martedì, 23 ottobre 2007

Le lacrime del sabato sera

Avendo dedicato lo scorso fine settimana a studio e lavoro, sabato sera ero in casa, da sola. Dopo avere cenato ho guardato come al solito la trasmissione di Fazio ma al termine, anziché spegnere la tv come faccio di solito, ho avuto la sventura di cambiare canale, finendo su Rai 1, dove stava iniziando “Il treno dei desideri”, che finora non avevo mai visto. Ho fatto l’errore di fermarmi a guardare com’era; ho spento la tv dopo 50 minuti, devastata dal dolore. Ho assistito a un dramma dietro l’altro: prima la vicenda straziante di un bambino morto di tumore a tre anni, poi due orfanelli che trovano consolazione solo nel mare, infine una giovane donna rimasta vedova di un marito meraviglioso, con un bimbo piccolo e un altro nel pancione che quindi non ha mai visto il padre... Il tutto montato ad arte dai perfidi autori del programma per spingere alle lacrime anche il cuore più roccioso. Tra primi piani del bambino defunto, lacrime dell’orfanello felice per la sorpresa, pianti di nonni, zii e parenti tutti (pubblico compreso), prima mi son messa a piangere per il bimbo, poi per gli orfanelli e poi per la vedova... alla fine, ormai disidratata, ho spento e mi sono mestamente ritirata in camera mia, meditando sulla crudeltà del Fato.

Ora dico: già un poveretto che il sabato sera se ne sta tutto solo mentre buona parte dei suoi concittadini è in giro a gozzovigliare, non è proprio al settimo cielo. Perché infierire straziandolo di lacrime e singulti? Ma qualcosa di divertente no? Ma soprattutto: chi saranno mai quei milioni di masochisti che secondo l’Auditel ogni sabato sera si sottopongono volontariamente a una simile tortura?! (Io non lo farò mai più!)

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categoria:tv
venerdì, 08 giugno 2007

Consiglio appassionato

Mentre aspetto di trovare il tempo per scrivere un post, vi segnalo intanto che uno dei miei film preferiti sarà trasmesso domani notte all’1,30 (in teoria) su Italia 1. Si intitola Ghost world (potete cliccare qui per le informazioni di base, ma non fatevi influenzare!) e mi piace perché è un film malinconico ma non deprimente, anzi in realtà è allo stesso tempo un film umoristico; è realistico ma anche lievemente surreale, nonché poetico pur non avendo pretese artistiche; racconta, tra le altre cose, la fine impercettibile di una di quelle amicizie nate durante l’adolescenza (e che sembrano eterne) che, alla soglia dell’età adulta, si sciolgono e muoiono senza quasi accorgersene (vi è capitato, forse? A me sì, purtroppo). Poi parla dello spaesamento che a volte tutti proviamo e dei modi per uscirne. Parla di arte, musica, solitudine, follia, giovinezza, adultità, speranza, cinismo, amore, amicizia, famiglia, lavoro; si ride, si pensa, si immagina, si ricorda; a me quel film lascia sempre una certa carica, una voglia di fare e di vivere, dopo che lo guardo.

Poi: c’è uno Steve Buscemi meraviglioso, che sa dare vita al personaggio che interpreta, rendendolo così vero, con i suoi tic, le sue incertezze, il suo modo obliquo ma perfettamente coerente e integro di stare al mondo (se vedrete o conoscete il film: Seymour sarebbe l’Uomo della mia vita, se esistesse o se lo trovassi! E Steve Buscemi è uno dei miei attori preferiti).
Poi c’è una Scarlett Johansson quindicenne e una Thora Birch splendida interprete della protagonista, Enid, in cui mi identifico (o meglio, mi rivedo abbastanza per com’ero a quell’età e mi ci sento tuttora in sintonia, pur con la necessaria evoluzione).

Nonostante le protagoniste principali siano due ragazze all’inizio dell’età adulta, questo non è né un film adolescenziale né tantomeno giovanilistico, anzi, è da adulti che lo si comprende e ci si immedesima di più.

So di non essere brava a promuovere ciò che mi piace (non sarei tagliata per fare la pubblicitaria, credo!) ma se provate a puntare il videoregistratore all’1,30 su Italia 1 domani notte (notte tra sabato e domenica), male non può farvi (al massimo se il film poi vi annoia lo piantate lì e ci registrerete sopra qualcos’altro!).

