Il campione e la vergogna
[Questo sentimento sconosciuto ai più]
Non trovo giusto che ormai un uomo non faccia in tempo a morire che già è pronta la fiction con la storia della sua vita! Io non posso abituarmi a questo.
Lunedì sera su rai 1 hanno trasmesso il film sulla vita di Marco Pantani. Ho provato a cominciare a guardarlo, ma dopo un po’ non sono riuscita ad andare avanti. Dopo soli tre anni, vedere al posto di Marco un altro con un’altra faccia e un’altra voce era assurdo (sarò strana, ma ho sentito crearsi un dislivello nella mente, che non riusciva a raccapezzarsi, a far combaciare attore e personaggio). E’ passato troppo poco tempo, ho ancora impressi nella mente il suo viso, i suoi movimenti, la sua voce. Ho registrato il film e forse lo guarderò in futuro, se mi andrà.
Noto che dopo lo choc iniziale il circo del ciclismo è andato avanti col suo doping e col suo marciume (basti pensare ai tristi casi della scorsa estate al Giro e al Tour). Proprio com’è sempre successo anche al mondo del calcio (quante volte dopo l’ennesimo morto abbiamo sentito le stesse parole di questi giorni?).
Ho cercato tra i miei diari e ho recuperato quello di tre anni fa. Non lo faccio mai (e non intendo cominciare adesso) ma farò un’eccezione solo per stavolta: ricopio qui quel che gli ho scritto il giorno dopo la morte. Roba in stile beceramente tardo-adolescenziale, vi avviso (del resto le sue imprese hanno accompagnato quella fase della mia vita). Ma se qualcuno, al di là dei luccichii dei trofei, gli ha voluto bene forse ci si riconoscerà. Altrimenti, perdonate lo sproloquio.
Quando cominciava la salita cominciava la tensione: Sta per scattare, mi ripetevo. E infatti, gli avversari già arrancanti, tu ti drizzavi sui pedali, inarcavi la schiena: era il segnale. Mi percorreva un brivido e ti vedevo partire, gli altri sempre più distanti e pesanti; risento la voce roca del vecchio De Zan accompagnare col suo entusiasmo la tua fatica.
Mi rivedo nell’estate del ’98, quella magica folle estate, pedalare, con la tua bandana in testa, sulla mia bici per le strade assolate di Romagna, diretta a Cesenatico per i grandi festeggiamenti in tuo onore. Il paese era tutto colorato di giallo e rosa, i colori dei tuoi trionfi. Abbiamo festeggiato come pazzi, sono tornata a casa che era già notte, pedalando ubriaca per tutto il vino trangugiato in tuo onore e per la gioia sfrenata e gli 80 km che avevo nelle gambe.
Ricordo quando a Riccione andavo su al paese vecchio a guardare con gli anziani nel bar le tappe del Tour, e si commuovevano anche loro. Tutte le lacrime di gioia, tutte le emozioni che mi hai fatto provare.
[…]
Il resto ve lo risparmio, resterà nel mio diario.
Come avrete capito, amo il ciclismo e a Pantani in particolare sono legati miei bellissimi ricordi sia dell’adolescenza sia del tempo strambo che è venuto dopo (l’attraversamento della linea d’ombra, per intenderci).
Certo, nel ’99, quando gli trovarono l’ematocrito alto e fu espulso dal Giro, provai una delusione e una rabbia tremende. Per tanto tempo in passato quando stavo male avevo guardato a lui, che dopo ogni incidente si era rialzato e ce l’aveva fatta. E ora mi sentivo tradita e non volevo più saperne niente.
Poi però ho cominciato a sperare che tornasse sui pedali, pulito, e quando ci ha riprovato ero di nuovo lì che tifavo per lui, mentre un sacco di gente (anche giornalisti che oggi saranno lì a commuoversi davanti al film) ironizzava e lo prendeva in giro (al grido di spompato! e simili).
Ho ricominciato a sperare perché mi ero resa conto che alla fine lui pagava per tutti, e sapete perché? Perché, se ci fate caso, lui è stato l’unico a provare un certo sentimento che oggi tutti schifano: la vergogna. Tutti quelli che gli stavano vicino dicevano proprio questo: che lui non riusciva a ricominciare perché si vergognava davanti ai suoi tifosi. Poi ha cominciato a prendere cocaina e si vergognava ancora di più. Nel frattempo ciclisti dopati venivano sospesi dalle gare e dopo un po’ tornavano col sorriso sulle labbra, con arroganza perfino. Non parliamo della droga; gente come Kate Moss gode di venerazione immeritata da quando si è rivelata per la drogata che è.
Io non vedo quasi nessuno provare vergogna per qualcosa di brutto che ha commesso.
Marco Pantani si è vergognato e ha pagato con la morte.
Grandi parole sul momento e tutto procede in modo schifosamente regolare.
Io d’estate mi piazzo la bandana in testa e parto su per le salite di Romagna fino a sfiancarmi di fatica, finché non mi sento felice. Felice come un tempo.