbata.
Ma voi (tranne chi anagraficamente lo è) vi definite ancora “ragazzi”? Io ho smesso di definirmi tale poco dopo i vent’anni e non mi è successo niente di terribile (non mi sono incartapecorita tutta d’un tratto né dentro né fuori, per intenderci).

 
P.S.: l’autore, tra parentesi, ha un curriculum, una professione e una scrittura di tutto rispetto, non è il bamboccione sfigatello da cui certe dichiarazioni te le aspetti.

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domenica, 28 ottobre 2007

Il tempo inscatolato

Una volta, in quarta ginnasio, durante la ricreazione, parlando con un’amica dissi:
- Non ce la faccio più, la scuola mi distrugge. La mia vita consiste nel passare la settimana nella disperata attesa del sabato e della domenica, tutto il resto è agonia – .
Un compagno che orecchiava i nostri discorsi – un tipo petulante e altezzoso – si introdusse nella conversazione sentenziando con tono sprezzante:
- Ma che orrore! Che squallore, a 14 anni vivere così! Non ci posso pensare! Come fai a chiamarla vita? –
Mi sentii una nullità. Rimproverata perfino da Cuspide, il secchione (mancato) della classe, il paria schifato da tutti (per una serie di buoni motivi). Siccome stavolta Cuspide aveva ragione, entrai in crisi. Se Cuspide parlava così – pensavo – doveva avere una vita molto ricca, contrariamente alle apparenze*. Riconoscevo infatti che la sua affermazione era molto sensata.

Diciamo che quel primo anno di scuola superiore fu talmente tragico per la sottoscritta che, alla luce della disperazione che provavo, il mio sconforto era perfettamente giustificato ma il discorso di Cuspide mi è rimasto sempre impresso nella mente, spronandomi a essere una persona migliore nei momenti in cui avrei volentieri mollato tutto per disperazione o svogliatezza.

A volte le sue parole mi tornano in mente anche quando vengo assalita dall’insofferenza che provo nei confronti dell’inscatolamento del tempo in cui siamo incastrati. Insomma, in fondo viviamo in questo sistema di scatole cinesi: ci sono i secoli, gli anni, i mesi, le settimane e i giorni. Pensiamo alle settimane, che sono un po’ la nostra unità di misura nel tempo prossimo. A inizio settimana ci auguriamo buona settimana e a fine settimana ci auguriamo buona fine settimana, appunto. Il lunedì si torna al lavoro tutti un po’ mogi (tranne me e qualche altro che invece soffre piuttosto durante il weekend) e il venerdì ci viene la sindrome del Sabato del villaggio. In questa inesorabile ripetitività, anche gli eventi eccezionali risultano subito assorbiti nel ciclo e regolarizzati. Sono delle scatoline, le settimane. E quando non ci penso, fila tutto bene, ma quando ci penso, a questa cosa che queste sequenze di sette giorni si susseguono inesorabili e perentorie, uniformando tutto… mi sembra di avere di nuovo 14 anni e sentirmi soffocare! E non ho neanche Cuspide a strigliarmi un po!

 

*In realtà ho poi scoperto che Cuspide passava almeno metà pomeriggio (se non di più) di ogni santo giorno, seduto sul water. Quindi la sua vita non era poi così avvincente. Tutto sommato erano meglio le mie giornate passate in un’agonia certamente meno scomoda!

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mercoledì, 15 agosto 2007

Dopo il temporale

[Aere perennius]

Dopo il temporale che ha imperversato per buona parte della giornata su tutta la zona (si sentiva il fragore del mare fino a casa mia), ora il cielo si presenta terso e l’aria limpida. La luce obliqua del sole che è rimasto nascosto tutto il giorno e che ora, appena affacciatosi, si appresta già a tramontare, crea un strano senso di sospensione nell’aria.
All’improvviso e tutti insieme – cadevano ancora le ultime gocce nell’aria già chiara – i villeggianti si sono riversati per strada (come piccoli animali pronti a uscire rapidi dai loro rifugi per riprendere la vita di sempre dopo una breve e già dimenticata pausa forzata) e il paese è tornato a brulicare come al solito di persone vocianti. Anch’io monto in bici e pedalo verso il porto: recarmici è tradizione, per me, dopo un temporale.