 

Già che siamo in tema televisivo, non so se vi capita a volte, quando guardate la tv, di ascoltare qualcuno che parla e di provare vergogna per lui/lei e di cambiare canale o spegnere la tv perché vi immedesimate in lui/lei e provate imbarazzo (imbarazzo del tutto ingiustificato perché se non lo prova la persona in questione non si capisce perché dovreste provarlo voi). Tipo quando vedete gente che fa confessioni private o piange o litiga urlando o dice cose troppo volutamente sensazionalistiche o si presenta in modo da risultare patetico senza però accorgersene… cose così. Io mi imbarazzo tanto che addirittura divento rossa come se a parlare fossi io.

Be’, ieri mi è successa questa cosa vedendo Isabella Santacroce a Otto e mezzo (versione estiva), intenta a promuovere il suo ultimo romanzo (perché, comunque, lo scopo era quello). Mi ha molto impressionata il fatto che si prendesse tanto sul serio e parlasse per frasi fatte e luoghi comuni, credendoci veramente; cose tipo: io vivo da sempre nel sacro; i grandi santi e i grandi peccatori vivono da sempre agli estremi di quel punto mediano che io con la mia arte voglio scardinare, infatti Dio è mio marito; il bene non è creativo e non serve a niente mentre il male sì; la morale nasce dalla paura (e, a un’obiezione di una tipa peraltro odiosa convocata lì in veste ufficiale di moralista, ha saputo solo rispondere ossessivamente: Lo ha detto Nietzsche! – Ipse dixit – che poi, con tutto il rispetto: Nietzsche riletto dalla Santacroce e mischiato anacronisticamente al povero De Sade – dico “povero” perché sempre tirato in mezzo a giustificare qualunque cosa, soprattutto se scritta male). E poi non era quello che diceva, ma come lo diceva, recitando frasi a memoria e mettendosi in posa. Ho cercato di convincermi che lo facesse consapevolmente, come forma – che ne so – di rivolta estetica subliminale… Ma mi è sembrato invece che non scherzasse affatto, e comunque sarebbe anche questa una cosa vecchia, come ha detto Davide Rondoni, altro ospite, già vista un secolo fa. Per questo, mi è sembrata patetica.
Poi, un po’ per l’imbarazzo e soprattutto perché dovevo finire di lavorare a un fumetto, ho spento senza rimpianti. Ma siccome mi ha colpito vedere un’immagine così infelice (mi sembrava infatti terribilmente infelice e poco in salute; non che sia un obbligo essere felici), ho pensato di dirvelo (se non l’avete vista, meglio per voi).

Scusate se ho scritto molto male e molto in fretta questo post un po’ di servizio.

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categoria:cinema, tv
lunedì, 07 maggio 2007

Quando c’è la salute…

Mia madre è un medico mancato, lei ci sguazza nelle malattie, sue e altrui, vere o presunte che siano; perciò non perde una sola puntata del Tg2 Salute e, quando c’è, di Elisir. Non solo guarda e ascolta in religioso silenzio (fulminando con occhiate spaventose o minacciando con gesti inconsulti ogni familiare che incautamente si arrischi a turbare il sacro evento), ma soprattutto prende appunti. E dirò di più: in alcuni casi, videoregistra il programma. Se veniste nel salotto di casa mia e vi avvicinaste al reparto VHS, vedreste impilate numerose videocassette riportanti etichette minacciose come: sciatica, cataratta, cervicale, gastrite eccetera; sono le registrazioni delle puntate della gloriosa trasmissione Più sani più belli, che, in beati tempi di scarso o nullo allarmismo sanitario-televisivo, irruppe con le sue scomode verità e aprì la strada ai vari programmi salutistici che oggi imperversano da mattina a sera e perfino nel weekend sulle nostre reti televisive.

(Di Rosanna Lambertucci mia madre acquistò anche ben due libri di ricette salutari che tentò poi di propinare a marito e figlie, i quali però insorsero uniti vincendo la loro battaglia, che persero però anni dopo di fronte alle ricette di Suor Germana).

Io rispetto i suoi gusti, ovviamente, ma quando inizia il Tg salute di solito ho già finito di pranzare e tendo a dileguarmi; la mia teoria è: già la vita è pesante e purtroppo può capitare di ammalarsi; perché deprimersi inutilmente ascoltando in anticipo disgrazie e malanni vari? [Perché, se per caso ti vengono, sai già cosa fare e a chi rivolgerti, risponderebbe mia madre].

