lunedì, 02 giugno 2008

Se proprio devi uccidere, almeno non parlare

pistola

Non ho mai sopportato quelle scene cinematografiche in cui, dopo che per tutto il film un certo tipo ne ha inseguito un altro per ucciderlo, quando finalmente i due si trovano uno di fronte all’altro e il nostro uomo potrebbe finalmente fare secco in due secondi il suo nemico (di solito ha già la pistola sfoderata mentre l’altro è disarmato, o l’ha già incastrato e deve solo affondare un maledetto colpo), invece di mandarlo per l’appunto dritto al Creatore si lancia in un monologo minaccioso e interminabile, alla fine del quale – inevitabilmente – non riuscirà a fare ciò che sarebbe riuscito a fare se solo avesse tenuto la bocca chiusa.
Mentre questo tontolone si abbandona alla sua fastidiosa logorrea, infatti, noi spettatori sappiamo che, prima che lui finisca di parlare, arriveranno i soccorsi/la polizia/i complici del suo nemico e lo salveranno (nei casi più spudorati può anche darsi che ciò porti a un ribaltamento totale della situazione e che a lasciarci le penne sia alla fine proprio il chiacchierone stesso) o il suo bersaglio, approfittando del tempo che il monologo gli concede, riuscirà a coglierlo di sorpresa e a disarmarlo. Eccetera.

Potete dunque immaginare il mio stato nervoso dopo che ho trascorso due giorni ad adattare un fumett(accio) nel quale questa fastidiosa situazione si protrae per più di una cinquantina di pagine. 50 pagine in cui due esseri (di cui uno è una specie di zombie intelligente che si è ulteriormente trasformato in mostro, tipo un Golia postmoderno e mooolto più brutto e potente) si fronteggiano e il più forte, invece di ammazzare subito l’altro (cosa che potrebbe fare facilmente), comincia a tirarla per le lunghe con frasi di questo tipo (più qualunque loro variante):

Finalmente ti ho sotto tiro, adesso ti uccido!

La vedi questa pistola ultrapotente? È puntata contro di te! [specifico che il tipo contro cui la pistola è puntata non è cieco]

Adesso ti sparo un colpo che ti spappola il cervello!

Sei pronto a morire? Come ci si sente, eh?, grand’uomo dei miei stivali!

Credevi di scapparmi e invece guarda qui: sto per ucciderti!

Lo vedi questo cannone? Dentro c’è una pallottola che aspetta solo di fracassare quel tuo cervellino (sempre che tu ne abbia uno) e ora lo farà.

Cos’è? Non fai più il gradasso? Hai fifa, eh? Fai bene perché stai per crepare.

Sai che sto per ucciderti?

Be’, dopo oltre cinquanta pagine così (con io che, ormai con la bava alla bocca e in preda a istinti omicidi, invoco e urlo – tra una pagina e l’altra – amenità come: Ma uccidilo, su! E falla finita! Sparaaa! Spiaccicalo! Distruggilo! Chiudi la bocca, idiota! eccetera, bramando di entrare nella pagina, massacrare entrambi e riuscirne purificata) come credete che finisca?

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venerdì, 23 maggio 2008

L’intercultura applicata agli affari

In questi giorni partecipo a un seminario/laboratorio sul tema dell’intercultura (esaminato però attraverso un approccio critico). Gli orari sono un po’ pesanti: dalle otto del mattino alle sei e mezzo di sera più tutta domani mattina, però mi sta piacendo perché facciamo anche giochi di ruolo (alcuni divertententissimi, e mi piace una volta tanto non essere io a organizzarli per gli altri!) e c’è un clima nel quale si riesce a esprimere le proprie opinioni (anche quando un po’ controcorrente) senza venire sbranati o guardati male.
Il professore che tiene il seminario è davvero in gamba: non fa la solita lezioncina buonista, fumosa e “progressista” cui sono abituata, è realmente super partes e professionale e ogni tanto ci sorprende sconvolgendo un po’ le acque. Vive e lavora da quindici anni in Germania e parla con uno strano accento; a volte non gli vengono le parole giuste in italiano, abituato com’è al tedesco, e usa il tedesco, l’inglese o degli strani calchi da queste lingue, inesistenti nella lingua italiana, il che me lo rende assolutamente simpatico (la comprensione è facilitata comunque dal fatto che gran parte dei termini tecnici delle scienze sociali sono direttamente mutuati dalla lingua inglese e dunque costituiscono un gergo internazionale che ci unisce tutti in questa grande avventura della comprensione reciproca). Aggiungendo che il prof. sorride sempre, ha un tono di voce morbido e uno sguardo accogliente e dolce, capirete che non mi stanco di passare l’intera giornata chiusa in un’aula universitaria.

Ecco a voi due curiosità divertenti tra le tante cose apprese e discusse in questo seminario.