Pedalando, respiro l’aria rinfrescata dalla pioggia; profuma di pini e di mare.

Arrivata all’ingresso del porto devo rallentare: davanti a me vedo una persona correre con un cane al guinzaglio, dandomi le spalle.
Perplessa mi chiedo: è un vecchio o un bambino? Ha la gobba e cammina storto come un vecchio, ma corre verso il mare con l’entusiasmo di un bambino. È anche vestito come un bambino: calzoncini corti rossi, una maglietta gialla con una larga striscia rossa al centro, scarpe da tennis e calzettoni bianchi fino al ginocchio. Non lo vedo in faccia ma sono sicura che sorride. Però ha la testa canuta e spelacchiata: è un vecchio.
Corre verso il molo (verso la mia stessa meta dunque) occupando esattamente il centro del viottolo; perciò non ho spazio per superarlo né voglio mettergli fretta. Gli sto dietro tranquilla, pedalo lentamente, osservo le sue gambe storte, il passo non sicurissimo (ogni volta che appoggia un piede a terra la caviglia sembra doversi incrinare) e tuttavia energico, la gobba prominente e, immagino, faticosa da portare.

Arrivati sul molo, entrambi ci spingiamo proprio fin sulla punta. Immobili, affiancati, guardiamo il mare e soprattutto il cielo; davanti a noi la luce si esibisce in una serie di effetti ottici che creano un’atmosfera irreale: un semicerchio di nubi bianche, compatte, trasfigurate dalla luce rossa del sole che tramonta alle loro spalle, sembra appoggiarsi proprio sull’orizzonte, come una soffice e luminosa corona. Il resto del cielo è limpidissimo e sereno, trafitto dai raggi del sole a loro volta filtrati dalle nuvole. Sembra di essere dentro un quadro di Magritte.

Il vecchio sorride come un bambino, immaginavo giusto. Anche lo sguardo è esattamente quello sorpreso e felice di un bambino non ancora abituato a certi spettacoli. Si appoggia a un muretto (al contatto col quale, per un attimo, intravedo una smorfia di dolore) e resta lì a contemplare l’orizzonte. La cagnolina, accucciata ai suoi piedi, ogni tanto reclama l’attenzione del padrone e lui, con infinita tenerezza, la fa giocare (chinandosi a fatica), le dice qualche parolina affettuosa. Quando vede che osservo la scena sorridendo, mi sorride anche lui; gli faccio i complimenti per la sua cagnolina e lui orgoglioso me la presenta per bene:
- Si chiama Sissi! -.
Dopo poco, mi saluta, volta le spalle al mare e torna sui suoi passi.

(Non riesco ad accettare che questo vecchio – molto vecchio – prima o poi debba morire)

Mi auguro che a casa trovi una moglie o una figlia affettuosa ad aspettarlo e intanto, anche se non so niente di lui – mi hanno solo colpito quello sguardo e quell’andatura infantili e gioiosi – sento che devo assolutamente scriverne. In questi momenti, mi piacerebbe saper scrivere: mi piacerebbe saper inventare una bella storia in cui collocare quel vecchio, per esempio, regalandogli la possibilità di un’eterna avventura; e non riesco a credere che le persone possano attraversare la mia vita – per pochi secondi o per decine di anni – senza rimanere incastrate in qualcosa – un foglio, uno schermo – che le possa ricordare oltre me e oltre loro stessi.
Anche quando leggo, concepisco sempre i romanzi come monumenti a persone (reali o meno, ma qualcosa di reale immagino ci sia sempre, e senz’altro di vero) che hanno meritato di sfuggire al tempo e di sovra-starlo. Anche se magari erano semplici passanti.