A volte tuttavia mi capita di arrivare a pranzo molto tardi e così mi tocca sorbirmi anch’io il temibile supplemento salutistico del tg. Oggi però mi ha fatto proprio ridere. Perché si parlava d’insonnia, e un neurologo presente in studio (di cui mia mamma ha prontamente annotato il nome, nonostante nessuno in famiglia soffra d’insonnia) ha sentenziato, con aria grave ed esageratamente mesta, che purtroppo non c’è al mondo (finora) alcun medicinale in grado di curare definitivamente questo disturbo (si metta il cuore in pace chi soffre d’insonnia. Amen). Secondo lui, l’unico rimedio valido consiste nel trascorrere tutto il giorno preparandosi a dormire, cioè: tenere ritmi blandi e lenti (grazie, se potessimo, lo faremmo tutti), evitare le occasioni di stress, evitare – soprattutto verso sera – discussioni e litigi, e predisporci fin dalla mattina al sonno che ci aspetta la sera. In pratica, come ha sintetizzato divertito mio padre, anche lui presente, bisognerebbe vivere per dormire… Di fronte a una soluzione così evidentemente ridicola neanche mia madre è riuscita a trattenere il riso, e per una volta il tremendo oracolo televisivo è stato finalmente zittito da sane, sanissime e tuttavia contagiosissime risate!

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domenica, 22 aprile 2007

Ma perché?

[Da leggersi con un sorriso: i problemi seri sono altri]

In questo periodo guardo pochissima televisione (non per snobismo ma per mancanza di tempo). La accendo regolarmente per seguire il telegiornale, all’ora di pranzo e di cena, quindi oltre al tg vedo la pubblicità che lo precede. Ed è da qualche giorno che prima del tg Uno appare lo spot di un misterioso programma che sarà trasmesso prossimamente, in cui si vede il signor Funari che imita da par suo (…) una meravigliosa scena di uno dei film cari al mio cuore: Amarcord. C’è pure la musica del film, in sottofondo. E Funari che su un albero sbraita Voglio Rai uno!

Ma perché tale scempio? Ma cosa c’entra con Funari? Ma cos’è? Ma cosa mi significa? Ma che motivo c’è? Ma con tutte le scene di tutti i film che poteva andare a pescare, proprio quella? E poi non serve a niente, non dice nulla sul programma in questione… (in più mi è giunta voce che la medesima scena è già stata profanata dalla signorina Jo Squillo nel corso di un reality agreste).

Già devo sopportare di sentire alcune musiche meravigliose (tipo I want a little sugar in my bowl di Nina Simone) sprecate nelle varie pubblicità. Già devo vedere cose ridicole come casalinghe apparentemente ossessionate dalle pulizie di casa che accaparrano il super prodotto iperigienizzante come fosse l’unica ragione di vita e poi lo usano su superfici o fornelli o sanitari che da decenni nessuno ha pulito (ma chi è che, per quanto poco incline alle pulizie domestiche, ha in casa delle piastrelle così schifosamente incrostate, per dire?); per non parlare delle solite fantasiose réclames di assorbenti o antidiarroici a un’ora non appropriata… Adesso pure Funari che mi distrugge Fellini no… Com’è che diceva Camus? Uno sopporta sopporta, ma a un certo punto arriva a un punto oltre il quale proprio non può andare e allora dice No. Solo che nel mio caso la mia rivolta finisce qui, nelle poche righe di un post domenicale…

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categoria:tv
giovedì, 08 febbraio 2007

Il campione e la vergogna

[Questo sentimento sconosciuto ai più]

Non trovo giusto che ormai un uomo non faccia in tempo a morire che già è pronta la fiction con la storia della sua vita! Io non posso abituarmi a questo.

Lunedì sera su rai 1 hanno trasmesso il film sulla vita di Marco Pantani. Ho provato a cominciare a guardarlo, ma dopo un po’ non sono riuscita ad andare avanti. Dopo soli tre anni, vedere al posto di Marco un altro con un’altra faccia e un’altra voce era assurdo (sarò strana, ma ho sentito crearsi un dislivello nella mente, che non riusciva a raccapezzarsi, a far combaciare attore e personaggio). E’ passato troppo poco tempo, ho ancora impressi nella mente il suo viso, i suoi movimenti, la sua voce. Ho registrato il film e forse lo guarderò in futuro, se mi andrà.