Il prof. ci ha spiegato che tra un’automobile utilitaria e una di lusso ci sono differenze che riguardano per es. anche l’odore (in una macchina di lusso si deve respirare profumo di pelle, di cuoio, di materiali raffinati) e l’isolamento acustico (la macchina di lusso dev’essere silenziosa al suo interno, isolata dal caotico e volgare mondo esterno); alcuni anni fa le vendite della porsche in Germania hanno subìto un calo. Gli analisti hanno cominciato a studiare il caso e sono giunti a questa conclusione: l’isolamento acustico di cui la macchina era fornita era talmente elevato da attutire tantissimo il rombo del motore, che in pratica non si sentiva; e qui sta il punto: siccome gli acquirenti di questo tipo di automobile sono prevalentemente maschi e per quel genere di target è importante sentire la potenza del motore, il fatto di non ascoltare quel micidiale broom broom prodotto dalla irresistile forza del proprio piede premuto sul pedale dell’acceleratore scoraggiava l’acquisto dell’automobile. Cos’hanno fatto allora i costruttori? Hanno inserito all’interno dell’abitacolo un altoparlante collegato al motore, coicché i rumori esterni restavano isolati ma il rombo del motore si percepiva forte e chiaro, mandando in estasi il guidatore fiero della propria virile potenza.

Dato che il pubblico del seminario è prevalentemente femminile, vi lascio immaginare le risate e i lazzi di compatimento rivolti all’esiguo numero di uomini presenti in sala (i quali, tra l’altro, non appartengono certamente al novero degli aspiranti acquirenti di macchine sportive e purtuttavia hanno subìto i nostri scherni in silenzio e con dignità, senza rinfacciarci le stupidità analoghe ma di diverso tipo nelle quali caschiamo noi donne)…

Quest’altra curiosità mi fa venire in mente in particolare Marcello, perché è il suo genere di humour:

come avrete già intuito dalla precedente spiegazione, l’interculturalità è molto utilizzata anche dalle aziende per condurre al meglio i propri affari: se si tratta di dover vendere duecento televisori in Cina o in Spagna o Chissàdove, bisogna conoscere le abitudini, gli stili di vita (e di acquisto), i valori delle culture presso cui si vuole pubblicizzare e vendere determinati prodotti. Per questo, vengono svolti nelle aziende costosissimi corsi. Ed ecco la curiosità: si è notato che i manager tedeschi, nelle riunioni di lavoro, vanno subito al punto, senza perdersi in convenevoli vari. In Spagna, invece (e in generale nell’Europa del sud), prima di iniziare incontri di lavoro si crea un’atmosfera amichevole (ci si chiede come va, come sta la mamma, tutto bene a casa eccetera). I primi appartengono a una cultura più pragmatica e funzionale, i secondi a una più affettiva (così l’ha definita il prof.). Ora, dato che – ricordiamolo – lo scopo di questi incontri è vendere e concludere affari, a un certo punto è successo che ai manager tedeschi, prima che andassero in Spagna, è stato spiegato che dovevano essere più calorosi, introdurre le riunioni con un po’ di chiacchiere e convenevoli; gli spagnoli, dal canto loro, avevano appreso in un apposito corso d’aggiornamento che, incontrando i tedeschi, avrebbero dovuto essere diretti e pragmatici: niente smancerie e dritti al nocciolo. Così, quando l’incontro è finalmente avvenuto, i tedeschi facevano gli “spagnoli” e gli spagnoli si comportavano da “tedeschi”. Saranno poi riusciti a concludere quel benedetto affare?

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giovedì, 06 settembre 2007

L’ignoto che avanza

La mia è una famiglia di canterini. Siamo in quattro e ognuno ha l’abitudine di canticchiare i suoi motivetti preferiti mentre svolge le proprie attività. Tra questi non c’è la musica lirica eppure oggi, per ovvii motivi, girando per casa passavo da mia mamma che cantava La donna è mobile mentre puliva il piano cottura a mio padre che si esibiva nel Nessun dorma, mentre a me scappava un O sole mio (dopo averle ascoltate in ogni telegiornale da questa mattina, mi sembra il minimo). Tutto ciò per dire che la morte di Luciano Pavarotti mi ha rattristata, anche se quando una persona se ne va dopo una vita piena e bella come la sua c’è dispiacere ma non quel senso di palese ingiustizia che si prova di fronte ad altre morti.

Detto questo, e cambiando argomento, devo dire che sono giunta alla conclusione che in casa mia ci dev’essere un drogato in incognito. Un drogato di acido acetilsalicilico, per la precisione. Perché non è possibile che ogni volta che ho bisogno di un’aspirina, questa non ci sia. Ogni volta ne compro una nuova confezione, di cui uso una compressa o due, ma la volta dopo potete star certi che anch’essa sarà di nuovo sparita, senza che nessuno ne sappia niente.
Essendosi tale misterioso fenomeno verificato anche stamattina, sono pazientemente uscita per recarmi in farmacia ad acquistare l’ennesima nuova confezione ma, quando l’ho chiesta alla farmacista, lei mi ha proposto di acquistare la nuova aspirina, quella che si scioglie in bocca senza bisogno di acqua (mi ha detto che ne fanno anche la pubblicità). E nel suggerirmela mi ha indicato un box, proprio sul bancone, sotto il mio naso, dal quale occhieggiavano, in buon ordine, tante piccole confezioni della nuova aspirina.