[Tutto questo fa parte della mia inutile lotta contro la morte]

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venerdì, 09 marzo 2007

Realismo e iperrealismo

Mia zia, che è sempre stata vanitosa, possiede uno specchio tondo, enorme, che ingrandisce la faccia di trenta volte. Lo tiene sul comò e lo usa ogni mattina per truccarsi. Se parte per le vacanze lo porta con sé, e perfino ora che è in ospedale con le vene rotte dalle flebo non ha rinunciato al suo prezioso specchio.
Capirete che anche il minimo difetto, ingrandito in quel modo, risulta mostruoso. Anche un viso perfetto non appare più tale tramite quel malefico strumento. Se considerate che mia zia (che poi è la mia prozia) è ottantacinquenne e ovviamente ha qualche ruga, potete facilmente immaginare cosa la poveretta debba vedere quando si specchia. Il risultato è che ogni volta che lo fa scoppia a piangere disperata e maledice la vecchiaia.  

L’ironia è che mia zia è convinta che quello specchio le restituisca un’immagine assolutamente obiettiva e veritiera della realtà; per me è esattamente il contrario: quando si pretende di scrutare le cose troppo da vicino, senza la giusta distanza, enfatizzando dettagli che in una visione d’insieme nessuno noterebbe, si è immersi nella falsità e non ce ne si rende neanche conto. Quando le pretese di “realismo” superano il segno, non si ottiene altro che l’effetto opposto. Se questo nell’arte funziona, nella vita può essere devastante.
E mia zia continuerà a piangere.

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categoria:paura, tempus fugit, prozia
martedì, 06 marzo 2007

Il moto non esiste e anche il tempo non si sente tanto bene…

Avete presente Zenone, il filosofo che con i suoi paradossi pretendeva di negare che la realtà sia molteplice e che esista il movimento?
Ecco, son passati duemilacinquecento anni ma nel mondo c’è ancora qualcuno che quotidianamente lo pensa, e quel qualcuno sono io quando sono in ritardo.

Intanto dovete sapere che ogni giorno devo fronteggiare i seguenti impegni: lavoro; stage meraviglioso presso una struttura da me adorata; università; studio; volontariato (due volte a settimana); aggiornamento; varie ed eventuali. Perciò capita che in alcuni momenti io debba trovarmi contemporaneamente in due o tre posti diversi, o debba trasferirmi da un luogo all’altro alla velocità della luce. Considerate poi che il mio mezzo di trasporto è la bicicletta.
Nonostante riesca a ottemperare con serietà a tutti questi doveri, capirete che il mio problema è il tempo e la rapidità dei trasferimenti.

E qui casca l’asino, cioè, scusate, Zenone.

Proverete anche voi quella sensazione di non essere in ritardo anche quando siete in ritardo. Per esempio: alle ore sedici dovete essere nel luogo X. Sono le sedici meno cinque e voi siete ancora ben lungi dall’arrivare a destinazione: ci vorranno ben più di cinque minuti. Eppure, in quel momento non siete in ritardo. Siete ancora in perfetto orario, anzi in anticipo. Nessuno che vi stia aspettando nel luogo X potrebbe, in quel momento, accusarvi di essere in ritardo.
Questo è già un pensiero consolante. Se poi consideriamo, come sostiene Zenone, che per arrivare in un punto occorre prima arrivare alla metà del percorso, e prima ancora alla metà della metà e così via all’infinito (perché esisterà sempre la metà di uno spazio, per quanto infinitesimamente piccolo questo sia) capirete che la meta è irraggiungibile per tutti, anche per quelli che si credono in orario, anche per quel tipo che, sfrecciandovi a fianco con una rombante macchina da corsa, vi affumica di gas (senza considerare che comunque se Achille pié veloce non riuscirà mai a raggiungere una tartaruga partita anche solo un attimo prima di lui, non vedo come una porsche possa essere più veloce di me in bicicletta, nonostante le puzzolenti apparenze). Insomma se qualunque sia il luogo da raggiungere non ci arriveremo mai, è inutile affannarsi troppo. Tanto varrebbe fermarsi e stendersi sull’asfalto a prendere il sole.

Ora, il potere che questi pensieri hanno su di me non consiste nell’istigarmi al menefreghismo (dato che comunque, pedalando come una forsennata, riesco a essere puntuale) ma nel rilassarmi la mente mentre le gambe macinano chilometri. Cosa che, nonostante tutto, mi permette di arrivare a destinazione serena e di buon umore, e dunque a lavorare meglio, rendendo soddisfatti i vari capi e tutor cui devo rendere conto.