Noto che dopo lo choc iniziale il circo del ciclismo è andato avanti col suo doping e col suo marciume (basti pensare ai tristi casi della scorsa estate al Giro e al Tour). Proprio com’è sempre successo anche al mondo del calcio (quante volte dopo l’ennesimo morto abbiamo sentito le stesse parole di questi giorni?).

Ho cercato tra i miei diari e ho recuperato quello di tre anni fa. Non lo faccio mai (e non intendo cominciare adesso) ma farò un’eccezione solo per stavolta: ricopio qui quel che gli ho scritto il giorno dopo la morte. Roba in stile beceramente tardo-adolescenziale, vi avviso (del resto le sue imprese hanno accompagnato quella fase della mia vita). Ma se qualcuno, al di là dei luccichii dei trofei, gli ha voluto bene forse ci si riconoscerà. Altrimenti, perdonate lo sproloquio.

Quando cominciava la salita cominciava la tensione: Sta per scattare, mi ripetevo. E infatti, gli avversari già arrancanti, tu ti drizzavi sui pedali, inarcavi la schiena: era il segnale. Mi percorreva un brivido e ti vedevo partire, gli altri sempre più distanti e pesanti; risento la voce roca del vecchio De Zan accompagnare col suo entusiasmo la tua fatica.

Mi rivedo nell’estate del ’98, quella magica folle estate, pedalare, con la tua bandana in testa, sulla mia bici per le strade assolate di Romagna, diretta a Cesenatico per i grandi festeggiamenti in tuo onore. Il paese era tutto colorato di giallo e rosa, i colori dei tuoi trionfi. Abbiamo festeggiato come pazzi, sono tornata a casa che era già notte, pedalando ubriaca per tutto il vino trangugiato in tuo onore e per la gioia sfrenata e gli 80 km che avevo nelle gambe.

Ricordo quando a Riccione andavo su al paese vecchio a guardare con gli anziani nel bar le tappe del Tour, e si commuovevano anche loro. Tutte le lacrime di gioia, tutte le emozioni che mi hai fatto provare.

[…]

Il resto ve lo risparmio, resterà nel mio diario.

Come avrete capito, amo il ciclismo e a Pantani in particolare sono legati miei bellissimi ricordi sia dell’adolescenza sia del tempo strambo che è venuto dopo (l’attraversamento della linea d’ombra, per intenderci).

Certo, nel ’99, quando gli trovarono l’ematocrito alto e fu espulso dal Giro, provai una delusione e una rabbia tremende. Per tanto tempo in passato quando stavo male avevo guardato a lui, che dopo ogni incidente si era rialzato e ce l’aveva fatta. E ora mi sentivo tradita e non volevo più saperne niente.

Poi però ho cominciato a sperare che tornasse sui pedali, pulito, e quando ci ha riprovato ero di nuovo lì che tifavo per lui, mentre un sacco di gente (anche giornalisti che oggi saranno lì a commuoversi davanti al film) ironizzava e lo prendeva in giro (al grido di spompato! e simili).

Ho ricominciato a sperare perché mi ero resa conto che alla fine lui pagava per tutti, e sapete perché? Perché, se ci fate caso, lui è stato l’unico a provare un certo sentimento che oggi tutti schifano: la vergogna. Tutti quelli che gli stavano vicino dicevano proprio questo: che lui non riusciva a ricominciare perché si vergognava davanti ai suoi tifosi. Poi ha cominciato a prendere cocaina e si vergognava ancora di più. Nel frattempo ciclisti dopati venivano sospesi dalle gare e dopo un po’ tornavano col sorriso sulle labbra, con arroganza perfino. Non parliamo della droga; gente come Kate Moss gode di venerazione immeritata da quando si è rivelata per la drogata che è.

Io non vedo quasi nessuno provare vergogna per qualcosa di brutto che ha commesso.

Marco Pantani si è vergognato e ha pagato con la morte.

Grandi parole sul momento e tutto procede in modo schifosamente regolare. 

Io d’estate mi piazzo la bandana in testa e parto su per le salite di Romagna fino a sfiancarmi di fatica, finché non mi sento felice. Felice come un tempo.

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categoria:persone, morte, tv