Restia come sono (per istinto) alle novità, ho squadrato quelle piccole scatoline con aria diffidente; tuttavia non mi andava di passare per retrograda, così ne ho presa una in mano per acquistarla ma non ho potuto evitare di porre meccanicamente alla farmacista la domanda più stupida del mondo (neanche una vecchia di 90 anni si sarebbe tradita così clamorosamente):
- Funziona come l’altra, vero? –
(Mi sono vergognata nel momento stesso in cui lo dicevo ma non potevo evitarlo, è la conservatrice che è in me che deve proprio farsi sentire pur sapendo in partenza di perdere).
- Certo -, mi ha risposto la farmacista con un prevedibile sorriso di sufficienza.
- Ma bene, proviamola! -, ho esclamato allora con eccessivo entusiasmo.
E me ne sono uscita un po’ vergognosa con la mia scatolina tra le mani.

Ebbene, la conservatrice che è in me una volta tanto aveva ragione: dopo pranzo ho ingoiato, con una certa curiosità, il contenuto della minuscola bustina; è vero che si scioglie in bocca quasi istantaneamente, ma ha un sapore cattivissimo! Cattivissimissimo! Credo sia dovuto al fatto che tra gli eccipienti ci sia tanto l’aroma cola quanto quello arancio insieme. Non so voi, ma io non ho mai amato questi miscugli… Ricordate quando alle feste di compleanno alle elementari o medie si facevano miscugli impossibili tra coca, fanta, chinotto e altro ancora? E i miscugli alcolici o peggio delle superiori? Forse sono rimasta traumatizzata lì.

Insomma, almeno per quanto mi riguarda, oggi ho avuto un’ulteriore riprova che non sempre la reazionaria che è in me ha torto. Se qualcun altro ha assaporato la novità, mi faccia sapere!

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venerdì, 15 giugno 2007

Tragedia comica dal parrucchiere-padrone

[Eccessi emotivi incontrollati]

Cari amici, questo post è troppo lungo e racconta insignificanti fatti miei, io però avevo bisogno di scriverlo per via del trauma subito, voi al massimo non leggetelo, e siamo tutti felici.

Quando sono entrata nel negozio del parrucchiere ero già provata dalla solita ansia che mi prende in questi casi, riassumibile principalmente nella domanda: di cosa parlerò col parrucchiere mentre lui armeggerà con la mia testa? Di solito infatti esiste questo problema. Ma ieri ero anche abbastanza tranquilla; da due mesi (cioè dall’ultima volta che avevo messo piede in quel luogo ostile) mi ripetevo ogni tanto nella mente un nome, per poterlo ricordare al momento opportuno: Andrea. Era stato lui a tagliarmi i capelli l’ultima volta e il risultato era stato un taglio perfetto e una conversazione abbastanza fluente; era stato gentile, simpatico e premuroso.  
E invece, appena entrata, non ho fatto neanche in tempo a cercarlo fiduciosa con lo sguardo; mi si è parato davanti il titolare del negozio (che porta il suo nome e che è famoso a Bologna): un omone alto, largo e massiccio, che le altre volte ero sempre riuscita a evitare accuratamente, avendolo visto all’opera ed essendone rimasta parecchio terrorizzata (se leggete, capirete che avevo ragione).

Le prime parole che ha pronunciato, accompagnate da una smorfia a esse intonata, sono state di disprezzo per i miei poveri capelli; neanche avesse uno sguardo a raggi x ha cominciato a elencarmi che cosa non andava e che tipo di capelli ho e quali prodotti occorrono e così via. Fin qui, tutto bene. So che i parrucchieri cercano di demolirti l’autostima per poterti vendere i loro shampoo costosissimi. Però quel tipo parlava con un po’ troppa sicumera e soprattutto con un tono aggressivo; quando ho provato a dirgli che se ho i capelli fragili è a causa di una medicina che sto prendendo lui mi ha fatto una sfuriata urlando che invece sbaglio tipo di balsamo. Ho provato a ripetere che, oltre al balsamo (ma figuriamoci!), era la medicina; macché, l’ha presa come una cosa personale, ha alzato la voce ancora di più. Allora sono stata zitta e mi sono sorbita docilmente una predica su come lavare i capelli e sui danni del balsamo, dopo la quale l’ho pure ringraziato con un sorriso mite guardandolo da sotto in su. E va bene...