Vi ho convinto? Che ne dite, non vi sembro un’ottima “motivatrice”? Potrei mandare il mio curriculum a qualche azienda che necessiti di tale misteriosa (ma esistente) figura professionale anziché fare chilometri nel traffico ogni giorno…

 

 PS: cari amici, nel post non ho esagerato, ho davvero così tanto da fare che dormo cinque ore per notte, perciò perdonatemi se in questi giorni scriverò post più brutti e noiosi del solito e se non sarò solerte nel commentare sui vostri blog, che comunque leggo sempre. Ciao!

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categoria:tempus fugit, esercizi spirituali
venerdì, 02 marzo 2007

Questione di tempo

Un mio problema è che io sono la campionessa mondiale di masticamento lento.

Forse penserete che esagero; certo, ci son cose più gravi nella vita. Ma provate a pensare: quando vado a cena fuori sono sempre, e sottolineo sempre, l’ultima a finire di mangiare. Nessuno mi ha mai battuto in questo triste record. E dire che normalmente sono un tipo dinamico e veloce. Ma se si tratta di mangiare una pizza (o qualunque altra cosa) in compagnia, io sarò inesorabilmente l e n t a.

Questo ostacola la mia vita sociale, ponendomi di fronte a tragici quesiti, del tipo:
mi conviene mangiare tacendo, per mettermi in pari con gli altri che parlano mangiando?
Ma se taccio, passo per asociale, sembro una mummia, risulto un’insulsa, la mia presenza sarebbe del tutto inutile.
Allora parlo, rallentando in tal modo la mia già lenta masticazione? Ma così gli altri commensali si ritroverebbero ad accarezzarsi annoiati la pancia mentre io nel frattempo starò cercando di ingozzarmi, rossa e con gli occhi fuori dalle orbite, per vuotare il mio piatto mentre loro stanno già digerendo.

Non è che non m’impegni: io faccio pure gli allenamenti a casa per imparare a trangugiare una portata in cinque minuti, facendo intanto conversazione. Ma anche quando m’illudo di essere stata veloce, scopro invece di essere la solita ultima.

Tra l’altro, essendo io golosa, mi chiedo come facciano gli altri a ingollare un manicaretto alla velocità della luce e poi dire: “Che buono!”.
Come che buono? Non si sente nessun sapore mangiando velocemente, a me piace gustare il cibo che mangio e intanto conversare tranquillamente. Cosa assolutamente impossibile.

Insomma, io non vedo soluzioni e sono rassegnata all’imbarazzo perpetuo. Se qualcuno ha qualcosa da dire, o qualche sua inadeguatezza simile da raccontare, parli pure.
Io intanto vado ad allenarmi.

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giovedì, 15 febbraio 2007

L’ingegnere M

[Come invecchiare male]

Oggi vi parlerò di un singolare personaggio, una sorta di amico di famiglia anche se è in realtà piuttosto inviso a tutta la famiglia, l’ingegnere M. Il titolo di ingegnere è fondamentale per descriverlo, giacché suo sempiterno motivo di vanto (vai a capire perché) è l’essere stato in passato ingegnere dell’Enel, così come suo motivo di afflizione è il non esserlo più (causa pensione. Ed è in pensione da più di vent’anni, avendo passato da tempo gli 80…).

L’ingegnere M sei anni orsono è rimasto vedovo di una moglie che ha sempre maltrattato davanti a tutti e di cui, da quando è morta, decanta le lodi angelicandola tardivamente.
Nel frattempo trascorre le sue giornate con una badante ucraina che maltratta come la moglie quand’era viva.

Quando va a casa di mia nonna e di mia zia l’ingegnere M si siede in poltrona e comincia a parlare dell’Enel; mia zia si addormenta quasi subito e mia nonna la segue poco dopo. Quando l’ingegnere ha finito il suo discorso, si alza e se ne va, senza premurarsi di svegliare le due addormentate se queste continuano a dormire. Le volte in cui m’è capitato di entrare in casa di mia nonna durante questa curiosa scena sono le uniche in cui ho provato un po’ di simpatia per il personaggio, simpatia presto dissoltasi dopo che egli, non sembrandogli vero di vedere una persona sveglia, mi ha costretto ad ascoltare per l’ennesima volta le sue mirabolanti avventure ingegneristiche.