Dopo il lavaggio, praticatomi da una signora gentile, mi sono di nuovo ritrovata tra le grinfie di lui, benché avessi cercato di scappare alla ricerca di Andrea o di chiunque altro. Mi ha fatto sedere (anzi, mi ha spinto giù, premendomi le sue manone sulle spalle) sulla poltroncina e ha cominciato a tagliarmi i capelli senza chiedermi come li volevo. Ho iniziato gentilmente a parlare per spiegarglielo, ma mi ha subito interrotto:
- No no no! – ha detto appena ho pronunciato la prima sillaba – Ti farò un taglio delizioso, vedrai, zitta lì e fidati di me! –
E ha ripreso a trafficare con i miei capelli.
Ho riprovato due volte a parlare e me lo ha sempre impedito, la seconda volta con impazienza.
- Sono il titolare qui! – ha esclamato sbuffando – Ti farò un taglio che ti invidieranno tutte, così ti chiederanno dove sei stata e tu mi farai una bella pubblicità. Quindi lasciami fare!

Vedrai che bella pubblicità che ti faccio!, ho pensato mentre cominciavo a sentire un certo magone formarsi in fondo al cuore.

Lui nel frattempo, mentre sforbiciava, parlava di tasse con un signore e ogni tanto, arrabbiato, urlava qualche parolaccia contro il governo.
Cercavo di guardarlo, tramite lo specchio, volevo affrontarlo, ma mi sentivo già scoraggiata, mi sembrava una situazione assurda e poi, non potendo tenere indosso gli occhiali per non ostacolarlo nelle sue operazioni, non riuscivo a vederlo bene e questo accresceva la mia impotenza.

A un certo punto un’inserviente si è accostata e gli ha detto che la Contessa Balanzoni (cognome inventato, titolo nobiliare vero) esigeva di essere pettinata solo e soltanto da lui.
Oh, ti prego, vai da lei, è una contessa! Che da me venga un altro!, ho implorato interiormente. Ma niente.
- Falla accomodare nella poltroncina qui di fianco, me ne occupo dopo che ho finito qui. Intanto comincia a metterle il trattamento –

Il magone, ormai consistente, ha cominciato a risalire un po’ dal fondo del cuore.

La contessa Balanzoni, con la sua bella chioma tinta del color biondo-altoborghese e il suo bel vestito intonato, si è seduta accanto a me, con un’inserviente che le sbrodolava della roba in testa e un’altra che le faceva la manicure.
Così, oltre al parrucchiere che parlava di tasse strattonandomi nei momenti di particolare indignazione, ascoltavo anche il monologo della contessa, tutto incentrato sulla sua fatica di vivere (Eh, la mia vita! Entro in sala per prendere un documento e mi suona il telefonino, rispondo al telefonino e mi arriva una mail, leggo la mail, mi sono dimenticata dove ho messo il documento, torno a cercarlo, mi si rompe un tacco…) e, soprattutto, sulla sua eterna dieta (pensate che crudeltà: siccome lei è a dieta, costringe alla dieta anche il marito che non ne ha bisogno! Poverino. E osava lamentarsi del recente nervosismo di lui!). Proprio perché a dieta, non ha fatto altro che evocare con tono nostalgico manicaretti di tutti i tipi e io, che non sono a dieta anzi ho bisogno di mangiare, e avevo fame (erano le 13,30), ho cominciato a sentire un secondo magone all’altezza dello stomaco. Senza contare che continuavo a non capire cosa stesse combinando con la mia testa il parrucchiere-padrone.

Ormai comunque parlare mi sembrava impossibile, mi sentivo impotente e così ho cominciato a sentire il magone sciogliersi in un fiume in piena che risaliva inesorabilmente dalle profondità del cuore, la voce blaterante della contessa e quella infuriata del parrucchiere erano ormai confuse tra loro e lontane, cercavo disperatamente di resistere, di ricacciare tutto in fondo, di aggrapparmi a qualunque pensiero potesse aiutarmi ma niente, e così, quando l’omaccione, per tagliarmi i capelli sulla nuca, mi ha fatto chinare il capo (spingendolo giù con la sua manona), gli argini si sono rotti e, mi spiace ammetterlo so che non si dovrebbe fare, mi sono messa a piangere, silenziosamente ma con i lacrimoni che gocciolavano e qualche sussultino del corpo.

Piangevo perché quel comportamento mi sembrava violento e ingiusto e perché non sono capace di farmi rispettare. Ho cominciato a pensare che sono in grado di affrontare calma e intrepida le peggiori calamità naturali (dalle trombe d’aria alle malattie anche gravi ai sentimenti più devastanti) ma non gli esseri umani nelle loro manifestazioni anche minimamente irrispettose/aggressive. Solo sul lavoro riesco a farmi valere – pensavo piangendo – e ci riesco solo perché l’amore per la lingua italiana in me supera perfino la mia timidezza/fragilità (non recedo mai dalle mie posizioni quando si tratta di difendere l’adattamento di un testo o una determinata correzione) e solo perché ho dei forti pregiudizi positivi verso gli adolescenti (il che mi permette di affrontare platee bellicose senza insicurezza); ma per il resto, il primo che passa può prendermi a calci o impedirmi di parlare alzando la voce, e io non riesco a reagire (anzi, mi sento in colpa).

Ecco cosa pensavo, e più lo pensavo più piangevo, logicamente.
Così, quando Mister Arroganza mi ha tirato su la testa e mi ha guardato allo specchio, ha visto un viso inondato di pianto. E quando io stessa ho intravisto (senza occhiali…) il mio viso allo specchio, mi è venuto da ridere (obiettivamente c’era da ridere oltre che da piangere).
E quando lui mi ha chiesto (con un tono di voce un po’ più tenero) cosa succedeva, sapete cosa ho risposto (avevo il cervello in tilt, non capivo più niente, mi vergognavo, non sapevo neanche più parlare)?
- Oh, niente. Sono allergica –
E lui ha detto:
- Un’allergia potentissima, vedo. E a cos’è che sei allergica? –
Panico! Io non so neanche a cosa si può essere allergici e poi non so dire le bugie, divento rossa se le dico, perciò, non sapendo cosa dire, nell’angoscia in cui mi trovavo, ho detto la prima cosa che mi è venuta in mente – una cosa stupidissima, però un po’ vera - e cioè:
- Ai parrucchieri –
Allora lui si è messo a ridere con una risata da Mangiafuoco, e io pure, sbirciando allo specchio me col viso disperato, lui che si sganasciava agitando pericolosamente le forbici in aria, la contessa Balanzoni attonita e un po’ seccata, le inservienti anche loro immobili, mi sono semplicemente messa a ridere e sapete come succede, tutto il corpo, fino allora contratto, mi si è sciolto e all’improvviso tutta quella situazione assurda da disperata mi è parsa irresistibilmente comica. Mi sono sentita felice e capivo di avere sbloccato la situazione senza offendere nessuno.

Dopo è andato tutto bene; lui mi ha preso il viso tra le sue manacce finché non mi sono calmata (e mi sono calmata istantaneamente, dato che non ci tenevo a essere coccolata da uno che due secondi prima mi aveva fatto piangere) e voleva anche offrirmi un gelato - il suo negozio ha una convenzione con la gelateria vicina - che ho stoicamente rifiutato (sempre per il motivo di cui sopra).
Alla fine, pur con questi eccessi emotivi, la tortura è finita benché il taglio non sia affatto così delizioso, ma pazienza.

Uscita di lì, sono corsa in pasticceria a divorare due paste ripiene di crema, cioccolato e panna (alla faccia della contessa Balanzoni e in onore di suo marito, augurandogli che fosse anche lui alle prese con qualche antidietetico manicaretto alle spalle della crudele moglie).
Ristabilito così l’equilibrio psicofisico mi sono recata in libreria per trovarvi il conforto risolutivo e ne sono uscita con un libretto di Hrabal adatto a risollevarmi il morale.
Poi, con il mio taglio tanto sudato e lacrimato, ho pedalato verso casa ripensando all’accaduto e ridendo della sua assurdità. Adesso per altri due mesi almeno, non se ne parla più!

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lunedì, 02 aprile 2007

La responsabilità

[La ruga sulla fronte]

Oggi, di nuovo posizionata sul mio strategico e comodo divanetto a Palazzo d’Accursio, osservo i passanti, tutte persone (uomini) impegnate, che sono lì per incontrare il sindaco o qualche assessore, con cui discutere di vari affari. Ognuno col suo telefonino attaccato all’orecchio, mi passano davanti o si siedono vicino a me o, in un momento di pausa tra una telefonata e l’altra, parlano tra loro o meglio borbottano in una strana lingua preoccupata. Alcune parole colte al volo: accordo scellerato, situazione criticissima, era così arrabbiato che tra un po’ gli saltava un’arteria… Cose così. La più rassicurante è stata: Non mi scappa, vado ad appostarmi al Circolo della Caccia (dato che di questi tempi sono immersa nella lettura di Mistero etrusco  mi si è subito drizzata un’antenna di sospetto).
Questi, i discorsi. E le facce? Tese, con i lineamenti contratti; uno aveva una ruga di tensione così profonda in mezzo alla fronte che mi veniva una voglia di andargliela a spianare in qualche modo, prima di tutto buttandogli via il malefico cellulare.

Questo è un impulso che ho sempre, io potrei fondare il Comitato di distensione delle rughe di concentrazione, perché appena ne vedo una, magari in un individuo evidentemente stressato, mi viene subito un desiderio di fare qualcosa per lui (e non pensate male).

Insomma, il potere, la responsabilità, sarà anche una bella cosa ma nuoce gravemente alla salute e all’estetica, soprattutto se si tratta di uomini. Io delle donne di potere (quelle poche che ci sono) così distrutte non le vedo mai. Mia zia, che è una superdirigente, piena di incarichi e di lavoro, non ha mai un lineamento fuori posto, non è così contratta neanche quando lavora e insomma non subisce questa metamorfosi da tensione. Chissà perché, questa differenza (l’avevo già notata anche qui).