Il malinconico M ha due sogni, entrambi irrealizzabili, di cui parla spesso: il primo è quello di potere tornare a essere un ingegnere dell’Enel in attività (lui con la sua esperienza li batterebbe tutti i giovinastri di oggi); il secondo è quello di convolare a nozze o con mia nonna o indifferentemente con una delle sue tre sorelle. Ha fatto, seriamente, nel giro di quattro giorni la stessa proposta di matrimonio a tutte le sorelle (un giorno per una), riuscendo così a offenderle tutte e quattro (ecco perché si addormentano all’istante non appena lo vedono). Tutte si sono prima sentite lusingate (pur rifiutando subitamente la proposta), poi mortalmente indignate, quando parlando tra loro hanno scoperto di essere intercambiabili (pur essendo diversissime) per il perfido ingegnere. Erano i tempi in cui lui cercava assolutamente di evitare che gli venisse appioppata una badante dalle figlie, crudeli emule delle signorine Goriot. Comunque lui periodicamente torna alla carica e non pare intenda demordere, anche perché, diciamolo, mia nonna e le sorelle, pur avendo tra i 74 e gli 85 anni, si divertono a stuzzicarlo e illuderlo in tutti i modi: mia nonna, offrendogli il tè, lo coccola e lo rimprovera come fosse un bambino, un’altra gli sistema la giacca e gli dà consigli sul vestiario, quell’altra non sa resistere all’offrirgli stuzzicanti dolcetti all’ombra del suo giardino. Ma tutte si ritraggono sdegnose alle profferte che l’illuso rinnova.

E così continueremo ancora per un pezzo ad ascoltare gustosi racconti sull’epoca gloriosa dell’Enel, o argute osservazioni pseudosociologiche sulla corruzione della società moderna o lamentazioni sulla solitudine di un vedovo che rimpiange troppo tardi una moglie che non c’è più.

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categoria:persone, nonna, figuracce, uomini al lavoro, tempus fugit, prozia
venerdì, 09 febbraio 2007

Ogni tanto, come stamattina per esempio, incrocio una ragazza (che insomma ormai non è più una ragazza, avendo più di 30 anni, ma ne ha l’aspetto) che abitava nello stesso condominio in cui vivevo prima di traslocare (sempre all’interno dello stesso quartiere). Ecco, questa ragazza – son passati degli anni – è sempre identica a com’era prima. Cioè il tempo passa e lei resta uguale: nell’aspetto, nel modo di fare, nel modo di vestirsi e di pettinarsi, fa da anni lo stesso lavoro e vive sempre nella stessa casa, con i suoi genitori. Io, che ho solo pochi anni meno di lei, la ricordo già così quando ero ancora piccola, cioè lei è dai tempi del liceo che si è praticamente cristallizzata in quella forma (molto bella ed elegante). Ora, incrociandola e osservandola, penso a me e mi dico che mentre lei rimaneva sempre uguale, io invece ho cambiato incessantemente pettinatura (e continuo a farlo), nonché modo di vestire, due case, lavori, studi, fidanzato… e di fatto sono ancora qui con poco in mano. Mentre lei, nella sua almeno apparente imperturbabilità, ha sempre camminato col suo passo e vissuto la sua vita con grande misura, benché stranamente sia ancora sola (nonostante la sua massima aspirazione da almeno 10 anni a questa parte fosse quella di sposarsi, cosa che inspiegabilmente non è ancora accaduta, nonostante le grandi energie da lei dispiegate). Insomma, mi ispira simpatia, e anche una certa curiosità per il suo essere così ferma rispetto al tempo che passa. Solo a guardarla, infonde una grande sicurezza. Mi fa piacere vederla incedere col suo passo un po’ ancheggiante per il quartiere. Mi sembra una di quelle figure che, pur non conoscendole bene di persona, occupano comunque un piccolo spazio nella nostra vita.

Certo, è strano: ci sono persone che vengono quasi vissute dal tempo, tanto cambiano continuamente; e altre, come lei, che sembrano intoccabili dal flusso degli anni.
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categoria:persone, camminando, tempus fugit