Poi un’altra cosa che ho notato è che a chi osserva da fuori pare che gran parte del lavoro di chi ha incarichi dirigenziali consista in realtà nel passare la maggior parte del tempo al telefono, magari parlando in tono concitato o preoccupato o imperioso.    

Sul mio divanetto io sto comodissima e rilassata, senza rughe sulla fronte; l’ideale sarebbe avere qualche amico con cui “fare salotto”, ma i miei amici di pomeriggio lavorano tutti anche loro, altrimenti sarebbe perfetto.

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domenica, 11 marzo 2007

Puerperi all’attacco

[Vi sembra strana quella parola al maschile? Non è una svista…]

Ieri ho guardato la mezzora finale della partita di rugby Italia – Galles, vinta dall’Italia. Mi piace il rugby, da quando ho cominciato a capirci qualcosa grazie ai commentatori di La7. Ieri poi sapevo che allo stadio, tra il pubblico, c’era anche il nostro caro Massimo (alias Commediorafo) e quindi sono ancora più contenta che abbiamo vinto.
Dicevo che mi piace il rugby, ma quando lo guardo (preparatevi perché sto per dire una cosa assolutamente insensata) mi vengono in mente delle similitudini assurde ma per me vere. In particolare quando guardo una mischia mi viene in mente il parto. Insomma a me sembra quasi uguale. C’è questo gruppone di uomini avvinghiati gli uni agli altri che si spingono e si premono a vicenda: e tu, spettatore, sai che da un momento all’altro, da quell’intrico di gambe, verrà espulsa la palla ovale. E quando sbuca fuori all’improvviso (e c’è subito la mano di qualcuno pronta a raccoglierla amorevolmente) a me nella mente si sovrappone sempre l’immagine del neonato che esce e mi viene da ridere perché – ne convengo – è un paragone assurdo e quasi irriverente, ma mi viene spontaneo e automatico.

Non ci posso fare niente se ho una stupidità che ogni tanto sente il bisogno di manifestarsi creandomi delle spiacevoli interferenze.

Poi mi piace molto anche il momento del placcaggio: un giocatore non fa in tempo a prendere la palla tra le braccia (e, di nuovo, perdonatemi, ma la tiene stretta e la protegge col corpo come si fa con un neonato) e correre in avanti, che un avversario gli si lancia addosso per fermarlo. Poi da lì o nasce una mischia aperta (cioè tutti si buttano per terra uno sopra l‘altro cercando gli uni di proteggere e conservare l’ovale, gli altri di accaparrarselo) o, se il giocatore è veloce nel passare il bambino, pardon, la palla, a un compagno, l’attacco prosegue. E un’altra cosa bella è che bisogna correre in avanti, verso la meta, ma potendo passarsi la palla con le mani solo all’indietro, altrimenti si commette un fallo. Mi emoziona questo slanciarsi in avanti guardando indietro, come a tenere tutto insieme.

Conosco anche un ex giocatore di questo sport, che è poi il marito di una cugina di mia mamma (ramo piacentino), e lui all’inizio si è molto entusiasmato quando ha scoperto che mi interesso di rugby; ma dopo che, incoraggiata da tale entusiasmo, gli ho confidato queste mie idee, sono subito decaduta nella sua stima e lui si è anche un po’ offeso (ho pure motivo di credere, da alcuni indizi, che soffra di sindrome della virilità oppressa; insomma è un po’ complessato, su certi argomenti) e ora ogni volta che mi vede mi prende in giro additandomi al pubblico ludibrio. E io dentro me gli do anche un po’ ragione, sia chiaro.

Però, considerando che prima il rugby non se lo filava nessuno e ora invece, tramite servizi televisivi pettegolotendenziosi, si cerca di lanciare la moda del rugbista come sex-symbol, io mi premunisco vedendo quell’ammasso di omaccioni prima come campioni e sportivi, poi con la suddetta sfumatura di dolcezza materna di cui ho parlato. Più rassicurante, no?

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martedì, 20 febbraio 2007

Gary Cooper ha l’accento bolognese

Oggi vi metterò al corrente di una curiosa situazione. Intanto dovete sapere che ho un debole per Gary Cooper. Ok, è nato 106 anni fa ed è morto nel 1961, ma l’amore certi particolari non li nota neanche. E poi qui il problema non è l’assenza, ma la presenza. Lo incrocio quasi tutti i giorni all’università. Ho perfino scoperto che il mio bisnonno è stato maestro di sua madre a Modena alcuni decenni orsono (lo so perché all’esame quando lui ha sentito il mio cognome è impallidito mentre il viso gli si raggrinziva in una smorfia di terrore. E così mi ha detto che sua madre lo ha sempre terrorizzato con i racconti su questo terribile preside severissimo e aguzzino. Ma che razza di avi ho? Meglio non indagare oltre).

Insomma, i casi sono due: o esiste la reincarnazione e tra l’altro uno può reincarnarsi in un corpo identico al precedente (ma non credo nella reincarnazione) oppure trattasi puramente e semplicemente di sosia. Il sosia perfetto. Oppure clonato; del resto anziché clonare terrificanti dinosauri, perché non un uomo così affascinante? Ma cosa dico. È la passione che mi fa parlare così. Purtroppo è sposato e dunque posso solo limitarmi a contemplarlo evitando di dare troppo nell’occhio. Ma anche così è un piacere (Sono un’esteta e mi nutro di Bellezza e la bellezza è tanto più bella quanto meno afferrabile, disse la volpe nella versione censurata della favola a noi nota come La volpe e l’uva).

Insegna linguistica italiana e ha un forte accento bolognese (morbido e pastoso, decisamente più gradevole di quello yankee); che meraviglia ascoltarlo leggere ad alta voce una ricetta di cucina di Pellegrino Artusi, analizzandola poi dal punto di vista della sua disciplina, e vedergli sfoderare il suo sorriso assassino alla mano alzata di una studentessa. O osservarlo mentre cammina lungo il corridoio col suo andamento deciso neanche fosse l’impavido sceriffo Cane in “Mezzogiorno di fuoco”.

Ma quel che mi dà da pensare è che quando ho comunicato questa grande notizia in giro (anche per ricevere conferme sulla sua effettiva somiglianza col nostro), una percentuale irrisoria di studentesse (mie coetanee o di poco più giovani) avevano idea di chi stessi parlando. La maggioranza non sapeva chi fosse Gary Cooper e anche tra quelle che ne conoscevano il nome ben poche sapevano collegarlo alla faccia.

Che significa questo? Molto semplicemente, non avranno avuto una madre fissata con i film rigorosamente girati non oltre il 1965 (preferibilmente Western e commedie romantiche), come la mia (i film di Rete 4 sono trasmessi principalmente per lei).

Qui sopra il nostro eroe nella scena topica che più gli si addice: con un braccio protegge la sua bella, nell’altra mano brandisce l’immancabile pistola (notate anche l’espressione risoluta ma non truce: lui è un buono). Il bravo campione americano senza macchia e senza paura, usato in tanti film come bandiera dei cosiddetti valori americani. Adesso capite che fortuna ho io a vederlo girare senza pistola ma con dei libri in mano? Certe volte i sogni si avverano… ;-)

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giovedì, 15 febbraio 2007

L’ingegnere M

[Come invecchiare male]

Oggi vi parlerò di un singolare personaggio, una sorta di amico di famiglia anche se è in realtà piuttosto inviso a tutta la famiglia, l’ingegnere M. Il titolo di ingegnere è fondamentale per descriverlo, giacché suo sempiterno motivo di vanto (vai a capire perché) è l’essere stato in passato ingegnere dell’Enel, così come suo motivo di afflizione è il non esserlo più (causa pensione. Ed è in pensione da più di vent’anni, avendo passato da tempo gli 80…).

L’ingegnere M sei anni orsono è rimasto vedovo di una moglie che ha sempre maltrattato davanti a tutti e di cui, da quando è morta, decanta le lodi angelicandola tardivamente.
Nel frattempo trascorre le sue giornate con una badante ucraina che maltratta come la moglie quand’era viva.

Quando va a casa di mia nonna e di mia zia l’ingegnere M si siede in poltrona e comincia a parlare dell’Enel; mia zia si addormenta quasi subito e mia nonna la segue poco dopo. Quando l’ingegnere ha finito il suo discorso, si alza e se ne va, senza premurarsi di svegliare le due addormentate se queste continuano a dormire. Le volte in cui m’è capitato di entrare in casa di mia nonna durante questa curiosa scena sono le uniche in cui ho provato un po’ di simpatia per il personaggio, simpatia presto dissoltasi dopo che egli, non sembrandogli vero di vedere una persona sveglia, mi ha costretto ad ascoltare per l’ennesima volta le sue mirabolanti avventure ingegneristiche.

Il malinconico M ha due sogni, entrambi irrealizzabili, di cui parla spesso: il primo è quello di potere tornare a essere un ingegnere dell’Enel in attività (lui con la sua esperienza li batterebbe tutti i giovinastri di oggi); il secondo è quello di convolare a nozze o con mia nonna o indifferentemente con una delle sue tre sorelle. Ha fatto, seriamente, nel giro di quattro giorni la stessa proposta di matrimonio a tutte le sorelle (un giorno per una), riuscendo così a offenderle tutte e quattro (ecco perché si addormentano all’istante non appena lo vedono). Tutte si sono prima sentite lusingate (pur rifiutando subitamente la proposta), poi mortalmente indignate, quando parlando tra loro hanno scoperto di essere intercambiabili (pur essendo diversissime) per il perfido ingegnere. Erano i tempi in cui lui cercava assolutamente di evitare che gli venisse appioppata una badante dalle figlie, crudeli emule delle signorine Goriot. Comunque lui periodicamente torna alla carica e non pare intenda demordere, anche perché, diciamolo, mia nonna e le sorelle, pur avendo tra i 74 e gli 85 anni, si divertono a stuzzicarlo e illuderlo in tutti i modi: mia nonna, offrendogli il tè, lo coccola e lo rimprovera come fosse un bambino, un’altra gli sistema la giacca e gli dà consigli sul vestiario, quell’altra non sa resistere all’offrirgli stuzzicanti dolcetti all’ombra del suo giardino. Ma tutte si ritraggono sdegnose alle profferte che l’illuso rinnova.

E così continueremo ancora per un pezzo ad ascoltare gustosi racconti sull’epoca gloriosa dell’Enel, o argute osservazioni pseudosociologiche sulla corruzione della società moderna o lamentazioni sulla solitudine di un vedovo che rimpiange troppo tardi una moglie che non c’è più.

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sabato, 03 febbraio 2007

Elogio dell’amanuense

[Post moralistico e quindi noioso e inutile; e perfino un po’ lugubre]

Un tempo la cultura era soprattutto ripetizione. L’intellettuale (ma questa parola è sbagliata, è un concetto moderno, insopportabile ormai) era colui che leggeva, studiava e commentava le grandi opere classiche. E quando produceva qualcosa di suo lo faceva all’interno di un certo stile e di codici e regole precise. Fino a non molti secoli fa ciò che definiva un’opera d’arte non era la sua originalità, ma al contrario la sua conformità ai criteri stilistici del genere in cui si inscriveva, all’interno dei quali la creatività poteva dispiegarsi. 

Oggi invece c’è la smania dell’originalità. Spesso poi essere originali coincide, nella mentalità di molti, con l’essere trasgressivi, il che spesso si riduce all’atto narcisistico e infantile del giocare a spararla più grossa, come i bambini piccoli che si divertono a provocare dicendo/facendo cose che gli adulti hanno loro vietato, restando comunque invischiati nell’ottica bambino/adulto, con gli adulti che di fronte a tali stupide provocazioni sorridono indulgenti anche quando fingono di arrabbiarsi.

Anche solo tra i blog non si contano quelli che promettono pensieri “alternativi”, “anticonformisti”, “controcorrente” eccetera. Costoro sembrano decisissimi a tenersi ben lontani dalla tanto temuta uniformità, ma spesso è proprio in questo tipo di scritti e (nella vita reale) di discorsi, che trovo il massimo del conformismo. Mi capita molto più spesso di ascoltare pensieri interessanti e fecondi proprio da persone che non si propongono “liberi pensatori” e non vogliono insegnare niente a nessuno ma vivono semplicemente la loro vita con impegno, con fatica, con gioia anche, trovando in questo loro vivere quotidiano e imperfetto il proprio sguardo, la propria voce, a cui restano fedeli.

Io sono decisamente a favore delle virtù quotidiane rispetto a quelle eroiche.

Apprezzo (e coltivo) la capacità di vivere anonimi (senza diventare frustrati o depressi) tra l’esercito di aspiranti famosi che ci circondano; le virtù del fare rispetto a quelle del mero essere, in un’epoca in cui l’essere se stessi sembra la massima aspirazione dell’esistenza individuale.

Mi piace leggere i libri di Nuto Revelli in cui le vite delle persone si affiancano tra loro, con i loro linguaggi ormai sconfitti, in una coralità che è ciò che fa la storia e ci ricorda che siamo solo anelli di una lunga catena.

Mi dà un senso di pace pensare al monaco amanuense che nel chiuso del suo monastero, mentre fuori si scatenava l’orrore che ci ha sempre accompagnati dal principio dei tempi (carestie, epidemie, guerre, gente che si scannava eccetera), con pazienza e caparbietà ricopiava e commentava, strappandole all’oblio e nascondendosi dietro di loro, quelle opere che riteneva giusto giungessero fino a noi.

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martedì, 16 gennaio 2007

Pavoni postmoderni

Qualche mese fa – l’estate scorsa, credo – avevo letto sul giornale la curiosa notizia di un pavone inglese che ogni mattina si presentava davanti a una pompa di benzina e cominciava a fare la ruota e altre mosse di corteggiamento, senza motivo apparente.

Ieri, verso mezzogiorno, approfittando del bel tempo, decido di fare una passeggiata al Parco dei Cedri, vicino casa mia. Noto un tipo sui trent’anni o poco più, in bicicletta (fermo), abbronzato (o meglio: lampadato), abbastanza muscoloso. Indossa solo una maglietta e a un tratto tende le braccia, gonfia i muscoli, osserva con orgoglio quei rigonfiamenti e poi esclama, con tono compiaciuto e a voce abbastanza alta, rivolto a se stesso:

- Grande! Sto diventando una bestia! –

Parlava da solo e si faceva i complimenti (e che complimenti…) da solo.

Chissà perché, mi è tornato in mente il pavone inglese.
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